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Meditazione creativa

Un haiku di Leonardo Vittorio Arena.

aironi nella neve
ancora più bianchi
mente del mattino

Mi piace molto la definizione di meditazione creativa di LVA, che poi lui associa ad un suo haiku.

Il suo è un buon haiku, anzi un ottimo haiku.

Potrei spiegare il motivo per cui il biancore del primo verso diventa ancora più bianco grazie all’esperienza del terzo verso, ma sarebbe una speculazione ad uso e consumo di chi non medita.

Resta il fatto che la meditazione creativa dovrebbe essere il solo processo compositivo coerente con la poetica haiku.

Ma quanti dei cosiddetti haijn lo capiscono ? Azzardo un valore l’1% e sono ottimista.

Un haiku di Basho sul tempo

櫻より松は二木を三月越し

sakura yori
matsu wa futa ki o
mitsuki goshi
Since true cherry time-
Now, two pine trees do I
See-three months have passed.
Dalla fioritura dei ciliegi 
Ora, vedo i due tronchi del pino
Sono passati 3 mesi

Nel Lab avevo chiesto, come esercizio, la traduzione e l’analisi tecnica del suddetto haiku.

Diciamo che le risposte ricevute hanno riguardato solo l’essenza, tralasciando gli altri parametri previsti, quindi ne prendo atto e mi adeguo.

Basho lascia Edo subito dopo aver assistito al sakura (la fioritura dei ciliegi) e dopo 3 mesi vede un pino, un pino particolare che si divide in due tronchi, partendo dal terreno (in giapponese: pino takekuma).

Basho non è mai banale e va sempre indagato, anche quando l’immagine sembra facilmente decifrabile.

In realtà l’inconscio mi aveva già avvisato che questo haiku aveva una chiave di lettura nascosta, che doveva essere particolarmente interessante.

Che l’essenza di questo haiku fosse legata al tempo, era abbastanza evidente, mentre quello che non traspare subito è la sua interpretazione, in chiave zen.

A Basho bastano due immagini per disegnare il suo presente zen: un sakura di 3 mesi prima e il suo qui e ora.

La freccia del tempo è percepita da tutti come un continuum che va dal passato al futuro, dietro di noi i ricordi, davanti a noi i sogni, ma per lo zen è solo l’istante presente che conta veramente.

Quindi Basho, nel suo qui e ora, ovvero nel suo istante presente, vede un pino takekuma , un particolare tipo di pino che si biforca fin dal terreno in due tronchi e da quest’immagine scaturisce la rappresentazione del tempo zen.

Il pino rappresenta sia il tempo passato che futuro, perchè tutto ciò che non appartiene al presente di Basho, si biforca come qualcosa di esterno a lui.

Il tronco del passato, con il ricordo del sakura di 3 mesi prima e il tronco del futuro … impossibile da raffigurare perchè ancora aldilà da venire.

E Basho disse ..
mostrami il tempo ..
io gli tirai un sasso (EG) 

Questo però non lo spiego.

Gli haiku sono echi

Batto le mani
e con l'eco affiora l'alba
luna d'estate (M.Basho)

Lo Zen non crede nelle parole eppure lo zen le usa.

Un haiku è una dicotomia che mostra una realtà fatta di parole.

Visualizzare porta ad un po’ comprensione, come in un dipinto fatto di suoni, ma questo non basta, perchè un haiku deve essere anche compreso .

Basho è circondato dalle montagne e si riflette in uno specchio, nella sua non mente.

Nel silenzio, la luna estiva sovrasta le montagne, l’alba è molto vicina e lui batte le mani, così che i monti risuonano di echi.

Secondo Basho, un poeta è un meditatore, perchè continuerà a cercare in profondità dentro di sé, senza perdere il contatto con il mondo esterno.

In tutto il suo vuoto, il poeta rispecchia il mondo esterno e i suoi haiku altro non sono che echi che emergono dalla sua mente e che poi risuonano nel mondo.

Settembre: momenti zen, momenti haiku

Il vero zen, come la resilienza, come il wu wei taoista, non rifiuta, ne respinge, ma accetta quel che accade, per questo lo zen che emerge durante una crisi è il più genuino, perchè quando un evento incontrollabile, emotivamente pesante, ti travolge all’improvviso, allora nella mente si aprono cascate, che devi saper governare.

vomita
piegata dal dolore
lo zen è calma
è succhi gastrici

trambusto zen
la corsa, l'ospedale
governare il sè

sintomi atipici
diagnosi complicata
ecografia e zen

la "chirurga" in verde
zen è capire
fare domande giuste

il letto hi tech
una flebo dietro l'altra
zen e carezze

miglioramento
corre il pensiero
St.Nicholas beach
1200 "euri di zen"

zen è amare
aldilà dell'amore
settembre a Milano

Dal Lab: social test di Zen haiku

Senza avviso, un paio di giorni fa, ho proposto agli iscritti del Lab, un contest avente come obiettivo nascosto quello di cercare di verificare la loro tendenza a comporre zen haiku, se non proprio con lo spirito, almeno strutturalmente.

Ricordo che gli zen haiku sono haiku basati sul processo compositivo indicato da Basho, ovvero in estrema sintesi, generati da una microilluminazione (qui per approfondimenti), quindi solo l’autore, in teoria, è in grado di riconoscere una propria opera come uno zen haiku.

Non potendo entrare nella testa degli autori, ho preso due miei zen haiku, generati ascoltando spotify, come modelli di riferimento strutturali, con l’obiettivo di confrontarli poi con le opere postate.

Ho intitolato il contest spotify moment in my house, ovvero la stesura di un haiku con soggetto spotify (o something like that) e con un’immagine limitata al solo ambiente domestico.

Ovviamente ho avuto sempre ben presente che un test del genere non poteva essere esaustivo e portare a dei falsi negativi, comunque ero abbastanza curioso dei risultati, perchè mi ero fatto una certa idea di come potesse essere strutturato uno zen haiku, generato da due eventi concomitanti.

Il mio primo haiku di riferimento riguarda la fusione di un brano Jazz ed un mio turpiloquio, avendo visto volare via una farfallina del cibo dalla dispensa, ben sapendo che la contaminazione veniva da un mezza confezione di riso integrale.

Stamer, da spotify
'Sto cazzo di riso ...' , dalla mia bocca
Unica ed irripetibile melodia  (EG)

Il secondo, mentre cucinavo ed ascoltavo Satisfied Mind di Johnny Cash.

Satisfied mind, da spotify
Merluzzo alla pizzaiola
Una mente soddisfatta
Profuma di pomodoro e origano (EG)

Entrambi questi miei zen haiku hanno una struttura ben definita: due eventi distinti e un verso che mette in risalto l’unione di questi eventi.

Ora, anche sapendo che tutto ciò sarà usato solo come tecnica da qualche mente non genuina, vediamo chi, si è avvicinato di più ai suddetti modelli.

Premetto che la conformità al mio modello di zen haiku, sarà in questo caso, l’unico metro di valutazione, per tutto il resto lascio a chi legge ogni ulteriore giudizio.

Essendo un test e non un vero e proprio contest, per non far torto a nessuno, posterò tutte le opere pervenute nei tempi stabiliti.

Maria Malferrari
apple music
“Questione di feeling”-
lo struscio del gatto
tra le gambe

ci sono i due eventi, manca la chiusura.
peccato perchè sarebbe bastato spostare lo stacco al primo verso, per avere aperta la via alla soluzione.

Maurizio Gusmerini
suggerito da youtube -
la veglia
si disfa nel suono

forse ci siamo. eventi: canzone da youtube (primo evento), stato di veglia (secondo evento). chiusura: il secondo evento si unisce (disfa) nel primo.

Giusy Cantone
MixerBox
"nella mia stanza"
il resto scompare

qui, ci siamo quasi. ovvero lo haiku gioca sul titolo della canzone dei negramaro per creare la sensazione di un kensho, ma il lirismo della chiusura ne indebolisce fortemente la credibilità. comunque buono

Dennis Cambarau
coronavirus -
nell'ascoltare spotify
evado altrove

Idem come sopra.

Annamaria Gaggioli 
Sias
Da Alexa
musica tibetana
a colazione.

ci sono i due eventi, manca la chiusura.

Antonio Mangiameli .
monitor -
sulla colonna di destra
il gorgoglio dell'ossigeno

questo è off topic, ma è un omaggio che faccio
ad Antonio, che si era perso il contest sul covid. buon haiku. Antonio è sempre una sicurezza.

Daniela Misso .
Gandharva rain melody…
le lettere scorrono
sulla carta

2 eventi, manca la chiusura

Ciro Caprino
Scelgo Battiato
poi entro in doccia
Temporary Road

qui gli eventi sono 3, troppi. la sensazione è quella del racconto

Angiola Inglese .
playlist anni '90-
il barattolo di zenzero
mezzo vuoto

2 eventi, manca la chiusura

Zoé Alef Zel
le radici nella mia danza
nelle orecchie Amir Sofi
lavo i piatti della cena

2 eventi, ma la chiusura, che comunque qui è messa come apertura, è relazionata solo al primo. ci siamo quasi, non abbastanza. comunque buono

Gabriella De Masi
Su Youtube"Città vuota"
Il divano del salotto
mezzo sfondato

2 eventi, manca la chiusura

Margherita Petriccione
su spotify
"Yellow submarine" -
gonfio nel vaso di vetro
il lievito madre

2 eventi, manca la chiusura

Rosa Maria Di Salvatore
Da You tube
Stranger in the night…
nell'orecchio
il ronzio di una zanzara

2 eventi, manca la chiusura

Vincenzo Adamo
Youtube music
"La cura"-
Il cane sul divano
ossobuco con piselli

anche qui, 3 eventi si gioca sul titolo, carino, ma non basta

Carmela Marino
Su YouTube
Coldplay "The church"-
la calamita di Cristo
sugli scontrini

2 eventi, manca la chiusura

Pic Mada
Apple music on
non ticchetta piu'
l'orologio

2 eventi , manca la chiusura

Maria Concetta Conti
YouTube 432 mhz
gli spari di guerra
dalla play station

2 eventi, manca la chiusura

Monica Federico
Le lunghe pause di Max Richter-
il doppio bip delle mails
in controtempo

ci siamo ! musica e bip, il controtempo che li unisce. toglierei quel 'lunghe', per un ritmo migliore.

Nazarena Rampini
Il mio tablet -
attraverso la musica
ad occhi chiusi

ci siamo quasi, ma non abbastanza. eventi: la presenza del tablet e la musica, la chiusura è autoreferenziale

Paola Trevisson
Youtube tra le app -
le sue note dovunque
persino nel frigo

molto bene ! musica e frigo, mentre l'invasione unisce i due eventi.
qualcosa da migliorare c'è, ma al momento non è questo l'obiettivo.

antropomorfismi, natura, zen e haiku: facciamo chiarezza

Un antropomorfismo è l’attribuzione di una caratteristica, qualità o azione tipicamente umana a cose o fenomeni, che umani non sono.

ES. il mare grosso si mangia la spiaggia

Chiunque scriva haiku, prima o poi, viene inevitabilmente a contatto con il problema, o meglio la scelta compositiva, di antropomorfizzare o meno un suo verso o composizione, tipicamente allo scopo di ottenere un maggiore lirismo, ovvero suggestionare meglio i propri lettori.

Premetto subito che io non sono del tutto sfavorevole all’introduzione di un antropomorfismo in un haiku, ma in generale, non lo raccomando, per le ragioni che ora cercherò di spiegare.

La prima ragione, la più importante, è che se si considera la poesia haiku come pratica zen, allora bisogna tener presente che lo zen non vede di buon occhio le forzature, già perchè un antropomorfismo è sempre una forzatura, a volte piccola, a volte grande, ma lo è sempre.

Quando io guardo attentamente
Vedo il nazuna in fiore
Presso la siepe!
(M.Basho)

A supporto da quanto da me appena sostenuto, fornirò ora dei commenti del maestro zen Suzuki su questa poesia.

Quello che descrive questa poesia è un semplice fatto , espresso senza alcun tocco poetico.

L’approccio zen di Basho è quello di penetrare direttamente l’oggetto … perchè conoscere il fiore, per lo zen, è diventare fiore

Basho non tocca il nazuna, si limita a guardarlo, sente qualcosa nell’animo, ma non la esprime, lascia che sia il punto esclamativo a parlare per lui.

L’emozione che prova è forte e profonda e non ha alcun desiderio di concettualizzarla, mentre lui rimane completamente inattivo.

Basho non è per nulla curioso , ma avverte nel nazuna tutto il mistero dell’esistenza della natura.

Volendo riassumere, tutto questo in una sola parola, possiamo dire che l’approccio zen per un haiku, con soggetto la natura , deve essere “neutro”.

Il rapporto tra il poeta e la natura deve essere a somma zero, perchè, umanizzare qualcosa, che non è umano, significa spostare il baricentro verso noi stessi, ovvero ribadire la nostra supremazia.

In altre parole, se io per comprendere il fiore devo diventare fiore, allora non devo in alcun modo prevaricarlo, ma devo trascendere me stesso, immergendomi nel fiore ed annullandomi in lui.

Annullarsi però non significa che devo azzerare la mia identità, o fondermi in qualcosa di mistico, ma solo come mente, quella mente piena che mi percepisce separato da lui.

Per lo zen, un haiku è soprattutto un esperienza di un kensho , un momento in cui, grazie al vuoto mentale, la percezione della realtà con cui vengo a contatto, si espande, facendo cadere quella barriera inconscia, che mi impedisce di comprendere che io, come il fiore, facciamo parte della stessa entità, quella che i taoisti chiamano Tao.

Nel kensho zen taoista, allora io ed il fiore siamo nel Tao, ovvero, come spesso si dice, siamo uno, ma restiamo, al tempo stesso, due manifestazioni distinte, come e tra altre sue infinite manifestazioni.

Chiaramente in tutto questo contesto, l’introduzione di un antropomorfismo finisce per cozzare con l’esperienza e i requisiti di un vero kensho.

La seconda ragione per cui io evito di comporre versi antropomorfi è proprio legata alla poetica di Basho, ovvero alle basi del mio riferimento compositivo, che in questo caso è lo Zoka di Basho.

Una volta ho sentito un prete definire una scala della supremazie del creato, ovvero: innanzitutto Dio, poi l’uomo, poi il regno animale, poi quello vegetale ed infine quello minerale.

Secondo quest’ottica è chiaro che umanizzare gli elementi che nella natura stanno ai livelli più bassi, li promuove perchè li eleviamo verso Dio.

Non avendo però alcuna conoscenza diretta di Dio, ecco che l’uomo diventa il livello, questa volta conosciuto, a Lui più vicino.

Umanizzare, ovvero avvicinare tutto ciò che Dio ha creato all’uomo, significa allora credere alla scala della supremazia, come sostiene anche il teologo Kierkegaard .

Ci si pronuncia così tanto contro gli antropomorfismi e non si ricorda che la nascita di Cristo è il più grande e il più ricco di significato. (Søren Kierkegaard)

Sfortunatamente, la poetica di Basho è incompatibile con la scala delle supremazie, in quanto Zoka , per Basho ha una connotazione prettamente Taoista, che non prevede nessuna egemonia nell’universo, ma solo un grande Tao che è motore delle sue infinite manifestazioni.

Ovviamente qui si apre una dicotomia per tutti coloro che pur aderendo alla poetica di Basho, poi aderiscono alla scala delle supremazie, ovvero antropomorfizzano i loro versi.

La terza e ultima ragione, ma del tutto mia personale, riguarda l’estetica di un haiku.

Io credo che umanizzare sia un modo molto grossolano, Basho direbbe volgare, di coinvolgere il lettore.

Quindi se ricercate il lirismo, scrivete poesie non haiku.

Detto tutto questo, lasciatemi anche precisare che comunque ci sono almeno due livelli di accettabilità.

Il primo livello è quello per me INACCETTABILE, ovvero quando la forzatura è chiaramente ricercata.

Es. urla la campagna ; piangono le nuvole ; sorride il sole , etc.

Il secondo livello è quello +ACCETTABILE, ma sempre sconsigliato, ovvero quando l’antropomorfismo è usato e fa parte della lingua di riferimento.

Es. il sussurro del torrente; il brontolio della pancia; il borbottio della moka

Ovvero quando c’è un minimo di riscontro tra l’antropomorfismo e la realtà osservata, ovvero quando questo riscontro è entrato nell’uso comune perchè ha una certa assonanza oggettiva, con il comportamento umano.

Emendare: un esempio dal Lab

Dovrebbe far parte della pratica zen di scrittura haiku rivisitare le proprie opere dopo un certo periodo di tempo.

Non è obbligatorio, ma a mio avviso raccomandabile.

Staccarsi dalle proprie opere, riprendendole più avanti, permette di allentare, se non addirittura perdere quel senso d’identificazione che ogni autore sente nei confronti dei propri haiku.

L’atteggiamento più radicale e corretto, sarebbe quello di distruggerli dopo averli scritti, come fanno i monaci tibetani nei confronti dei loro mandala di sabbia, che vengono cancellati con un gesto, per rimarcarne l’impermanenza, sfortunatamente quasi sempre quel senso di protagonismo che è insito in ogni autore, spinge invece alla pubblicazione, vanificando così l’occasione d’imparare da noi stessi.

Personalmente ho sempre inteso la pubblicazione di un mio haiku come un momento di “sputtanamento” da cui non si può tornare indietro, da qui la mia riluttanza a mettere in piazza tutto quello che scrivo.

In realtà, rileggere un proprio haiku può diventare un momento di meditazione, anche se dipende tutto dallo scopo con cui lo si fa: posso scegliere se perfezionare le parole o me stesso e non è la stessa cosa.

Così come, non è la stessa cosa emendare un proprio haiku o quello scritto da altri, può servire come esercizio tecnico ma non come atto meditativo.

Sfortunatamente la meditazione non si può insegnare , quindi vediamo almeno come si possono perfezionare le parole, prendendo come esempio un haiku di Gabriella De Masi preso dal Lab.

Non spiegherò le ragioni che hanno portato alle varie versioni, si possono intuire. Dico soltanto che è un buon esempio, a cui hanno contribuito Angiola Inglese, Margherita Petriccione, oltre ovviamente l’autrice stessa ed il sottoscritto.

Bucato steso
Lo schiocco d’un lenzuolo
in lotta col vento

Seconda versione

Bucato
Lo schiocco d’un lenzuolo
in balìa del vento

Terza versione

Accenni di flamenco
Lo schiocco d’un lenzuolo
in balìa del vento

Quarta versione

Accenni di flamenco
Lo schiocco d’un lenzuolo
Si perde nel vento

Ultima versione

Cenni di flamenco
Lo schiocco d’un lenzuolo
Perso nel vento

Zen haiku è pratica

Slug trailLa pioggia di ieri sera ha scatenato le lumache che se ne stavano in giardino.
Una, forse la più intraprendente, salendo i gradini è strisciata fin sulla porta della mia cucina.
Io ora non la vedo, io adesso non so dove sia, ma attraverso questa sua assenza, io ritrovo la mia presenza.

Assenza e zen –
La scia di una lumaca
sullo zerbino

(Elio Gottardi)