Archivi tag: taoismo

E Basho disse: Imparate ad essere pino daL pino

Ziqi sedeva vacuo e distaccato, respirando e fissando il cielo. Yancheng, allora gli chiese : “cosa fai ? credi davvero di riuscire a diventare come un albero avvizzito, mentre la tua mente è cenere morta? non sei sempre lo stesso uomo di prima!” Ziqi rispose: “fai bene a chiedermelo, Yancheng. Proprio ora ho perso me stesso. Capisci?” (Cap. 2 dello Zhuangzi )

Questo passo è spesso citato dai poeti delle scuole di haikai. Secondo Lin Xiyi , commentatore dell’epoca Song, Ziqi è un saggio Taoista perchè ha eliminato la sua soggettività (oggi diremmo il proprio ego), diventando uno con l’universo. In questo stato mentale , “l’uomo vacuo che siede fissando il cielo non è lo stesso di quando non è vacuo.”

E Basho disse : “Imparate ad essere pino dai pini ed imparate ad essere bambù dai bambù.”

Come Ziqi , il Maestro invita ad eradicare la soggettività (ego) dalla poesia. Un poeta non imparerà mai nulla dal proprio sè soggettivo, anche se farà di tutto per imparare. Imparare significa dimenticare il proprio sè, unendosi all’oggetto, comprendere i suoi dettagli, entrando in esso e lasciando infine che ciò che viene vissuto diventi poesia. Ad esempio, quando si rappresenta la forma , ma non si riesce anche ad esprimere l’essenza di un oggetto, allora c’è separazione e la poesia non risulterà genuina, ovvero sarà priva di makoto.

L’unificazione dell’oggetto con il soggetto, l’identificazione del poeta con la realtà vissuta e l’eliminazione della visione soggettiva (ego) , sono le basi filosofiche taoiste dello Zhuangzi, da cui emerge il principio per il quale ‘tutte le cose sono uguali, ovvero non c’è superiorità o inferiorità di qualcosa rispetto a qualcos’altro. Da qui , la pratica “del digiuno della mente” e “del vuoto , per raggiungere la piena comprensione.”

Altro concetto importante dello Zhuangzi è la “trasformazione con le cose” (wuhua) . L’unità del sé con il cosmo è un aspetto fondamentale dello Zhuangzi ed un modo per raggiungere questa unità, secondo lo Zhuangzi, è di dimenticare il sé ed entrare nel corso della natura, o, in termini taoisti, nel corso del Cielo e della terra. Lo Zhuangzi dice: “dimenticare le cose ed il paradiso si chiama disimparare il proprio sé, ovvero chi dimentica il proprio sè, proprio perchè dimentica, entra in Paradiso. ” Ovviamente, l’espressione “ entrare in Paradiso ”significa raggiungere il Tao e, poiché il Tao si manifesta nella natura di ogni essere, raggiungere il Tao significa unirsi alle cose. “Ranxiang praticò il vuoto e lo seguì fino a completarsi. Unendosi alle cose, lui non conobbe fine, né inizio, né l’anno, né la stagione. E poiché cambiava di giorno in giorno con le cose, era tutt’uno con l’uomo che non cambia mai, quindi perché mai avrebbe dovuto smettere di farlo? ”. Così, unendosi ai cambiamenti di tutte le cose, Ranxiang divenne immortale e senza limiti, perchè svuotare la propria mente, entrando in armonia con le cose porta alla perfezione.

In conclusione, come si può facilmente evincere, lo Zhuangzi ha fornito un contribuito fondamentale nel formare la poetica di Basho, che ha così potuto teorizzare la contemplazione intuitiva della natura, come strumento imprescindibile nella percezione artistica.

sono senza essere
come un verde bambù
piegato dal vento (EG)

Pasquetta taoista

Ho cercato una linea retta di fattura non umana, per tutto il mio giardino, ma non c’è !

Nel tempo e nello spazio, il Tao non predilige nessuna direzione, come le menti libere.

Pasquetta
tutto è storto in giardino
perfino il bambù (EG)

La nostra intera civiltà si basa sulla linea retta. La linea retta è arrivata all’umanità con il mattone, con una costruzione modulare. (Hundertwasser )

Maria Malferrari: “il mio haiku capolavoro”

Puntate precedenti:

Breve premessa. Alcune considerazioni e approfondimenti sono già stati affrontati nelle puntate precedenti, quindi chi vuole avere un quadro più puntuale dei temi trattati è invitato a leggere , in sequenza, i lavori cominciando  da Monica Federico.

Questo lo haiku presentato da Maria:

Nespole acerbe
Un filo di luna
tra i capelli

Ritengo che l’essenza di questo mio Haiku sia l’unità dei fenomeni.
La dimensione umana è vista in unità con la dimensione cosmica.
Il mio primo capello bianco ha lo stesso riflesso dell’ultimo quarto di luna, mentre, in contrapposizione, il nespolo del mio giardino offre frutti ancora acerbi.
Un sentimento Sabi nella bellezza malinconica di ciò che è soggetto allo scorrere del tempo.
Un sentimento Yugen nella sottile evocazione del Tao e del suo modo di procedere.
Lungi dal ritenerlo un capolavoro, posso dire soltanto che ho vissuto intensamente questo momento Haiku, mettendomi in relazione profonda con la realtà. (Maria Malferrari)

Commento di EG:

C’è un’evidente dicotomia tra lo haiku di Maria e il suo commento, Maria usa termini come unità dei fenomeni, dimensione cosmica, Tao e il suo modo di procedere, relazione profonda con la realtà.

Se è vero che nel testo s’intravede la relazione con la realtà, anche se non so dire quanto profonda, per i motivi che spiegherò in seguito,  rimangono tuttavia inespressi gli altri ideali indicati.

Questi ideali, infatti, chiamiamoli “olistici” in realtà non emergono nel testo , quindi , fino a prova contraria, sono rimasti nella mente di Maria.

Ho già trattato qui quello, che secondo me , dovrebbe essere il giusto atteggiamento di chi vuole scrivere un haiku e in queste indicazioni, il Tao, il cosmo o l’unità dei fenomeni non ci sono.

Il motivo è che gli ideali “olistici” non sono ideali compositivi, ma piuttosto elementi metafisici che afferiscono alla sfera personale.

Se segui il Tao allora sei taoista e modelli la tua vita su una sola prospettiva: la ricerca dell’armonia.

Il taoismo, come possibili altre metafisiche, può indurre una poetica, che è esattamente quello che successe a Basho quando incontrò il taoismo di Zhuāngzǐ (su cui scriverò un prossimo articolo) e da cui derivò prima zoka, poi il makoto ed infine il karumi.

Ma la poetica di Basho, che è una derivazione basata dal taoismo, non è taoismo puro.

Se il furyu di Basho si basa quindi sul Tao, allora per la legge transitiva, anche la poetica del nostro Lab si basa sul Tao. Ora, se il Tao è la causa e la poetica è il suo effetto, allora questa relazione di causalità deve essere ben chiara a chiunque faccia parte del Lab.

Il faro del poeta del Lab deve restare unicamente la poetica e quindi deve muoversi nell’ambito di questo insieme di ideali, anche se sono stati generati dal Tao.

Non bisogna confondere il Tao con la poetica da lui generata, ma restare costantemente nella sola poetica.

L’adesione alla poetica determina il poeta, mentre l’adesione al Tao determina chi sei, ma questa è una scelta personale, è l’adesione ad un modello metafisico, che va ben aldilà dello scrivere haiku, perchè diventa una scelta di vita.

Aderire al furyu di Basho , non significa necessariamente aderire al Tao, ma se non siete praticanti Taoisti, lasciatelo perdere, o meglio, non occupatevene proprio. (EG)

Io quando parlo di Tao, ne parlo perchè ho aderito sia alla poetica di Basho che al Tao, quindi ne parlo sia da poeta che da taoista-razionalista, ossia sempre e solo da praticante, che ne ha fatto e continua a fare esperienze dirette in entrambi gli ambiti, mentre non ne parlerei mai ne da studioso, ne tanto meno da accademico.

Io ho scelto il Tao come modello metafisico personale, a cui ho affiancato il modello razionalista del metodo scientifico e li faccio coesistere in armonia, ma questa, ripeto è una mia scelta di vita, non necessariamente la vostra.

Il pensiero occidentale, che forse si avvicina di più al Tao cinese è quello di Baruch Spinoza che diceva “Deus sive natura”, ovvero “Dio ossia la natura”, ma il Tao non è ne Dio, ne la natura.

Io , come fisico ho iniziato a riferirmi al Tao come alle leggi codificate della natura, tipicamente espresse come formule matematiche, ma poi ho capito che il Tao non è nemmeno un insieme di equazioni.

Allora cos’è il Tao, potrebbe chiedersi qualcuno ?

Qualsiasi Tao che tu possa descrivere non è l’eterno Tao,
Il Tao è senza nome ed è il principio dell’universo e quando gli viene attribuito un nome, allora si chiama Natura con tutte le sue leggi, cioè la madre di tutto ciò che esiste.
Perciò non arrovellarti sul Tao, ma accetta che sia il mistero di tutti i misteri e che l’unica tua strada percorribile sia la ricerca dell’armonia.

(mia libera interpretazione e sintesi del Cap 1 del Tao The Ching, di Lao Tzu)

Come dicevo, praticare il Tao significa, praticare l’armonia, ma non quella cosmica o universale, ma la tua, solo la tua, perchè solo la tua armonia determina il tuo equilibrio.

Il mio equilibrio poi non è il tuo, ne quello di nessun altro è solo e soltanto mio, detto questo, quando sei in armonia e in equilibrio con te stesso, allora l’armonia con tutto il resto che è fuori di te ne è la naturale conseguenza.

Con gli anni ho capito che se decidi di seguire il Tao, allora devi accettare che non ci siano regole, libri o maestri, nessun riferimento, solo la Via, intesa come pratica personale, non replicabile, ne trasferibile .

Per cui non parlate di Tao, anzi non parlatene affatto, ma eventualmente cominciate a praticarlo, in silenzio e senza proclami,
perchè altrimenti ne parlerete a vanvera e finirete nel folto gruppo dei taoisti o zenisti da tastiera.

Riassumendo: praticare il Tao significa praticare l’armonia, praticare l’armonia significa ricercare l’equilibrio taoista, che è sempre un equilibrio instabile, soggetto al ciclo dello yin e dello yang, ovvero a continue trasformazioni, quindi essere taoisti significa accettare il fatto che non esiste “quel centro di gravità permanente, tanto invocato nella canzone di Battiato, ma che sei un sistema termodinamico aperto, sempre in balia di un relativismo puro .

Chi voglia praticare l’equilibrio taoista, non può aderire a nessun dogma, ma declinare la propria ricerca sulla base della propria natura e quindi accettare e capire che anche questa è una pratica personale non mutuabile, ne trasmissibile.

I buddhisti dicono che la natura di Buddha è la stessa per tutti e che è solo da scoprire e questo è vero, ma è anche vero che se l’acqua non dipende dal contenitore, i contenitori sono tutti diversi, quindi oltre all’acqua devi saper riconoscere che tipo di contenitore sei e capire che il tuo contenitore sarà inevitabilmente diverso da tutti gli altri e che è soggetto al cambiamento, alle leggi del Tao e tutto questo introduce un ulteriore livello d’indeterminatezza, di cui tener conto.

Seguire il Tao è allora un processo non univoco, a variabili multiple aleatorie, se vogliamo usare un lessico matematico, che produce infiniti sentieri possibili, per questo significa la Via.

Un’ unica Via che genera tante vie personali ed è per questo che io non sono buddhista, perchè il buddhismo indica nell’ottuplice sentiero la via generale per raggiungere l’illuminazione.

Ma per me che non sono interessato all’illuminazione e che crede alla molteplicità delle vie praticabili , il buddhismo non rappresenta il mio ideale di progetto di vita.

Meglio, per me, il taoismo che non da regole ed indicazioni precise ma una grande libertà d’azione.

Dopo questa lunga , ma necessaria digressione, torniamo aparlare dello haiku di Maria.

Individuata la dicotomia tra testo e pensiero e lasciata immutata la scatola dei tre versi, allora la soluzione non può che andare su un h4ku.

L’aggiunta del 4 verso richiede però, a questo punto, l’inserimento di un retropensiero che dia concretezza agli ideali “olistici” indicati.

Un esempio potrebbe essere

Nespole acerbe
Un filo di luna
tra i capelli
Relazioni(connessioni) irripetibili(uniche)

Dove il 4 verso introduce l’univocità e l’unità della realtà osservata.

Personalmente , volendo modificare l’originale, sarei ritornato alla forma h3ku

Nespole acerbe
Tra i capelli la luna
Relazioni(connessioni) irripetibili(uniche)

Le ragioni riguardano: l’ uso dell’immagine “filo di luna”, suggestiva ma troppo sfruttata, inoltre la collocazione di “luna” come pivot, la eleva ad elemento centrale dello haiku, così, eliminandi “filo”, il compattamento del terzo verso diventa automatico, infine si determina uno spostamento degli elementi estetici più deciso verso l’ideale del wabi-sabi (pane secco).

Passando all’estetica, direi che non è vero che l’accenno di yugen derivi dal Tao, ma piuttosto dalla luna nei capelli, inoltre , come ho già detto nelle puntate precedenti, meglio non indicare il sabi e il wabi come elementi separati.

Rimane un accenno di mono no aware, che comunque ci può stare, se ci riferiamo al biancore della luna e dei capelli e quindi ad un senso di nostalgia.

In conclusione, lo haiku di Maria, che nel commento solleva un’ipotesi di everyware , in realtà poi non risulta completamente sviluppato nel testo; l’immagine è invece buona, anche se va ripulita per riportarla ad una maggiore sensazione di “pane secco” che il prima verso ben introduce.

ADDENDUM:

Maria ha poi inserito successivamente, questi ulteriori precisazioni:

Un sentimento Karumi nella quotidianità e leggerezza di un gesto: quello di guardarsi allo specchio.
Da un punto di vista formale non ho seguito
Il canonico sillabico del 5-7-5, ma nel Nakashichi ho ritenuto piu musicale omettere una sillaba. (Maria Malferrari)

L’indicazione sul karumi, mi conferma che Maria non abbia le idee sufficientemente chiare sul concetto di poetica e dei relativi ideali. Nel suo haiku non c’è karumi, perchè il gesto di guardarsi allo specchio non è reale, ma soltanto l’espressione di un suo sentimento.
Apprezzo invece il riferimento alla musicalità, scelta rispetto al canone, ma questo è rivolto proprio a tutti, chiamiate il secondo verso, secondo verso, considerando che esiste il corrispondente termine italiano, mentre usateli solo se non esiste una chiara corrispondenza.
I termini giapponesi vanno ELIMINATI dal lessico di un poeta italiano, ogni volta che sia possibile, per il semplice motivo che non siete giapponesi e siccome le parole formano il cervello, non createvi uno stato confusionale solo per fare bella figura ….. tanto con me non attacca, anzi …

Haibun taoista di EG

impotente
vedo il suo dolore
contorcersi

la gioventù è sofferenza
assenza di una mente limpida

Avere a che fare con gli adolescenti significa dirimere dei piccoli grandi drammi.

Io non banalizzo mai i conflitti ed il dolore dei giovani,  perchè so che quello che è banale per me, non può esserlo per loro.

La gioventù è una grande lente d’ingrandimento che deforma le dimensioni e i contorni della realtà che può essere compresa, soltanto togliendosi questi occhiali deformanti.

Purtroppo questi sono occhiali che loro non si possono togliere o mettere a piacimento e spesso qualsiasi azione esterna di spiegazione o conforto diventa inefficace, se non del tutto inutile.

In questi casi, quando si capisce che la loro mente è troppo turbata per accettare qualsiasi parola, non rimane che praticare una compassionevole e silenziosa vicinanza, basta essere presenti, aspettando che la loro acqua ritorni a scorrere limpida.

agire e non agire
dentro la saggezza del Tao
il silenzio di una stanza

Scrivere haiku è non essere ne carne, ne pesce.

La posizione religiosa di Bashō non è quella di un monaco, ma piuttosto di un tonseisha (semi-eremita), quindi in definitiva di un viandante.

Questo gli da la connotazione di non essere ne carne ne pesce, ovvero gli conferisce lo status di essere ‘senza status’, il che lo caratterizza come un’anti-struttura e ripeto ANTI-STRUTTURA !!

Nel passaggio di apertura durante la visita al Santuario di Kashima, Basho dice di sè stesso:

“Io non sono né un monaco né un uomo di mondo, io sono come un pipistrello, un incrocio tra un uccello e un topo”.

Questo tratto distintivo, questo essere come l’acqua, ovvero senza forma, è molto più vicino al taoismo che al buddhismo.

TORNARE ALLE QUALITÀ NATURALI
Il sommo bene è essere come l’acqua:
perseguire il bene senza affannarsi,
restare nel posto che tutti disdegnano.
Per questo l’acqua è quasi simile al Tao.
Quando ristagna si adatta al terreno,
nel volere s’adatta all’abisso,
nel donare s’adatta alla carità,
nel dire s’adatta alla sincerità,
nel correggere s’adatta all’ordine,
nel servire s’adatta alla capacità,
nel muoversi s’adatta alle stagioni.
E proprio perché si adatta è sempre pura.
(Tao The Ching VIII)

Secondo i principi della scuola di Basho, quindi anche i nostri, questo significa agire in modo illuminato, ovvero spontaneamente, mantenendo una mente pura, quando si scrive un haiku.

Come affrontare “l’infinito” in un haiku

C’è un concetto che corrompe e altera tutti gli altri. Non parlo del Male, che ha l’etica come suo limitato impero d’azione, ma parlo dell’Infinito. »   (Jorge Luis Borges)

Personalmente, per quanto riguarda l’utilizzo dell’infinito nella poesia haiku, io mi trovo d’accordo con Borges.

L’infinito (dal latino finitus, cioè “limitato” con prefisso negativo in-  , denotato anche dal simbolo \infty è un concetto spaziale, così come il suo omologo temporale di eternità.

Nell’antichità, con Anassagora e Democrito, questo concetto metafisico entra a far parte della realtà, prima come qualità relativa dell’essere, poi anche come superamento di un cosmo finito e circoscritto.

Oggi, solo le religioni e la matematica continuano ad interessarsi ancora all’infinito: le prime come astrazione concettuale del sovrannaturale, la seconda come astrazione per abbreviare tutto ciò che non può essere misurato, contato o rappresentato e grazie a Georg Cantor, ora sappiamo che gli infiniti matematici sono anche infiniti.

Ai fisici ed ai maestri di haiku, invece l’infinito non piace.

I primi perchè sanno che in realtà, non c’è nulla di infinito o di eterno nell’universo, nemmeno l’universo stesso, i secondi perchè hanno compreso che la poetica haiku , come dice Borges, ne sarebbe uscita corrotta.

Se proprio vogliamo collocare l’infinito da qualche parte, allora dobbiamo pensarlo come ad un processo, non a qualcosa.

Il processo di creazione e distruzione del Tao è forse infinito, ammesso e non concesso che sia vera la teoria del big bounce , altrimenti anche l’eterno Tao avrà una fine.

Nulla di fisico è infinito, ne sono infiniti i sentimenti, o  le sensazioni, quindi l’infinito è un termine cerebrale che poco ha a che fare con la poetica haiku.

La grande poesia romantica occidentale ha trattato esplicitamente l’infinito: Leopardi, Blake hanno scritto dell’infinito, mentre nessun maestro orientale, a quanto mi risulta, l’ha mai fatto.

Se proprio vogliamo mostrare l’infinito in un haiku, allora deve sempre essere espresso in forma implicita, accennata, partendo sempre da ciò che è finito, ovvero dalla realtà e mai essere presente in forma esplicita come concetto o sensazione.

Per questo la dimensione poetica della parola “infinito” non è lo haiku, ma piuttosto lo pseudohaiku: non la realtà, ma la mente.

Secondo Kuki Shūzō, in un haiku è l’allusione, quel tratto che deve far intravedere la presenza dell’infinito , non come soggetto, ma come essenza di una composizione.

Una prima possibile tecnica è quella di esaltare la suggestivà dell’immagine, come in questo haiku di Matsuo Basho:

Nara dai sette steccati
tempio dalle sette cappelle
fiori di ciliegio dagli otto steccati

Qui, il soggetto è l’antica capitale del Giappone: Nara, ma non c’è un solo verbo che descriva le sensazioni del poeta nel vedere l’antica città.

Il fluire delle emozioni è solo suggerito, nascosto dall’enumerazione degli elementi sui quali si posa il suo sguardo: il «tempio dalle sette cappelle» che allude, piuttosto che evidenziare la religiosità buddhista.
Così come il verso «fiori di ciliegio dagli otto steccati» a cui Basho fa ricorso per alludere sia alla bellezza, che alla licenziosità della corte imperiale, che in giapponese vengono costruite sia grazie all’allitterazione, che alla concordanza della grafica degli ideogrammi utilizzati.

Nello haiku giapponese, la forma crea così una catena associativa che amplifica la portata simbolica degli elementi in gioco, realizzando anche visivamente  un senso di eccedenza, che viene poi affidato alla sensibilità del lettore.

Questo haiku è un buon esempio di come sia impossibile trasporre un haiku giapponese in una qualsiasi lingua occidentale, senza perdere gran parte del suo significato.

Essere suggestivi in giapponese è quindi più facile che in italiano, con buona pace di chi rincorre improbabili relazioni tra le due forme di scrittura.

Se essere suggestivi non è una buona strategia per scrivere haiku in italiano, esistono altri modi per suggerire l’infinito.

In altri suoi haiku, Bashō allude all’infinito come rappresentazione di tre temi-chiave
del pensiero taoista: il panteismo, l’assenza di ogni giudizio e la ciclicità del tempo.

Trappola per polpi
Effimeri sogni
Sotto la luna d’estate

In questo haiku l’infinito è rappresentato dal microcosmo che lega tutti gli elementi del poema (il polpo, la trappola, che altro non è che un vaso vuoto, il sognatore e la luna).

La dimensione panteista taoista, in cui è idealmente immerso questo haiku, afferma quindi che l’identità del tutto è la stessa di tutte le cose.

Ora, siccome nell’infinito Tao tutto ha un suo posto ed una sua bellezza, allora anche la cessazione di ogni giudizio celebra l’infinito, come in quest’altro haiku di Basho :

Usignolo
Merda e torta di riso
Il bordo della veranda

Infine, altro tema ricorrente nella poesia dell’infinito giapponese è l’ideale del tempo, che si ripete:

O fiori d’arancio!
Quando? in quale campo ?
un cuculo

In quest’ultimo haiku, Bashō fa ricorso alla ciclicità del tempo come elemento per suggerire l’infinito. Nel qui e ora, Basho è assalito dal profumo dei fiori di arancio e ricorda di averlo già sentito, quindi ecco l’eterno Tao che si ripete e ripresenta ancora una volta sotto forma di un inebriante profumo.

A conclusione di questo breve excursus su come mostrare l’infinito nella poesia haiku, riporto il pensiero di Kuki, che evidenzia come sia il  liberarsi del tempo, che ci può dare nuova energia, liberandoci da tutto ciò che ci assale e che si ripresenta nel nostro qui e ora.

 Un attimo affrancato dalla sequenzialità del tempo ricrea in noi, affinché lo sentiamo, l’uomo affrancato dall’ordine del tempo. (Kuki)

Affrancarsi dal tempo è possibile, basta sedersi . (EG)

Le radici haiku in una poesia Tang e relative divagazioni personali

Non ci sono più uccelli nel cielo
L’ultima nuvola si sta scaricando lontano
Sediamo insieme, io e la montagna
Fino a che solo la montagna rimane

(Li Bai – conosciuto come Li Po in occidente)

Questa poesia attualissima e modernissima, in realtà è stata scritta da Li Po, uno dei massimi poeti cinesi dell’epoca Tang (618-907).

Questa poesia, che si potrebbe benissimo leggere come una concatenazione di due haiku, racchiude già tutti quegli elementi che porteranno M.Basho, circa mille anni dopo, alla definizione della sua poetica ed alla forma breve che oggi chiamiamo haiku.

Quasi tutti credono che le origini haiku siano giapponesi, in realtà anche la poesia breve ha radici  cinesi, come quasi tutto ciò che è giapponese e che poi i giapponesi sono dei veri maestri nel perfezionare.

Cinese è Chuang Tzu , riferimento di Li Po ed a cui anche Basho attinge a piene mani; cinese è  il principio taoista di ritornare a zoka (natura); cinesi sono le tematiche riprese da Basho; cinese è lo zen (chan in cina), da cui Basho deriva il distacco dal proprio sè (muga) e la genuinità dell’azione poetica (makoto), perfino il DNA della metrica dello haiku moderno è già presente nelle poesie cinesi, formate da versi basati sul 5-7, che nel Giappone medioevale rappresentavano la poesia colta di riferimento.

Il grande merito di M.Basho, ed in generale dei successivi maestri giapponesi, è stato quello di perfezionare, strutturare e quindi eseguire una magnifica sintesi di tutti questi elementi di origine cinese, di fatto sparsi e poco fruibili in un’unica visione, integrandoli nella tradizione giapponese del loro tempo ed elevando lo hokku  e quindi lo haiku moderno ai livelli che oggi conosciamo.

Oggettivamente però, senza i fondamentali contributi cinesi,  non ci sarebbe stato Basho e quindi la forma poetica haiku.

Non cercare di seguire i maestri, ma cerca quello che i maestri cercavano (M.Basho)

Da occidentale e da seguace di Basho, io allora non posso non tener conto di tutto questo.

Da occidentale io non posso appiattirmi alla sola rielaborazione giapponese di haiku, come unico faro di riferimento da seguire.

Da occidentale non posso pensare di fare poesia breve imitando il giappone, in quanto non ne ho, ne avrò mai gli strumenti: cultura e tradizioni.

Personalmente, più avanzo nella  Via della parola e più credo che il Lab Zen Haiku Italia abbia fatto la scelta giusta,  l’unica scelta possibile: ripartire dalla sintesi di Basho,  rinunciando alle inevitabili giapponesità che Basho si porta dietro, per la semplice ragione che noi Italiani non siamo giapponesi.

Nel Lab abbiamo introdotto elementi e concetti conformi alla cultura e tradizione occidentali, stando attenti che non si scontrassero con lo spirito originale della poesia breve, che deve rimanere, quella si, assolutamente invariata: a partire da Li Po, transitando da Basho, fino a sbarcare nell’Italia del XXI secolo.

 

 

Ridiventate bambini se volete scrivere dei buoni haiku

Il vento spazza via il sole
Il temporale ghiaccia il tempo (*)
Il buio è un velo

(A. 12 anni)

I bambini scrivono haiku migliori degli adulti, perché la loro mente non è contaminata, ovvero è genuina.
La differenza tra un adulto ed un bambino sta nella percezione della realtà, che nei bambini non è ancora deformata dall’ego.

Quando un bambino guarda un temporale, vede il temporale.

Quando un adulto guarda un temporale, vede sè stesso che guarda il temporale e quindi abbellisce il temporale, per abbellire il suo sè.

Con la strutturazione dell’ego gli adulti perdono la capacità di vedere, di essere genuini, in favore della capacità del vedersi.
Haiku è stare semplicemente nel mondo, non distinguersi, per meglio apparire nel mondo.
Basho chiamava “muga” questa semplice verità, derivandola da Chuang Tzu, dal taoismo cinese.
Solo attraverso lo zazen (la meditazione )  un adulto può risvegliare il suo “muga” originario, quel poeta bambino che dorme in ognuno di noi.

Meno selfie e più freschezza, mi verrebbe da dire, ma temo che sarebbe come gridare nel deserto.

Nota (*):  avendo un dubbio, ho chiesto ad A. cosa intendesse per tempo, per lei è proprio il “tempo inteso da Kant”, non quello metereologico. Tra qualche anno Le spiegherò perchè sul tempo Kant si sbagliava.