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Tra Le radici di Basho: T’ao Ch’ien

Bevendo vino.
Ho costruito la mia capanna in mezzo alla folla degli uomini,
ma non c’è nessun frastuono, ne di carrozze, ne di cavalli.
Mi chiedi come può essere?
Quando il cuore è puro, allora la terra si distacca.
Cogliendo i crisantemi dalla siepe orientale, vedo lontano, le colline del sud;
l’aria delle colline al tramonto è tersa;
gli uccelli volano in compagnia, tornando ai loro nidi,
e in tutto questo io trovo il vero sapore,
ma più comprendo e meno parole trovo. (T’ao Ch’ien)

T’ao Ch’ien (365-427) fù uno dei principali poeti cinesi nello stile shi delle cinque parole (qui una sua biografia, con ulteriori info – in inglese).

In questa sua poesia , sono evidenti i semi che fioriranno, milleduecento anni dopo, nella poetica di Basho : la genuinità (makoto), l’impermanenza (mujio) , l’unità con la natura (zoka), il distacco (muga).

Perfino la poesia usata come koan è presente.

oltre la forma
1200 anni dopo
lo stesso zen (EG)

L’essenza del fûryû in 7 passi

Mentre scrivevo il secondo articolo sulla via di mezzo, ovvero la via di mezzo della poetica haiku, mi sono reso conto che dovevo introdurre il concetto di furyu, non tanto dal punto di vista degli elementi ed ideali che lo compongono, quanto per trasmettere la sua essenza.

Nell’ Oku no hosomichi di Basho troviamo il seguente haiku

L'inizio del furyu!
La canzone della semina del riso
Nel remoto nord

The beginning of fûryû!
the rice-planting song
in the remote north.

fûryû no/hajime ya/oku no taueuta

Ovvero, per chi è non abituato a leggere le sottigliezze di Basho:

Quando inizia in furyu ?
Quando la canzone dello zen, origine dell’esistenza, comincia a germogliare nella mente. (EG)

Kuki Shuzo , nel suo breve saggio Furyu ni kan-suru ikko satsu, si è interrogato sul senso profondo dello haiku.
Ciò che in un haiku deve emergere, dice Kuki, è l’allontanarsi dalla mondanità, guardando al mondo con occhi nuovi, come se fossimo uno specchio terso, atteggiamento questo che affonda le sue radici nel buddhismo chan e quindi zen.
Per Kuki la poetica di Basho “è quella che meglio s’ispira al furyu”; termine antico di origine cinese, composto da due caratteri letteralmente “vento” e “scorrere”.

Kuki interpreta lo spirito poetico in questo modo:

«Furyu è qualcosa che si oppone al mondano e deve scaturire dall’allontanamento della quotidianità sociale. Furyu è prima di tutto distacco.»

C’è del vero in questo, ma va spiegato meglio, perchè messa così questa affermazione causa facili fraintendimenti

Vediamo allora quale sia il percorso per comprendere il senso della frase di Kuki, quindi l’essenza del furyu e cominciare a scorrere nel vento.

  1. il primo passo è il controllo della mente, ovvero la pratica del vuoto mentale, raggiungibile tramite la meditazione formale e non formale.
    La meditazione formale si chiama zazen, quella informale è banalmente quello che fai.
    Sì perchè alla fine tutto quello che fai può essere meditazione, se lo fai con il giusto atteggiamento, pelare le patate, pulire un cesso, leggere un libro o guardare un film è meditare. Questo è lo step più fondamentale e meno spiegabile a parole, ma da qui parte tutto, in quanto tutto quello che segue dopo non sono altro che diversi stadi di comprensione, cioè sono solo effetti della pratica del vuoto, che rimane il motore di tutto.
  2. La pratica costante del vuoto mentale, ovvero l’allenamento costante dell’osservazione della mente, porta alla comprensione dell’impermanenza, ovvero alla comprensione di come non ci sia nulla di stabile, sia nella mente che in tutto l’universo (qui conoscere un po’ di fisica è auspicabile, perchè se conosci i principi della termodinamica, della relatività e un po’ di meccanica quantistica, allora risulta tutto più facile); senza questa comprensione si vive nel mondo che il Budda chiama illusorio e che è la causa principale delle tante sofferenze psichiche.
  3. la comprensione dell’impermanenza porta alla comprensione del vivere “qui e ora”, ovvero di come l’unica esistenza possibile si basi esclusivamente sul presente e di come passato e futuro appartengano al mondo illusorio.
  4. il “vivere qui e ora” porta alla comprensione dell’attaccamento, ovvero come sia imperativo, smettere di pensare che sia possibile possedere cose o peggio ancora, persone, quindi come, se vuoi vivere nel presente, si debba giungere al distacco emotivo, il che non significa che non si devono provare emozioni o sentimenti, ma prendere coscienza della loro impermanenza e quindi lasciarli andare quando capitano … così s’impara a non soffrire troppo a lungo, ovvero: la sofferenza viene, la osservi e poi la lasci andare, senza trattenerla. Il distacco emotivo è quello di Kuki e di Basho, che da bravi giapponesi lo equiparano all’allontanamento dalla mondanità. In realtà, non è necessario fare gli eremiti, per raggiungere il distacco mentale, anche se certamente questa cosa aiuta e non poco.
  5. la comprensione del distacco porta alla compassione, ovvero alla comprensione degli altri, ovvero delle loro realtà mentali , diverse dalla nostra, il che non vuol dire che capisci o ti metti ad amare il genere umano, come ti chiedono di fare i cattolici, ma che accetti gli altri per quello che sono, senza pretendere di cambiarli; il che non vuol dire essere buonisti a tutti i costi ed accettare qualsiasi cazzata facciano, perchè in realtà equivale a dire: “io accetto te, ma non le tue cazzate” … sottigliezza che purtroppo non è quasi mai compresa, in quanto la gente si identifica con quello che fa, quindi non capisce che, per esempio, quando io li mando aff. per qualcosa che dicono o fanno, non mando mai aff. loro, ma le loro cazzate… ma capisco anche le loro reazioni, perchè non è facile pensare che la fanculizzazione sia un gesto compassionevole e non di rifiuto; però io ho imparato a distinguere sempre tra mente e pensiero, quindi io separo la causa dall’effetto, distinguo ciò che esiste (la mente), da ciò che è impermanente (il pensiero), quindi ormai mi è naturale accettare la prima (la mente) e rifiutare il secondo (il pensiero) senza contraddizioni; io di solito, cerco di spiegare, ma il fancullizzato tipicamente si offende lo stesso, ma se non capisce, ed è la regola, allora quello diventa un problema suo e non più mio, perchè io sono consapevole di quali fossero le mie vere intenzioni ( qui la cosa è molto zen, ma meglio di così non riesco a spiegarla).
  6. la comprensione invece di tutto ciò che non è mentale, ovvero non è originato dalla mente, ovvero è fisico, si ottiene tramite la scienza, ovvero dell’unico metodo oggettivo d’indagine della realtà non mentale.
  7. tutto quanto detto fin qui, porta all’atteggiamento del wu wei taoista, ovvero dell’accettazione della natura come unico motore universale (Tao) e della consapevolezza delle proprie azioni e non azioni, ovvero di come e quando si debba interferire, o meglio non interferire, con i processi naturali (Tao).

Arrivare al punto 7 significa arrivare a a comprendere zoka, il makoto e il mujo di Basho ovvero si comprende l’essenza del furyu.

« quando il vento scorre al’interno del poeta ed lui si affida al vento che soffia nel cielo più alto, allora si è davanti ad un vero uomo nobile, colui che comprende il fūryū».
(dall’Akazōshi)

無常 Mujô, wúcháng, l’impermanenza di M.Basho con farciture di EG.

Premessa

Quando si tratta di haiku, io normalmente mi tengo abbastanza lontano dalle supercazzole, perchè fare accademia genera cultura, ma non artisti.

L’arte deve far retrocedere, deve far regredire un uomo fino al solo sè stesso, fino alla completa solitudine; per questo l’arte è il contrario della cultura. La cultura fa avanzare l’uomo, ma in questo progredire la cultura lo allontana dalla sua essenza, mentre l’arte prende l’uomo e lo riconduce alla sua nudità. (Ramón Gaya)

qualche volta però le supercazzole servono: quando si vuole indagare, allo scopo di capire dove si è ed in questo, quanto il Prof. David Landis Barnhill ha scritto sul tema dell’impermanenza di Basho, mi ha dato una mano.

Impermanenza

Non si comprende l’impermanenza se non si comprende il tempo.
Impermanenza, in idiogrammi 無常 , significa non essere costante, quindi dipendere dal tempo.
Per Richard Feynman (fisico) il tempo è ciò che accade quando non accade nient’altro, mentre per Julian Barbour (altro fisico) il tempo non è altro che cambiamento.
Io la penso come Barbour, perchè se non accadesse niente, se tutto restasse immutato, anche il tempo si fermerebbe, quindi ciò che percepiamo di quanto accade attorno a noi è il cambiamento, non il tempo, che, di fatto, in sè non esiste.

Ma come la pensava M.Basho?

Bashō interpreta il mondo come fatto da piccole trasformazioni, quindi anche lui la pensava come Barbour, anche se a volte viene assalito dallo stesso dubbio dei fisici, ovvero dalla consapevolezza che il tempo, il cambiamento, l’impermanenza sono delle brutte bestie, capaci di mettere in soggezione chiunque.

“le montagne si sgretolano, i fiumi cambiano il loro corso, le strade si trasformano, le pietre sono sepolte dalla terra, gli alberi invecchiano e vengono sostituiti da nuovi alberelli, il tempo passa e il mondo cambia, e le tracce del passato sono instabili”. (The Narrow Road to the Deep North)

Questo modo di vedere il mondo è tipico del buddismo, del taoismo e dello zen, ma anche della termodinamica, che guarda al mondo come fatto di cambiamenti in termini di temperatura ed energia.
Ma mentre la termodinamica si limita a tutto ciò che è fisico, buddismo, taoismo e zen ampliano il concetto, includendo anche la mente.

Il maestro alzò il suo bastone e disse:
“Se lo chiamerai bastone io ti picchierò.
Se non lo chiamerai bastone io ti picchierò.
Se non lo chiami ti picchierò ugualmente.” (koan zen)

Come si vede, l’impermanenza, in senso etimologico, nel suo saper cogliere il labile confine tra realtà ed illusione, rimane una brutta bestia per tutti e per me è confortante trovarmi in così buona compagnia.

Ma per Bashō non c’è solo l’impermanenza come cambiamento, c’è anche l’impermanenza shôja-hissui: quella del “tutto ciò che ha un inizio, ha una fine”.

In un suo diario, Bashō giunto sulla tomba di Lady Kogo, descrive così la sua esperienza:

Ha vissuto tra broccati e sete, ma alla fine si è trasformata in polvere in questo sottobosco ….
Miserabile il destino degli esseri umani – germogli di bambù

Va detto che Lady Kogo era stata una cortigiana bellissima ed una musicista di rara bravura, quindi Basho, sulla sua tomba, coglie l’impermanenza mondana nella sua totalità: quella della bellezza, dei valori sociali, dei beni materiali, perchè tutto ciò che è mondano, alla fine finisce e svanisce, decomponendosi miseramente.

E anche qui devo dire che mi ritrovo allineato a questo pensiero, che è anche quello di Fromm.

Sembra che l’avere (il possedere) costituisca la base della nostra esistenza, nel senso che, per vivere, dobbiamo necessariamente avere cose ed oggetti. Inoltre, dobbiamo averli per poterne poi godere. In una cultura, come la nostra, dove la meta suprema è l’avere – anzi l’avere sempre di più -, come può esserci un’alternativa tra avere ed essere?
Ormai, l’essenza dell’essere è l’avere, per questo il pensiero comune si basa sul fatto che chi non ha nulla, non sia nulla. (E.Fromm)

I buddisti dicono che sia l’attaccamento a nasconderci la comprensione dell’impermanenza, io ho sempre pensato che sia piuttosto l’avidità, perchè un pizzico di attaccamento ci rende più umani, definendo la nostra scala di valori, mentre è l’avidità che ci trasforma in vampiri.

L’avidità: uno dei cancri della mente umana e non parlo solo dei soliti: soldi, successo o potere, ma anche di quelli, che per esempio non rispettano una fila, perchè avidi del loro tempo, o di quelli che si bevono qualsiasi fake news perchè avidi delle loro stupidità.

L’impermanenza di Basho: come cambiamento, come inizio e fine, ma anche come imprevedibilità della morte.

In visita al villaggio di Sarashina, Basho si spaventa mentre cavalca su un lungo e stretto sentiero a picco sul mare.
Allora scende da cavallo, lasciando che un servitore prenda il suo posto.

Spesso ho pensato che sarebbe caduto; ero terrorizzato mentre lo guardavo da dietro. Osservando gli esseri senzienti di questo fugace mondo, il Buddha deve provare la stessa emozione.
Riflettendo sulla rapidità incessante del cambiamento, diventa chiaro il verso: “Il gorgo di Awa è privo di vento e di onde”

Per comprendere questa citazione di Basho, è bene sapere che si sta riferendo ad una poesia buddista che indica come la vita sia turbolenta e quindi come noi tutti siamo come il suo servo, precariamente a cavallo, sul bordo della morte .

Il pensiero della morte è come i peli nel naso, che crescono con l’avanzare dell’età.
Accettare l’idea della propria morte come un evento naturale genera un mix di emozioni contrastanti: da una parte c’è l’atavico istinto di sopravvivere a qualsiasi costo, dall’altro c’è la curiosità di un’esperienza che si sa già che non si potrà ripetere una seconda volta, tutto il resto si può solo immaginare.

ossa sbiancate nella mia mente
il vento penetra il mio corpo fino al cuore (Basho)

C’è da dire che Basho, coerentemente con queste sue convinzioni, ha poi modellato gran parte della sua vita sull’ideale yugyô hijiri di sutemi mujô (abbandonarsi all’impermanenza), il che me lo ha sempre reso ancor più simpatico, perchè testimoniare la lontananza dall’ipocrisia è una delle poche cose che apprezzo in un essere umano.

La sua ascesi, attraverso la metafora del viaggio e l’abbandonarsi alla natura, come pratica per raggiungere il distacco dal mondo, rimane a tuttoggi un modello da seguire.

Per Bashō, tuttavia, mujô non implica soltanto l’inevitabile o imminente svanire delle cose, ma significa anche continuità e rigenerazione.
Visitando utamakura testimonia le tracce (ato) del passato e “vede nei cuori degli antichi”, come dice in The Narrow Road to the Deep North.
In questo modo il passato sopravvive ai secoli e si rigenera alla coscienza attraverso i suoi viaggi e diari.
Bashō non solo sperimenta la continuità proprio grazie all’impermanenza, ma anche la continuità dell’impermanenza: il flusso incessante del vivere, morire e di nuovo vivere.

The Narrow Road to the Deep North si apre con questo tipo di mujô.

I mesi e i giorni sono i viandanti di cento generazioni, come gli anni che passano. Per coloro che trascinano la vita come su una barca, come per coloro che passano la propria esistenza come se trascinassero un cavallo per le briglie, per tutti questi, ogni giorno è un viaggio e il viaggio stesso è casa.
Come gli antichi, che morirono durante il viaggio, così anch’io – per anni – sono stato attirato da un soffio di vento, senza riuscire a fermare i miei pensieri su questo girovagare.

E’ la morte che è seguita dalla vita, così come la vita segue la morte.

Qui il cambiamento non è un fenomeno ciclico come il susseguirsi delle stagioni, né ha a che fare con il karma delle rinascite.
Qui i giorni, i mesi e gli anni suggeriscono che ciò che passa non tornerà più: un anno andato è passato per sempre e l’entropia dell’universo è inevitabilmente aumentata.

Come gli antichi, che sono venuti e poi andati, attraversando la loro vita come un viaggio, per essere poi seguiti da nuovi poeti e praticanti, così Bashō viaggia, sapendo che anche lui morirà – ma che, dopo di lui, altri verranno.
L’equilibrio tra questo acuto senso della morte e la consapevolezza della continuità storica conferiscono a questo brano un tono pronunciato di solenne celebrazione.

Per Bashō, il mujô è il fulcro centrale e la lente attraverso la quale guardare al mondo.
Questa visione è “comprensione profonda della natura stessa della realtà”, usata come cornice di percezione, come uno strumento attraverso il quale l’esperienza viene interpretata.
Per Bashō, il mujô modella la vita, affermando come questa non possa che essere vissuta che per momenti, per momenti haiku.

La consistenza di un respiro
il mio corpo e il sole
la mia ombra
tutte effimere circostanze (EG)