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Poeti social e il fango di Chuang Tzu.

 Piuttosto che il prestigio del re di Chou, preferisco trascinare la mia coda nel fango. (Chuang Tzu)

 

La pratica zen della poesia haiku è molto simile al trascinarsi nel fango, mentre il prestigio del re di Chou, oggi dimora nei social network.

il prestigio sociale
il tempio del re di Chou
una coda si trascina nel fango      (EG)

 

 

 

Le radici haiku in una poesia Tang e relative divagazioni personali

Non ci sono più uccelli nel cielo
L’ultima nuvola si sta scaricando lontano
Sediamo insieme, io e la montagna
Fino a che solo la montagna rimane

(Li Bai – conosciuto come Li Po in occidente)

Questa poesia attualissima e modernissima, in realtà è stata scritta da Li Po, uno dei massimi poeti cinesi dell’epoca Tang (618-907).

Questa poesia, che si potrebbe benissimo leggere come una concatenazione di due haiku, racchiude già tutti quegli elementi che porteranno M.Basho, circa mille anni dopo, alla definizione della sua poetica ed alla forma breve che oggi chiamiamo haiku.

Quasi tutti credono che le origini haiku siano giapponesi, in realtà anche la poesia breve ha radici  cinesi, come quasi tutto ciò che è giapponese e che poi i giapponesi sono dei veri maestri nel perfezionare.

Cinese è Chuang Tzu , riferimento di Li Po ed a cui anche Basho attinge a piene mani; cinese è  il principio taoista di ritornare a zoka (natura); cinesi sono le tematiche riprese da Basho; cinese è lo zen (chan in cina), da cui Basho deriva il distacco dal proprio sè (muga) e la genuinità dell’azione poetica (makoto), perfino il DNA della metrica dello haiku moderno è già presente nelle poesie cinesi, formate da versi basati sul 5-7, che nel Giappone medioevale rappresentavano la poesia colta di riferimento.

Il grande merito di M.Basho, ed in generale dei successivi maestri giapponesi, è stato quello di perfezionare, strutturare e quindi eseguire una magnifica sintesi di tutti questi elementi di origine cinese, di fatto sparsi e poco fruibili in un’unica visione, integrandoli nella tradizione giapponese del loro tempo ed elevando lo hokku  e quindi lo haiku moderno ai livelli che oggi conosciamo.

Oggettivamente però, senza i fondamentali contributi cinesi,  non ci sarebbe stato Basho e quindi la forma poetica haiku.

Non cercare di seguire i maestri, ma cerca quello che i maestri cercavano (M.Basho)

Da occidentale e da seguace di Basho, io allora non posso non tener conto di tutto questo.

Da occidentale io non posso appiattirmi alla sola rielaborazione giapponese di haiku, come unico faro di riferimento da seguire.

Da occidentale non posso pensare di fare poesia breve imitando il giappone, in quanto non ne ho, ne avrò mai gli strumenti: cultura e tradizioni.

Personalmente, più avanzo nella  Via della parola e più credo che il Lab Zen Haiku Italia abbia fatto la scelta giusta,  l’unica scelta possibile: ripartire dalla sintesi di Basho,  rinunciando alle inevitabili giapponesità che Basho si porta dietro, per la semplice ragione che noi Italiani non siamo giapponesi.

Nel Lab abbiamo introdotto elementi e concetti conformi alla cultura e tradizione occidentali, stando attenti che non si scontrassero con lo spirito originale della poesia breve, che deve rimanere, quella si, assolutamente invariata: a partire da Li Po, transitando da Basho, fino a sbarcare nell’Italia del XXI secolo.

 

 

Ridiventate bambini se volete scrivere dei buoni haiku

Il vento spazza via il sole
Il temporale ghiaccia il tempo (*)
Il buio è un velo

(A. 12 anni)

I bambini scrivono haiku migliori degli adulti, perché la loro mente non è contaminata, ovvero è genuina.
La differenza tra un adulto ed un bambino sta nella percezione della realtà, che nei bambini non è ancora deformata dall’ego.

Quando un bambino guarda un temporale, vede il temporale.

Quando un adulto guarda un temporale, vede sè stesso che guarda il temporale e quindi abbellisce il temporale, per abbellire il suo sè.

Con la strutturazione dell’ego gli adulti perdono la capacità di vedere, di essere genuini, in favore della capacità del vedersi.
Haiku è stare semplicemente nel mondo, non distinguersi, per meglio apparire nel mondo.
Basho chiamava “muga” questa semplice verità, derivandola da Chuang Tzu, dal taoismo cinese.
Solo attraverso lo zazen (la meditazione )  un adulto può risvegliare il suo “muga” originario, quel poeta bambino che dorme in ognuno di noi.

Meno selfie e più freschezza, mi verrebbe da dire, ma temo che sarebbe come gridare nel deserto.

Nota (*):  avendo un dubbio, ho chiesto ad A. cosa intendesse per tempo, per lei è proprio il “tempo inteso da Kant”, non quello metereologico. Tra qualche anno Le spiegherò perchè sul tempo Kant si sbagliava.

 

La natura: Eraclito, il Tao e zoka di Basho

Se si legge la concezione di Eraclito sulla natura, si può notare come esista una perfetta sintonia con il taoismo e la poetica di Basho, che invita il poeta a seguire zoka ed a ritornare a zoka.

Eraclito dice «da tutte le cose l’uno»

Ovvero l’uno (la Natura) non è un’ entità metafisica separata dalle cose, attraverso le quali poi  si manifesta, ma è l’universo costituito dalle cose stesse.
Tuttavia la Natura non è nemmeno riconducibile alla somma di tutte le cose, perché la Natura è, al tempo stesso, la condizione dell’esistenza delle cose.

Nell’universo, esistono pertanto due tipi di connessione:  una tra le cose ed un’altra tra la Natura e le cose.

Queste connessioni diventano chiare se ci si rifà alla metafora taoista del vuoto usata nel racconto del cuoco Ting di Chuang Tzu,  che mostra come  la realizzazione del Tao, nell’arte della macellazione,  consista nel saper utilizzare il  pieno-vuoto presente nel quarto di bue da macellare,  ma anche nel comprendere come il vuoto sia uno, ovvero sia comune tanto all’oggetto (il bue) quanto al soggetto (il cuoco), che si fa vuoto per meglio cogliere e percorrere i vuoti dell’oggetto.

La stessa identica relazione vale anche per il poeta di haiku

Basho dice che un poeta deve farsi vuoto per cogliere lo spirito di zoka, della natura.

Il poeta  si deve unire alle cose se vuole fare poesia. attraverso il fattore comune che condivide con le cose stesse, cioè il vuoto.

L’ esistenza delle cose, che include anche il poeta,  è allora data dalla relazione, tra il loro pieno ed il  vuoto; vuoto che è uno solo ed  è comune a tutte le cose, incluso il poeta stesso, perché è la condizione che permette a tutto di relazionarsi nella realtà, ossia è la condizione stessa dell’esistenza.

Analogamente al Tao, la physis di Eraclito è la «natura propria» di ciascuna cosa e,  contemporaneamente, è Natura universale, ovvero condizione dell’esistenza comune delle infinite cose. Quel «contemporaneamente» ha un valore fondamentale, perché significa che il grande Tao, la natura universale, non solo è causa degli infiniti Tao particolari, delle singole «nature proprie», ma è, allo stesso tempo, costituito da essi.

D’altra parte i singoli Tao, le «nature proprie», non esisterebbero senza il grande Tao, senza la Natura universale che le «nutre».

Questo è il senso delle parole di Eraclito «da tutte le cose l’uno e dall’uno tutte le cose»;

senso che si ritrova, identico, nel Chuang Tzu

Chuang Tzu: «le diecimila creature ed io siamo l’Uno»

e nell’insegnamento di Basho, che ci invita a seguire zoka, ovvero a seguire la natura, come unico fattore in cui la realtà, quindi la poesia, si può manifestare.

Essere fedeli all’arte dello haikai significa intendere la natura  ( zôka) come unica madre di tutto: vedere come opera il Tao, come lavora quella legge che crea e trasforma ogni cosa.
Essere fedeli all’arte dello haikai significa avere solo le 4 stagioni come compagni.
Essere fedeli all’arte dello haikai è vedere solo un fiore in un fiore e solo la luna nella luna.
Vedere qualcosa di diverso da un fiore o la luna, che non sia semplicemente quel fiore o la luna,  significa essere dei barbari.
Allontanatevi quindi dalla barbarie: seguite zôka e ritornate a zôka.
(M.Basho)

Quello che intende Basho è chiaro: un haiku deve essere la pura e semplice rappresentazione della realtà, ovvero delle cose e dell’unico vuoto che le unisce e che include anche il poeta.
Niente fronzoli, niente interpretazioni, niente sentimenti, ovvero nessuna interferenza della mente.
Un haiku deve essere semplicemente una fotografia della realtà e del suo vuoto, e  chi non segue questo principio deve essere considerato un “barbaro”, ovvero un uomo che ha perso la Via.