Il momento zen: il kensho


Haiku è osservare, ma imparare ad osservare la realtà senza inquinarla con la mente è veramente difficile.
La mente mushin, ovvero la mente vuota, o zen, è un traguardo fondamentale, indicato anche da Basho, per chi voglia cimentarsi sulla Via della parola.
La mente mushin è allora la mente vuota, la mente predisposta a sperimentare un kensho, ovvero quella microilluminazione che, durante la quotidianità, può poi concretizzarsi in un haiku.

Nota bene

Questa mia nota è l’estrema sintesi del lavoro del Dott. James H. Austin, un neuroscienziato americano autore di diversi volumi (andate su wikipedia per i dettagli), premiato nel 1998 con il “Medical Network Book Prize”.
Austin è Professore Emerito di Neurologia alla Univ. del Colorado Health Sciences Center, e dell’Univ. del Florida College of Medicine.
Il lavoro di Austin riguarda lo studio dei legami tra i processi neurologici del cervello umano e la pratica della meditazione, specialmente zen.
Le opere di Austin, tutte in inglese, sono pubblicate e si possono trovare facilmente on line.
In particolare questa nota è derivata dai seguenti lavori di Austin:
2009 Selfless Insight: Zen and the Meditative Transformations of Consciousness.
2006 Zen Brain Reflections.
Inoltre ho consultato diverse review del suo primo lavoro “Zen and the brain”.
Il lavoro di Austin è assolutamente scientifico e quindi degno di fiducia.
L’unico aspetto su cui io mi permetto di dissentire, è quando Austin, facendo metafisica e riferendosi al kensho, dice che Kant sbaglia quando parla della “cosa in sé”.
Io invece mi ritrovo piuttosto con D.Suzuki, che sostiene che: “lo Zen deve essere inteso dall’interno e non dall’esterno”.
L’esperienza di kensho permette infatti di comprendere la realtà fenomenologica dall’interno, ovvero come un’esperienza sensoriale, che ha disattivato i nostri processi associativi superiori, anziché ontologicamente dall’esterno, come realtà oggettiva, indipendente da noi.
Il kensho per me, come per Suzuki, è sempre una relazione tra noi e ciò che vediamo, semplicemente depurato da i nostri filtri mentali duali, mentre non è vera l’affermazione ontologica, come sostiene A., che ciò che vediamo durante un kensho è quello che esiste oggettivamente, indipendentemente dalla nostra percezione .

Zen e cervello

La figura sintetizza, molto grossolanamente, la nostra mente duale, ovvero ciò che avviene nel nostro cervello quando osserviamo, in un determinato istante, la realtà che ci circonda.

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Nel nostro caso ho rappresentato una realtà esterna composta da una mela, una pera e un’arancia.
Quello che succede nel nostro cervello è che una parte della realtà, trasmessa dai nostri sensi, attiri maggiormente la nostra attenzione rispetto al resto.
In ogni momento, noi focalizziamo la nostra attenzione su una parte della realtà che ci circona, mettendo in secondo piano tutto il resto.
In ogni momento, la realtà viene allora divisa in: oggetto + contesto.
Nella figura la mela è l’oggetto su cui ho ipotizzato ci stiamo focalizzando, mentre pera ed arancia fanno parte del contesto.
Austin chiama EGOcentrica l’attenzione sull’oggetto ed ALLOcentrica l’attenzione sul contesto.
Questi due processi di attenzione, che lavorano in parallelo e quindi contemporaneamente, svolgono funzioni diverse ed a livello cerebrale sono distinti, cioè a livello neuronale fanno fisicamente percorsi diversi , inoltre fanno capo ad aree del cervello distanti tra loro.
L’attenzione EGO è localizzata sulla parte alta (superiore) del nostro cervello, mentre quella ALLO è in basso (inferiore).
L’attenzione EGO ha la funzione di rispondere alla domanda: “in che modo, quella cosa su cui mi sto focalizzando, si relaziona con me?”
mentre l’attenzione ALLO risponde alla domanda: “cosa sto osservando?”
L’attenzione EGO è inoltre più efficente di quella ALLO.
Il risultato finale di questi due processi distinti si riunisce alla fine in un’unica visione cerebrale, che altro non è che la realtà percepita dalla nostra mente.
Entrambi questi processi cognitivi attingono anche all’inconscio per poter svolgere il loro compito.
Rispetto all’oggetto su cui siamo focalizzati, il processo EGO lo attiva per quanto riguarda i nostri canoni estetici, valori morali, etici, pregiudizi, ma anche le atmosfere e i ricordi.
Il processo ALLO lo attiva per quanto riguarda tutti gli aspetti fisici della realtà osservata, come forme, colori e spazi, inoltre elabora le distanze tra gli oggetti tra loro e tra gli oggetti e il nostro corpo, al fine di permetterci, per esempio, di avviare una possibile interazione con gli oggetti che osserviamo, come ad esempio prendere la mela con una mano.
Tutto questo ci porta ad affermare che la realtà percepita dalla nostra mente duale, altro non è che una forma arricchita della realtà, quindi in ultima analisi possiamo considerarla illusoria, in quanto deformata dal nostro EGO.

L’esperienza di un kensho altro non è che il processo sopradescritto, depurato dall’attenzione di tipo EGO.
La realtà percepita di un kensho è allora priva dei nostri giudizi personali ed è in massima parte costituita da parametri oggettivi e fisici.
Non è ancora una realtà totalmente oggettiva, perchè è sempre in relazione con noi, ma sicuramente si avvicina abbastanza alla realtà ontologica.
La figura mostra quello che avviene durante un’esperienza di kensho.

trigger

La linea continua A mostra l’andamento del processo di attenzione ALLO mentre quella tratteggiata quella EGO.
Quello che avviene prima (a sinistra) dell’evento “TRIGGERING STIMULUS” è allora la simulazione del nostro comportamento normale.
A ed E si muoveranno in modo indipendente tra loro fluttuando più o meno, in funzione dell’attenzione che staremo dedicando alla realtà che ci circonda.
Supponiamo ora che un “TRIGGERING STIMULUS” catturi l’attenzione di un praticante zen esperto.
Questo evento genera allora nel suo cervello la seguente reazione:
entrambe le due risposte neuronali si dilatano contemporaneamente, ma mentre l’attenzione di tipo A cresce, quella E decresce, fino a disattivarsi del tutto.
Questo distrugge tutti i costrutti autorefenti della mente, ovvero quelli che identifichiamo con: “IO , MIO, ME” , rimuovendo quindi la normale sensazione di esistenza di noi stessi.
Questo fatto è quello che determina l’impressione di vuoto, di cui spesso discutiamo nel gruppo, facendo anche perdere la nozione ed il controllo del passare del tempo e che abbiamo chiamato mente mushin.
Nello stesso momento in cui E decade, A aumenta migliorando il nostro processo di attenzione sulla fisica della realtà, delle relazioni fisiche e dei parametri che la caratterizzano.
Questo fatto fornisce l’impressione di una realtà che si mostra per quello che è, senza filtri e deformazioni aggiuntive.
Quello che poi succede subito dopo il kensho è che il cervello mantiene la tendenza sopradescritta, per cui l’attivazione dell’attenzione verso l’esterno rimane comunque alta, mentre quella egogentrica si mantiene su livelli inferiori a quelli prima del kensho.

Conclusione

La prospettiva mushin, che si concretizzza nel kensho, abbatte allora le barriere mentali, ovvero quella parte della coscienza che mi fa dire : “io non sono il muro e il muro è diverso da me “… ma se io tocco il muro, allora dove veramente finisco io e dove comincia invece il muro ? Non siamo, in fondo, fatti tutti degli stessi atomi?

io e il muro
così diversi
così uguali

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