Estetica zen


Nel gruppo Lab Zen Haiku, vengono promossi i seguenti paramtri estetici:

  • i 7 parametri di Hisamatsu
  • wabi-sabi
  • yugen
  • karumi
  • mirroring

Parametri di Hisamatsu

Le categorizzazioni e lo zen non vanno d’accordo, ma sono indispensabili se si vuol comunicare.

Diamo quindi una spolverata di estetica ai nostri haiku, con tutti i limiti che un racconto sull’estetica comporta.

Shin’ichi Hisamatsu (1889-1980), maestro zen giapponese, ha codificato l’estetica zen attraverso sette parametri:

  • Fukinsei: asimmetria, irregolarità;
  • Kanso: semplicità, sobrietà;
  • Koko: austera dignità, ovvero l’elegante bellezza della decadenza, delle vecchie cose;
  • Shizen: naturalezza, ovvero essere senza pretese;
  • Yugen: l’impenetrabile profondità, segretezza ed essenza delle cose, ovvero la NON ovvietà;
  • Daisuzoku: libertà da ogni attaccamento, abbandono delle convenzioni, libertà;
  • Seijaku: tranquillità, silenzio, quiete, serena compostezza.

Ovviamente esistono molte altre estetiche, che dipendono da valori che non appartengono allo zen e che fanno riferimento a fattori culturali, sociali, psicologici, etici, filosofici e religiosi non direttamente riconducibili ai “valori dello zen”.
Chiameremo tutto questo insieme di “estetiche Non zen” con il termine “estetica laica”, proprio per differenziarle da quella zen.
Non tratteremo queste estetiche, se non per sottolinearne l’esistenza e di come possano entrare in contrasto con la visione zen della realtà.

Lo zen non ammette separazioni, quindi la sua estetica rimane comunque unitaria e sempre determinata dalla fusione dei sette tratti fondamentali.
Come in una calda zuppa, queste sette “verdure” si mischiano e fondono, formando un tutt’uno.
Certamente può accadere che in un haiku, un tratto risalti maggiormente rispetto agli altri, ma come in una zuppa, sarà la presenza di tutti gli ingredienti a dare comunque un inconfondibile sapore alla zuppa.

Fukinsei – asimmetria.

L’asimmetria è un concetto estetico tipicamente orientale, opposto all’ideale occidentale di bellezza classica, che originariamente si rifà ai canoni greci di simmetria ed ordine.

Basta confrontare un giardino zen di pietra, con un classico giardino italiano, per capire quanto siano distanti questi due canoni estetici.

Per lo zen, vedere la bellezza in ciò che è asimmetrico ed irregolare, ci avvicina alla spontaneità e casualità della natura, quindi provoca un piacere più sottile e puro rispetto a qualsiasi forma artificiale, costruita dall’uomo.

Non è un caso che la struttura canonica di un haiku sia basata solo su entità dispari, quindi sia asimmetrica.

Il numero dei versi, delle sillabe e la loro suddivisione sono tutti valori asimmetrici, che allontanano chi legge dai concetti di chiuso, perfezione formale e completezza.

L’assimmetria è sempre aperta, in quanto mancante di un elemento, quindi invita l’inconscio dell’osservatore a partecipare attivamente all’opera.

Attraverso questo coinvolgimento emotivo, l’haiku facilita l’integrazione del lettore , ovvero rende l’opera più suggestiva e coinvolgente.

Nell’eserciziario del Lab abbiamo parlato dell’energia Yin Yang di un haiku,  evidenziando come l’incompletezza renda più forte un haiku, quindi, per ulteriori approfondimentti, vi rimando a quella trattazione.

 Kanso – semplicità

Il concetto di kanso (semplicità) rafforza il concetto di fukinsei (asimmetria), in quanto si rifà ancora alla natura che, oltre a non essere simmetrica, opera ed agisce sempre per vie semplici e dirette, favorendo la semplicità senza mai eccedere o forzare.

Tutto ciò che la natura crea ha sempre uno scopo ben preciso, che corrisponde ad una funzione o ad una specifica utilità.

Ogni volta che l’ambiente, sempre in evoluzione, si modifica, annullando o riducendo l’efficacia di una determinata funzione o caratteristica, la natura semplicemente la elimina o la modifica, come scoprì Darwin, con la sua evoluzione delle specie.

Al contrario della natura, l’uomo ricerca la complessità, la sovvrabbondanza e spesso gli eccessi.

La natura semplifica e toglie, l’uomo complica e aggiunge.

La complessità diventa sinonimo di confusione, esagerazione e distruzione, mentre la semplicità è portatrice di equilibrio ed armonia.

Se vale la regola che più un’azione è semplice è vera, allora lo sarà anche un haiku.

Adottare il concetto kanso in un haiku, significa allora rinunciare ad ogni barocchismo, artificiosità e retorica.

Le espressioni usate devono essere semplici e dirette, prive di figure retoriche, fioriture verbali o ad effetto.

Un buon haiku deve essere sobrio, concreto, centrato ed essenziale come una pietra, quindi non sovraccaricate i vostri haiku con inutili termini ridondanti, vistosi ed eccessivi, ma siate il più possibile semplici.

Koko – essenzialità

Il concetto di koko attribuisce il vero fascino a ciò che è datato e maturo, ovvero a ciò che è secco, essenziale, ascetico, ruvido e severo, quindi privo di ogni romanticismo e sensualità.
Spesso, sono i vecchi e i bambini che scrivono i migliori haiku, proprio perchè vivono la primavera e l’inverno della vita, quindi sono più liberi dalle passioni.
I giovani, che vivono nell’estate, sono invece ancora troppo caldi e romantici per apprezzare e comprendere fino in fondo il significato di koko, mentre chi vive nell’autunno spesso si attacca a quello che sta inesorabilmente perdendo e che deve necessariamente lasciare andare.
Il koko è quindi soprattutto una questione di prospettiva e di sensibilità, ed è un fatto che spesso gli haiku che esaltano la bellezza, non siano così efficaci come quelli che descrivono la decadenza.

Parafrasando un passo del Tao The Ching, possiamo dire che: “tutti cercano e riconoscono la bellezza quando la incontrano, ma chi scrive haiku deve essere anche in grado di cercare e riconoscere la bellezza della “non bellezza”, che spesso sfugge alla nostra attenzione.

La direzione in cui il koko invita a svolgere lo sguardo è allora quella del “pane secco”.
Trasportato nella composizione, il koko allora si può evidenziare per presenza o per assenza.
Per presenza, quando la “secchezza” del soggetto è esplicita, per assenza quando, pur trattando della bellezza, faremo a meno di esaltarla con espressioni zuccherose, che finirebbero per sottolinearla in modo esagerato, autoreferenziale e autocelebrativo.
La maturità del koko è saggezza e distacco, e il vero saggio non è impulsivo e non esprime in modo diretto, esplicito e senza riflettere i propri sentimenti ed emozioni.
Il saggio non grida, sussurra, quindi fate in modo che i vostri haiku non urlino, ma bisbiglino.

Shizen – spontaneità

La spontaneità è un atteggiamento fondamentale di tutte le arti Zen, che si manifesta  alla fine del percorso formativo di un praticante e che ne consacra il raggiungimento di un livello di eccellenza.

Partendo dalle arti marziali (spada, tiro con l’arco, varie forme di lotta), attraverso le arti più figurative ed estetiche (calligrafia, composizione floreale, ceramica, cerimonia del tè, flauto di bambù, giardinaggio) e finendo con lo haiku, siamo sempre di fronte a dei Dō  (道 = Via), ovvero pratiche del Tao (altro nome della Via).

Tutte queste discipline, sono accumunate dallo stesso spirito e richiedono al praticante esperto, di essere shizen.

La spontaneità zen però non è sinonimo di istintivo.

La naturalezza zen non è quella del bambino che si esprime o si comporta senza nessun freno ed inibizione, perchè shizen richiede disciplina e forte impegno.

Spontaneità non significa seguire il proprio cuore, fare la prima cosa che ci viene in mente, essere naif, anticonformisti o stravaganti.

Al contrario, si diventa shizen solo dopo una lunga pratica, studi approfonditi ed aver dimostrato che: non solo che il Dō è stato totalmente compreso, ma soprattutto interiorizzato.

Solo dopo questo processo, che partendo dal razionale, trasferisce il Dō  nell’inconscio, si può poi dimenticare tutto quanto si è imparato ed essere finalemente shizen: ovvero “essere il proprio Dō”, un’unica entità.

L’assoluta padronanza della tecnica di un Dō non si manifesta attraverso il ragionamento, ma attraverso la mente zen.

Se sapete andare in bicicletta, se sapete sciare (bene), o se praticate uno sport ad alto livello, allora avete già in parte sperimentato cosa significhi essere shizen, con la grande differenza è che, mentre uno sport è divertimento o professione nell’uso del corpo, un Dō soprattutto una pratica interiore che allena e si rivolge alla mente.

Non c’è niente di spirituale o di esoterico nell’essere shizen, ma piuttosto c’è il wu wei taoista, ovvero : “azione in armonia con la natura”.

Diversamente dalla maggior parte delle altre discipline zen, l’haiku è forse l’unica che si svolge necessariamente in due momenti ben distinti e differiti tra loro.

Il primo momento è quella dell’acquisizione dell’esperienza con la realtà (kensho), il secondo è quello della stesura vera e propria dell’haiku  su carta o su altro media.

Lo shizen del primo momento è allora intrisecamente legato all’esperienza del kensho e quindi è di fatto il kensho stesso.

Lo shizen della stesura è più complesso .

Il seguente insegnamento

“non lasciate che un solo istante si frapponga tra la vostra poesia e la scrivania” M.Basho

lascia intendere che la stesura debba far parte del kensho, ovvero del momento vissuto.

Questo è l’obbiettivo a cui deve tendere un autore, resta però il fatto, che prima di raggiungere queste vette, è necessario accettare che la stesura avvenga in un tempo differito, rispetto al momento haiku.

M.Basho stesso ci mise più di due anni a scrivere il suo famoso haiku della rana, il che significa che anche lui aveva i suoi problemi con la stesura.

Se non riuscite a scrivere di getto il vostro haiku, contemporaneamente al momento, allora la stesura va affrontata con tranquillità e come un’occasione per sperimentare , ancora una volta, la propria consapevolezza.

L’esperienza del kensho memorizzata nell’inconscio deve essere ripresa e rivissuta in termini di racconto interiore, che deve essere poi sintetizzato, selezionando parole e termini ed assemblando alla fine i versi, che meglio mostrano l’esperienza vissuta.

Se il corpo non è rilassato non lo sarà nemmeno la mente, quindi in questo caso, lo shizen non apparirà.

Quando il corpo è tranquillo e rilassato, allora è più facile essere senza scopo.

In perfetta solitudine, trovatevi un posto tranquillo, spegnete cellulari, televisione e stereo, concetratevi sulla vostra esperienza, respirate e poi semplicemente descrivetela.

Non seguite secondi fin, come quello di voler stupire.

Prendetevi tutto il tempo che vi occorre e non siate precipitosi.

Spesso un autore rimane bloccato nella stesura, in questo caso ricordate che il wu wei, ovvero il non forzare, della stesura di un haiku non è pilotato dall’autore, ma dallo haiku stesso.

Diventate  un semplice contenitore e non devrete far altro che aspettare che lo haiku si mostri dentro di voi.

Alimentate il vostro inconscio, provando e riprovando con pazienza, ribaltando la vostra esperienza in tutti i modi possibili e non fermatevi finchè non l’avrete veramente mostrata nel modo migliore.

Questo non è un processo in parte controllabile razionalemente, perchè implica che dovete accettare il fatto di non possedere totalmente il controllo sul vostro haiku, ma lasciando che il vostro inconscio lavori per voi.

Scrivere un haiku in shizen è come un parto naturale.

Ci sono parti veloci e tranquilli, altri lunghi e travagliati, in ogni caso è sempre il bambino che decide quando venire al mondo, quindi non sforzatevi di vedere nascere il vostro haiku, ma siate pazienti.

Siate vuoti e shizen, siate strumenti al servizio del vostro haiku e non viceversa.

In questo stato, tutto ciò che verrà prodotto sarà conseguentemete spontaneo, naturale, armonioso e fresco.

Yugen – la bellezza oltre l’estetica

Yugen significa misterioso, parzialmente nascosto,  oltre il pensiero.

Personalmente ritengo che un haiku sia  “bello” quando possiede lo yugen .

Lo yugen è il 95% della “bellezza” di un haiku, mentre il restante 5% è costituito dalle parole.

Il concetto di yugen ha due aspetti: uno estetico ed uno sostanziale.

Quello estetico è legato alla cultura orientale, quello sostanziale allo zen.

Tralasciando, per ora, l’approfondimento di quello estetico, anche se spesso i due aspetti coincidono, nel caso di un haiku,  yugen zen significa lasciare al lettore uno spazio “misterioso” nel quale possa cogliere, sullo sfondo, la presenza del Tao.

Lo yugen si manifesta nel testo di un haiku attraverso un’espressione, che fa intravedere, come sfondo la presenza del Tao, generatore di tutti i fenomeni, quindi anche di quello indicato.

Anche se personalmente, credo che solo un atteggiamento genuino, ovvero di mente pura, zen, possa creare le condizioni per comprendere la suddetta relazione che ho appena descritto.

Quindi fate attenzione, lo  yugen è l’espressione della presenza del Tao non è il Tao, che rimane comunque sullo sfondo.

Il compito di un autore è creare lo spazio per il Tao, mentre per quanto riguarda la presenza del Tao, sarà solo la genuinità a farlo entrare.

Non cercate di sforzarvi in questo, perché più ci proverete e più lo perderete.

Non cercate di aggirare l’ostacolo, cercando di essere ermetici, perché qualsiasi forma di ermetismo nasce dalla mente e non dal Tao, quindi non è genuino.

Accettate il semplice fatto che per il 95% la bellezza di un haiku, quando siete spontanei, è fuori dal vostro controllo e che ciò resterà, come la vita, un mistero.

(Tao the ching-cap 1)

Il Tao che può essere detto non è l’eterno Tao, il nome che può essere nominato non è l’eterno nome.

Senza nome è il principio del Cielo e della Terra, quando ha nome è la madre delle diecimila creature.

Perciò chi non ha mai desideri ne contempla l’arcano, mentre chi sempre desiderane contempla il termine.

Quei due hanno la stessa estrazione e anche se diverso nome, insieme sono detti mistero,mistero del mistero, porta di tutti gli arcani.

Lo Yugen di un haiku è evocare la presenza del Tao, sperando che la vostra genuinità  l’abbia fatto entrare.

In questo caso, un haiku con yugen diventa una nuvola che nasconde il mistero del Tao.

Cosa sia il Tao, o meglio cosa non sia, lo dice qui sopra Lao Tze.

Sfortunatamente, tutto questo non può essere gestito, perché non può essere ottenuto artificialmente,  saprete solo alla fine, se ci sarete riusciti, lo scoprirete solo quando un vostro lettore, almeno per un attimo, resterà senza parole , perché avrete mostrato, invece che raccontato.

Evocare il Tao con lo yugen è come scoprire la materia e l’energia oscura dell’universo, cioè mostrare il 95% del suo totale.

Come per la materiale oscura e quella ordinaria, un haiku può esistere anche senza yugen, ma come per l’universo, non sarebbe più lo stesso,  si sfalderebbe, perché è la materia oscura che tiene unite le galassie.

Lo yugen è allora quella materia oscura, praticamente invisibile, che tiene unito un haiku e ne fa una galassia.

Senza yugen un haiku continuerebbe a brillare, perché le singole stelle non sparirebbero, ma non ci sarebbe più la galassia, solo stelle sparpagliate nel cosmo.

Lo yugen non deve emozionare, ne deve essere coinvolgente, a quello ci pensano le parole, il 5% che si vede, ovvero la materia ordinaria.

Lo yugen non ha a che fare ne con le emozioni, ne con le sensazioni, non deve suscitare alcun pensiero, ma solo stupore.

Così come la materia oscura non interagisce con la materia ordinaria, cosi lo yugen non interagisce con le parole ed i versi di un haiku.

Così come la materia oscura, rilevabile indirettamente dalla gravità, allo stesso modo la presenza dello yugen  è rilevabile solo dallo stupore che provoca.

Lo stupore è qualcosa di neutro è: restare senza parole.

Ed è proprio grazie a questo momento di sospensione, in quest’assenza di ogni parola e pensiero che nasce lo zen e s’incontra il Tao.

Più lungo è il momento di stupore di un haiku e più intenso sarà il suo yugen, quindi risulterà più “bello”.

Le emozioni o le sensazioni saranno innescate successivamente nell’ inconscio del lettore, proporzionalmente al livello di coinvolgimento suscitato dalle parole, ma in prima battuta, la prima e unica chiave di lettura dovrà essere lo stupore.

La pecca più frequente di molti haiku è quello del racconto, che per sua natura uccide il mistero, perché non lascia nessuno spazio al Tao, ma alla mente.

Il racconto è un muro di solidi mattoni, mentre la nuvola dello yugen ha bisogno di un cielo vuoto per esistere e nascondere il Tao.

Se i  versi sono leggibili come un unico periodo, cioè sono presenti soggetto, predicato verbale e complementi, allora state raccontando.

Se state raccontando, allora quasi certamente avete ucciso lo yugen.

Se avete ucciso lo yugen, avete scritto una poesia, non un haiku.

La sorpresa è l’effetto dello yugen, ma la causa è sempre il Tao.

Senza yugen, senza Tao, senza genuinità non c’è haiku, ma solo poesia.

Tutto però comincia dallo spazio, dal non raccontare, dal solo mostrare, si parte da qui, dopodiché, come per la materia oscura e per il Tao, comincia il mistero.

Esempi di haiku che attraverso lo yugen evocano il Tao

 Che fresco                                                                                                                                                                    Piedi contro un muro                                                                                                                                              Sonnellino di mezzogiorno    (Basho)

Che cos’è questo ragno                                                                                                                                              Che cos’è questo pianto                                                                                                                                        Vento d’autunno   (Basho)

 Boccioli di fiori notturni                                                                                                                                             La pelle di una donna                                                                                                                                      Bagliori nel crepuscolo (Chiyojo)

 Un campo coltivato                                                                                                                                                   Una nuvola immobile                                                                                                                                                     Scomparsa     (Buson)

 Nel cielo blu                                                                                                                                                            Scarabocchi e un dito                                                                                                                                                   Fine autunno    (Issa)

Senza pretese, concludo con un mio haiku che spero sintetizzi tutto quanto fin qui detto.

Batte il tallone                                                                                                                                                             Ora il Tao è in un filo d’erba                                                                                                                                     Tra i piedi nudi

Wabi-sabi “pane secco”

Una delle più belle definizioni estetiche sullo zen, che io abbia mai letto, afferma che:

 lo zen è: “pane secco”. (Monaco zen)

Condividere questa affermazione significa allora applicarla ai nostri haiku, ovvero farli diventare “pane secco” e non necessariamente delle torte ricercate, strabordanti di sapori e colori, ricche di decorazioni e con talmente tanti strati da sembrare dei grattacieli.
Ovviamente non è obbligatorio aderire a questa visione estetica, quindi se amate più le torte del pane secco, continuate pure a fare torte.

Il termine wabi-sabi è ciò che più si avvicina al concetto di “pane secco”, in quanto si riferisce alla bellezza delle cose ordinarie, che lo zen valorizza in quanto “imperfette, impermanenti ed incomplete”.
“Wabi” designa la sensazione di povertà e naturalezza delle cose, quando però questo processo non avviene in modo casuale, ma frutto di un attento studio, ricercatezza e consapevolezza.
“Sabi” designa invece la dignità delle cose quando si colorano di quell’età veneranda, che le ricopre di quell’austera patina che è il tempo.
L’estetica zen non s’interessa quindi della bellezza sfolgorante ed ovvia di quando le “cose” sono in piena fioritura, ma coglie quelle imperfezioni che si nascondono quando una “cosa” sta ancora germogliando o addirittura sta per morire, aspetti che solo una mente zen  è in grado di cogliere appieno.

L’estetica zen di uno haiku deve essere allora Wabi-sabi, ovvero “pane secco” .

Karumi. “Leggerezza/trasparenza/illuminazione”

Questo parametro estetico-compositivo è stato promosso da Basho negli ultimi anni della sua vita.

Sfortunatamente Basho morì prima di aver terminato la sua ricerca sul karumi, quindi questo parametro è abbastanza indeterminato.

I fisici da quasi un secolo hanno a che fare con l’indeterminatezza, basti pensare al principio d’indeterminazione di Heisenberg in meccanica quantistica.

«Nella realtà quantistica, le leggi naturali non conducono ad una completa determinazione di ciò che accade nello spazio e nel tempo; l’accadere è piuttosto rimesso al gioco del caso.» (Werner Karl Heisenberg,[7] 1942)

Come fisico quindi non ho nessun problema ad accettare il concetto di un karumi indeterminato, ovvero considerarlo sia come parametro puramente estetico ed ideale poetico.
Anche qui la fisica mi ha aiutato, infatti esiste, sempre in meccanica quantistica, un principio che afferma che un determinato fenomeno può essere osservato sia come un’onda o come una particella (dualismo onda-corpuscolo).

Pertanto ogni volta che parlerò di karumi ne parlerò sia dal punto di vista estetico o d’ideale poetico, in funzione del contesto.

Entrambe le prospettive sono corrette e sarà compito del lettore, individurane di volta in volta la natura.

Per avere karumi, un haiku deve mostrare la quotidianità ed essere trasparente, leggero.
Qualsiasi orpello stilistico o estetico, come i colori delle emozioni e dei sentimenti, l’eleganza e la ricercatezza dei termini, oltre che una mente pesante inibiscono il karumi, quindi vanno evitati.
Come dice Basho:

Karumi è un flusso di sabbia leggero che si muove in acque poco profonde e trasparenti. (Basho)


Per questo, il karumi può provenire solo da una mente zen.
C’è un aspetto nascosto del karumi, che non si comprende se non si pratica lo zen, ed è l’unità: la comprensione che il tutto è uno e che viene lasciata al lettore.
Come si fa a trasmettere, a parole, in un haiku, l’esperienza di una realtà quotidiana, oggettiva, quasi ontologica, che comprenda oggetto e soggetto, ovvero senza che ci sia separazione?
La risposta è nel karumi di Basho: nel suo sentiero di ricerca intrapreso, appena prima di morire.
Un haiku è un contenitore di parole, quindi è l’haiku stesso che unisce il tutto del momento, a patto che ogni elemento che lo compone venga semplicemente mostrato ed elencato senza alcuna interferenza da parte dell’autore, ovvero: obbligo di leggerezza da parte dell’autore.
Le parole devono essere prive di ogni colore, ovvero: obbligo di trasparenza da parte dell’autore.
In questo modo, lo haiku, che è un momento di una mente zen, si trasforma in un’illuminazione trascritta a parole.
Così le parole diventano sabbia e lo haiku un ruscello trasparente in cui la sabbia fluttua leggera.
Con la scrittura dell’ultima sillaba, il compito dell’autore si ferma e comincia quello del lettore, perché ora sta a lui cogliere e comprendere il karumi: quell’unità, quel flusso di sabbia leggero che si muove in acque poco profonde e trasparenti.

Tre haiku di Basho: esempi di karumi

Ortensie
Cespuglio e piccolo giardino
Dependance

Usignolo
Merda e torta di riso
Bordo della veranda

Orata salata
Gommosità e freddo
Pescheria

Mirroring haiku – un passo dopo il karumi

Sentendo il bisogno di progredire, pur restando fedele alla via di Basho, propongo il mirroring come nuovo parametro estetico al gruppo.
Un mirroring haiku è come uno specchio che riflette la realtà così com’è, senza interferenze da parte dell’autore.
Io adoro il Giappone, ma non sono giapponese, quindi ho scelto volutamente un termine non giapponese, per affermare il distacco geografico e culturale che mi separa dall’estremo oriente ed in particolare l’ inglese, come lingua di riferimento di noi occidentali.
Un mirroring haiku è trasparente e basato sulla quotidianità, come il karumi di Basho, ma include nell’immagine sia il generale che il particolare.
Il mirroring è quindi quel parametro che mette in evidenza la consapevolezza dell’autore nel cogliere la realtà nella sua complessità, ma che è comunque sempre fatta di correlazioni tra oggetti e fenomeni.
Un mirroring haiku è quindi una zoomata che, partendo da una panoramica generale, si conclude su un particolare insignificante, che solo uno specchio o una mente zen può cogliere.
Un mirroring haiku contiene quindi almeno due immagini che rappresentano due piani della realtà colta: un’immagine di panoramica o di contesto ed una microscopica di dettaglio.
Un mirroring haiku non contiene predicati verbali, ovvero azioni, perché congela il tempo, come in uno specchio, che sta andando in frantumi, quindi utilizza prevalentemente sostantivi ed aggettivi che fanno riferimento ad una realtà concreta e non astratta.

Esempio

Un parquet scuro
Un aspirapolvere –
Briciole bianche

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