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uscire dalla bolla degli haiku scontati: un approccio buddhista

Ormai faccio sempre più fatica ad accettare la ripetitività e la scontatezza degli haiku bucolici.

Se togliamo i maestri, ma lì ormai parliamo di secoli fa, oggi nel 2020 come si fa a scrivere ancora della luna, il sole, di tutti i fiori possibili, di campi di grano, del mare , con tutte le sue sfumature, le stelle e a tutti i più banali e scontati fenomeni naturali, senza avere un minimo di pudore?

Siamo nel secolo della tecnologia, il mondo è un altro, anche solo rispetto a 50 anni fa, e tu mi scrivi del tarassaco e dei papaveri ?

Non dico che non si possa fare, uno al mese può anche essere accettabile, ma se fai solo quello o quasi, hai un problema, perchè o vivi in un campo di grano, o all’aperto in giardino, o non vivi.

Leggere di cicale o farfalle, a me ormai fa venire letteralmente l’orticaria , perchè significa una cosa sola: che la gente non vede.

Come si fa a scrivere di haiku tradizionali giapponesi, quando abbiamo a disposizione tutta la produzione dei maestri d leggere ?

Io se voglio vedere Monet vado a Parigi e mi perdo nell’orangerie, non vado dal figlio del mio portiere che imita Monet.

Chiunque porti avanti una scuola basata sugli haiku tradizionali giapponesi, andrebbe metaforicamente preso a badilate per lesa maestà nei confronti dei maestri giapponesi, considerando i danni che combina.

Se pensi che il problema sia l’ispirazione, allora non hai capito niente, perchè l’ispirazione non esiste nella poesia haiku, nessun maestro ha mai parlato d’ispirazione.

Se haiku è poesia della realtà, il tuo problema è che non la vedi, perchè sei addormentato, non vedi e non vivi la tua realtà.

Ci sono tre motivi per scrivere haiku: il primo è per fare poesia, quindi arte, il secondo è per praticare lo zen (inteso come pratica personale) attraverso un’arte , la terza è per raccogliere più consensi possibili, per scopi commerciali o per farsi notare, diventando più o meno popolare.

Tralascio la terza categoria, perchè finirei per risultare fortemente sgradevole, comunque parafrasando Sciascia, chi fa pop-haiku o social-haiku sono dei “quaquaraku”.

Se invece scrivi di cicale e pensi di appartenere alla prima categoria, quella degli artisti, hai un grosso problema.

L’arte è: o plagio, o rivoluzione.
(Paul Gauguin)

L’unico modo di valutare autenticamente un’opera d’arte è vedere se essa stimola davvero una revisione del nostro modo di essere al mondo. (Gianni Vattimo)

L’arte è ricerca continua, assimilazione delle esperienze passate, aggiunta di esperienze nuove. (Bruno Munari)

Fare arte non è fotocopiare soggetti già scritti migliaia di volte, ne può essere rivoluzionario fornire una prospettiva sulla natura che già 400 anni fa Basho aveva esplorato e poi lui stesso abbandonato con la prospettiva del karumi.

Posso capire il principiante, inizialmente rincoglionito a causa della brodaglia di banalità ripetute all’infinito, posso capire chi scrive il suo primo haiku sul vento che fa cadere le foglie, ma dopo 6 mesi , se credi di fare arte scrivendo delle barche cullate sotto le stelle, allora sei quantomeno un povero illuso.

Se invece intendi lo scrivere come pratica ma finisci per ricadere solo nei casi precedenti, allora hai un doppio problema:

  1. non hai capito niente della pratica
  2. non hai capito niente di haiku

Ai più volenterosi, che vogliono mettersi in gioco, propongo la seguente tecnica, d’ispirazione buddhista.

Se haiku è poesia della realtà, allora per uscire facilmente dalla bolla mentale del rincoglionimento, basta aprire mente ed aprire lo sguardo sulla realtà.

Il buddhismo dice che la tua realtà è l’intersecazione tra te e tutto ciò che ti circonda, quindi ogni tuo istante è fatto di infinite relazioni.

Tu esisti quando cammini , perchè sei in relazione con le scarpe, a loro volta relazionate al terreno.

Tu esisti provando un’emozione, quando sei in relazione con il tuo cane e lo accarezzi.

Etc. spero sia più chiaro l’approccio buddhista alla realtà.

Le relazioni sono quindi infinite, perchè sono tra te e tutti gli oggetti che ti circondano, compresi i tuoi eventuali pensieri, quindi tu esisti solo perchè sei fatto di realzioni.

Nessuna cosa, oggetto o fenomeno esiste da solo in questo universo, niente è isolato, nulla, perchè anche il più minuscolo corpuscolo, immerso nello spazio più profondo e vuoto è comunque soggetto alla forza gravità, che può essere quasi nulla , ma mai uguale zero.

Personalmente non sono completamente d’accordo con questa visione della realtà, ma nel nostro caso quest’approccio diventa molto utile, se vuoi scrivere haiku.

Faccio un esempio concreto : io in bagno che mi lavo i denti.

Alcune relazioni: io e lo spazzolino, io e il dentifricio, io e i miei denti, io e l’acqua del rubinetto che scorre, io e un pensiero che passa, mentre mi guardo allo specchio.

Ovviamente questo è un piccolissimo sottoinsieme di tutte le relazioni possibili.

In ogni caso sono bastate a farmi scrivere 4 haiku in un minuto.

lo spazzolino
il dentifricio
il tartaro
il vuoto tra 2 denti

sputo
risciacquo
comprendo lo sputo
comprendo il risciacquo

il nuovo tubetto
il sapore di menta
mi avverte
non sei mai uguale

l'acqua scorre
lo spazzolino si bagna
e se morissi adesso ?

Spero che tutto ciò sia servito a qualcosa, o almeno a farsi questa domanda: ma io sono davvero del tutto rincoglionito ? fatevi la domanda e datevi una risposta: banalmente la troverete nei vostri haiku.

Il “momento lungo” e la tecnica del “rafforzamento”.

Ci sono momenti haiku che durano pochi secondi ed altri molto più lunghi ovvero, tutto dipende da come elaboriamo le emozioni.

La lunghezza di un momento dipende dal tuo “sfondo mentale”, ovvero dal contesto emozionale che proviamo e che qualche volta dura più del solito, a causa di una determinata situazione o stimolo emotivo, che tende a permanere.

Qualsiasi qualcosa vi coinvolga abbastanza a lungo e faccia scattare un’emozione durevole, sarà la causa dei vostri momenti haiku lunghi. Qualsiasi cosa può scatenare un momento lungo: essere in fila al supermercato, guardare un film o fare una videochiamata con chi non abbracciate da un po’ .

Quando ciò accade, una mente zen registra, oltre alla realtà, anche questo contesto emozionale e lo include consapevolmente, come parte del tutto, senza rifiutarlo.

Diventa poi una scelta autoriale , il decidere se costruire un haiku dell’esperienza vissuta, come “momento corto” o “lungo”.

Ma se i “momenti corti” , ovvero quelli in cui le emozioni sono autorialmente escluse o appena accennate, sono la norma , come si trasporta invece “un momento lungo” in un haiku ?

Come si fa a far risaltare anche lo sfondo emozionale durevole che abbiamo provato, nel momento in cui decidiamo di volerlo fare ?

Personalmente, io uso una tecnica , molto semplice, che ho chiamato di “rafforzamento” .

Innanzitutto io la uso solo negli h4ku, per ragioni di ritmo e di vincoli, come vedremo.

Il rafforzamento consiste nel ripetere (rafforzare) , tipicamente nel primo e nell’ultimo verso , “lo sfondo emozionale”, lasciando ai due versi centrali il compito di suggerirsi come causa del prolungarsi del momento, messo in risalto dalla ripetizione dell’emozione.

Di seguito tre miei haiku come esempio.

paura
troppa gente
qui alla coop
paura tra i carrelli 

mi manchi
skype e whatsapp
non trasmettono abbracci
mi manchi

una gran f...
Il testosterone conferma
Charlize Theron
è una gran f...

Riprendo anche questo haiku dal Lab.

Gabriella De Masi
Respiro
La pioggia ha il profumo del glicine
Respiro appieno

Come s’intuisce il secondo verso è decisamente lungo, il che influisce sul ritmo, meglio

Respiro - 
La pioggia
ha il profumo del glicine
Respiro appieno

Il che ci riporta alla struttura h4ku.

Chiudo con un’osservazione sul famoso haiku di Issa

C'ero
C'ero soltanto
Intorno cadeva la neve

Anche in questo capolavoro abbiamo un “momento lungo” e probabilmente questo è il capostipite degli haiku “rafforzati” (non sono un accademico, quindi non ho fatto ricerche mirate a proposito).

Nella traduzione dello haiku di Issa, la struttura h3ku è perfetta e proprio per questo, a mio avviso, oggi diventa improponibile.

La struttura a 3 righe lascia un solo grado di libertà, ovvero un solo verso, sfruttabile e dopo Issa, riproporlo anche oggi , sarebbe quasi un’offesa al Maestro ed oltre modo ripetitivo.

Mente haiku, mente zen, mente pura

Caso 5 – Lo “Stare su un Albero” di Kyõgen (Mumonkan 無門關, La Porta senza Porta)


Kyõgen Oshõ disse, “Vi è un uomo su un albero che pende da un ramo con la sua bocca; le sue mani non afferrano il ramo, i suoi piedi non poggiano sulla terra. Qualcuno appare sotto l’albero e gli chiede, ‘Qual’è il significato della venuta di Bodhidharma dall’Ovest?’ Se non risponde, egli rifiuta di rispondere alla domanda. Se lui risponde, perderà la sua vita. Cosa fareste voi in tale situazione?”

C’è il pensiero conscio, quello inconscio e la mente zen .

Il pensiero conscio è quello della dichiarazione dei redditi, quello inconscio è l’andare in bicicletta, mentre la mente zen è la soluzione del koan.

Il koan 5 di Mumon
Nella mente zen
Il koan scompare (EG)

Che è poi è anche quello che succede a chi scrive haiku.

Haiku
C'è chi li pensa
C'è chi li sente
C'è chi li vive (EG)

La mente conscia pensa al formato ed alle tecniche haiku, quella inconscia ai valori poetici, la mente zen, semplicemente, purifica il tutto trascendendo ogni cosa, come dev’essere.

Lo zen ?
La poesia ?
La vita ?
Nessuna differenza (EG)

Haiku e mentalismi : facciamo chiarezza

Nella pratica della poesia zen bisognerebbe evitare che il pensiero diventi il protagonista o si presenti in modo artificioso nei nostri haiku, anche se poi, nel caso ne fossimo pienamente consapevoli, anche queste scelte diventerebbero accettabili.

In ogni caso, se questo accade, allora abbiamo introdotto un mentalismo nella nostra composizione.

Entrambi i mentalismi , il primo attribuibile ad un protagonismo del pensiero, il secondo ad una elaborazione artificiosa della composizione, derivano dalla mente piena.

Se io sono in preda ad un’emozione e concettualizzandola la introduco, scrivendola, nel mio qui e ora, allora il mio haiku conterrà un mentalismo in cui il pensiero diventa protagonista.

In altre parole, in un haiku siamo in presenza di un mentalismo ogni qual volta il testo fa riferimento ad una mente piena, ovvero ad un determinato pensiero/concetto, che poi si riflette nel qui e ora o nel testo finale.

I mentalismi protagonisti

Se la causa che genera un haiku è quindi il pensiero (concettualizzazione della mente), allora io genero un haiku immerso nel mondo illusorio (il pensiero è sempre illusorio), soprattutto se poi cerco e trovo un riscontro di questa concettualizzazione nella realtà, in questo caso ho introdotto nel mio haiku un mentalismo protagonista.

In sintesi, in un haiku, ogni qual volta la causa è il pensiero e l’effetto è il riscontro di questo pensiero nel mondo reale, allora siamo in presenza di un mentalismo protagonista.

Es.

Amore infinito
L'orizzonte del mare
senza confini

In quset’esempio, il mio amore, come sentimento, si ribalta nell’infinito di un mare senza confini, ovvero l’amore protagonista viene associato al mare.

Fa eccezione chi, abituato ed allenato ad osservare la propria mente, è consapevole che sta generando un pensiero e quindi è in grado di distaccarsene.

Qui, l’esperienza è di tipo meditativo, ovvero è la mente che osserva sè stessa, ma questa esperienza può essere solo sperimentata, non spiegata, inoltre direi che non è alla portata di chi non sia un praticante zen.

 M.Basho
京に飽きてこの木枯や冬住ひ 
京に倦てこの凩や冬住居
Kyoo ni akite kono kogarashi ya fuyuzumai

getting bored of Kyoto
and now this ice-cold wind -
my lodging in winter 

annoiato da Kyoto
ed ora questo vento gelido
il mio alloggio invernale

In questo haiku, tecnicamente anche Basho introduce un mentalismo, partendo dallo suo stato mentale di noia, ma ci sono due differenze rispetto al caso precedente: innanzitutto la noia non viene esplicitamente ribaltata nella realtà, ovvero non c’è un’associazione tra la noia ed il vento gelido, ma anzi è il vento gelido, come realtà vissuta, che riporta Basho alla sua mente vuota, facendo del suo gelido qui e ora il nuovo alloggio della sua mente.

Ovviamente qui siamo in presenza del più grande dei Maestri ed ad un praticante zen, quindi certe sfumature si notano più facilmente, ma in generale direi che è quasi impossibile trovare haiku di questo livello, in cui un mentalismo protagonista, alla fine viene annullato dal ritorno alla mente vuota.

Diverso è invece il caso di una mente vuota che , immersa nella realtà, genera un pensiero (concetto), ovvero quando la realtà è causa e l’emozione è l’effetto del vivere la realtà.

La differenza rispetto al caso precedente è che inizialmente io non mi trovo nel mondo illusorio, ovvero nei pensieri generati dalla mia mente, ma nella realtà , quindi dalla mente vuota passo alla mente piena, generando esplicitamente una sua manifestazione, ovvero un pensiero o un concetto.

Es.

M.Basho
被き伏す蒲団や寒き夜やすごき 
kazuki fusu futon ya samuki yo ya sugoki 

to lie down
with the futon pulled up - the cold
of this night - dreadful 

sdraiato
il futon tirato sù
il freddo di questa notte
orribile
dopo il temporale
un salto su FB
haiku e Schopenhauer
sempre più vicini (Elio Gottardi)

In entrambi i suddetti esempi la realtà è la protagonista iniziale, mentre il conseguente pensiero ne è derivato.

In questi casi non siamo in presenza di un mentalismo, perchè la realtà esterna fisica, si manifesta nella mente e siccome la mente è osservabile solo attraverso le sue manifestazioni (pensieri) anche se queste manifestazioni sono illusorie, dalla realtà fisica rimango comunque nella realtà, perchè la mente fa comunque parte della mia realtà, come spiegato qui.

Mentalismi artificiosi

Qui la cosa è molto più semplice da capire e da spiegare.

Diciamo che in un haiku siamo in presenza di un mentalismo artificioso, ogni qual volta inserisco nel testo un antropomorfismo inaccettabile.

Qui per la spiegazione.

L’essenza del fûryû in 7 passi

Mentre scrivevo il secondo articolo sulla via di mezzo, ovvero la via di mezzo della poetica haiku, mi sono reso conto che dovevo introdurre il concetto di furyu, non tanto dal punto di vista degli elementi ed ideali che lo compongono, quanto per trasmettere la sua essenza.

Nell’ Oku no hosomichi di Basho troviamo il seguente haiku

L'inizio del furyu!
La canzone della semina del riso
Nel remoto nord

The beginning of fûryû!
the rice-planting song
in the remote north.

fûryû no/hajime ya/oku no taueuta

Ovvero, per chi è non abituato a leggere le sottigliezze di Basho:

Quando inizia in furyu ?
Quando la canzone dello zen, origine dell’esistenza, comincia a germogliare nella mente. (EG)

Kuki Shuzo , nel suo breve saggio Furyu ni kan-suru ikko satsu, si è interrogato sul senso profondo dello haiku.
Ciò che in un haiku deve emergere, dice Kuki, è l’allontanarsi dalla mondanità, guardando al mondo con occhi nuovi, come se fossimo uno specchio terso, atteggiamento questo che affonda le sue radici nel buddhismo chan e quindi zen.
Per Kuki la poetica di Basho “è quella che meglio s’ispira al furyu”; termine antico di origine cinese, composto da due caratteri letteralmente “vento” e “scorrere”.

Kuki interpreta lo spirito poetico in questo modo:

«Furyu è qualcosa che si oppone al mondano e deve scaturire dall’allontanamento della quotidianità sociale. Furyu è prima di tutto distacco.»

C’è del vero in questo, ma va spiegato meglio, perchè messa così questa affermazione causa facili fraintendimenti

Vediamo allora quale sia il percorso per comprendere il senso della frase di Kuki, quindi l’essenza del furyu e cominciare a scorrere nel vento.

  1. il primo passo è il controllo della mente, ovvero la pratica del vuoto mentale, raggiungibile tramite la meditazione formale e non formale.
    La meditazione formale si chiama zazen, quella informale è banalmente quello che fai.
    Sì perchè alla fine tutto quello che fai può essere meditazione, se lo fai con il giusto atteggiamento, pelare le patate, pulire un cesso, leggere un libro o guardare un film è meditare. Questo è lo step più fondamentale e meno spiegabile a parole, ma da qui parte tutto, in quanto tutto quello che segue dopo non sono altro che diversi stadi di comprensione, cioè sono solo effetti della pratica del vuoto, che rimane il motore di tutto.
  2. La pratica costante del vuoto mentale, ovvero l’allenamento costante dell’osservazione della mente, porta alla comprensione dell’impermanenza, ovvero alla comprensione di come non ci sia nulla di stabile, sia nella mente che in tutto l’universo (qui conoscere un po’ di fisica è auspicabile, perchè se conosci i principi della termodinamica, della relatività e un po’ di meccanica quantistica, allora risulta tutto più facile); senza questa comprensione si vive nel mondo che il Budda chiama illusorio e che è la causa principale delle tante sofferenze psichiche.
  3. la comprensione dell’impermanenza porta alla comprensione del vivere “qui e ora”, ovvero di come l’unica esistenza possibile si basi esclusivamente sul presente e di come passato e futuro appartengano al mondo illusorio.
  4. il “vivere qui e ora” porta alla comprensione dell’attaccamento, ovvero come sia imperativo, smettere di pensare che sia possibile possedere cose o peggio ancora, persone, quindi come, se vuoi vivere nel presente, si debba giungere al distacco emotivo, il che non significa che non si devono provare emozioni o sentimenti, ma prendere coscienza della loro impermanenza e quindi lasciarli andare quando capitano … così s’impara a non soffrire troppo a lungo, ovvero: la sofferenza viene, la osservi e poi la lasci andare, senza trattenerla. Il distacco emotivo è quello di Kuki e di Basho, che da bravi giapponesi lo equiparano all’allontanamento dalla mondanità. In realtà, non è necessario fare gli eremiti, per raggiungere il distacco mentale, anche se certamente questa cosa aiuta e non poco.
  5. la comprensione del distacco porta alla compassione, ovvero alla comprensione degli altri, ovvero delle loro realtà mentali , diverse dalla nostra, il che non vuol dire che capisci o ti metti ad amare il genere umano, come ti chiedono di fare i cattolici, ma che accetti gli altri per quello che sono, senza pretendere di cambiarli; il che non vuol dire essere buonisti a tutti i costi ed accettare qualsiasi cazzata facciano, perchè in realtà equivale a dire: “io accetto te, ma non le tue cazzate” … sottigliezza che purtroppo non è quasi mai compresa, in quanto la gente si identifica con quello che fa, quindi non capisce che, per esempio, quando io li mando aff. per qualcosa che dicono o fanno, non mando mai aff. loro, ma le loro cazzate… ma capisco anche le loro reazioni, perchè non è facile pensare che la fanculizzazione sia un gesto compassionevole e non di rifiuto; però io ho imparato a distinguere sempre tra mente e pensiero, quindi io separo la causa dall’effetto, distinguo ciò che esiste (la mente), da ciò che è impermanente (il pensiero), quindi ormai mi è naturale accettare la prima (la mente) e rifiutare il secondo (il pensiero) senza contraddizioni; io di solito, cerco di spiegare, ma il fancullizzato tipicamente si offende lo stesso, ma se non capisce, ed è la regola, allora quello diventa un problema suo e non più mio, perchè io sono consapevole di quali fossero le mie vere intenzioni ( qui la cosa è molto zen, ma meglio di così non riesco a spiegarla).
  6. la comprensione invece di tutto ciò che non è mentale, ovvero non è originato dalla mente, ovvero è fisico, si ottiene tramite la scienza, ovvero dell’unico metodo oggettivo d’indagine della realtà non mentale.
  7. tutto quanto detto fin qui, porta all’atteggiamento del wu wei taoista, ovvero dell’accettazione della natura come unico motore universale (Tao) e della consapevolezza delle proprie azioni e non azioni, ovvero di come e quando si debba interferire, o meglio non interferire, con i processi naturali (Tao).

Arrivare al punto 7 significa arrivare a a comprendere zoka, il makoto e il mujo di Basho ovvero si comprende l’essenza del furyu.

« quando il vento scorre al’interno del poeta ed lui si affida al vento che soffia nel cielo più alto, allora si è davanti ad un vero uomo nobile, colui che comprende il fūryū».
(dall’Akazōshi)

antropomorfismi, natura, zen e haiku: facciamo chiarezza

Un antropomorfismo è l’attribuzione di una caratteristica, qualità o azione tipicamente umana a cose o fenomeni, che umani non sono.

ES. il mare grosso si mangia la spiaggia

Chiunque scriva haiku, prima o poi, viene inevitabilmente a contatto con il problema, o meglio la scelta compositiva, di antropomorfizzare o meno un suo verso o composizione, tipicamente allo scopo di ottenere un maggiore lirismo, ovvero suggestionare meglio i propri lettori.

Premetto subito che io non sono del tutto sfavorevole all’introduzione di un antropomorfismo in un haiku, ma in generale, non lo raccomando, per le ragioni che ora cercherò di spiegare.

La prima ragione, la più importante, è che se si considera la poesia haiku come pratica zen, allora bisogna tener presente che lo zen non vede di buon occhio le forzature, già perchè un antropomorfismo è sempre una forzatura, a volte piccola, a volte grande, ma lo è sempre.

Quando io guardo attentamente
Vedo il nazuna in fiore
Presso la siepe!
(M.Basho)

A supporto da quanto da me appena sostenuto, fornirò ora dei commenti del maestro zen Suzuki su questa poesia.

Quello che descrive questa poesia è un semplice fatto , espresso senza alcun tocco poetico.

L’approccio zen di Basho è quello di penetrare direttamente l’oggetto … perchè conoscere il fiore, per lo zen, è diventare fiore

Basho non tocca il nazuna, si limita a guardarlo, sente qualcosa nell’animo, ma non la esprime, lascia che sia il punto esclamativo a parlare per lui.

L’emozione che prova è forte e profonda e non ha alcun desiderio di concettualizzarla, mentre lui rimane completamente inattivo.

Basho non è per nulla curioso , ma avverte nel nazuna tutto il mistero dell’esistenza della natura.

Volendo riassumere, tutto questo in una sola parola, possiamo dire che l’approccio zen per un haiku, con soggetto la natura , deve essere “neutro”.

Il rapporto tra il poeta e la natura deve essere a somma zero, perchè, umanizzare qualcosa, che non è umano, significa spostare il baricentro verso noi stessi, ovvero ribadire la nostra supremazia.

In altre parole, se io per comprendere il fiore devo diventare fiore, allora non devo in alcun modo prevaricarlo, ma devo trascendere me stesso, immergendomi nel fiore ed annullandomi in lui.

Annullarsi però non significa che devo azzerare la mia identità, o fondermi in qualcosa di mistico, ma solo come mente, quella mente piena che mi percepisce separato da lui.

Per lo zen, un haiku è soprattutto un esperienza di un kensho , un momento in cui, grazie al vuoto mentale, la percezione della realtà con cui vengo a contatto, si espande, facendo cadere quella barriera inconscia, che mi impedisce di comprendere che io, come il fiore, facciamo parte della stessa entità, quella che i taoisti chiamano Tao.

Nel kensho zen taoista, allora io ed il fiore siamo nel Tao, ovvero, come spesso si dice, siamo uno, ma restiamo, al tempo stesso, due manifestazioni distinte, come e tra altre sue infinite manifestazioni.

Chiaramente in tutto questo contesto, l’introduzione di un antropomorfismo finisce per cozzare con l’esperienza e i requisiti di un vero kensho.

La seconda ragione per cui io evito di comporre versi antropomorfi è proprio legata alla poetica di Basho, ovvero alle basi del mio riferimento compositivo, che in questo caso è lo Zoka di Basho.

Una volta ho sentito un prete definire una scala della supremazie del creato, ovvero: innanzitutto Dio, poi l’uomo, poi il regno animale, poi quello vegetale ed infine quello minerale.

Secondo quest’ottica è chiaro che umanizzare gli elementi che nella natura stanno ai livelli più bassi, li promuove perchè li eleviamo verso Dio.

Non avendo però alcuna conoscenza diretta di Dio, ecco che l’uomo diventa il livello, questa volta conosciuto, a Lui più vicino.

Umanizzare, ovvero avvicinare tutto ciò che Dio ha creato all’uomo, significa allora credere alla scala della supremazia, come sostiene anche il teologo Kierkegaard .

Ci si pronuncia così tanto contro gli antropomorfismi e non si ricorda che la nascita di Cristo è il più grande e il più ricco di significato. (Søren Kierkegaard)

Sfortunatamente, la poetica di Basho è incompatibile con la scala delle supremazie, in quanto Zoka , per Basho ha una connotazione prettamente Taoista, che non prevede nessuna egemonia nell’universo, ma solo un grande Tao che è motore delle sue infinite manifestazioni.

Ovviamente qui si apre una dicotomia per tutti coloro che pur aderendo alla poetica di Basho, poi aderiscono alla scala delle supremazie, ovvero antropomorfizzano i loro versi.

La terza e ultima ragione, ma del tutto mia personale, riguarda l’estetica di un haiku.

Io credo che umanizzare sia un modo molto grossolano, Basho direbbe volgare, di coinvolgere il lettore.

Quindi se ricercate il lirismo, scrivete poesie non haiku.

Detto tutto questo, lasciatemi anche precisare che comunque ci sono almeno due livelli di accettabilità.

Il primo livello è quello per me INACCETTABILE, ovvero quando la forzatura è chiaramente ricercata.

Es. urla la campagna ; piangono le nuvole ; sorride il sole , etc.

Il secondo livello è quello +ACCETTABILE, ma sempre sconsigliato, ovvero quando l’antropomorfismo è usato e fa parte della lingua di riferimento.

Es. il sussurro del torrente; il brontolio della pancia; il borbottio della moka

Ovvero quando c’è un minimo di riscontro tra l’antropomorfismo e la realtà osservata, ovvero quando questo riscontro è entrato nell’uso comune perchè ha una certa assonanza oggettiva, con il comportamento umano.

Haiku e facebook : quando tagliare questa dipendenza?

Come tutto, anche FB crea dipendenze.

Se dipendi dai like, dai commenti favorevoli o soltanto dalla tua vanità, allora devi prenderne atto: non sei libero !

Ma quando tagliare ? La risposta è semplice : dipende solo da te, ma se non lo farai mai, allora resterai per sempre un lattante che si agita in una culla.

Non è FB il problema, il problema sei sempre tu.

Haibun taoista di EG

impotente
vedo il suo dolore
contorcersi

la gioventù è sofferenza
assenza di una mente limpida

Avere a che fare con gli adolescenti significa dirimere dei piccoli grandi drammi.

Io non banalizzo mai i conflitti ed il dolore dei giovani,  perchè so che quello che è banale per me, non può esserlo per loro.

La gioventù è una grande lente d’ingrandimento che deforma le dimensioni e i contorni della realtà che può essere compresa, soltanto togliendosi questi occhiali deformanti.

Purtroppo questi sono occhiali che loro non si possono togliere o mettere a piacimento e spesso qualsiasi azione esterna di spiegazione o conforto diventa inefficace, se non del tutto inutile.

In questi casi, quando si capisce che la loro mente è troppo turbata per accettare qualsiasi parola, non rimane che praticare una compassionevole e silenziosa vicinanza, basta essere presenti, aspettando che la loro acqua ritorni a scorrere limpida.

agire e non agire
dentro la saggezza del Tao
il silenzio di una stanza

Supercazzole e haiku: esperimento social

Premessa

Il termine supercazzola indica un nonsense, una frase priva di senso logico composta da un insieme casuale di parole reali e inesistenti, esposta in modo ingannevolmente forbito e sicuro a interlocutori che, pur non capendo, alla fine la accettano come corretta

L’esperimento

Qualche giorno fa ho postato il seguente testo come sondaggio interno, chiedendo poi se si fosse d’accordo o meno con l’analisi proposta.

L’effetto dello slittamento temporale, derivato dall’analisi del kirej, è normalmente sostenuto da una rilevante quantità di argomentazioni etimologiche perfettamente legittime. Tutto ciò non deve però farci dimenticare il principio di sovrapposizione ed armonizzazione dei ku.
Per quanto questo tipo di analisi abbia un’ovvia connotazione arbitraria, è innegabile che ammettere l’impostazione rigorosa dello stacco semantico, delinea due possibili soluzioni, una teorica ed un’altra osservativa.
Ora, che tutto questo generi una costruzione incoerente all’interno di una mappa degli scostamenti della poetica è più che evidente.
Al di là delle contraddizioni e difficoltà iniziali, pur nel rispetto della forma classica giapponese, è chiaro che è necessario intervenire con una drastica riduzione del numero delle ipotesi interpretative, il che rende imprescindibile procedere, con le dovute cautele metodologiche, in una valutazione oggettiva di quali siano i parametri che definiscono innanzitutto una situazione concreta di ribaltamento dell’uso del kigo, che sembra essere l’unico elemento cardine che sposti la definizione di una composizione.

Ora chiedo anche a  voi , che ne pensate?

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scorri per leggere lo SPOILER, ovvero la soluzione.

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Allora , la verità è che il suddetto testo è semplicemente una supercazzola, costruita da me, facendo ricorso ad un generatore di frasi casuali ed infarcendo qua e là i periodi ottenuti, con alcune parole chiave della poesia haiku.

E’ però bastato che la postassi, dandole una parvenza di credibilità, per essere accettata come qualcosa di reale.

Infatti, aldilà delle risposte ricevute, poche in verità, nessuno, dico nessuno,  ha messo in discussione la veridicità della mia pseudo-analisi.

Questo significa che, nel migliore dei casi, la gente pur avendo intuito che si trattava di una supercazzola, non è comunque riuscita a mettersi nella condizione di contestare apertamente il testo.

Il che mi porta ad affermare che:

La gente si lascia facilmente influenzare ed è condizionabile, senza che se ne accorga.

Chiunque riesca a costruirsi, a torto o a ragione, un minimo di credibilità, difficilmente poi viene messo in discussione, anche quando dice delle evidenti idiozie senza senso.

La gente guarda più all’autorità (vera o falsa che sia) , piuttosto che ai contenuti .

In altri termini, se sei considerato, allora puoi veicolare qualsiasi stupidaggine, con la buona probabilità di non essere smentito.

L’idea di questo test social mi è venuta leggendo una supercazzola di un eminente rappresentante del movimento haiku italiano, a cui avrei voluto rispondere sul suo blog: ‘ ma che è sta roba ?’ .  Non l’ho fatto, non perchè non ne fossi sicuro della fuffa, ma forse, mi sono detto, è solo la mia capacità di giudizio ad essere offuscata.

E’ stato quindi per verificare la reazione della gente ad una vera supercazzola, che mi sono inventato questo test.

Voglio vedere, mi sono detto, se scrivendo un’ evidente idiozia, qualcuno poi me lo farà notare.

Sfortunatamente i risultati hanno confermato che la capacità di giudizio critico della gente è bassa, la qual cosa spero ora porti, come conseguenza, ad una maggior consapevolezza in chi legge.

Signori e signore, attivate sempre il vostro senso critico, non bevetevi automaticamente qualsiasi cavolata vi venga proposta, anche se proviene da un pulpito più alto di quello del Papa.

Non abbiate paura a esprimere il vostro dissenso e le vostre idee, se sono genuine e non in malafede, saranno sempre bene accolte.

Formatevi una vostra coscienza personale a cui rispondere, solo così si diventa liberi e consapevoli.

Basho, lo zen e i neuroni specchio

Il concetto di haiku come pratica, ovvero di esercizio di comprensione attraverso la parola, deve essere centrale per gli iscritti al Lab.

Da qui il focus sullo zen, ovvero su quel processo mentale che armonizza l’introspezione e l’estrinsecazione, ovvero come comprendere sè stessi, grazie all’osservazione di ciò che ci circonda e che poi si concretizza in qualche verso.

Personalmente io non ho dubbi che questo fosse il motore interiore che muoveva anche M.Basho a fare poesia.

Infatti Basho afferma che la poesia è allo stesso modo sempre nuova ed immutabile.

Nuova nel cogliere il momento, immutabile nella consapevolezza del poeta quando coglie il momento.

Questo è il filo rosso che collega tutti i maestri, dice Basho, ed è questa la pratica zen della poesia haiku.

La grande differenza tra chi pratica la poesia come zen e chi non lo fa è che spesso i primi finiscono per spendere più tempo a cercare di capire quello che hanno scritto, piuttosto che nello scrivere in sè.

Ad esempio, tipicamente io scrivo di pancia, senza pensare, ma poi leggo e rileggo con attenzione quello che ho scritto, per capire il profondo che sta dietro le mie parole.

Tutto questo mi ha portato alla convinzione che ci sia una stretta correlazione tra la qualità di un haiku e la capacità di unire l’esterno al  proprio interno , ovvero io credo che più l’esperienza esteriore vissuta si rispecchi in una esperienza interiore e migliore risulterà lo haiku.

A dire il vero, ho anche cercato di capire le cause di questo fenomeno ed ho finito per attribuire quest’effetto ai neuroni specchio, ovvero a quella classe di neuroni che si attiva quando un individuo si rivede e riconosce in qualcosa o in qualcun’altro.

Già Poincaré sosteneva che il nostro rapporto con gli oggetti e le persone con cui veniamo in contatto coinvolgono funzioni fondamentali del nostro sistema nervoso.

Quindi, se tutto questo corrisponde a verità, allora si comprende la grandezza di Basho , in quanto gran parte dei suoi haiku sono interpretabili sia come esperienze introspettive che estrinseche.

furtivamente di notte
un verme al chiaro di luna
penetra una castagna ( M. Basho)

Qui l’esperienza estrinsecata si rispecchia in quella  meditativa interiore, quando cioè il pensiero perturba la quiete della mente, come tutti i praticanti zen ben conoscono.

Tutto questo ci porta alla considerazione che lo haiku di Basho è leggibile su due piani distinti: quello esteriore e quello interiore relazionato al primo.

In questo modo haiku diventa pratica zen, quindi anche autoterapia, ovvero libertà.

Se questa è la Via haiku di Basho, questa allora dovrebbe essere la Via di tutti gli iscritti al Lab.

merda d’uccello
lo tsukubai ora è pulito
lavato dalla pioggia (E.Gottardi)

tram pieno
pelli di ogni colore
fermata Lanza (E.Gottardi)

P.S.

Termino con una precisazione.  Io non sono buddhista, per questo cerco di evitare puntualmente nei miei articoli le implicazioni dottrinali tipiche del buddhismo zen.  Il Dharma mi  lascia abbastanza indifferente e considero lo zen come un semplice strumento, un mezzo come una bicicletta incolore, mentre ciò che colora la bici è la dottrina e  a me interessa solo che la bici funzioni, non il suo colore.