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Istruzioni a un cuoco zen. Ovvero come ottenere l’illuminazione in cucina (haiku compresi)

Il saggio di Dogen ISTRUZIONI A UN CUOCO ZEN (Ubaldini Editore), commentato da Uchiyama, sottolinea come la Via del Buddha si basi sulla quotidianità e come lo sforzo stesso di purificare la nostra vita, sia la base dell’illuminazione.

Maneggiate ogni singola foglia di verdura in modo tale che manifesti il corpo del Buddha. Ciò a sua volta permette al Buddha di manifestarsi attraverso quella foglia. Questo è un potere che non potete comprendere con la mente razionale. (Dogen)

Come la stragrande maggioranza degli italiani, anche a me piace mangiare bene, ma allo stesso tempo sperimentare .

Zen , cucina e haiku hanno questo aspetto in comune: la sperimentazione, la pratica.

Se non sperimenti, se non pratichi, allora zen, cucina e haiku diventano dei soprammobili, roba inutile, la cui unica funzione è quella di prendere polvere.

Se, al contrario, smetti di seguire pedestremente le regole e i ricettari creati da altri, allora puoi diventare un vero chef della vita, della poesia e del palato.

Da tempo volevo provare a fare un piatto che mi aveva stregato in un ristorante giapponese : il kakuni (un brasato di pancetta di maiale arrosto), che a detta del cameriere, a cui avevo chiesto informazioni, richiede 24 ore tra preparazione e cottura.

Dopo un’accurata ricerca, mi sono deciso, apportando però qualche ponderata modifica alla ricetta originale, ma restando al tempo stesso fedele allo spirito del piatto.

Ho così accorciato a 9 ore la preparazione, inserendo qualche elemento italiano, tra cui la sambuca al posto del sakè, che è stato, visto i risultati, modestamente un vero colpo di genio.

Dalle 9 del mattino alle 18 pomeriggio, ho così praticato …. lo zen, la cucina e dei momenti haiku.

per 9 ore 
cubi di pancetta e zen
kakuni e haiku (EG) 

Esercizi di riduzione: Angiola Inglese

QUI, per l’introduzione all’esercizio.

POESIA
Ieri pomeriggio
Una stuoia di paglia
in quell’angolo di spiaggia
aperto al sole d'inverno,
fra le prime nuvole
le scie degli areoplani
…mentre vola un gabbiano
 
TANKA
mare d’inverno-
nell' angolo di spiaggia
io e il gabbiano
le nuvole in arrivo
nel vento di ponente

HAIKU
nuvole gonfie
nel vento del tramonto
io e il gabbiano 

ANALISI di EG

Aldilà delle immagini mostrate, questa poesia ha un problema: è un haiku, ad una sola lettura, in un formato XXL.

Nel testo, c’è tanta realtà, troppa, mentre non c’è traccia di pensiero.
La stuoia, la spiaggia, il sole invernale, le nuvole, le scie degli aeroplani, il gabbiano: tutti elementi rappresentati come frammenti di una fotografia.

Vero è che l’ultima riga inserisce dei puntini di sospensione, ma attribuirne un significato diverso, appunto da una sospensione, mi sembra un azzardo.
Per cui mi chiedo, ma una poesia senza un’emozione, un sentimento, o una riflessione è ancora una poesia?

Io non sono un accademico, quindi non conosco tutte le poetiche possibili, ma il dubbio rimane.

L’unica poetica che conosco e che non prevede un coinvolgimento emotivo e mentale da parte dell’autore è la poetica haiku, ma non in una forma XXL.

Io che pratico gli spazi non tradizionali, mi sono inventato la forma h4ku, ma li mi sono fermato, in quanto dopo si cade nei Tanka.

Ora, il punto è: qual è l’essenza di una poesia-foto e di questa in particolare ?
la solitudine? la quiete? l’incontro ? difficile dirlo…. o forse, semplicemente , non c’è nessuna essenza, ma soltanto racconto.

Con queste premesse, la riduzione in forma tanka risulta un taglio lineare, in cui alcuni elementi spariscono, senza un apparente preciso motivo.
La riduzione in haiku prosegue poi tagliando e cucendo, sempre su motivazioni che sembrano puramente stilistiche.

Il risultato finale è però un buon haiku , il che dimostra come il processo di riduzione sia avvenuto al contrario, ovvero forse siamo in presenza di una lettura basata su un allungamento, che parte dallo haiku e che, dopo essere stato annacquato, si allunga in forma tanka e poi in poesia.

A ben vedere, si può considerare quest’esercizio come esattamente speculare a quello di Rosa Maria Di Salvatore.
Il problema di fondo però è lo stesso: l’uso di un unico paradigma compositivo, anche se ovviamente i paradigmi usati sono uno il contrario dell’altro: evocativo per Rosa Maria, haiku per Angiola.

In conclusione, vale la stessa affermazione già fatta: non si può usare un solo paradigma poetico, in tutte le occasioni.

Haiku e il lato oscuro della forza

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Conosco Pasquale Asprea da qualche anno.
Lui è un talento naturale, probabilmente nato per scrivere haiku.

Se io avessi metà del suo talento, sarei uno Jedi dello Haikai e mi considererei più che soddisfatto.
Peccato che Pasquale, nonostante tutto il suo talento, sia passato al “lato oscuro della forza”, nel momento in cui ha sposato la forma rigida del 5-7-5, come unica regola compositiva.
Prendete il primo verso di questo suo haiku zoppicante ed aggiungeteci quell’articolo ucciso dalla regola, ma che grida vendetta, perchè vuole resuscitare.

A volte basta un solo articolo per trasformare un haiku zoppicante in qualcosa di meraviglioso …

.. Una …

(Una)  canoa sola –
sottovento la costa
glicini in fiore

Il che ci porta al cuore del problema: un poeta che, ogni volta che serve, non è in grado di sfanculizzare le regole, può definirsi un vero poeta?

Lascio a voi la risposta, la mia, per la precisione, è  la stessa di Matsuo Basho.

Mi auguro, per il bene di tutti, che prima o poi Pasquale si liberi dai demoni che lo stanno imprigionando e delle zavorre che gli stanno impedendo, a volte, come in questo caso, di volare in alto.

Nuvola vagante

Canoa sola –

sottovento la costa

glicini in fiore

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Paterson

ho condiviso molte cose mostrate in questo film di Jarmusch: la poesia delle cose ordinarie e quotidiane, che altro non è che il declinare del karumi di Basho, il taccuino dove si concretizza il pensiero, la poesia che deve basarsi su quello che siamo, senza tradire la nostra cultura e natura, perchè sarebbe come mettersi le mutande usate di un altro.

l'opionanista

Cari eucarioti,

ho sempre sentito nel cinema di Jarmusch una nota incongruente che segue il silenzio. Proprio per questo motivo ne celebro la diversità e il rigore.

I luoghi di Jarmusch, la sottrazione di Jarmusch, la poesia (parola spesso abusata nella settima arte) di Jarmusch. Ecco, se dovessi scegliere un film da far vedere del regista americano sarebbe questo.

Il protagonista possiede lo stesso cognome della città in cui vive, Paterson, e guida un autobus con la scritta Paterson, e il suo numero di corsa. E’ già il rimando di qualcosa. Paterson è un nome, ma è anche un uomo, un pullman, un luogo. E un poeta. Già, perché Paterson scrive delle liriche ispirandosi a William Carlos Williams (e non a Carlos Williams Carlos). Le scrive su un taccuino e ci racconta della marca dei suoi fiammiferi. E lo fa dopo aver percorso la strada che conduce al lavoro, laddove si susseguono le scritte Fire (fuoco). Ogni giorno…

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