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Un haiku di Basho sul tempo

櫻より松は二木を三月越し

sakura yori
matsu wa futa ki o
mitsuki goshi
Since true cherry time-
Now, two pine trees do I
See-three months have passed.
Dalla fioritura dei ciliegi 
Ora, vedo i due tronchi del pino
Sono passati 3 mesi

Nel Lab avevo chiesto, come esercizio, la traduzione e l’analisi tecnica del suddetto haiku.

Diciamo che le risposte ricevute hanno riguardato solo l’essenza, tralasciando gli altri parametri previsti, quindi ne prendo atto e mi adeguo.

Basho lascia Edo subito dopo aver assistito al sakura (la fioritura dei ciliegi) e dopo 3 mesi vede un pino, un pino particolare che si divide in due tronchi, partendo dal terreno (in giapponese: pino takekuma).

Basho non è mai banale e va sempre indagato, anche quando l’immagine sembra facilmente decifrabile.

In realtà l’inconscio mi aveva già avvisato che questo haiku aveva una chiave di lettura nascosta, che doveva essere particolarmente interessante.

Che l’essenza di questo haiku fosse legata al tempo, era abbastanza evidente, mentre quello che non traspare subito è la sua interpretazione, in chiave zen.

A Basho bastano due immagini per disegnare il suo presente zen: un sakura di 3 mesi prima e il suo qui e ora.

La freccia del tempo è percepita da tutti come un continuum che va dal passato al futuro, dietro di noi i ricordi, davanti a noi i sogni, ma per lo zen è solo l’istante presente che conta veramente.

Quindi Basho, nel suo qui e ora, ovvero nel suo istante presente, vede un pino takekuma , un particolare tipo di pino che si biforca fin dal terreno in due tronchi e da quest’immagine scaturisce la rappresentazione del tempo zen.

Il pino rappresenta sia il tempo passato che futuro, perchè tutto ciò che non appartiene al presente di Basho, si biforca come qualcosa di esterno a lui.

Il tronco del passato, con il ricordo del sakura di 3 mesi prima e il tronco del futuro … impossibile da raffigurare perchè ancora aldilà da venire.

E Basho disse ..
mostrami il tempo ..
io gli tirai un sasso (EG) 

Questo però non lo spiego.

Dal dialogo di Gōngsūn Lóng 公 孫 龍 : come un cavallo bianco non sia un cavallo e quindi come anche un haiku italiano non sia un haiku

Sul mio percorso, uno dei koan più importanti che ho risolto e che hanno modificato significativamente la mia percezione della realtà e conseguentemente della poesia zen, è il seguente:

Shuzan Oshõ alzò il suo shippei [bastone di servizio] davanti ai suoi discepoli e disse, “Monaci! Se voi chiamate questo uno shippei, vi opponete alla sua realtà. Se non lo chiamate shippei, voi ignorate il fatto. Ditemi, o monaci, come lo chiamerete?”  (caso 43 , la porta senza porta)

Con il seguente dialogo paradossale del “sofista cinese” GŌNGSŪN LÓNG 公 孫 龍 (320 a.c. – 250 a.c.) , su come un cavallo bianco non sia un cavallo siamo sullo stesso piano di comprensione.

Entrambi, se capiti, possono diventare un fiume di candeggina che spazza via ogni impurità e speculazione intellettuale , con conseguente comprensione di cosa sia realmente la poesia haiku.

Così come Zhuāngzĭ accusa Huìzĭ di sprecare il proprio tempo cianciando di “durezza” e “bianchezza (Zhuāngzĭ Cap.V ) , allo stesso modo io sostengo che è uno spreco di tempo discutere di poesia haiku, in termini accademici, cianciando di kigo e contando le sillabe.

La poesia haiku non va studiata, va vissuta e chi non arriva a capirlo, non può essere considerato un poeta.(EG)

A: “È possibile sostenere che gli haiku non giapponesi, per esempio italiani, non siano haiku ?”.

B: “È possibile.”

A: “Come può essere?”

B. “Il concetto di haiku si riferisce alla forma e poetica giapponese. Il concetto di italiano si riferisce al paese Italia. Siccome ciò che designa un paese diverso dal Giappone automaticamente si riferisce ad una forma e una cultura non giapponese, di conseguenza un haiku italiano non è un haiku.”

A: “Ma se un haiku è esclusivamente legato al Giappone, allora sarebbe corretto sostenere che non possa esistere un haiku scritto da un non giapponese, anche se scritto in lingua giapponese . Ovvero, ribaltando l’immagine, è come se in un cavallo, il fatto di avere un colore implicasse che non fosse un cavallo. Ma siccome non esistono cavalli senza colore, è necessario concludere che esistono cavalli che sono bianchi, così come esistono gli haiku italiani.

B: Certamente i cavalli hanno un colore, come gli haiku, che hanno un riferimento culturale, perciò esistono sia i cavalli bianchi che gli haiku italiani, però non sono ne cavalli, ne haiku. Infatti, in Giappone non esiste il concetto di haiku giapponese, ma solo di haiku, esattamente come per il concetto di cavallo, che non prevede il colore del cavallo, perchè il colore è ininfluente rispetto alle caratteristiche peculiari del cavallo. Allo stesso modo, il concetto di haiku non definisce la provenienza, perchè è già intrinsecamente legato alla sua origine giapponese (anche se poi , molto altro ci sarebbe da dire a riguardo). Comunque sia, il concetto di cavallo bianco, come quello di haiku italiano, estendono il concetto basico di cavallo e di haiku, quindi un cavallo bianco non è un cavallo , così come un haiku in italiano non è un haiku. Infatti il concetto di ‘cavallo bianco’ si compone dei concetti di: ‘cavallo’ e ‘bianchezza’, quindi “cavallo bianco” è un “ cavallo” ed , in più, è “bianco”. Ora, siccome la ’bianchezza’ o la ‘nerezza’ non danno origine ad un cavallo, allora posso dire che un cavallo bianco non è un cavallo, così analogamente posso dire che un haiku italiano non è un haiku.

A:.”Ma un cavallo è sempre un cavallo anche senza la bianchezza e il color bianco rimane il color bianco anche se non lo accostiamo ad un cavallo. Così come un haiku è un haiku , anche quando il termine italiano non viene accostato ad un haiku. E questo perchè è solo unendo le classi di cavallo e di bianco che otteniamo ciò che si chiama un cavallo bianco, o un haiku italiano, ma ciò porta a mescolare delle classi dissimili e questo non è lecito. Perciò, non è possibile affermare che un cavallo bianco non sia un cavallo, come non è possibile dire che un haiku in italiano non sia un haiku.

B: “Ma se un cavallo bianco è un cavallo, allora si può anche dire che non c’è differenza tra un cavallo bianco e un cavallo fulvo o tra un haiku italiano e uno inglese.

A: “No, questo non si può, perchè sono differenti.

B:”Però, se diciamo che il concetto di cavallo è diverso da quello di cavallo fulvo, ammettiamo che esiste una differenza tra un cavallo fulvo e il concetto di cavallo, ovvero che un cavallo fulvo non è un cavallo. Ma, come è possibile negare che un cavallo fulvo sia un cavallo e, al tempo stesso, affermare che un cavallo bianco è un cavallo? Sarebbe come far volare gli uccelli nell’acqua dello stagno o depositare la bara in un luogo e il sarcofago in un altro. Sarebbe un’affermazione contraddittoria ed un discorso illogico”. 

A:”Quindi , seconde te, si può dire che un cavallo bianco è un cavallo, solo quando gli si astrae l’idea di bianco.  Mentre, se non si estraesse l’idea di bianco, non si potrebbe dirlo. Mentre un cavallo è ciò che noi pensiamo, quando pensiamo semplicemente al cavallo. Ma seguendo il tuo ragionamento, allora potremmo dire che il cavallo pensato non sia un cavallo e quindi anche un haiku pensato non è un haiku.

B:” Il concetto di “bianchezza” non indica l’oggetto bianco e quindi è inutile nel concetto di cavallo. Come il concetto di lingua derivata da un paese è estraneo al concetto di haiku. Ovvero, mentre “cavallo bianco” ci dice che cosa è bianco, l’oggetto del bianco è indicato da un termine diverso da bianco e questo perchè il concetto di “cavallo” non include né esclude i colori. In questo modo, esso può includere i cavalli fulvi e i cavalli neri. Il concetto di “cavallo bianco” include un colore e ne esclude altri. I cavalli fulvi e i cavalli neri ne sono esclusi e solo i cavalli bianchi possono rientrarvi. Ciò che include una cosa non è  eguale a ciò che  la esclude. Perciò confermo quanto ho detto: “Un cavallo bianco non è un cavallo”.

Il suddetto dialogo che ho modificato, ma non troppo, per i miei scopi, richiederebbe ora una esegesi, da parte mia.

In realtà, non so quanto questa operazione potrebbe risultare utile, rispetto a quanto detto.

Su internet vi sono diverse interpretazioni, ma a mio avviso tutte alquanto lacunose, perchè non vanno al cuore del paradosso. Lascio quindi a Voi venirne a capo. A tale scopo, potreste metterci parecchio tempo, ma questo è uno di quei viaggi che richiedono pazienza e perseveranza, oltre a non farvi muovere di un centimetro da dove vi trovate.

Tanka koan di capodanno

Un giorno Chao-chou trovò un discepolo che preparava i festeggiamenti di capodanno, così lo colpì con un bastone.
Il monaco protestò: “Non è un atto meritorio preparare una festa?”.
“Sì”, rispose il maestro “ma è ancora più meritorio lasciar perdere gli atti meritori”.

prosecco di valdobbiadene
le bollicine salgono
contro la gravità
festeggio il capodanno
col fuso orario dell'India (EG)

Haiku koan di Natale

Secondo le istruzioni del sesto Patriarca, ecco le sue istruzioni che riguardano il Natale:
oggi è Natale, ma anche non Natale, ma anche contemporaneamente Natale e non Natale, ma allo stesso tempo ne Natale ne non Natale.
Lo zen trascende ogni senso e logica.
Ogni asserzione o negazione, va elusa.

Natale 2020
cos'è lo zen ?
due ciabatte sul parquet (EG)

Esercizi di riduzione: Gabriella De Masi

QUI, per l’introduzione all’esercizio.

Poesia
Dall'argine osservo
i flutti impetuosi del fiume
che senza domande
verso il mare
si lascia andare

Tanka
Fragore d'acqua
Ineluttabilmente
il fiume va
Ma ferma e in silenzio
io ne osservo il destino

Haiku
Flutti impetuosi
Il fiume scorre rapido
verso il mare 

ANALISI di EG
La poesia s’interroga sui movimenti di un fiume, con relativa osservazione, da parte dell’autrice.
Senza farsi domande, il fiume scorre prima impetuoso, per poi lasciarsi andare ineluttabilmente verso il mare ….. e realizzando così la sua vera natura, aggiungo io.
Sfortunatamente questa considerazione non sarà colta chiaramente da Gabriella ed è un peccato, perchè insita nell’immagine ed era praticamente un assist servito su un piatto d’argento.
In assenza di questa visione, la riduzione della poesia alla forma tanka, si concentra più sull’osservatore che sull’osservazione, perdendo così molto della profondità potenziale, emergente dalla poesia.
Persa l’essenza dell’osservazione, la successiva riduzione da tanka ad haiku, propone inevitabilmente un’immagine, seppur coerente con la sequenza poetica, piatta, quasi spenta rispetto al potenziale iniziale.
Un vero peccato, in quanto la poesia aveva introdotto elementi estremamente interessanti e più chiavi di lettura, per esempio altra chiave poteva essere quella del fiume come metafora della vita: dallo yang della giovinezza, allo yin della vecchiaia, o di una rilettura dell’acqua del fiume in chiave taoista : Il Tao è come l’acqua (Tao Tê Cing, VIII, Tornare alle qualità naturali).
In ogni caso, per dare un’idea, propongo questo mio sviluppo, nella mia prima chiave di lettura:

Tanka
questo fiume
fragoroso e senza porsi il perchè
va verso il mare
realizzando la sua buddhità
realizzando la sua vera natura (EG)

Haiku
la buddhità del fiume?
grande fragore, poi fino al mare
senza un perchè (EG) 

In conclusione, pur partendo da un ottimo materiale iniziale e da un’intuizione promettente, il processo di riduzione di Gabriella ha sofferto della mancanza di una certa profondità interpretativa del fenomeno a cui Gabriella ha assistito.

A tal proposito mi viene in mente un koan zen:

… e il maestro disse:
” E’ come se un bue passasse attraverso una finestra: la testa,
le corna e gli zoccoli sono passati, perchè la coda non può passare ?”

La “rana di Basho” come #koanhaiku, spiegato bene

In questo articolo ho sollevato la necessità d’introdurre un nuovo tag per classificare, quindi comprendere, il famoso haiku della rana Basho.

Ora darò una spiegazione dettagliata del perchè quest’opera debba essere considerata un #koanhaiku, ovvero un haiku che sottende, in seconda lettura, una verità zen.

M.Bashō (Ueno, 1644 – Ōsaka, 28 novembre 1694) compone questo haiku nel 1681.

Forma originale
古池や蛙飛こむ水のおと
furu ike ya
kawazu tobikomu
mizu no oto

Alcune traduzioni:

Il vecchio stagno!
una rana salta
suono dell'acqua.
(Nippon Gakujutsu Shinkokai)
Il vecchio stagno, ah!
una rana salta
il suono dell'acqua
(D. T. Suzuki)
vecchio stagno
balzo di una rana
splash
(Cid Corman)
stagno
rana
plop!
(James Kirkup)
Un vecchio stagno
il suono del tuffo di una rana
(Kenneth Rexroth)
Vecchio stagno
il salto-splash
di una rana
(Lucien Stryk)

… e così via .

Esegesi #koanhaiku

Ci sono due letture presenti, in quest’opera.

La prima lettura parla di una rana che salta in un vecchio stagno e del conseguente rumore dell’acqua.

La seconda lettura parla di una verità dello zen: l’illuminazione improvvisa.

Formalmente, il primo verso “vecchio stagno!” indica un luogo:
uno stagno vuoto e vecchio, ma non semplicemente vecchio , … vecchio !
ovvero, all’attributo, Basho aggiunge l’equivalente giapponese di un punto esclamativo.
Ma perchè Basho esalta la vecchiezza dello stagno e la sottolinea?
Se Basho non fosse un poeta zen, l’unica chiave di lettura, sarebbe quella “impressionista”, ovvero quella di chi, descrivesse l’impressione ricevuta, trovandosi di fronte ad uno stagno antico.
Ma Basho pratica lo zen, quindi implicitamente fornisce una chiave di lettura, molto più profonda del suo primo verso.
Basho guarda lo stagno, ma allo stesso tempo, guarda alla sua mente: la mente di un vecchio praticante zen. Basho la guarda, la riconosce e la saluta.
E la saluta perchè vede che è serena e stagnante e che riverbera la realtà, senza distorcerla, esattamente come fa il vecchio stagno con il paesaggio che lo circonda, come fa la superficie di uno stagno che riflette tutto, come uno specchio.
L’analogia è evidente se pensiamo ad Yamada Koun Roshi, che ha definito la mente zen come l’acqua cristallina di un lago di montagna, immobile e privo di vento, mentre Basho la vede come uno stagno.
Nella sua mente non ci sono onde, ne perturbazioni, ne pensiero ed è allora che Basho, attraverso il primo verso, si rivolge contemporaneamente sia allo stagno fisico, che alla sua stessa vecchia mente zen, in quanto per lui, mente e stagno sono un tutt’uno.
Ed è qui, che l’haiku si trasforma in koan, ovvero in uno stratagemma zen che diventa paradosso e che ha l’unico scopo di cercare di “risvegliare” la coscienza.
Ma la coscienza di chi ? ma, del lettore, naturalmente!
Basho quindi implicitamente si rivolge all’inconscio di chi legge e gli dice che non ci sono differenze tra una mente zen e la realtà, ovvero tra lo stagno fisico reale e quello percepito e creato dalla mente, attraverso i sensi.
Nella mente zen essi sono un tutt’uno.
Così, implicitamente Basho si augura che il germe del suo koan, trasmesso magistralmente nel suo primo verso, faccia breccia nella mente inconscia del suo lettore e che prima o poi germogli .
Dopodichè, ecco la rana.
Il primo verso dell’haiku ha disegnato un universo statico, in cui mente e realtà fisica sono uniti, ma tutti sappiamo che il mondo reale non è statico, anzi è in continua trasformazione, esattamente come la mente.
Basho sa perfettamente che tutto nell’universo è dinamico, quindi nel secondo verso introduce quella che in fisica si chiama entropia: Basho introduce una rana, cioè il disordine.
Nel sistema statico, ma incompleto, che aveva disegnato con il suo primo verso, ora non manca più nulla.
Lo scenario ora è perfetto e non gli resta che far saltare la rana, all’interno dello stagno per trasformare il “vecchio stagno”, in un “nuovo stagno”, che comprenda il suo “vecchio stagno” e la rana.
E qui siamo davvero nel cuore dell’haiku.
Cos’è lo zen, se non cogliere ogni trasformazione, ogni più piccolo cambiamento all’interno di quella straordinaria e continua relazione che esiste tra noi, la nostra mente e il mondo, ovvero l’ambiente in cui viviamo?
Cos’è lo zen, se non cogliere i continui salti di tutte le rane che attraversano la nostra vita ?
Ed e’ così che Basho, congiungendo i primi due versi, esalta la vita.
Caro lettore, dice Basho, guarda che il salto della rana è la vita ! è la tua vita, fatta di tempo e spazio che ti relazionano al resto del mondo.
L’ultimo verso allora diventa solo un’esortazione, quella di cogliere l’invito della vita, l’invito di cogliere il suono che viene dal “nuovo stagno”.
Sta a te, dice Basho, sentire “il suono dell’acqua”, ascoltare l’effetto che fanno i salti delle tue rane.
Sta a te, scegliere se distrarti e far morire la tuo ego, o vivere e far parte di uno stagno che in realtà è l’unico stagno in cui dovresti vivere.

P.S.
In un vecchio libro “poesie zen” della newton, ho trovato questo passo di D.T.Suzuki.

Basho ha praticato lo zen sotto la guida del maestro Butcho, con il quale ebbe il seguente dibattito:
Butcho: come va in questo periodo ?
Basho: dopo le ultime pioggie, il muschio è più verde che mai
Butcho: che tipo di buddismo vi era prima che il muschio si facesse verde?

Come risultato della sua illuminazione Basho scrisse il suo famoso haiku. (D.T.Suzuki)

La via di mezzo della pratica zen haiku

Articoli precedenti:

Lo dico subito, così ci togliamo il pensiero :

La via di mezzo della pratica zen nella poesia haiku è quella di considerare lo zen, alla sola stregua di uno strumento. (EG)

Gli estremi invece sono: non considerarlo affatto o considerarlo un misticismo spirituale.

Primo estremo: lo zen negato

Vabbè … semplicemente mi rifiuto di commentare la posizione di chi esclude lo zen dalla poesia haiku, perchè io non discuto, ne parlo con gli equivalenti dei terrapiattisti: pura perdita di tempo.

Secondo estremo: lo zen mistico

Qui, al contrario, cadiamo nella spiritualità new age. Ovvero lo zen come la cristalloterapia, i fiori di bach, l’oroscopo e altre baggianate del genere.

Altra perdita di tempo, anche qui, inutile andare oltre.

Zen come strumento

Un astronomo studia il cielo grazie ad un telescopio, un salumiere vende prosciutti e formaggi grazie alla bilancia, un poeta haiku arriva all’eccellenza, solo grazie alla pratica della mente pura, che Basho chiama makoto (genuinità).

C’è una chiara e storica connessione tra lo scrivere haiku, la mente pura e la pratica zen, che altro non è che il mezzo per raggiungere e sperimentare quello stato mentale, in cui nasce l’autentica poesia haiku.

La mediocrità di un poeta, se non addirittura la sua barbarie, come la chiama Basho, sta nell’arroganza di ritenere inutile qualsiasi purificazione della mente, o nel credere che lo scrivere porti automaticamente alla mente pura.

Scrivere haiku, come ogni arte zen, può essere un volano alla pratica della mente pura, un facilitatore, non un sostituto.

E questa è la solita vecchia storia di chi confonde la causa con l’effetto, mentre il giusto atteggiamento, per chi vuole scrivere haiku, consiste nel considerare lo zen alla stregua dello straccio per la polvere.

Se ci pensate bene, la polvere è quella cosa che spostiamo continuamente e che non si distrugge mai.

La spostiamo dai mobili al sacchetto dell’aspirapolvere, dal sacchetto alla pattumiera, dalla pattumiera al camion della spazzatura, forse poi la si brucia, ma è illusorio pensare che si possa eliminare definitivamente, perchè , alla fine, si riforma.

Ora, voi potete usare lo straccio o non usarlo, per togliere la vostra polvere, ben sapendo che la polvere continuerà comunque a posarsi sulla vostra poesia.

E a questo serve lo zen, a tenere pulita, per quanto possibile, la vostra poesia, ovvero la vostra mente.

Il seguente koan spiega ancora meglio questo aspetto.

Mumonkan 無門關 (Wu-men-kuan)*
La Porta senza PortaCaso 9 – Daitsû Chishõ Buddha   

Un monaco chiese a Kõyõ Seijõ, “Daitsû Chishõ Buddha sedette in zazen per dieci kalpa (più o meno 10 volte la creazione della terra o 3,5 volte la nascita dell’universo, ovvero 45 miliardi di anni) e non poté raggiungere la Buddhità.  Malgrado il nome, egli non divenne un Buddha. Com’è possibile?” Seijõ disse, “La tua domanda è piuttosto ovvia”. Il monaco chiese, “Egli meditò così a lungo; perché non poté raggiungere la Buddhità?” Seijõ disse, “Perché lui non divenne un Buddha!” 
Commento di Mumon Ammettiamo la realizzazione del barbaro, ma non la sua comprensione. Quando un uomo ignorante realizza questo, egli è un saggio. Quando un saggio comprende ciò, egli è un ignorante. 
La strofa di Mumon Meglio emancipare la vostra mente che il vostro corpo;  Quando la mente è emancipata, il corpo è libero, Quando corpo e mente, sono entrambi emancipati, Anche dèi e spiriti ignorano il potere mondano. 

Parafrasando Mumon … potete passare l’intera vita a scrivere haiku, magari anche più evocativi di quelli dei maestri, ma solo quando la vostra mente sarà emancipata, anche la poesia si libererà, che è poi lo scopo di ogni arte zen. (EG)

Mente haiku, mente zen, mente pura

Caso 5 – Lo “Stare su un Albero” di Kyõgen (Mumonkan 無門關, La Porta senza Porta)


Kyõgen Oshõ disse, “Vi è un uomo su un albero che pende da un ramo con la sua bocca; le sue mani non afferrano il ramo, i suoi piedi non poggiano sulla terra. Qualcuno appare sotto l’albero e gli chiede, ‘Qual’è il significato della venuta di Bodhidharma dall’Ovest?’ Se non risponde, egli rifiuta di rispondere alla domanda. Se lui risponde, perderà la sua vita. Cosa fareste voi in tale situazione?”

C’è il pensiero conscio, quello inconscio e la mente zen .

Il pensiero conscio è quello della dichiarazione dei redditi, quello inconscio è l’andare in bicicletta, mentre la mente zen è la soluzione del koan.

Il koan 5 di Mumon
Nella mente zen
Il koan scompare (EG)

Che è poi è anche quello che succede a chi scrive haiku.

Haiku
C'è chi li pensa
C'è chi li sente
C'è chi li vive (EG)

La mente conscia pensa al formato ed alle tecniche haiku, quella inconscia ai valori poetici, la mente zen, semplicemente, purifica il tutto trascendendo ogni cosa, come dev’essere.

Lo zen ?
La poesia ?
La vita ?
Nessuna differenza (EG)

cosa fa di un haiku un haiku?

Gettan Oshõ disse: “Keichû, il primo fabbricante di ruote fece un carro le cui ruote avevano cento raggi. Ora, supponete di prendere un carro e di rimuoverne sia le ruote che l’asse. Che cosa avreste?” (Caso 8 – Keichû, il Fabbricante di Ruote , Mumonkan 無門關 (Wu-men-kuan), La Porta senza Porta .

Allora io Vi chiedo, cosa fa di un carro, un carro ? di un gatto, un gatto ? di una donna, una donna ? dello zen , lo zen ? o infine, di un haiku, un haiku ?

La loro natura.

Togliete ad un carro le ruote, ad un gatto la felinità, ad una donna la femminilità, allo zen la pratica della mente ed ad un haiku il makoto, ovvero la genuinità e li snaturerete.

E snaturare qualcosa, equivale a toglierne l’essenza.

Così come non sono le dimensioni, o la forma a dare senso al carro, allo stesso modo non è la forma, ne le sillabe, ne le regole, a dare senso alla poesia haiku.

nella vasca
con il bagno della sera
il koan 8 di Mumon -
acqua asciutta  (EG)

La poesia Haiku non è per barbari

Rileggendo il caso 4 della famosa raccolta di koan zen Mumonkan 無門關 (Wu-men-kuan), La Porta senza Porta, mi è venuto spontaneo immaginare questo dialogo.

  • Maestro, perchè un haiku non deve avere una struttura rigida?
  • Per la stessa ragione per cui Wakuan disse, “perché il Barbaro Occidentale non ha nessuna barba ?”.
  • Ricordo che Mumon a riguardo commentò : “lo Studio dovrebbe essere vero studio, l’Illuminazione dovrebbe essere vera illuminazione. Voi dovreste una volta incontrare direttamente questo barbaro per essere veramente intimi con lui. Ma dire che voi siete già veramente intimi con lui divide in due ognuno di voi. ” Questo commento vale anche per la poesia haiku ?
  • Certamente, perchè il barbaro è lo stesso e se ragioni in termini di forma, smetti di essere un poeta.
  • Quindi anche la strofa di Mumon : “Non discutete del vostro sogno davanti ad uno sciocco. Un Barbaro senza barba oscura la chiarezza.” Ha lo stesso significato ?
  • Certamente. La chiave di lettura è la stessa.
  • Ovvero ?
  • Nello zen, come nella poesia haiku, non c’è posto per rigidi concetti predefiniti. Non discutere dei tuoi haiku con gli sciocchi. Quando un haiku è genuino, qualsiasi discussione sulla forma oscurerà la sua chiarezza.
  • Qual è allora l’errore dei barbari?
  • E’ lo stesso di Platone, quello di ragionare per archetipi, cioè cercare di rendere trascendente, una poesia che è invece pura immanenza.
Scrivi senza
Barbari pregiudizi
Sii un poeta (EG)