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Arancia come kigo ? No grazie ! Io non sono giapponese!

Riporto un post del Lab.

“Arancia come kigo” che stagione dovrebbe esprimere?  Anticipo che quelle che si producono qui in Sicilia si raccolgono in tre diverse stagioni. (Antonio Mangiameli)

La mia risposta è stata:  boh ?  perchè io dei kigo me ne infischio altamente. Io non sono giapponese, ne ci tengo a diventarlo. Io non mangio con le bachette, non bevo sakè e non m’inchino, quando devo salutare, quindi per quale motivo dovrei accettare il parametro giapponese di kigo in un haiku?

Io ho troppo rispetto per la cultura giapponese, per banalizzarla come fanno tutti quelli che interpretano ed usano il kigo come una parolina di stagione, da inserire in un haiku.

Se esistesse un vero saijiki italiano, paragonabile a quelli giapponesi, forse lo userei, ma non esiste e non esiterà mai, perchè un kigo giapponese ha un corpo e un anima, mentre una sua qualsiasi scopiazzatura, sarebbe solo un elenco insensato di parole, ovvero di pseudo-kigo.

In matematica due strutture o due funzioni si dicono isomorfe quando sono sovrapponibili.

I kigo in italiano sono isomorfi funzionalmente, ma non topologicamente, proprio perchè  non possiedono quell’anima, che in giappone si è stratificata in più di mille anni  e che è insita nella loro forma di scrittura ad ideogrammi.

sono 28 anni che vivo in Giappone e solo ora comincio ad orizzontarmi. (Dikko Henderson)

Se non sei giapponese, lascia perdere il kigo, perchè per quanto tu ti possa sforzare, non lo comprenderai mai fino in fondo.

Qualche kigaiolo sostiene che lo pseudo-kigo sia sinonimo del qui e ora, ma quand’è che un’arancia, comincia ad essere un’arancia e poi smette di essere un’arancia?
Se ci pensate bene, legare una parola stagionale al qui e ora, come fanno i kigaioli italiani,  è proprio il contrario del “qui e ora consapevole”.
Legare una parola al solo concetto di stagione è congelare “il qui e ora”:  è ucciderlo!
Infatti, se ci pensate bene, finché le arance non si estingueranno e smetteranno di essere presenti sulla terra, un’arancia non smetterà mai di essere un’arancia: cambierà forma, colore, sapore, ma la sua essenza d’arancia sarà sempre presente: nell’albero, nel seme, nel fiore, nel frutto, perfino in chi la mangerà, almeno per un po.

Rifletteteci, tutto ciò che è kigo, anche inteso come identificazione del qui e ora,  è profondamente fuorviante, perchè il vero “qui e ora” è slegato dal concetto di stagione o di periodo della giornata.

Ma, allora cos’è il kigo?  io di preciso non lo so, io non sono giapponese, ne vivo in Giappone, quindi non posso sapere cosa sia, perchè non vengo da quella cultura, ne vivo in quel territorio.

Per un autore consapevole di haiku, un’arancia diventa un’arancia solo quando ci entra in realzione, nel “qui e ora” : nel momento in cui arancia ed autore si trovano l’uno di fronte all’altra, in qualsiasi stagione o periodo del giorno si trovino.

I kigo sono cose che appartengono alla cultura giapponese, come invece il vino appartiene alla mia cultura,  io non sono giapponese, ne m’interessa diventarlo, quindi le lascio ai giapponesi e sinceramente da italiano non vedrei di buon occhio un giapponese che, pur bevendo solo sakè, si mettesse dissertare delle colline del brunello e del barolo, senza aver mai messo piede in Italia.

Un kigo, per un non giapponese come me, è concettualmente e “spiritualmente” una forzatura, una gabbia mentale, ovvero è un pessimo esempio da prendere come comprensione profonda della realtà. E siccome per me haiku è soprattutto comprendere la realzione tra me e la realtà, allora io dico: kigo ? no, grazie! non sono giapponese.

Concludendo, tutti i kigo, se non siete giapponesi o profondi cultori della loro forma di haiku, sono da rigettare, comprese le loro pseudo-derivazioni italianizzate, come piccolo kigo, misuralis, temporis, etc.

Un haiku di Basho sulla meditazione

Batto le mani e con l’eco sorge l’alba
La luna d’estate
(M.Basho)

Semplicità e mistero in questo haiku.
Tutto è visualizzabile, quindi reale, quindi haiku.
Questo perchè lo zen non crede nella forza delle parole, quindi meglio visualizzare.
La luna d’estate è ancora nel cielo, il sole sta sorgendo e mentre batto le mani, l’eco risuona tra le montagne.
Haiku è abbozzare un momento vivo con pochissime parole e Basho usa la vita come strumento meditativo, per ritrovarsi nel totale silenzio.

Il soggetto di questo haiku è l’alba che sorge, mentre  l’essenza è un’invito all’atto meditativo.
Meditare è semplicemnet aprire gli occhi e svuotare la mente, così si comincia a vedere.
Un buon haiku è smpre fatto di dentro e di fuori, un buon haiku è sempre il riflesso dello specchio di una mente zen.
Meditare attraverso un haiku, come fa Basho, è vivere per haiku, entrare profondamente in sè stessi, senza perdere il contatto con il mondo.
Senza significato, senza emozioni, senza fluttuazioni mentali, un haiku è solo mostrare.
Per far questo bastano la realtà ed una mente pura.

La stesura di un haiku: carta e matita

Se volete scrivere haiku, vi consiglio vivamente, di portate sempre con voi un taccuino ed una matita, per catturare senza ritardi ed in piena consapevolezza i vostri momenti haiku.
Scrivere su carta, aumenterà la vostra concentrazione, in quanto è un’attività manuale, che, al contrario di una tastiera, richiede continuità del gesto ed attenzione visiva.
E’ fondamentale che scriviate di getto, senza pensare, ne ricercare i termini più appropriati e men che meno alle tecniche di composizione.
Non pensate alla sillabazione, ne agli altri aspetti formali.
L’ideale sarebbe che scriveste il vostro haiku in forma definitiva, già sulla carta, di getto, in prima stesura, senza ripensamenti , ne correzioni.
Lasciate che l’inconscio si concretizzi liberamente in parole e compaia naturalmente in forma di scrittura sul vostro foglio bianco.

Come raccomanda Basho: non permetete che nemmeno un respiro si frapponga tra il vostro momento vissuto e la sua scrittura.

In questo modo trasformerete la vostra esperienza haiku, in un solo e completo atto meditativo.

OSSERVAZIONE= più haiku scriverete in forma definitiva, ovvero senza che sentiate l’esigenza di dover fare delle revisioni, e più starete progredendo sulla Via della parola..

Ridiventate bambini se volete scrivere dei buoni haiku

Il vento spazza via il sole
Il temporale ghiaccia il tempo (*)
Il buio è un velo

(A. 12 anni)

I bambini scrivono haiku migliori degli adulti, perché la loro mente non è contaminata, ovvero è genuina.
La differenza tra un adulto ed un bambino sta nella percezione della realtà, che nei bambini non è ancora deformata dall’ego.

Quando un bambino guarda un temporale, vede il temporale.

Quando un adulto guarda un temporale, vede sè stesso che guarda il temporale e quindi abbellisce il temporale, per abbellire il suo sè.

Con la strutturazione dell’ego gli adulti perdono la capacità di vedere, di essere genuini, in favore della capacità del vedersi.
Haiku è stare semplicemente nel mondo, non distinguersi, per meglio apparire nel mondo.
Basho chiamava “muga” questa semplice verità, derivandola da Chuang Tzu, dal taoismo cinese.
Solo attraverso lo zazen (la meditazione )  un adulto può risvegliare il suo “muga” originario, quel poeta bambino che dorme in ognuno di noi.

Meno selfie e più freschezza, mi verrebbe da dire, ma temo che sarebbe come gridare nel deserto.

Nota (*):  avendo un dubbio, ho chiesto ad A. cosa intendesse per tempo, per lei è proprio il “tempo inteso da Kant”, non quello metereologico. Tra qualche anno Le spiegherò perchè sul tempo Kant si sbagliava.

 

Comprendere soggetto ed essenza di un haiku

Ricapitoliamo

Dopo aver imparato le basi dell’autoclassificazione e del tagging, continuiamo nel percorso di autoanalisi delle nostre composizioni, allo scopo di migliorare la nostra consapevolezza.
Se qualcuno si stesse ancora chiedendo: ma a che serve tutto ciò?
La risposta è che per scrivere haiku, come ci dicono i maestri, serve una bussola senza la quale si naviga nelle acque della semplice e rispettabile poesia o, in altre parole, senza una bussola, si rischia di vagabondare all’infinito senza meta.
Al momento, per quanto riguarda l’autovalutazione, dovremmo aver imparato a riconoscere gli elementi fondamentali: la struttura (forma e qui e ora consapevole) e la differenza tra realtà ed illusioni.
In termini di strumenti, il tagging della propria opera è il mezzo che abbiamo adottato per l’autovalutazione, in quanto facilita questo processo, ovvero ci costringe a comprendere cosa abbiamo scritto e come l’abbiamo scritto.

Se il soggetto della nostra opera è reale allora abbiamo scritto un haiku, se il soggetto è uno stato d’animo, allora abbiamo scritto uno pseudohaiku.
Quello che ancora manca, per completare il processo di autovalutazione, è la comprensione dell’esperienza che ci ha portato a scrivere la nostra opera.

Impariamo a riconoscere il soggetto

Il soggetto di un haiku è nei versi scritti, è il protagonista esplicito della nostra esperienza e ci dice cosa abbiamo vissuto a livello conscio, attraverso i sensi.

Il soggetto è la componente esplicita/razionale/reale/verbalizzata  della nostra composizione.

Per ogni esperienza vissuta, però ci sono due livelli di comprensione: quello conscio (soggetto) e quello inconscio (essenza).
Se il soggetto rappresenta quindi la consapevolezza razionale della nostra esperienza, descritta a parole, l’essenza è la parte irrazionale.

Impariamo a riconoscere l’essenza

l’essenza di un haiku è ciò che ci è stato trasmesso a livello inconscio dall’esperienza stessa e  rappresenta quella componente di cui non siamo quasi mai consapevoli.

Suzuki roshi diceva che zen è piena consapevolezza, ovvero che, per ogni esperienza, occorre portare anche l’inconscio a livello conscio e che, senza questo passo, la nostra consapevolezza rimane incompleta.

Se haiku è un’arte zen, allora questo processo di trasformazione, dall’inconscio in conscio, non può essere omesso dal processo compositivo.
L’essenza trasmessa dall’esperienza, deve essere  riportata anche nel nostro testo, non in forma esplicita, ma implicita, come atmosfera, come quella radice invisibile da cui nasce la componente visibile, quella razionale: il soggetto, ovvero il fiore, il testo della nostra opera.
L’essenza è quel contenuto che viene dall’inconscio, che non viene trasmesso attraverso le parole del testo, ma che in qualche modo ci ha portato a scrivere la nostra opera e che dovrebbe poi essere trasmesso al lettore.

Se la forma è il corpo di una composizione, il soggetto è la mente, allora l’essenza ne è l’anima, ovvero lo spirito della nostra esperienza.

Definire o anche comprendere l’essenza di una composizione è un processo sicuramente non facile.
L’inconscio non si rivela automaticamente, nemmeno se è stuzzicato, inoltre è facilmente fraintendibile e può assumere facce diverse in funzione del nostro momento d’introspezione. Quindi quasi sicuramente l’essenza di un haiku varierà nel tempo, ogni volta che lo rileggerete, e sarà inevitabilmente un’approssimazione di quella realmente provata e vissuta.

E’  importante non tanto individuare e definire esattamente l’essenza, quanto il provarci, perché questo migliora la consapevolezza, quindi anche i nostri haiku.

È il processo di autoanalisi e d’introspezione che è importante, non tanto i risultati che si possono ottenere e che comunque miglioreranno man mano diventeremo sempre più consapevoli.

Esempi (tratti da mie composizioni, taggati come principiante)

Haiku
Il piatto bianco
I gusci delle cozze
Lisci e neri
Soggetto: avanzi di una cena
Essenza : lo yin e yang convivono

Poesia breve
Voglia di donna
Intenso come il profumo dei gelsomini
Soggetto: pulsioni
Essenza: la bellezza dell’ordine naturale delle cose

Tanka
Vapore caldo
Le grinze dappertutto
Un colpo di ferro
La mente è stropicciata
La camicia è da stirare
Soggetto: stiratura di una camacia
Essenza: La mente è una camicia da stirare (Zen quotidiano)

Haiku
Che temporale!
Una goccia s’infila
In una crepa
Soggetto: temporale
Essenza: impermanenza dei fenomeni

Haiku
Erba tagliata
Tra l’ombra e il sole
Un soffio di vento
Soggetto: tramonto sul mio giardino
Essenza: trasformazione , mutamento

Haiku
Agosto al Gavia
La via lattea nel lago
Il lago risponde
Soggetto : notte in montagna
Essenza: unicità

La natura: Eraclito, il Tao e zoka di Basho

Se si legge la concezione di Eraclito sulla natura, si può notare come esista una perfetta sintonia con il taoismo e la poetica di Basho, che invita il poeta a seguire zoka ed a ritornare a zoka.

Eraclito dice «da tutte le cose l’uno»

Ovvero l’uno (la Natura) non è un’ entità metafisica separata dalle cose, attraverso le quali poi  si manifesta, ma è l’universo costituito dalle cose stesse.
Tuttavia la Natura non è nemmeno riconducibile alla somma di tutte le cose, perché la Natura è, al tempo stesso, la condizione dell’esistenza delle cose.

Nell’universo, esistono pertanto due tipi di connessione:  una tra le cose ed un’altra tra la Natura e le cose.

Queste connessioni diventano chiare se ci si rifà alla metafora taoista del vuoto usata nel racconto del cuoco Ting di Chuang Tzu,  che mostra come  la realizzazione del Tao, nell’arte della macellazione,  consista nel saper utilizzare il  pieno-vuoto presente nel quarto di bue da macellare,  ma anche nel comprendere come il vuoto sia uno, ovvero sia comune tanto all’oggetto (il bue) quanto al soggetto (il cuoco), che si fa vuoto per meglio cogliere e percorrere i vuoti dell’oggetto.

La stessa identica relazione vale anche per il poeta di haiku

Basho dice che un poeta deve farsi vuoto per cogliere lo spirito di zoka, della natura.

Il poeta  si deve unire alle cose se vuole fare poesia. attraverso il fattore comune che condivide con le cose stesse, cioè il vuoto.

L’ esistenza delle cose, che include anche il poeta,  è allora data dalla relazione, tra il loro pieno ed il  vuoto; vuoto che è uno solo ed  è comune a tutte le cose, incluso il poeta stesso, perché è la condizione che permette a tutto di relazionarsi nella realtà, ossia è la condizione stessa dell’esistenza.

Analogamente al Tao, la physis di Eraclito è la «natura propria» di ciascuna cosa e,  contemporaneamente, è Natura universale, ovvero condizione dell’esistenza comune delle infinite cose. Quel «contemporaneamente» ha un valore fondamentale, perché significa che il grande Tao, la natura universale, non solo è causa degli infiniti Tao particolari, delle singole «nature proprie», ma è, allo stesso tempo, costituito da essi.

D’altra parte i singoli Tao, le «nature proprie», non esisterebbero senza il grande Tao, senza la Natura universale che le «nutre».

Questo è il senso delle parole di Eraclito «da tutte le cose l’uno e dall’uno tutte le cose»;

senso che si ritrova, identico, nel Chuang Tzu

Chuang Tzu: «le diecimila creature ed io siamo l’Uno»

e nell’insegnamento di Basho, che ci invita a seguire zoka, ovvero a seguire la natura, come unico fattore in cui la realtà, quindi la poesia, si può manifestare.

Essere fedeli all’arte dello haikai significa intendere la natura  ( zôka) come unica madre di tutto: vedere come opera il Tao, come lavora quella legge che crea e trasforma ogni cosa.
Essere fedeli all’arte dello haikai significa avere solo le 4 stagioni come compagni.
Essere fedeli all’arte dello haikai è vedere solo un fiore in un fiore e solo la luna nella luna.
Vedere qualcosa di diverso da un fiore o la luna, che non sia semplicemente quel fiore o la luna,  significa essere dei barbari.
Allontanatevi quindi dalla barbarie: seguite zôka e ritornate a zôka.
(M.Basho)

Quello che intende Basho è chiaro: un haiku deve essere la pura e semplice rappresentazione della realtà, ovvero delle cose e dell’unico vuoto che le unisce e che include anche il poeta.
Niente fronzoli, niente interpretazioni, niente sentimenti, ovvero nessuna interferenza della mente.
Un haiku deve essere semplicemente una fotografia della realtà e del suo vuoto, e  chi non segue questo principio deve essere considerato un “barbaro”, ovvero un uomo che ha perso la Via.

Linee guida, in 10 punti, per scrivere un haiku

Di seguito i punti minimali da seguire per poter scrivere un haiku:

  1. un haiku deve fotografare la realtà di un momento vissuto in prima persona, quindi non ispiratevi ad immagini, foto o altre forme indirette, ma piuttosto ad eventi fisici, come quelli che accadono in natura o nella quotidianità
  2. un haiku deve essere scritto usando il tempo presente , quindi non usate i tempi passato o futuro
  3. fino a quando non diventerete autori consapevoli, rispettare le 17 sillabe su tre righe, nella forma del 5-7-5
  4. inserite sempre uno stacco semantico tra due idee, per rappresentare il risveglio alla realtà dello zen
  5. fate in modo che contenga il “qui e ora” dello zen o un riferimento stagionale diretto o indiretto
  6. fate in modo che sia riconducibile ad un’esperienza sensoriale (5 sensi) mai mentale
  7. fate in modo che risulti oggettivo, quindi privo di mentalismi (giudizi, considerazioni, conclusioni, punti di vista, astrazioni mentali generali)
  8. fate in modo che sia semplice e diretto, privo di metafore, allusioni, sottintesi, rime o antropomorfismi
  9. lasciate al lettore la possibilità di riflettere su quello che ha letto, quindi mostrate non raccontate
  10. un buon haiku è frutto di un buon poeta, cioè di qualcuno che,  anche se non pratica lo zen, è aperto ai suoi insegnamenti, quindi si meraviglia e gioisce di ogni momento di vita e dice: “aha però !” per ogni cosa che gli accade

Cosa significa “vivere per haiku”

Come sosteneva Basho, un haiku è perfetto quanto il tempo che intercorre tra il momento vissuto e la sua verbalizzazione si annulla.

“non lasciate che un solo istante si frapponga tra la vostra poesia e la scrivania” M.Basho

Analogamente, come dicono i maestri zen,  un momento di vita diventa poesia, quando è vissuto in piena consapevolezza.

Poesia e vita s’incontrano, solo quando tutto fluisce naturalmente, senza forzature, nel qui e ora.

Questo io lo chiamo vivere per haiku.

Come sosteneva Basho, la spontaneità e la purezza sono elementi imprescindibili per un autore e non possono che esaltarsi e concretizzarsi, se non nell’immediatezza del gesto.

Quindi, non lasciate che la vosta mente prenda il sopravvento, perdendosi nelle nebbie della ricerca di continui miglioramenti stilistici o peggio ancora in una illusoria pretesa di perfezione artistica

Non rielaborate continuamente i vostri versi per farli sembrare migliori.

Esercitatevi piuttosto a verbalizzare immediatamente le vostre esperienze, perché solo così esprimerete la vostra vera natura.

Riconfezionare a posteriori un haiku, anche se poeticamante è accettabile, in termini zen , significa mascherare quello che si è, significa non accettarsi, significa alimentare il proprio ego, significa mentire a sé stessi.