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Il fenomeno degli Shit-ku

Dal Lab:

L’ haiku si sta trasformando, questo è un dato di fatto.  Sono d’accordo che non occorre scandagliare le parole alla ricerca del kigo, e sono d’ accordo su una forma libera. Sono d’ accordo alle sperimentazioni e agli haiku di nuovo tipo.
Mi sembra che …però…. tutto questo porti a dimenticare un piccolo dettaglio.
Quando cominciai a voler scrivere haiku, tempo fa, mi trovai subito a interrogarmi di fronte ai sentimenti profondi di yugen, di wabi sabi, e tutti gli altri che danno un senso estetico all’ haiku. Sia ben chiaro che non sono giapponesofilo però trovo che quelle espressioni artistiche portino ad intuire un sentimento profondo comune non ordinario.
Trovo che da qualche anno a questa parte si focalizzi più l’attenzione a un haiku reattivo-immediato , ovvero haiku scritti con la motivazione del ” scrivo quello che mi viene in mente di scrivere perchè tanto ormai tutto è haiku. ” . Valanghe di haiku scritti a catena infilzando ogni singolo pensiero immediato che salta fuori….
La mia opinione è che la riflessione ai sentimenti dell’haiku viene sottovalutata se si cerca solo la motivazione di scrivere un haiku emotivo ed immediato . Quindi volevo lanciare una provocazione costruttiva….
Se per assurdo doveste vivere per sempre con un vostro haiku, da appendere per sempre in casa, scrivereste la prima cosa che vi viene in mente o vi sforzereste di renderlo il più estetico possibile ? Per carità … anche jakson pollock scarabocchiava le tele gettandoci colore sopra ma….
Grazie per questa riflessione . Ho scritto qui perchè ho sempre creduto nella qualità e nell’innovatività del gruppo . Spero di aver fatto qualcosa di buono specialmente per coloro che trovano nell’haiku una via nello spirito del makoto.                  (Stefano  Riondato)

Come non si può non essere d’accordo con Stefano, anche se questa sua lettura va approfondita e parzialmente corretta, come cercherò d’illustrare ora.

Troppi Shit-ku ? Senza dubbio. Quali le cause?  In estrema sintesi:  semplicemente perchè alla gente non viene proposta nessuna poetica, ma una marea d’inutili chiacchere sul Giappone ed una banalizzazione della forma, come unici strumenti qualificanti della poesia haiku.

Ma è anche vero che, come dice un detto zen :  anche se un maestro apre la porta, nel nostro caso Basho, poi sta all’allievo il compito di varcarla.

Ormai c’è gente che si laurea su Facebook, figuriamoci il diventare poeti haiku.

Sfortunatamente, senza una poetica non ci può essere haiku e anche se l’estetica è una caratteristica che può essere costruita a tavolino, è vero che senza makoto, senza genuinità, nel migliore dei casi ci troveremo di fronte ad una imitazione di un haiku, nel peggiore ad uno Shit-ku.

In un haiku genuino, infatti, l’estetica è soltanto un effetto ,  non la causa da ricercare nel processo compositivo, come dice chiaramente anche Basho.

Yugen, wabi sabi, karumi, solo per citare i parametri estetici più noti, nascono spontaneamente, se e solo se l’autore pratica il makoto, ovvero la genuinità dell’azione, quindi sono effetto, non causa del processo compositivo di un haiku.

Quindi un haiku genuino è sempre dotato di una sua intrinsica estetica, magari solo abbozzata e bisognosa di essere valorizzata, ma sempre presente ed è compito dell’autore, farla sbocciare.

Inoltre un haiku genuino presenta, quasi sempre una sua multidimensionalità, quindi è abbastanza facile da individuare, ma questo è un altro discorso.

p.s.

qui , per capire meglio Pollock e l’action painting

haiku come stato mentale: la mia testimonianza

Chi pratica un’arte Zen, come la poesia haiku, non deve preoccuparsi del risultato finale, ma piuttosto, comprendere appieno il processo che lo ha portando a quel risultato finale.   (Elio Gottardi)

Tecniche, forme, soggetti, riconoscimenti e comunque tutto ciò che è ritenuto normalmente importante per la stragrande maggioranza di coloro che scrivono haiku,  per me è  invece secondario.

Per me, haiku è soprattutto uno stato mentale, per questo per me haiku è:

  • Osservarmi mentre osservo il mio qui e ora
  • Riconoscere il mio zen, che nasce quando sono in relazione profonda con la realtà
  • Restare nei 6 respiri:  1 respiro per realizzare il vuoto mentale, 2 respiri per sedimentare la mia esperienza e 3 respiri per la sua verbalizzazione
  • Ricercare il vuoto, ovvero cancellare dalla realtà ogni suo possibile significato, rendendola trasparente, senza colore, senza emozioni, o sentimenti.
  • Restare nel presente, che non è fatto di oggetti o processi isolati, ma di relazioni.
  • Imparare a distinguere tra realtà ed illusioni: comprendendo ciò che è concreto da ciò che è astrazione, ciò che è reale da ciò che è solo frutto della mia mente.
  • Un momento di vita, per questo cerco di vivere in una sequenza costante di haiku
  • Anche scrivere, ma prima di scrivere un singolo haiku, viverne altri mille, senza provare la minima voglia di scrivere
  • Una sequenza di parole, che però sono solo la polvere, perchè hanno privato la realtà del suo splendore
  • Misurare il tempo in respiri e lo spazio in cambiamenti
  • Dimenticare la forma, ma solo dopo averla pienamente compresa ed interiorizzata
  • Non avere nessun fine, ovvero praticare una poesia pura, quella senza scopo
  • Praticare quella sensazione di armonia, che emerge solo quando tutti i contorni sono messi da parte.

 

le 3 catene e le 3 libertà

Un giorno un nuovo discepolo chiese a Basho:  “Maestro, cosa incontrerò sulla Via della parola?”

Basho rispose:

La Via della parola è fatta da 3 catene e 3 liberazioni.

La prima catena da spezzare sarà quella dell’ignoranza, quindi dovrai liberati dall’ignoranza attraverso lo studio dei maestri.

La seconda catena da spezzare sarà quella della conoscenza, quindi dovrai liberati da tutto quello che avrai studiato ed imparato, attraverso la consapevolezza poetica.

La terza catena da spezzare sarà quella della consapevolezza poetica, quindi dovrai liberati della tua stessa poesia.

haiku vuoti

muLa realtà in sè è sempre priva di significato, per questo tutti gli eventi o i fenomeni sono vuoti.

Dire che la realtà è vuota, ovvero priva di significato, non significa però che sia insignificante, ma soltanto averne afferrato la verità zen.

Non è il vento che si muove, non è la bandiera che si muove; è la vostra mente che si muove.   (Hui-neng – 638 – 713, VI patriarca Chan)

Solo la mente colora ed attribuisce dei valori arbitrari a ciò che osserviamo riempiendoli poi di significato, quindi senza questa comprensione non ci può essere haiku, ma solo rispettabile poesia.

Un poeta di haiku sa sempre distinguere tra  mondo reale e modo illusorio, sa determinare ciò che è, da ciò che non è, e sa destreggiarsi tra i giochi d’ombra creati dalla mente.

Un poeta di haiku non si lascia condizionare dalle emozioni o dai sentimenti, li può usare, ma non ne rimane invischiato, per questo è consapevole, per questo è libero, per questo ama.

tutto è vuoto
tutto è pieno
sopra la terra e sotto il cielo   (EG)

piscio sui tramonti
sputo alla luna
io amo
(EG)

Haiku espressionisti: un mix di opacità, mistero e fascino

In un’immobile campagna
Con la pioggia che ci bagna
I gamberoni rossi sono un sogno
E il sole è un lampo giallo al parabrise (parabrezza)     

(Genova per noi – Paolo Conte)

Camminavo, con le cuffie ascoltando questa canzone e questi 4 versi hanno attirato per la prima volta la mia attenzione, in modo diverso dal solito, perchè nonostante  “Genova per noi” sia una canzone che conosco a memoria, mi era sempre sfuggito un suo possibile piano di lettura in termini di relazione con la poesia haikai.

Infatti, mentre ascoltavo, mi sono chiesto: ma questa strofa è, o non è, anche un haiku?

Interiorizzato il problema, per me è normale non cercare subito la soluzione.

Per me , questo tipo di domande, sono sassi gettati nel cervello che devo solo lasciar decantare, devo solo aspettare che tutto ritorni tranquillo e calmo per poter vedere sul fondo del mio lago quello che so già, lasciando che l’inconscio lavori per me.

Io, almeno, funziono così.

schiele“Espressionismo” è un termine che, nella storia dell’arte, è stato declinato in molti modi, ma sui quali non m’interessa, ne voglio disquisire più di tanto,  diciamo che mi va bene la definizione classica, ovvero: “la propensione di un artista ad esaltare, esasperandolo, il lato emotivo della realtà rispetto a quello percepibile oggettivamente. “

Il che è esattamente quello che ho riscontrato nei versi di Conte o in questo autoritratto di Schiele.

L’immagine fornita da Conte è quella della campagna sotto la pioggia che scatena nell’autore la percezione di un sogno e del sole che riappare.

Ma i sogni-desideri ed il sole sono espressi soggettivamente come visioni, ovvero come “gamberoni rossi” e “lampi gialli sul parabrezza della propria auto”.

Se i versi di Conte sono un haiku, allora il suo non è solo un haiku “colorato”, come chiamiamo nel Lab gli haiku che richiamano un emozione o un sentimento , il suo è molto di più: è un haiku soggettivo.

Un haiku colorato mostra uno stato d’animo, ma qui non solo le emozioni sono mostrate, sono esasperate.

A ben vedere, tutta la poetica di Basho e in generale tutta quella dello haiku tradizionale va nella direzione opposta, ovvero verso “l’oggettivazione della realtà”, che molto impropriamente, potremmo chiamare “visione impressionista”, anche se sinceramente è un termine che associato alla poesia haiku non mi piace, perchè più che d’impressione, io parlerei di comprensione della realtà.

Anyway, tralasciando queste mie pippe mentali, il punto è:  può esistere una poetica espressionista nella poesia haiku ? e se sì, con quali caratteristiche?

Rileggendo i versi di Conte, tra l’altro bellissimi, mi sono anche chiesto: “cosa non va?”  ammesso che qualcosa non vada, affinchè il suo verso lo si possa considerare appieno un haiku espressionista?

La mia risposta è stata: troppa leggibilità, troppa trasparenza.

Le strofe di Conte sono esaustive perchè contengono sia il soggetto che la loro espressione, quindi è perfettamente leggibile.

Questa cosa va benissimo in una canzone, ma va ancora bene in un haiku?

Cosa succede se, nella strofa di Conte, togliamo i soggetti lasciando solo le loro espressioni ?

ovvero:

In un’immobile campagna
Con la pioggia che ci bagna
I gamberoni rossi 
E un lampo giallo al parabrise 

E’ evidente che in questa versione si perde molto in comprensione e leggibilità, rispetto al testo originale, infatti i riferimenti espliciti al sogno ed al sole spariscono e non sono facilmente interpretabili, se non si conosce il testo della canzone, ma in questa versione, non si acquista forse qualcosa in termini di ermetismo, ammesso che il mistero rimanga un valore, ma soprattutto in fascino poetico?

Opacità e fascino sono parametri estetici sicuramente lontani dai canoni tradizionali della poesia haiku, ma sono comunque canoni, che risultano, tra l’altro, culturalmente molto più vicini a noi italiani, rispetto allo zen.

Un “haiku espressionista” deve quindi innanzitutto affascinare, ovvero essere inafferrabile, come una bella donna e per farlo deve essere oscuro, misterioso, irraggiungibile, anche perchè deve necessariamente distinguersi dagli “haiku impressionisti” tradizionali, che invece hanno nella realtà nuda e cruda, le loro radici.

Haiku che esprimono e che volano in cielo, rispetto ad haiku che mostrano e che sono ben piantati per terra.

In quest’ottica, è chiaro allora che la soggettività insita in un haiku espressionista conduce all’ermetismo, come atteggiamento compositivo.

Siccome io sono uno di quelli a cui non piace reinventare l’acqua calda,  riprendo pari pari un concetto della poesia ermetica italiana del novecento, riapplicandolo alla poesia haiku:

un haiku espressionista è allora sempre un haiku sulla realtà, che viene però espressa però in modo fortemente elusivo, ovvero un haiku depositario di un significato percepito esclusivamente dal poeta e spesso nemmeno dall’autore stesso che manifesta, in questo modo, l’indecifrabilità della sua realtà e delle proprie stesse percezioni.

Quello che si perde in comprensione deve però essere acquisito in termini di ritmo e musicalità, ovvero in mezzi accessibili all’inconscio del lettore.

Un haiku espressionista si rivolge infatti all’inconscio,  è poesia dell’inconscio che emerge senza filtri e che si concretizza in pochissimi versi.

Da una passeggiata, ecco allora il mio primo haiku espressionista:

il cielo e il mio iride
zaffiri
incontri all’inferno e paradiso

Dopo averlo postato nel Lab, nessuno l’ha capito, ma era nell’ordine naturale delle cose, perchè, nelle mie intenzioni, non doveva essere capito.

Un haiku espressionista appartiene totalmente all’autore e a nessun altro.

Quindi, anche se non sono particolarmente ermetiche, potrei spiegare le due espressioni contenute in questo mio haiku, ovvero : “zaffiri” e  “inferno e paradiso”,  almeno per come le intendo io e forse lo farò, ma non oggi, perchè voglio tenermelo ancora e solo per me.

Concludo con un’osservazione.

A prima vista può sembrare che tutto questo non abbia a che fare con lo zen, in realtà zen è comprendere non solo la realtà quotidiana, fatta di cose concrete e misurabili, ma anche il proprio inconscio, ovvero quella più sfuggente e nascosta, quindi anche gli haiku espressionisti, come quelli impressionisti, alla fine sono zen haiku, sempre che l’autore sappia quello che sta facendo, in piena consapevolezza.

Come affrontare “l’infinito” in un haiku

C’è un concetto che corrompe e altera tutti gli altri. Non parlo del Male, che ha l’etica come suo limitato impero d’azione, ma parlo dell’Infinito. »   (Jorge Luis Borges)

Personalmente, per quanto riguarda l’utilizzo dell’infinito nella poesia haiku, io mi trovo d’accordo con Borges.

L’infinito (dal latino finitus, cioè “limitato” con prefisso negativo in-  , denotato anche dal simbolo \infty è un concetto spaziale, così come il suo omologo temporale di eternità.

Nell’antichità, con Anassagora e Democrito, questo concetto metafisico entra a far parte della realtà, prima come qualità relativa dell’essere, poi anche come superamento di un cosmo finito e circoscritto.

Oggi, solo le religioni e la matematica continuano ad interessarsi ancora all’infinito: le prime come astrazione concettuale del sovrannaturale, la seconda come astrazione per abbreviare tutto ciò che non può essere misurato, contato o rappresentato e grazie a Georg Cantor, ora sappiamo che gli infiniti matematici sono anche infiniti.

Ai fisici ed ai maestri di haiku, invece l’infinito non piace.

I primi perchè sanno che in realtà, non c’è nulla di infinito o di eterno nell’universo, nemmeno l’universo stesso, i secondi perchè hanno compreso che la poetica haiku , come dice Borges, ne sarebbe uscita corrotta.

Se proprio vogliamo collocare l’infinito da qualche parte, allora dobbiamo pensarlo come ad un processo, non a qualcosa.

Il processo di creazione e distruzione del Tao è forse infinito, ammesso e non concesso che sia vera la teoria del big bounce , altrimenti anche l’eterno Tao avrà una fine.

Nulla di fisico è infinito, ne sono infiniti i sentimenti, o  le sensazioni, quindi l’infinito è un termine cerebrale che poco ha a che fare con la poetica haiku.

La grande poesia romantica occidentale ha trattato esplicitamente l’infinito: Leopardi, Blake hanno scritto dell’infinito, mentre nessun maestro orientale, a quanto mi risulta, l’ha mai fatto.

Se proprio vogliamo mostrare l’infinito in un haiku, allora deve sempre essere espresso in forma implicita, accennata, partendo sempre da ciò che è finito, ovvero dalla realtà e mai essere presente in forma esplicita come concetto o sensazione.

Per questo la dimensione poetica della parola “infinito” non è lo haiku, ma piuttosto lo pseudohaiku: non la realtà, ma la mente.

Secondo Kuki Shūzō, in un haiku è l’allusione, quel tratto che deve far intravedere la presenza dell’infinito , non come soggetto, ma come essenza di una composizione.

Una prima possibile tecnica è quella di esaltare la suggestivà dell’immagine, come in questo haiku di Matsuo Basho:

Nara dai sette steccati
tempio dalle sette cappelle
fiori di ciliegio dagli otto steccati

Qui, il soggetto è l’antica capitale del Giappone: Nara, ma non c’è un solo verbo che descriva le sensazioni del poeta nel vedere l’antica città.

Il fluire delle emozioni è solo suggerito, nascosto dall’enumerazione degli elementi sui quali si posa il suo sguardo: il «tempio dalle sette cappelle» che allude, piuttosto che evidenziare la religiosità buddhista.
Così come il verso «fiori di ciliegio dagli otto steccati» a cui Basho fa ricorso per alludere sia alla bellezza, che alla licenziosità della corte imperiale, che in giapponese vengono costruite sia grazie all’allitterazione, che alla concordanza della grafica degli ideogrammi utilizzati.

Nello haiku giapponese, la forma crea così una catena associativa che amplifica la portata simbolica degli elementi in gioco, realizzando anche visivamente  un senso di eccedenza, che viene poi affidato alla sensibilità del lettore.

Questo haiku è un buon esempio di come sia impossibile trasporre un haiku giapponese in una qualsiasi lingua occidentale, senza perdere gran parte del suo significato.

Essere suggestivi in giapponese è quindi più facile che in italiano, con buona pace di chi rincorre improbabili relazioni tra le due forme di scrittura.

Se essere suggestivi non è una buona strategia per scrivere haiku in italiano, esistono altri modi per suggerire l’infinito.

In altri suoi haiku, Bashō allude all’infinito come rappresentazione di tre temi-chiave
del pensiero taoista: il panteismo, l’assenza di ogni giudizio e la ciclicità del tempo.

Trappola per polpi
Effimeri sogni
Sotto la luna d’estate

In questo haiku l’infinito è rappresentato dal microcosmo che lega tutti gli elementi del poema (il polpo, la trappola, che altro non è che un vaso vuoto, il sognatore e la luna).

La dimensione panteista taoista, in cui è idealmente immerso questo haiku, afferma quindi che l’identità del tutto è la stessa di tutte le cose.

Ora, siccome nell’infinito Tao tutto ha un suo posto ed una sua bellezza, allora anche la cessazione di ogni giudizio celebra l’infinito, come in quest’altro haiku di Basho :

Usignolo
Merda e torta di riso
Il bordo della veranda

Infine, altro tema ricorrente nella poesia dell’infinito giapponese è l’ideale del tempo, che si ripete:

O fiori d’arancio!
Quando? in quale campo ?
un cuculo

In quest’ultimo haiku, Bashō fa ricorso alla ciclicità del tempo come elemento per suggerire l’infinito. Nel qui e ora, Basho è assalito dal profumo dei fiori di arancio e ricorda di averlo già sentito, quindi ecco l’eterno Tao che si ripete e ripresenta ancora una volta sotto forma di un inebriante profumo.

A conclusione di questo breve excursus su come mostrare l’infinito nella poesia haiku, riporto il pensiero di Kuki, che evidenzia come sia il  liberarsi del tempo, che ci può dare nuova energia, liberandoci da tutto ciò che ci assale e che si ripresenta nel nostro qui e ora.

 Un attimo affrancato dalla sequenzialità del tempo ricrea in noi, affinché lo sentiamo, l’uomo affrancato dall’ordine del tempo. (Kuki)

Affrancarsi dal tempo è possibile, basta sedersi . (EG)

regole per poeti su facebook ;-)

Ecco delle semplici regole per avere sempre successo come poeta di haiku su facebook, anche nel caso non dovessi essere bravo.

In realtà l’ho derivato da un gruppo di fotografia, ma non appena ho realizzato che davvero tutto il mondo è paese, non ho resistito.

  1. metti sempre tanti like agli haiku altrui, così avrà tanti like anche sui tuoi
  2. commenta sempre entusiasticamente qualsiasi composizione, in modo di avere meravigliosi commenti  di ritorno, anche sui tuoi
  3. fatti tanti, ma tanti amici, possibilmente a centinaia e parla sempre bene di qualsiasi cosa dicano, facciano o scrivano, così ricambieranno il favore
  4. sii sempre presente sulle bacheche altrui, scrivendo e commentando anche quando non servirebbe, in modo da essere sempre riconoscibile e fatti amare, sempre, poi mi raccomando, non dimenticarti di fare degli auguri personalizzati a tutti i compleanni
  5. lecca bene il sedere ai poeti riconosciuti come bravi, cioè a tutti quelli che hanno un  buon seguito, anche quando scrivono haiku banali e scontati
  6. parla con autorevolezza e non contraddire mai di temi che tutti condividono e che non saranno mai messi in discussione come : l’importanza della sillabazione, il significato del kigo, gli haiku dei maestri o di quelli giapponesi
  7. se dovessi inciampare in un post sullo zen, anche se non lo hai mai praticato, ma vuoi fare bella figura, fai un copia ed incolla di qualche frase fatta, magari prendendola dal web o da qualche libro di Osho
  8. se frequenti uno o più gruppi, sii sempre dalla parte dell’amministratore, qualsiasi cosa dica o faccia, anche quando sostengono posizioni diverse dalle tue, oppure scappa, ma senza nemmeno salutare
  9. fingiti interessato a qualsiasi post che parli di una pubblicazione o libro, facendo sempre i complimenti e commentando con “stupendo”
  10. non criticare mai nulla di ciò che dicono, fanno e scrivono i “guru” riconosciuti,  anzi fatteli sempre amici, condividi sempre i loro post e blog, così non avrai mai torto, ma sempre ragione
  11. sii sempre rispettoso, accondiscendente o al massimo neutro su qualsiasi argomento, anche quando in realtà non lo condividi, senza mai esprimere il tuo vero pensiero, perchè non si sa mai

…. dimenticavo, ma questa cosa non è poi così importante: ogni tanto, se ci riesci, scrivi anche qualche haiku che sia buono, spontaneo e non costruito a tavolino

H3ku: le tre righe, linee guida

Le tre righe sono la forma classica e la più usata da chi vuole scrivere haiku.

A mio parere,  le forme h2ku e h4ku  vanno considerate un po come amanti, ovvero forme che possono essere frequentate per mille motivi diversi, ma che, per altrettanti motivi, non possono essere considerate come forme di riferimento.

Per un poeta di haiku, l’amore vero rimane la forma a 3 righe.

Per questo motivo, è necessario dedicargli un’attenzione particolare.

Vedremo ora i principali aspetti che dovrebbero essere presi in considerazione durante una stesura di un h3ku, ovvero:

  • comprimibilità
  • ritmo
  • pattern
  • musicalità
  • semplicità e profondità
  • momento haiku
  • stacco 
  • kigo
  • tecniche di composizione
    • pivot
    • ampliamento
    • contrapposizione
  • flessibilità
  • zen

Comprimibilità

Nel 2010, Akito Arima, presidente dello Haiku International Association (HIA) disse che la caratteristica più importante di un haiku è la brevità.

Sicuramente, soprattutto se non si è legati ad una forma fissa, se non la più importante, l’essenzialità rimane una delle più importanti, quindi è necessario comprimere il testo, ogni volta sia possibile, a patto che non ne soffra l’immagine globale, che deve sempre risultare chiara e poeticamente efficace.

Es. preso dal Lab:

ho preso l’acqua
con un buco nel secchio-
piedi bagnati

Compresso:

buco nel secchio
gocciola l’acqua
piedi bagnati

Comprimere richiede pulizia di pensiero, quindi non sottovalutate questo aspetto, anche come disciplina mentale.

La compressione, se ben eseguita, apre inoltre nuovi spiragli, come l’inserimento di dettagli, poeticamente più rilevanti.

Ritmo

Premesso che la struttura su tre righe  è uno escamotage, introdotto dai primi traduttori occidentali, per ricalcare il ritmo classico degli haiku giapponesi tradizionali (qui per dettagli).

In un h3ku in italiano, la funzione delle tre righe è quella di dettare il ritmo alla composizione. Quindi in fase di stesura è necessario prestare molta attenzione all’energia creata dalla distribuzione tra il testo e le pause, determinate dai fine riga.

L’armonia tra testo e pausa, determina quindi il ritmo di un haiku.

Quindi, una qualsiasi discrasia nei versi crea automaticamente un problema di ritmo.

Prendiamo come esempio questo haiku di K. Issa

Tada oreba  Oru tote yuki no  Furi ni keri

 Che si trova spesso tradotto  in:

C’ero soltanto. 
C’ero. Intorno 
mi cadeva la neve.

Il traduttore, disinteressandosi del ritmo, ha cercato di riprodurre la struttura giapponese dello haiku originale, con l’evidente risultato di comprometterne l’armonia in italiano.

In particolare il secondo verso contiene sia il punto di punteggiatura, che un avverbio che rimane , a torto, sospeso in quanto parte del periodo del terzo verso.

Il seguente aggiustamento di ritmo invece, lo riporta all’originale splendore:

C’ero soltanto
C’ero
Intorno cadeva la neve

Altro esempio di cattivo ritmo, preso dal web:

Due coccinelle
Ricoprono lo spazio che
Porta l’autunno

Qui l’autore, volendo rispettare a tutti i costi la forma fissa 5-7-5, non prende in considerazione il ritmo,  per cui la suddivisione del testo e delle pause, soprattutto sulla seconda  riga, risultano chiaramente macchinosi.

Ritmato e conseguentemente aggiustato, il suddetto h3ku diventa:

Due coccinelle
Riempiono lo spazio
Portato dall’autunno

Le fondamenta di un haiku in italiano si chiamano ritmo, quindi attenzione a non scrivere sulle paludi.

Anche il ritmo, come la compressione, offre nuovi spiragli, che devono essere colti.

Pattern 

Il pattern classico di un h3ku è:  corto – lungo – corto,  che gli amanti della forma fissa, sempre per rincorrere una presunta giapponesità, distribuiscono su tre righe di 5-7-5 sillabe.

In realtà, la forma haiku in italiano va sempre subordinata, più che alle sillabe, al ritmo ed alla musicalità, che va ricercata e curata, come parametro primario di una composizione.

In fase di stesura, partire sempre con il pattern classico può essere una buona prassi, ma bisogna essere altrettanto disposti al suo abbandono, nel momento in cui ci si dovesse accorgere che qualcosa non va.

Ora non proporrò esempi di buoni haiku basati sul pattern classico, perchè sono la norma dei buoni poeti, mentre vi proporrò un mio haiku che, partito come pattern classico, ho poi trasformato in un pattern lungo-corto-lungo, soprattutto per questioni di ritmo e di tecnica del pivot, come vedremo poi.

Prima stesura (pattern classico 5-7-5)

Voce di bimbo 
Attraverso la pioggia
Il suono mamma

Stesura rivista, dove ho voluto dare maggior risalto alla pausa tra i primo e secondo verso, aumentando il senso di sospensione e ponendo inoltre l’attenzione sulla parola mamma, scelta come pivot.

Queste mie scelte autoriali, mi hanno portato a ricercare necessariamente un nuovo equilibrio, che ho trovato allungando l’ultimo verso e  andando, anche oltre le mie normali abitudini, verso un pattern lungo-corto-lungo.

Un bimbo chiama
Mamma
La sua voce attraversa la pioggia

Privilegiate quindi il pattern classico, ma lasciatevi guidare dallo haiku stesso, quando questo lo richiede.

Un buon poeta, come dice Lao Tze, dev’essere come l’acqua: debole e forte nello stesso tempo.

Nulla al mondo è più cedevole e debole dell’acqua, eppur nell’affrontare ciò che è solido e forte nessuno riesce a superarla.

(Tao the Ching 78)

Diverso è il caso dei principiati, per i quali la forma fissa è invece un buon metodo per strutturare ed abituare la mente alla forma breve (qui per dettagli).

Musicalità

Un aspetto del tutto trascurato dagli amici italiani che seguono, all’amatriciana, le regole giapponesi, è che prima di tutto haiku è poesia e poesia è musicalità.

Perfino i giapponesi, che non hanno una lingua propriamente musicale, seguono questa regola, già perchè, per chi non lo sapesse, i giapponesi NON contano le sillabe.

Japaneese poets do not recognize haiku as 17-ON verse (ON literally means “sound”; in English, a kind of “syllable”), but as a whole poetic rhythm of 5–7–5.  Japanese poets almost never count the number of ON (i.e., the number of syllables) when composing haiku; the haiku fixed form lies in the poetic rhythm itself, not in the number of syllables    (Toshio Kimura)

Musica è armonia e  la lingua italiana è fortunatamente musicale ed armoniosa di suo, quindi un haiku deve prima di tutto, sempre “suonare bene”.  Un haiku in italiano, o in qualsiasi altra lingua, deve risultare scorrevole, fluido, privo d’inciampi sintattici o peggio ancora grammaticali.

Un haiku che “non suona bene” è sempre un aborto (EG)

Quindi considerate la forma haiku italiana, non come una forma fissa, ma come un paio di scarpe che si devono adattare al piede, così un haiku in italiano si deve adattare al contenuto ed all’immagine che si vuole mostrare. Così come i quadri non sono tutti della stessa misura,  perchè si adattano al contenuto, allo stesso modo un haiku si deve adattare alla lingua con cui viene scritto, senza evirazioni o aggiunte di articoli o di preposizioni che, poverini, vengono sistematicamente usati come elementi sacrificali per rimanere aderenti alla pseudo-forma 5-7-5 italiana.

Evitate quindi di scrivere obbrobri come il seguente :

Nutre la gatta
Vicino al camino
tu solo non sei

Rileggete sempre, ad alta voce, le vostre composizioni, prestando soprattutto attenzione ad eventuali intoppi ed incongruenze di ritmo e musicalità che, se presenti, vanno sempre risolti, prima di qualunque altro aspetto compositivo.

Altro esempio, questa volta sul precedente haiku di Issa:

C’ero soltanto
C’ero 
Intorno mi cadeva la neve.

Leggendo ad alta voce questo haiku, si sente che musicalmente qualcosa non va ed in particolare  come sia inutile quel “mi”  che, se aveva un senso in giapponese,  in italiano è solo un ostacolo alla scorrevolezza ed inoltre non aggiunge valore, quindi meglio eliminarlo.

C’ero soltanto
C’ero 
Intorno cadeva la neve.

Semplicità e profondità

Riprendiamo l’esempio di prima

Nutre la gatta
Vicino al camino
tu solo non sei

Oltre al fatto di “suonare male”, questa specie di  “haiku” ha il problema di essere terribilmente complicato e presentare un’immagine ambigua, perchè non si capisce se la gatta sta nutrendo i suoi piccoli, oppure stia solo mangiango dalla sua ciotola. La via per un buon haiku è invece quasi sempre la semplicità coniugata con la profondità, intesa come comprensione del momento.

Allora, ipotizzando che il soggetto sia una gatta che allatta, l’essenza di questo haiku deve essere l’empatia. (qui per dettagli).

Compreso questo, ecco una possibile soluzione più musicale, semplice e profonda, rispetto all’originale:

Il calore del camino
Una gatta allatta
Tenera armonia

soluzione semplice nella sequenza d’immagini e nei termini usati, inoltre profonda nel trasmettere l’empatia come atmosfera, come armonia che unisce tutti i presenti: camino, gatta ed osservatore compreso.

Altro esempio, questa volta preso dal Lab:

Cactus fioriti
I colori più belli
tra sabbia e vento

Il nemico della semplicità è la mente, “troppa mente” direbbe un maestro zen, già perchè è sempre una mente non pura che complica le cose. Infatti, dopo una breve discussione, ecco come questo haiku è stato corretto:

Litorale
Il blu l’ arancio il fucsia
Cactus in fiore

Depurato il testo dalle emozioni, lo haiku è diventato più semplice e quindi anche un buon haiku.

Un buon haiku mostra, non racconta, perchè quando mostra, cioè è prodotto da una mente pura, da sempre delle emozioni.

dove sei ? cosa vedi ? cosa vuoi trasmettere al lettore ?  haiku è una risposta semplice e profonda su ciò che stai vivendo.

Il momento haiku

Questa più che una regola è una forte raccomandazione, derivata dall’esperienza, sia personale che dei migliori poeti, perchè è soprattutto vivere per “momenti haiku” che vi porterà poi a scrivere dei buoni haiku.
Tutti i poeti del Lab,  che io considero buoni, seguono questa regola e vengono regolarmente pubblicati, mentre chi non si adegua, rimane un amatore da scrivania.

Un momento haiku è un momento di piena consapevolezza. Consapevolezza unicamente derivata dall’essere presenti nella realtà. Quindi un momento haiku è sempre reale, non è mai una fantasia, ne un ricordo.

(qui per dettagli)

haiku, come arte zen, è sempre e soltanto “qui e ora” sempre e soltanto “pane secco”

Quindi dimenticatevi l’ispirazione, la ricerca di afflati fasulli con la natura, dimenticatevi di scrivere di spiritualità, misticismi, dimensioni psicologiche, emozionali, spirituali o sentimentali, ne tanto meno, di legami o di riferimenti con il trascendente.

Scrivete quello che vivete:  pura e semplice realtà …. pienamente compresa, ovvero scrivete i vostri  “momenti haiku”.

Lo stacco

Contrapporre due immagini permette ad un potenziale haiku di diventare un vero haiku, perchè senza stacco semantico, viene a mancare quel senso di inaspettato, che deve essere sempre presente e senza il quale un haiku si derubrica a semplice poesia.

Esempio

Chissà dove andranno
I sogni persi
Durante la notte

Il suddetto haiku ha due problemi: si legge come un unico periodo, quindi semanticamente non ha uno stacco, inoltre è più una considerazione generale che un richiamo alla realtà.

Vediamo ora due possibili soluzioni, la prima con stacco debole, la seconda con uno stacco più forte.

Notte
Chissà dove andranno 
I sogni perduti

Questa prima soluzione divide lo haiku in due: il primo verso richiama la notte come qui e ora, mentre i restanti versi ripropongono la domanda retorica dello haiku originale.

Meglio una soluzione che riporti tutto alla realtà, con un forte cambio di contesto e che elimini ogni traccia retorica.

Notte passata
Sogni smarriti
Voglia di caffè

Kigo

Quando viene rispettata la regola del “momento haiku”, allora la presenza-assenza del kigo assume lo stesso valore di chi vuole mettersi o meno un secondo paio di mutande, sopra quelle che già indossa.

Volete metterle? mettetevele.

Non volete metterle? fa lo stesso.

Non c’è altro da dire.

Stili e tecniche di composizione

Vediamo ora brevemente alcune tecniche particolarmente adatte agli h3ku.

Tecnica del pivot

Lee Gurga definisce il pivot  come:  quella parola o verso, che incastra tutto ciò che viene prima con tutto ciò che viene dopo, in modo che tutto lo haiku sembri ruotare intorno a questa parola o verso.

Lo scopo del pivot è quello di attirare l’attenzione del lettore, che si deve focalizzare su quello che per voi è importante e che quindi volete mettere in risalto.

Quindi, per fare in modo che il pivot diventi il fulcro della composizione, va collocato nel secondo verso di un h3ku ed in particolare come ultima parola, se si vuole far risaltare un termine preciso.

Prendiamo come esempio questo haiku di Basho

Yagate shinu 
Keshiki wa miezu 
semi no koe

tradotto, senza preoccuparsi del pivot, in

 Cantano le cicale 
Non lo sanno di certo 
che presto moriranno

vediamo ora un mio aggiustamento con pivot

Presto moriranno 
Cantano le cicale
Anche se non lo sanno

E’ abbastanza chiaro che tutto lo haiku di Basho ruoti intorno alle cicale che, se da una parte cantano, dall’altra sono del tutto ignare della loro prossima sorte.

Portare nel secondo verso il cuore dello haiku equivale allora riportarlo all’originale bellezza, che inevitabilmente deve essere reinterpretata, quando si traduce, quando si trasporta un haiku in una lingua differente da quella originale.

Altro esempio, sempre di Basho

senza pivot

La prima neve
piega appena
le foglie dell’asfodelo

con pivot

La prima neve
le foglie dell’asfodelo
piegate appena

Tecnica dell’ampliamento

Prendiamo questo haiku di Margherita Petriccione

sospesa
nel mare d’ossidiana nera
abbaglio del tramonto

Analizzando il testo, possiamo vedere come il primo verso introduca un’immagine, il secondo verso la amplii ed il terzo verso la concluda.

L’immagine globale è la stessa, ovvero viene mostrata un’emozione di fronte ad uno spettacolo della natura, e vengono utilizzati piani di realtà diversi, come zoomate fotografiche, per dipingere l’intero quadro.

Altro esempio di Angiola Inglese

donne sull’uscio-
foglioline d’origano
sulle sottane

Possiamo dire che la tecnica dell’ampliamento propone allora uno scenario basato su una sola immagine, che si sviluppa su piani analitici diversi.

Tecnica della contrapposizione

Consideriamo questo haiku di Angiola Inglese

rose sul muro
odore di miscela
nell’aria umida

Rispetto alla precedente tecnica dell’ampliamento, qui lo scenario  è formato da due immagini distinte che si contrappongono semanticamente.

Rose e miscela condividono lo stesso haiku, ma appunto, come elementi contrapposti.

Caratteristica che si ripete in questi due haiku di Zoè Alef Zel

sublime in strada
il suono di un violino-
puzzo di fogna

una scarpa sul muro
come una casa vuota-
la lucertola al sole

In generale, possiamo quindi dire che la tecnica della contrapposizione si basa quindi sul far coesistere due immagini differenti nello stesso haiku.

Flessibilità

Scrivere haiku non è come risolvere un’equazione differenziale, quindi le linee guida fin qui suggerite, vanno sempre interiorizzate e poi interpretate con la massima flessibilità.

E’ possibile scrivere un buon haiku fuori da queste regole?  Certamente si !

E’ possibile diventare buoni poeti al di fuori da queste regole? Probabilmente no !

Non è mai la singola composizione che definisce un buon autore, ma l’intera totalità delle sue opere, quindi se volete spostare la probabilità di scrivere buoni haiku, il mio consiglio è di tenere in seria considerazione i suddetti suggerimenti.

Sta poi a voi maturare la consapevolezza di quando e come debbano essere usati, o non usati, di volta in volta.

Zen 

Scrivere un haiku significa confrontarsi con noi stessi in relazione al mondo, ovvero cogliere l’emozione di un attimo della nostra vita.
Cogliere l’emozione di un attimo significa cogliere lo zen che è presente in quell’attimo di vita, ovvero: la sua essenza.
Cogliere lo zen significa farsi vuoti ed osservare in piena consapevolezza quello che ci accade in quel momento, in cui siamo in relazione con il mondo.
Pertanto, lo scrivere haiku, se correttamente praticato, porta alla comprensione dell’impermanenza dei fenomeni, che porta alla comprensione del “qui e ora”, che porta alla liberazione dei nostri attaccamenti, che porta all’unità tra noi e l’universo.
Il vero motore di tutto questo processo è però la pratica del vuoto.
Farsi vuoti significa ridiventare bambini e guardare il mondo come se fosse la prima volta.
Se non vi farete vuoti, ovvero non vi libererete di tutto quello che siete e che in quel momento affolla la vostra mente: ego, concetti, pregiudizi, ricordi, condizionamenti, sovrastrutture intellettuali, allora non riuscirete mai a cogliere lo zen della vita, quindi i vostri haiku, anche se bellissimi, non profumeranno mai, perchè saranno come dei fiori di plastica.
Incarnate quindi  lo spirito di M.Basho, che ha detto:

“… tutte le cose cambiano, questa è la legge della natura. Come la natura si rinnova nelle quattro stagioni, così tutte le cose si rinnovano”

“… sono me stesso nel luogo dove non esistono accadimenti che condizionano…”

“… i giorni e i mesi che passano sono gli ospiti passeggeri dell’eterno”

“… Il mio pensiero era sbagliato, d’ora in poi non seguirò più le tracce dei poeti del passato, ma cercherò l’essenza che essi cercavano”.

“… Le cose del pino imparale dal pino, le cose del bambù imparale dal bambù… entrare nello spirito delle cose fino a intuirne l’essenza. Questo significa imparare e ciò conduce all’unità, oltre la visione duale”.

“Occorre costantemente che ci impegniamo a ricercare la Verità dentro di noi, elevando il nostro spirito per tornare poi nel mondo e nelle azioni quotidiane rinnovati. Non si tratta di trovare la felicità isolandosi, ma piuttosto di entrare nella vita di ognuno con tutto il proprio essere”.

h4ku: le linee guida del Lab

Dopo aver trattato la forma breve h2ku, vediamo ora la forma più lunga per un haiku,  che, fino ad oggi, a quanto mi risulta, non ha riscosso molta considerazione, perchè, secondo me, non è stata capita.

Il ritmo

Innanzitutto, il pattern su 4 righe (h4ku) è particolarmente adatto quando è necessario dare più ritmo e quindi energia, alla propria composizione.

Festa di compleanno
Sulla montagna
Il limite della luce
Alto

In questo h4ku di Margherita Petriccione, le prime tre righe mostrano tre immagini di un’unica realtà avente come soggetto “il panorama durante una festa”, mentre l’ultimo verso è soltanto un attributo della terza immagine, che mette in risalto il confine tra luce e ombra.
A rigor di logica, questa composizione, proprio perchè riferibile a 3 immagini, potrebbe essere strutturata su un pattern a tre righe (h3ku), ma come vedremo, il risultato non avrebbe la stessa forza.
Infatti consideriamo le due alternative possibili in formato h3ku:

Festa di compleanno
Sulla montagna
Il limite della luce alto

Festa di compleanno
Sulla montagna
Alto il limite della luce

In entrambi i casi la necessità di una pausa sul terzo verso è evidente, ed è proprio la mancanza di ritmo che finisce per appiattire e rendere decisamente molto meno attraente l’intera composizione, nel formato h3ku.
Le 4 righe risolvono il problema, ridando il giusto e dovuto respiro all’intero haiku.

Dare più ritmo equivale a dare energia, quindi introdurre una pausa può essere, a volte, la soluzione migliore, quando si ha la percezione che il nostro haiku sia troppo piatto.

L’incomprimibilità

Nella composizione precedente, ogni parola è indispensabile quindi, non essendoci nulla di superfluo, possiamo dire che è incomprimibile.

Premesso che l’incomprimibilità è una sfida mentale che deve sempre essere attiva, in chi scrive haiku e che io ritengo più intrigante rispetto a qualsiasi forma fissa, il pattern a 4 righe, essendo virtualmente più ampio rispetto ai pattern a due o tre righe, può essere più critico, da questo punto di vista.
Quindi, non bisogna cadere nell’errore di credere che h4ku significhi necessariamente haiku più lunghi, perchè si possono scrivere h4ku anche estremamente corti, come dimostra questo bellissimo esempio, tutto basato sul ritmo.

beneath
leaf mold
stone
cool stone

(Marlene Wills)

Il ritmo è sempre legato alla lingua, quindi qualsiasi traduzione vanificherebbe il ritmo originale, esattamente come accade quando si traspone un haiku giapponese in una lingua occidentale.
Chi vuole può tradurre questo haiku, confrontando poi il ritmo della sua traduzione con quello originale, ebbene sarà impossibile riprodurlo esattamente.
A quanto mi risulta, noi del Lab siamo gli unici a porre attenzione al ritmo ed alla musicalità, come elementi imprescindibili di un buon haiku, il che porta inevitabilmente ad una considerazione, che faccio spesso:

le vie compositive sono molte e sono sempre legate alla lingua, mentre è lo spirito poetico che è unico ed universale.

La trappola della lunghezza

Come dimostra lo haiku precedente, la prima trappola in cui non cadere è quella di pensare che il pattern a 4 righe sia un “contenitore” per haiku “brodosi”, ovvero per tutti quegli haiku che invece, con un po più d’attenzione, si potrebbero condensare.

Scrivete sempre utilizzando il minor numero di parole possibile, questo è il corretto insegnamento.

Il momento haiku esteso

Nel Lab, come indicato dalla nostra mission, stressiamo molto il concetto di haiku vissuto come realtà, ovvero quello che viene universalmente indicato come “momento haiku”.
La realtà è però sempre qualcosa di molto complesso e di variegato, anche quando viene condensata in un istante.
Basti pensare agli input rappresentati dai cinque sensi, per capire come un haiku rappresenti sempre un’immagine inevitabilmente limitata ed incompleta, rispetto alla realtà vissuta.

Normalmente, un momento haiku modella la realtà attraverso un’immagine iniziale, uno sviluppo ed una immagine conclusiva.
Sinteticamente, allora possiamo dire che un h3ku sia:

immagine iniziale
sviluppo
immagine finale

Normalmente il testo che  “soffre maggiormente” , negli h3ku, è quello dedicato allo sviluppo, che è anche il cuore di un haiku e ne determina spesso anche la qualità complessiva.

La tecnica del pivot può risolvere questo aspetto, ma a volte, può risultare insufficiente.
Pertanto, ogni qual volta si voglia ampliare il respiro di un haiku, ovvero si voglia estendere “quello che accade”, allora si può ricorrere ad un h4ku come soluzione strutturale di riferimento.
Questo significa che un h4ku avrà come possibile modello di riferimento concettuale :

immagine iniziale
sviluppo
sviluppo
immagine finale

Vedremo ora alcuni esempi, presi da Lab, che dovrebbero far comprendere meglio questo aspetto.

sole a mezzogiorno
ondeggia l’asfalto
chiuse le palpebre
ondeggiano gli occhi

Questo h4ku di Zoé Alef Zel ricalca esattamente lo schema suggerito, mentre ad un attento lettore non sarà probabilmente sfuggito, come questo haiku sia interpretabile anche come il risultato di un incastro di due h3ku nascosti, ovvero:

sole a mezzogiorno
ondeggia l’asfalto
ondeggiano gli occhi

sole a mezzogiorno
chiuse le palpebre
ondeggiano gli occhi

Se uniamo e depuriamo dalle ridondanze questi due h3ku, ecco che otteniamo lo h4ku di Zoe.

Il momento haiku è quello di un assolato mezzogiorno, dove si sviluppano contemporaneamente due eventi: l’asfalto che sembra ondeggiare e le palpebre che si chiudono, finendo per far ondeggiare gli stessi occhi.

Stesse considerazioni per quest’alto haiku sempre di Zoe:

piove
un gatto nel fienile
senza orologio
ed è già notte

Usate quindi la tecnica dell’incastro, per mostrare al meglio il vostro “momento haiku esteso”.

Haiku su colonna

A volte nemmeno le 4 righe possono bastare, in questi casi possiamo parlare di haiku su colonna, ovvero basati su una struttura che richiama la verticalità delle scritture orientali.

Ecco un esempio di un mio haiku su colonna:

estate
temporale
un solo fragore
tuoni
vetri scossi
e sirene
(EG)

Qualche esempio aggiustabile

Sulla base delle linee guida fin qui espresse, vediamo ora anche qualche composizione, sempre prese dal Lab, che richiede invece un qualche aggiustamento e che sono state scritte, su mia richiesta, in modo del tutto istintivo e senza indicazioni da parte mia.

Evidenziati in rosso i punti critici.

Vento
Un petalo nell’aria
Un mio respiro
ed è caduto

comprimibile:

Vento
Un petalo 
Un respiro
ed è caduto


Beach volley
La palla in volo
per un attimo
nasconde il sole

momento esteso migliorabile, soprattutto nel terzo verso, che non aggiunge valore al momento:

Beach volley
La palla in volo
Trema la rete
Nascosto il sole


mille nuove ombre
nel primo mattino 
appena sfornato
profumo di pane

comprimibile e migliorabile come momento, soprattutto nell’immagine iniziale:

primo mattino
nuove ombre 
appena sfornato
profumo di pane


Tramonto
l’orlo di un burka
sull’onda
un gabbiano

meglio come haiku in colonna

 

Tramonto
un burka
un orlo
sull’onda
un gabbiano

La forma h2ku … le due righe

Raggiunta la maturità, i poeti più sensibili, liberati dalle zavorre, prima o poi sperimentano la forma sulle due righe.

Personalmente ritengo questa forma (che io chiamo h2ku) più difficile da risolvere rispetto a quella classica su tre versi (h3ku), ma proprio per questo, la ritengo anche più affascinante.

David  Grayson di HSA ha analizzato la forma su due righe per la lingua inglese.

Io di seguito l’ho aggiustata per l’italiano.

Lo stacco

La prima difficoltà riguarda la comprensione dell’energia da dare allo stacco semantico, che deve essere sempre presente e che in un h2ku deve essere maggiore rispetto ad un h3ku.

Prenderemo ora in considerazione alcuni casi di studio pubblicati nel Lab.

sorrido al vento
che si porta via il mio ventaglio aperto

(A. Pilia)

Qui lo stacco c’è, ma è debole per un h2ku, in quanto viene vanificato dall’immagine del secondo verso che richiama il primo attraverso quel  “che”.
Se in un h3ku possiamo non interessarci troppo di questo aspetto, in un h2ku dobbiamo prestare necessariamente più attenzione.

Infatti, meglio questa versione corretta:

sorrido al vento
il ventaglio aperto portato via all’improvviso

Questa versione presenta uno stacco molto più netto ed il vento viene richiamato implicitamente e non più esplicitamente, quindi lo stacco risulta più forte ed efficace, migliorando il risultato complessivo.

Il ritmo

La seconda difficoltà riguarda la gestione del ritmo.
Normalmente le tre righe, grazie al pattern corto-lungo-corto, scandiscono il ritmo in modo naturale, mentre al contrario, il ritmo in un h2ku va costruito con attenzione.

Il ritmo in un haiku è determinato dalle pause che possono essere esplicite o implicite.

Le pause esplicite sono determinate dalle righe, quelle implicite risiedono invece all’interno di un verso.

Le pause implicite sono fortemente legate alla lingua, quindi un h2ku non solo è più difficile da scrivere, ma anche da leggere, perchè solo chi conosce perfettamente la lingua può riconoscere ed apprezzare queste sfumature di ritmo.

Consideriamo questo h2ku

Rulli di tamburo
Il trattore pettina la sabbia 

(G. De Masi)

Questo haiku ha un forte stacco ed una solo pausa esplicita, in quanto il secondo verso non presenta nessuna discontinuità, ovvero si legge come un unico periodo senza interruzioni, nella forma sintattica classica italiana: soggetto-predicato-complemento.

Dare implicitamente ritmo, ad un h2ku in italiano, significa invece spezzare la fluidità della sintassi passando, per esempio in questo caso, dalla forma attiva a quella passiva.

rulli di tamburo
la sabbia ^ pettinata da un trattore

In questo h2ku la pausa implicita indicata con il segno  ^ , cade naturalmente dopo sabbia ed è prodotta inconsciamente, in lettura, dall’assenza dell’ausiliare  “è”, che ci aspetteremmo essere presente, come richiesto dalla forma passiva.

Ora abbiamo 2 pause, quindi un miglior ritmo, paragonabile a quello di un h3ku

Altro esempio, dello stesso tipo:

Origano e menta
Il maestrale mi sussurra alle orecchie

(A. Pilia)
—————–
Origano e menta
Nelle orecchie il sussurro del maestrale

(correzione di Angiola Inglese)

Altro esempio, più complesso, ma per questo anche più intrigante, dal punto di vista del ritmo e del suo sviluppo è il seguente h2ku :

silenzio
qui e là dal bosco voce di grilli

(M. Malferrari)

Che io ho invece sviluppato in:

qui e là il silenzio
qui e là il frinire dei grilli

La versione originale si prestava a diverse soluzioni, per quanto riguarda il ritmo

  1. silenzio
    qui e là ^ dal bosco voce di grilli
  2. silenzio
    qui e là dal bosco ^ voce di grilli
  3. silenzio qui e là
    dal bosco voce di grilli

Un buon poeta di h2ku deve riconoscere tutti i possibili ritmi e, nel caso, sfruttarli al meglio, per migliorare la qualità complessiva della sua opera.
Da qui, la mia soluzione

qui e là ^ il silenzio
qui e là ^ il frinire dei grilli

In questa soluzione, le pause sono diventate 3 migliorando il ritmo, anche rispetto ad una possibile soluzione classica su 3 versi

La mancanza del pivot

Un ulteriore ragione che complica non poco la vita ad un poeta di h2ku è la mancanza del verso-parola pivot, che invece è tipicamente presente nella forma h3ku.

Lee Gurga definisce il pivot  come:  quella parola o verso, che incastra tutto ciò che viene prima con tutto ciò che viene dopo, in modo che tutto lo haiku sembra ruotare intorno a questa parola o verso.

Senza volermi dilungare ulteriormente su questo aspetto, diciamo che in un h3ku, la presenza del pivot permette di migliorare profondità, ritmo o senso di un haiku.

Un h2ku presenta, per forza di cose, due sole immagini, basta vedere gli esempi precedenti, per rendersene conto, quindi è più complesso da impostare rispetto ad un h3ku, dove il pivot può essere sfruttato per migliorare la qualità dell’immagine globale.

Lo spazio

Molto brevemente, anche perchè è lapalissiano, possiamo dire che le tre righe sono un pattern più flessibile, entro il quale sviluppare soggetto ed essenza di un haiku, mentre le due righe offrono uno spazio virtualmente minore, in cui diventa possibile perdere più facilmente anche la musicalità e la profondità.

Pertanto, se non si gestisce bene lo spazio, soprattutto in termini di pragmatica, lo h2ku risulterà inevitabilmente piatto.

Il kigo

Sempre in termini di spazio, gli amici kigaioli, ovvero coloro che perseverano nel pensare che il kigo sia un elemento obbligatorio nella forma haiku occidentale, hanno un ulteriore problema.

Un h2ku è normalmente più corto di un h3ku, mentre spesso un kigo occupa un’intera riga in quest’ultima forma.

E’ allora ovvio, che inserire un kigo in un h2ku risulta difficoltoso.

Noi del lab, abbiamo risolto il problema, adottando la funzione di “qui e ora”, che rende più facile scrivere haiku indifferentemente dalla forma.

I fattori combinati

E’ evidente che , combinando tutte queste difficoltà,  la forma su due righe diventa materia per i poeti più esperti e dovrebbe essere affrontata solo dopo un’adeguata maturazione.

I pro

D’altra parte la forma h2ku, se si superano le sue numerose trappole, offre risultati più potenti, rispetto agli h3ku tradizionali, come spero dimostrino i seguenti esempi:

un campo da tennis deserto
il vento attraverso la rete      (G.Hotham)

ma vaffanculo !
una volvo e il semaforo rosso     (EG)

spaghetti al pomodoro
occhi al cielo e una macchia di sugo (EG)

Incendi estivi –
cade un pesce dal Canadair     (P.Asprea)

macchie sulle mani e le ortensie
crepuscolo      (M.Petriccione)

così scure le macchie sulle foglie –
caffè in giardino     (A.Inglese)