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Haiku è scrivere con i piedi nel mare

Lungo una spiaggia, su un’isola greca.

  • Maestro, cos’è la mente ?
  • I tuoi piedi
  • E i pensieri ?
  • I granelli di sabbia appiccicati ai tuoi piedi
  • E la mente vuota ?
  • I tuoi piedi nel mare
  • E haiku ?
  • Scrivere con i piedi nel mare
Zakynthos
Due piedi insozzati si bagnano
Due piedi lavati

L’essenza del fûryû in 7 passi

Mentre scrivevo il secondo articolo sulla via di mezzo, ovvero la via di mezzo della poetica haiku, mi sono reso conto che dovevo introdurre il concetto di furyu, non tanto dal punto di vista degli elementi ed ideali che lo compongono, quanto per trasmettere la sua essenza.

Nell’ Oku no hosomichi di Basho troviamo il seguente haiku

L'inizio del furyu!
La canzone della semina del riso
Nel remoto nord

The beginning of fûryû!
the rice-planting song
in the remote north.

fûryû no/hajime ya/oku no taueuta

Ovvero, per chi è non abituato a leggere le sottigliezze di Basho:

Quando inizia in furyu ?
Quando la canzone dello zen, origine dell’esistenza, comincia a germogliare nella mente. (EG)

Kuki Shuzo , nel suo breve saggio Furyu ni kan-suru ikko satsu, si è interrogato sul senso profondo dello haiku.
Ciò che in un haiku deve emergere, dice Kuki, è l’allontanarsi dalla mondanità, guardando al mondo con occhi nuovi, come se fossimo uno specchio terso, atteggiamento questo che affonda le sue radici nel buddhismo chan e quindi zen.
Per Kuki la poetica di Basho “è quella che meglio s’ispira al furyu”; termine antico di origine cinese, composto da due caratteri letteralmente “vento” e “scorrere”.

Kuki interpreta lo spirito poetico in questo modo:

«Furyu è qualcosa che si oppone al mondano e deve scaturire dall’allontanamento della quotidianità sociale. Furyu è prima di tutto distacco.»

C’è del vero in questo, ma va spiegato meglio, perchè messa così questa affermazione causa facili fraintendimenti

Vediamo allora quale sia il percorso per comprendere il senso della frase di Kuki, quindi l’essenza del furyu e cominciare a scorrere nel vento.

  1. il primo passo è il controllo della mente, ovvero la pratica del vuoto mentale, raggiungibile tramite la meditazione formale e non formale.
    La meditazione formale si chiama zazen, quella informale è banalmente quello che fai.
    Sì perchè alla fine tutto quello che fai può essere meditazione, se lo fai con il giusto atteggiamento, pelare le patate, pulire un cesso, leggere un libro o guardare un film è meditare. Questo è lo step più fondamentale e meno spiegabile a parole, ma da qui parte tutto, in quanto tutto quello che segue dopo non sono altro che diversi stadi di comprensione, cioè sono solo effetti della pratica del vuoto, che rimane il motore di tutto.
  2. La pratica costante del vuoto mentale, ovvero l’allenamento costante dell’osservazione della mente, porta alla comprensione dell’impermanenza, ovvero alla comprensione di come non ci sia nulla di stabile, sia nella mente che in tutto l’universo (qui conoscere un po’ di fisica è auspicabile, perchè se conosci i principi della termodinamica, della relatività e un po’ di meccanica quantistica, allora risulta tutto più facile); senza questa comprensione si vive nel mondo che il Budda chiama illusorio e che è la causa principale delle tante sofferenze psichiche.
  3. la comprensione dell’impermanenza porta alla comprensione del vivere “qui e ora”, ovvero di come l’unica esistenza possibile si basi esclusivamente sul presente e di come passato e futuro appartengano al mondo illusorio.
  4. il “vivere qui e ora” porta alla comprensione dell’attaccamento, ovvero come sia imperativo, smettere di pensare che sia possibile possedere cose o peggio ancora, persone, quindi come, se vuoi vivere nel presente, si debba giungere al distacco emotivo, il che non significa che non si devono provare emozioni o sentimenti, ma prendere coscienza della loro impermanenza e quindi lasciarli andare quando capitano … così s’impara a non soffrire troppo a lungo, ovvero: la sofferenza viene, la osservi e poi la lasci andare, senza trattenerla. Il distacco emotivo è quello di Kuki e di Basho, che da bravi giapponesi lo equiparano all’allontanamento dalla mondanità. In realtà, non è necessario fare gli eremiti, per raggiungere il distacco mentale, anche se certamente questa cosa aiuta e non poco.
  5. la comprensione del distacco porta alla compassione, ovvero alla comprensione degli altri, ovvero delle loro realtà mentali , diverse dalla nostra, il che non vuol dire che capisci o ti metti ad amare il genere umano, come ti chiedono di fare i cattolici, ma che accetti gli altri per quello che sono, senza pretendere di cambiarli; il che non vuol dire essere buonisti a tutti i costi ed accettare qualsiasi cazzata facciano, perchè in realtà equivale a dire: “io accetto te, ma non le tue cazzate” … sottigliezza che purtroppo non è quasi mai compresa, in quanto la gente si identifica con quello che fa, quindi non capisce che, per esempio, quando io li mando aff. per qualcosa che dicono o fanno, non mando mai aff. loro, ma le loro cazzate… ma capisco anche le loro reazioni, perchè non è facile pensare che la fanculizzazione sia un gesto compassionevole e non di rifiuto; però io ho imparato a distinguere sempre tra mente e pensiero, quindi io separo la causa dall’effetto, distinguo ciò che esiste (la mente), da ciò che è impermanente (il pensiero), quindi ormai mi è naturale accettare la prima (la mente) e rifiutare il secondo (il pensiero) senza contraddizioni; io di solito, cerco di spiegare, ma il fancullizzato tipicamente si offende lo stesso, ma se non capisce, ed è la regola, allora quello diventa un problema suo e non più mio, perchè io sono consapevole di quali fossero le mie vere intenzioni ( qui la cosa è molto zen, ma meglio di così non riesco a spiegarla).
  6. la comprensione invece di tutto ciò che non è mentale, ovvero non è originato dalla mente, ovvero è fisico, si ottiene tramite la scienza, ovvero dell’unico metodo oggettivo d’indagine della realtà non mentale.
  7. tutto quanto detto fin qui, porta all’atteggiamento del wu wei taoista, ovvero dell’accettazione della natura come unico motore universale (Tao) e della consapevolezza delle proprie azioni e non azioni, ovvero di come e quando si debba interferire, o meglio non interferire, con i processi naturali (Tao).

Arrivare al punto 7 significa arrivare a a comprendere zoka, il makoto e il mujo di Basho ovvero si comprende l’essenza del furyu.

« quando il vento scorre al’interno del poeta ed lui si affida al vento che soffia nel cielo più alto, allora si è davanti ad un vero uomo nobile, colui che comprende il fūryū».
(dall’Akazōshi)

Margherita Petriccione: il mio haiku capolavoro

Puntate precedenti:

Breve premessa. Alcune considerazioni e approfondimenti sono già stati affrontati nelle puntate precedenti, quindi chi vuole avere un quadro più puntuale dei temi trattati è invitato a leggere , in sequenza, i lavori cominciando  da Monica Federico.

Questo lo haiku di Margherita:

luna dell’alba -
la trama consumata
di un calzino

In realtà non ho nessun haiku da poter vedere come il mio top, ne ho alcuni che reputo più riusciti e questo è uno di quelli
Ci vedo karumi, wabi-sabi, mono no aware ( che volere o volare è presente se un’immagine colpisce più di un’altra) e c’è un pizzico di yugen in quella luna evanescente . Oltre alla possibilità di interpretazioni diverse a seconda del vissuto di chi legge penso che offra una spunto di riflessione sulla relazione tra cose apparentemente distanti fisicamente e concettualmente, ed in generale sulla loro impermanenza .
Commenta pure Elio, cerca solo di non farmi a pezzi 😦 – Margherita Petriccione.

Commento di EG.

Un buon haiku per tutti, appena sufficiente per Margherita, perchè l’asticella va alzata proporzionalmente alle potenzialità.

La ragione tecnica sta tutta nel primo verso, obsoleto come soluzione compositiva.

Apprezzabile e condivisibile lo sforzo di mettere in relazione
“cose apparentemente distanti fisicamente e concettualmente “, ma se sei di livello, nel 2019 non puoi rifugiarti nei soliti e ritriti kigo lunari o campestri.

Se sei di livello è tuo dovere rifuggire da tutte le facili opzioni, usate milioni di volte e guardare più avanti o più in profondità.

C’è un testo di una canzone di Pierangelo Bertoli che, secondo me, indica il giusto atteggiamento che anche un poeta haiku dovrebbe tenere : ” Canterò le mie canzoni per la strada … con un piede nel passato e lo sguardo dritto e aperto nel futuro”.

Che tradotto significa, che senza rinnegare la tua storia, non puoi fermarti, perchè se ti fermi, allora sei morto.

Un buon insegnamento, che è anche lo stesso di Basho.

Segui e ritorna a Zoka, zoka come trasformazione continua, questo è l’insegnamento di Basho, ma se non si comprende che anche noi facciamo parte di zoka e che il Tao è sempre lo stesso Tao, sia per le 4 stagioni che per il nostro vissuto, allora zoka rimane un concetto, non una traccia di vita .

Basho chiamava barbari chi non vedeva , ne comprendeva l’essenza di zoka, io li chiamo poeti di facebook, cioè quelli che si fermano al passato o che guardano al loro ombelico.

Se sei di livello e ti rifugi nel kigo più banale che ci sia, nel migliore dei casi dimostri approssimazione, oppure scarsa capacità di lettura del momento, generalmente accettabile per i più, ma non per Margherita.

Fortunatamente il riscatto avviene nei due versi successivi.

Karumi e wabi-sabi ci sono, più dettati dal mujo che da altri ideali poetici, in ogni caso “tanta roba” come si dice a Milano.

Mi convincono meno i riferimenti al mono no aware ed allo yugen, il primo perchè ripeto è un ideale estetico che non amo e che trovo superfluo, in quanto si sovrappone all’ideale poetico di mujo , il secondo per ciò che ho già detto sull’uso di luna come riferimento.

La trama consumata come effetto di una mente che si corrode tra pensieri ed illusioni, questo sarebbe stato il perfetto riferimento, purtroppo non colto, anche se servito su un piatto d’argento, peccato.

Concludendo, un haiku buono, se scorporato dall’autrice, ma che dimostra ancora qualche condizionamento giapponesizzante, di cui Margherita dovrebbe liberarsi se vuole fare un ulteriore passo in avanti, verso la piena consapevolezza, quindi anche verso la piena libertà compositiva.

la mera erudizione

Maestro perchè disprezzate così tanto gli eruditi ? Non compiono forse un buon servizio alla causa della poesia ?

Amico mio, io non disprezzo nessuno, gli eruditi, nel governo del sè, sono come bambini che colpiscono una cascata con dei sassi, cercando di coglierne così l’essenza.

Quindi che bisogna fare ?

Fluire, fluire … imparare dalla cascata e diventare cascata.

La forma TANKA: linee guida

Un Tanka è sostanzialmente una poesia breve formata da 5 versi totali, suddivisi in due parti, che la forma canonica richiederebbe di essere di 5,7,5 – 7,7 sillabe.

Anche per il tanka, come per la forma haiku, il conteggio delle sillabe è raccomandato solo per chi inizia, mentre gli avanzati possono utilizzare il pattern corto-lungo-corto – lungo-lungo, prestando comunque sempre attenzione ad ottimizzare i termini e comprimendo i versi, ogni volta che se ne presenti l’occasione.

I primi tre versi formano la strofa superiore (kami-no-ku), gli ultimi due la strofa inferiore (shimo-no-ku).

Le due parti devono produrre un effetto semanticamente contrastante, ma allo stesso tempo coerente rispetto al soggetto del tanka.

Rispetto all’Haiku, nel Tanka si può essere più liberi e suggestivi, senza curarsi troppo delle regole. Di fatto è la forma da utilizzare quando si vuole essere il più espressivi e creativi possibile.

PRATICA

La pratica del Tanka è allora quella che non c’è pratica, quindi volendo , il kami-no-ku, può anche assumere la forma di un Haiku.

Se gli haiku sono descrittivi, senza fronzoli, aderenti alla realtà, neutri in termini di emozioni, zen, i tanka sono metaforici, romantici, personali, sensuali, lirici.

Se la focalizzazione di un haiku è il mondo e la realtà, un tanka può essere intimista e concentrato sui sentimenti umani, ovvero in termini di prospettiva un haiku tende mostre una realtà oggettiva, mentre un tanka una realtà soggettiva e personale.

Se la peculiarità principale di un haiku è quella del mostrare un qui e ora consapevole, quella di un tanka è quella di essere versatile, libero, sia in termini di tempo, che di soggetto o di essenza.

Esempi

Ki no Tsurayuki 紀貫之 (ca. 872-945)
Cercando nell'acqua
Qui, una volta, mi bagnai le maniche
Ora è tutto ghiacciato
In questo primo giorno di primavera
Mi chiedo, si scioglierà con il vento ?
(tanka sulla primavera)

Anonimo
Dal grande mare
Sulla riva, i granelli di sabbia
Che io conto con costanza
Possa il mio Signore vivere mille anni
per ciascuno di essi
(tanka di auguri)

Tsurayuki 貫之
Dalle mani a coppa
Nuvola di goccioline
La montagna primaverile
Non è abbastanza, come da te
Mi senta separato.
(tanka di separazione)

Ōshikōchi no Mitsune 凡河内 躬恒
La prima oca
La sua voce così flebile
Da quando ho udito la tua
Da allora i miei pensieri
Galleggiano nell'aria
(tanka d'amore)


Haiku e facebook : quando tagliare questa dipendenza?

Come tutto, anche FB crea dipendenze.

Se dipendi dai like, dai commenti favorevoli o soltanto dalla tua vanità, allora devi prenderne atto: non sei libero !

Ma quando tagliare ? La risposta è semplice : dipende solo da te, ma se non lo farai mai, allora resterai per sempre un lattante che si agita in una culla.

Non è FB il problema, il problema sei sempre tu.

Maestri e guide

Huangbo si mostrò alla congregazione dei monaci e disse:

“Voialtri vi nutrite di scorie. Sapete che non ci sono maestri di meditazione in tutta la grande era Tang?”

In quel momento, un monaco uscì dal gruppo e disse:

“Allora, cosa fanno quelli che si sforzano di correggere i discepoli e istruire le masse?”

“Non dico che non esista la Meditazione, non esistono maestri.”
Leonardo Vittorio Arena, Le iscrizioni della scogliera verde (Biyanlu), ebook 2019.

La mia idiosincrasia verso tutti i “maestri spirituali” (di qualsiasi colore, ordine o grado, essi siano) , nonché il mio zen più taoista che buddhista, nascono proprio dalla suddetta considerazione di Huangbo.

Io non concepisco, ne riconosco maestri, quando la sfera è del tutto personale, come nel caso della meditazione, guide si ! ma alla stregua dei cartelli stradali, che indicano senza intervenire.

La differenza tra maestro e guida è che il primo condiziona, fornendo indicazioni precotte , il primo parla di etica, di cosa fare o non fare, il secondo è muto, fornisce al massimo degli strumenti, il primo con lo spirito fa business, il secondo ombra ai piccioni.

Solo quando la sfera si amplia e da personale diventa anche pubblica, o sociale, o artistica, allora ha un senso la figura del maestro, perchè in questi casi c’è una storia, una tradizione, degli ideali condivisi, in tutti gli altri casi, ovvero quando hai a che fare solo con te stesso, cerca delle guide, mai dei maestri.

Scrivere haiku è non essere ne carne, ne pesce.

La posizione religiosa di Bashō non è quella di un monaco, ma piuttosto di un tonseisha (semi-eremita), quindi in definitiva di un viandante.

Questo gli da la connotazione di non essere ne carne ne pesce, ovvero gli conferisce lo status di essere ‘senza status’, il che lo caratterizza come un’anti-struttura e ripeto ANTI-STRUTTURA !!

Nel passaggio di apertura durante la visita al Santuario di Kashima, Basho dice di sè stesso:

“Io non sono né un monaco né un uomo di mondo, io sono come un pipistrello, un incrocio tra un uccello e un topo”.

Questo tratto distintivo, questo essere come l’acqua, ovvero senza forma, è molto più vicino al taoismo che al buddhismo.

TORNARE ALLE QUALITÀ NATURALI
Il sommo bene è essere come l’acqua:
perseguire il bene senza affannarsi,
restare nel posto che tutti disdegnano.
Per questo l’acqua è quasi simile al Tao.
Quando ristagna si adatta al terreno,
nel volere s’adatta all’abisso,
nel donare s’adatta alla carità,
nel dire s’adatta alla sincerità,
nel correggere s’adatta all’ordine,
nel servire s’adatta alla capacità,
nel muoversi s’adatta alle stagioni.
E proprio perché si adatta è sempre pura.
(Tao The Ching VIII)

Secondo i principi della scuola di Basho, quindi anche i nostri, questo significa agire in modo illuminato, ovvero spontaneamente, mantenendo una mente pura, quando si scrive un haiku.

haiku come controllo

Haiku è controllo, ovvero padronanza del momento e della composizione , senza controllo tutto si riduce  ad un semplice giochino. (EG / parafrasando Basho)

La-potenza-e-il-controlloIl Lab racconta che anche gli autori più bravi ed esperti, spesso non sanno riconoscere e comprendere appieno le loro opere, ovvero anche gli autori più esperti non sanno cosa sia il controllo nel processo haiku.

Può sembrare paradossale sostenere che haiku sia controllo, soprattutto in un approccio come il nostro.

Molto spesso lo zen è associato a stereotipi di tipo mistico-spirituale, a visioni di gente che svolazza a mezzo metro da terra, nella posizione del loto,  in realtà basta leggere questa poesia del maestro zen Ikkyu per capire che non è così:

« Esausto di piaceri omosessuali, abbraccio la mia donna.
lo stretto percorso dell’ascetismo non fa per me:
la mia mente corre nella direzione opposta
è facile chiacchierare di zen – mi limiterò a chiudere la bocca
a giocare e a far l’amore tutto il giorno. » 

Premesso tutto questo, quando si comprende che cosa sia il processo creativo zen,  allora si capisce come rinunciare al controllo consapevole , perchè di questo si tratta, sia in realtà la pessima scelta alternativa di controllo inconsapevole.

Troppo spesso chi scrive haiku non ha il controllo del momento e non ha un’idea chiara, magari personale, ma chiara, magari imprecisa, ma chiara, di che cosa sia una poetica , che nel Lab indichiamo negli insegnamenti di Basho e che abbiamo riassunto nella sezione background.

Se non sai cosa sia la poetica di Basho, non puoi aderirvi, se non aderisci, non hai il controllo del tuo processo compositivo, se non hai nessun controllo, sei un mero esecutore, un puro assemblatore, un “giocatore di parole”, come  dice Basho.

Il controllo del momento

Spesso s’insinua che la consapevolezza implichi il lasciarsi andare.

“la consapevolezza non mira a controllare, sopprimere o fermare i pensieri”  (dal web)

In realtà, la consapevolezza implica un serio e costante controllo.

Quando sei consapevole dirigi l’attenzione , ovvero ti concentri su ciò che accade, prestando attenzione anche alle emozioni che si presentano, senza giudicarle o etichettarle  e il termine “dirigere” è un segno inequivocabile di come sia in atto un processo di controllo.

Ho già trattato qui come esercitare la consapevolezza e qui come funziona un cervello consapevole, quindi non occorre aggiungere altro, se non raccomandare ancora una volta che senza consapevolezza, non avrete il controllo dei vostri momenti haiku.

Avevo pensato che il satori (l’illuminazione zen)  fosse morire nel momento, invece il satori è vivere indifferentemente qualsiasi momento. (Masaoka Shiki)

Il controllo della poetica

Se il controllo del momento purifica la realtà dalle scorie mentali, ovvero prepara il poeta all’opera, il controllo della poetica purifica un haiku da ogni possibile rozzezza.

Un poeta di haiku rimane rozzo, fino a quando non avrà maturato un suo stile (EG)

Chi  non aderisce ad una poetica,  non ha nessuna disciplina, non ha nessun riferimento, nessun modello, nessun parametro, quindi, come una nave senza timone, non svilupperà mai un proprio stile e non avrà mai il pieno controllo delle sue opere.

In quest’ottica, Haiku è solo arte, ma come per la musica o la pittura, i veri artisti si distinguono dagli amatori, quando controllano pienamente la loro arte.

A quattro anni dipingevo come Raffaello, poi ho impiegato una vita per imparare a dipingere come un bambino.  (Picasso)

Per questo, lo studio delle opere dei maestri è fondamentale, come sostiene ancora Basho, ma la poetica,  una volta interiorizzata e compresa in tutti i suoi aspetti (gli ideali, le forme, l’estetica e la pragmatica),  va interpretata secondo le proprie inclinazioni e quindi personalizzata.

Diffidate quindi degli accademici e dei professori, da chi usa inutili termini giapponesi che vi dimenticherete dopo 5 minuti, o di chiunque non scriva dei buoni haiku, ma lasciate che siano solo le opere dei maestri a guidarvi.

Le arti, comprese la poesia e la letteratura, dovrebbero essere insegnate solo dagli artisti che le praticano, non da sterili professori. (Ezra Pound)

Riconoscere lo Yūgen: la tecnica checklist

Non esiste una sola parola che esprima lo stato d’animo che i giapponesi chiamano yugen. Per coglierne il significato, dovremmo aprire la nostra mente alle situazioni in cui i giapponesi la usano. (A.Watts)

Yūgen were poetic ideals that dominated Japanese poetry during Shinkokinshū period …….. It is difficult to define it and the meanings evolved over time and even differed among poets of this era. (David Barnhill)

Ci sono molti modi per arrivare a comprendere, ma il modo migliore è partire dalla sorgente. (EG)

yugenSe googlate le parole  “Yūgen  estetica”  troverete 21.300 pagine web e 815 libri, solo per restare all’italiano, su cui potete sbizzarrirvi e farvi un’idea del suo significato.

Oltre che ha richiedere un sacco di tempo, il problema è che, così facendo, starete leggendo le idee di qualcun altro che , molto probabilmente, a sua volta, le ha derivate da qualcun altro ancora.

Io,  lo ammetto, normalmente ho una scarsissima fiducia di quello che scrivono gli altri,  soprattutto se non conosco bene la fonte, inoltre mi piace cavarmela da solo, per cui quando posso io vado alla sorgente.

Il rifiuto è la più prevedibile di tutte le reazioni umane. …….  La funzione dell’Eletto è quella di tornare alla Sorgente …. .  (Matrix Reloaded – L’Architetto)

Yūgen si scrive cosi:

幽玄

ovvero come composizione di due ideogrammi :

Il primo  幽 è ° yōu°  traducibile come:  remoto / nascosto distante / isolato / sereno / pacifico / imprigionato / nella superstizione indica il mondo sotterraneo.

A sua volta  幽 è scomponibile nella seguente serie di ideogrammi:

you Il primo è °yāo° , ripetuto due volte, traducibile con :  minuscolo, piccolo.

Il secondo, che contiene i due °yāo° ,  è  °shān° che significa : montagna, collina, vetta.

Il secondo ideogramma che compone yugen è 玄  “xuàn”: nero, misterioso.

chou

A sua volta 玄 è scomponibile nell’ideogramma ‘tóu’ che significa testa ed ancora in °yāo°.

Yugen allora richiama tutte queste definizioni, oltre alle loro composizioni, che si possono tradurre in immagini.

Ora, tralasciando gli step intermedi e venendo dritti al succo, posso dire che partendo da tutte queste informazioni di base ed elaborandole in termini di immagini, io ho codificato questa serie di mie interpretazioni poetiche del significato di yugen, ovvero yugen come …..:

  • atmosfera diafana
  • il piccolo nascosto nel grande
  • senso di mistero
  • senso di ricerca
  • senso di profondità
  • l’invisibile nel visibile
  • senso di vaghezza e di ombrosità
  • situazione nascosta e misteriosa
  • armonia formata da un grande sfondo ed un dettaglio
  • una bellezza delicata, fragile, suggestiva, timida rapportata ad una imperiosa
  • una bellezza modesta, quieta, silenziosa su uno sfondo imponente
  • momento inaspettato, un evento inatteso, appena scoperto, spontaneo e naturale
  • un’inezia nascosta e quasi invisibile 

Ovviamente tutte queste immagini non si sono generate automaticamente,  a dir la verità non ho nemmeno verificato se siano condivise anche da altri. In realtà la cosa non m’interessa molto perchè comunque questa è la mia interpretazione ragionata di yugen, quindi per me l’unica valida. Mi ci  è voluto del tempo e delle riflessioni continue che, sommate alla pratica dello studio dei maestri, hanno prodotto il suddetto mio personale database di yugen e anche questa è un’attività sempre work in progress che ha a che fare con la pratica dello haiku.

Ora confrontando un qualsiasi haiku con il mio database di immagini di riferimento, mi è abbastanza facile riconoscere la presenza o meno dello yugen. In inglese questa operazione si chiama “checklist”.

Sinceramente non so se questo metodo sia esportabile e quindi utilizzabile anche da altri. Inoltre c’è il rischio che qualcuno utilizzi a pappagallo queste immagini, rinunciando al percorso di miglioramento della propria consapevolezza autoriale, a cui io avrei così contribuito.  Anyway, alla fine mi è sembrato importante indicare un metodo che se applicato ed utilizzato correttamente, può invece essere di forte aiuto al miglioramento della consapevolezza. Ovviamente non indicherò i miei database per gli altri parametri estetici, in quanto è importante il metodo, più che i risultati.

Ora, di seguito, alcuni esempi, di come ho riconosciuto il mio yugen negli haiku dei maestri:

Yugen come atmosfera diafana:

Che fresco / Piedi contro un muro / Sonnellino di mezzogiorno (Basho) 

Yugen come momento inaspettato, evento inatteso, appena scoperto, spontaneo e naturale :

Che cos’è questo ragno / Che cos’è questo pianto / Vento d’autunno (Basho)

Un campo coltivato / Una nuvola immobile / Scomparsa (Buson)

Yugen come armonia formata da un grande sfondo ed un dettaglio – oppure come bellezza delicata, fragile, suggestiva, timida rapportata ad una imperiosa – oppure come senso di vaghezza e di ombrosità:

Boccioli di fiori notturni / La pelle di una donna / Bagliori nel crepuscolo (Chiyojo)

Yugen come senso di ricerca – come invisibile nel visibile.

Nel cielo blu / Scarabocchi e un dito / Fine autunno (Issa)

Ovviamente io utilizzo questo metodo anche in fase di composizione per verificare se ho inserito o meno lo yugen nei miei haiku.

Yugen come senso di un mistero.

Batte il tallone / Ora il Tao è in un filo d’erba / Tra i piedi nudi (EG)

Concludo dicendo che:

  1.  un minimo di yugen è sempre presente nelle opere dei maestri, o almeno io non ricordo di aver letto un’opera di un maestro che ne fosse totalmente priva
  2. senza un minimo di yugen un haiku risulta sempre brutto, o almeno questa è la mia esperienza (il che spiega anche il punto precedente)
  3. c’è di buono che è abbastanza difficile, per chi abbia un minimo di esperienza e talento, scrivere un haiku senza un minimo yugen
  4. aldilà di tutte queste considerazioni, l’importante è saperlo riconoscere

Qui un esempio di haiku senza yugen,  perchè tutto è troppo esplicitato e chiaro,  preso dal web:

Il sole splende – il mare è lontano – che nostalgia