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Haiku da foto ? … solo per impotenti e frigidi alla realtà

Tranne che per particolari sperimentazioni ed esercitazioni di gruppo, nel Lab Zen Haiku Italia è proibito postare haiku tratti da fotografie o , in generale, da immagini.

La ragione è semplice, derivare volontariamente un proprio haiku da un’immagine significa tradire la poetica haiku (furyu) , quindi, come diceva Basho, è solo un patetico giochino di parole.

Alla base del furyu, quindi alla base di ogni composizione haiku, c’è necessariamente l’esperienza personale, ovvero la sperimentazione fisica della realtà-natura (zoka), fatta in modo genuino (makoto), assaporando l’impermanenza (mujio) sia delle cose, che dei fenomeni con cui si è entrati in relazione.

Senza questi presupposti, non c’è haiku, anche se il risultato compositivo può avere la forma di un haiku.

Ognuno di noi, se vivo e vegeto, vive una sua realtà, che può essere più o meno stimolante in termini poetici, ma che è comunque unica ed irripetibile.

Un poeta haiku è allora colui che coglie gli attimi della sua realtà e li trasforma in versi.

Se sturi il lavandino, scrivi del lavandino, se scoli la pasta, scrivi dello scolapasta, se passi lo straccio, scrivi del pavimento e così via …

Haiku non è scrivere di tramonti guardando la foto di un tramonto, se sei sdraiato sul divano, ma scrivere del divano.

Quindi ogni volta che scrivi un haiku derivato da una fotografia o un immagine dimostri semplicemente la tua impotenza poetica, dimostri di essere frigido alla tua realtà, dichiarando inoltre di aver bisogno del viagra-immagine per riuscire scrivere.

Inizialmente, rimanevo soltanto inorridito da questi connubi foto-haiku, ora ho maturato la convinzione che queste iniziative siano, in massima parte, gli effetti della pessima influenza dei gruppi vetrina di haiku su “feisbuc” , che dedicano più attenzione agli aspetti social, che alla poesia in sè.

Se lo scopo è quello di accumulare dei like, allora bisogna stupire e si sa che un’immagine cattura di più delle parole. Il risultato però è una patologia che io chiamo disturbo bipolare inconscio, causato dal virus covid-giappo-feisbucchiano.

Mi spiego ….

In “feisbuc” , come dappertutto, qualche volta viene spacciata della roba buona, mentre altre volte della vera fuffa, e non sempre la gente è attrezzata per distinguerne la differenza.

Che è un po’ quello che capita, ad esempio a quegli americani, che scambiano la segatura del Parmesan, per Parmigiano (non è uno scherzo, succede veramente).

L’intossicazione da gruppo-vetrina giappo-like è comunque abbastanza riconoscibile.

Il primo sintomo è ovviamente la foto-haiku, che dichiara di per sè le frequentazioni di chi posta, secondariamente lo haiku associato alla foto è sempre, dico sempre, un 5-7-5 ed infine la presenza di un mentalismo conferma che di haiku si è capito davvero poco.

Se analizziamo tutto questo è chiaro che ci troviamo di fronte ad una dicotomia, a manifestazioni bipolari che alla pseudo-forma classica giapponese, abbinano l’uso di file digitali JPEG, che però, non appartengono, nemmeno lontanamente, alla tradizione giapponese haiku, visto che sono stati inventati solo negli anni ’90.

Certo, esiste la forma haiga , ma lì si uniscono su carta, addirittura tre arti tipicamente zen: la poesia, la pittura e la calligrafia, mica file JPEG, ed è importante capirlo, perchè altrimenti si ritorna a confondere il Parmesan con il Parmigiano.

Quindi se sei un giappo-ortodosso, conti le sillabe e cerchi il kigo, ma non lo sei per tutto il resto è chiaro che soffri quantomeno di bipolarismo.

Detto questo, mi sono chiesto : sarà un bipolarismo cosciente ? la mia risposta è stata: probabilmente no ! perchè è un comportamento assolutamente inconscio, frutto dei condizionamenti dei gruppi vetrina, in cui non s’impara a fare poesia haiku, ma dove ci si mostra, in un’autoreferenziale movida quotidiana, il che , intendiamoci è del tutto legittimo, solo che non potete farla in casa mia.

alla ricerca del makoto: un esempio

Una via per il makoto è lo studio dei Maestri, dice Basho (qui approfondimento).

Questa pratica è una pratica personale, da abbinare alla pratica meditativa, perchè la seconda, a mio avviso, fornisce gli strumenti per la prima.

Anayway, ho deciso di condividere un esempio dei miei studi, per permettere l’esame un caso pratico, di cosa significhi, almeno per me, lo studio dei Maestri, per la loro componente poetica.

Solitamente io seleziono a caso, senza una precisa ragione, una serie di haiku di Issa, Buson e Basho, riguardanti uno stesso soggetto (in questo caso , farfalle) , poi analizzo le peculiarità di ciascuna opera.

Lo scopo è quello di cogliere l’essenza di ciascun haiku e le relative strategie compositive.

Annoto poi le mie osservazioni su ogni haiku e alla fine cerco di trarre delle conclusioni di carattere generale, che cerco poi di fare mie, considerandole come il succo della poesia dei maestri.

Come dice Basho, ricordo che lo studio dei Maestri non è ne una ricerca accademica sulla poesia, ne uno studio sulle tecniche compositive, ma un passo per raggiungere il makoto, ovvero quella condizione compositiva-mentale di genuinità poetica, comune ad ogni vero maestro.

犬と蝶他人むきでもなかりけり (Issa)

inu to chō
tanin muki de mo
nakarikeri
A dog and a butterfly:
To look away ?
Neither will be first.
Un cane e una farfalla
Distogliere lo sguardo ?
Nessuno lo farà per primo
Haiku sulla natura delle cose.
Una relazione fisica (quella di osservarsi a vicenda) , guidata dagli istinti, viene usata come unico parametro descrittivo in tutta l’opera.
Non sono le cose in sè, ma le loro relazioni ad essere prese in considerazione, per mostrarne la vera natura.

庭の蝶子がはへばとびはへばとぶ (Issa)

niwa no chō
ko ga haeba tobi
haeba tobu
A butterfly in the garden:
Chased by a child, flying,
Chased and flying again.
Una farfalla in giardino
Inseguita da un bimbo, mentre vola
Ed inseguita e in volo, ancora
Haiku sul qui e ora e sulle dinamiche del mondo.
Vengono usati l’inseguimento e il volo, come stratagemmi per sottolineare il movimento.
Nel movimento, tutto è nuovo, anche se poi tutto è anche riferibile ad un ciclo che si ripete.

蝶とんで我身も塵のたぐひ哉 (Issa)


chō tonde
wa ga mi mo chiri no
tagui kana
A butterfly in flight, and
I, too, am a speck of dust
Just the same.
Una farfalla in volo
Un granello di polvere, come me
Stessa cosa
Haiku sull’ impermanenza e come questa sia l’elemento unificante di tutte le cose.
L’immagine del volo indica l’intangibilità, mentre la polvere il destino ed il valore delle cose umane.
Anche se differenti, non c’è differenza tra le cose, perchè sono generate dallo stesso Tao.

釣鐘にとまりてねむるこてふ哉 (Buson)

tsurigane ni
tomarite nemuru
kochō kana
On the great temple bell
Alighting for a doze
Are butterflies.
La grande campana del tempio
Si appoggiano per riposarsi
Farfalle
Immagine fotografica, quasi infantile.
Haiku elegante ed estetico, ma senza quello spessore che una lettura a più livelli , invece mostra in Issa.
Haiku che mostra come senso estetico e semplicità possono elevare un’ immagine quasi banale.

胡蝶にもならで秋ふる菜蟲哉 (Basho)

kochō ni mo
narade aki furu
namushi kana
A butterfly, it has
Not managed to become,
so late in autumn
This caterpillar.
Farfalla
Il fallimento, nell’autunno inoltrato
Di questo bruco
Haiku a due livelli.
L’ immagine esplicita si sovrappone all’immagine implicita, ovvero la mancata metamorfosi da uomo egocentrico ad illuminato, vista come fallimento personale .
La farfalla come fine della ricerca della propria vera natura, mentre il bruco come natura ancora ancorata all’ego.
Il mio fallimento di quest’autunno è che io bruco, non sono riuscito a diventare farfalla, dice Basho.

秋をへて蝶もなめるや菊の露 (Basho)

aki o hete
chō mo nameru ya
kiku no tsuyu
With the passing of autumn
Butterflies, too, sup upon
Dewdrops on the chrysanthemums.
Con il passare dell’autunno
Le farfalle sorseggiano appena
Le gocce di rugiada sui crisantemi
Haiku a due livelli.
Sempre due immagini presenti.
Quella esplicita delle farfalle e quella implicita sul crepuscolo della vita umana.
Come le farfalle in autunno , anche l’uomo , nel suo autunno, sorseggia appena le gioie della vita.
Il crisantemo è usato come simbolo di vita e felicità in Giappone.

椹や花なき蝶の世すて酒 (Basho)

kuwa no mi ya
hana naki chō no
yo sute zake
The mulberries,
For a butterfly lacking blooms, will make
A wine with which to leave the world.
Dalle more di gelso
Per una farfalla
priva di fioriture, arriverà
Il vino con cui lasciare il mondo.
Haiku a due livelli.
L’immagine implicita mostra l’uomo libero, privo di fioriture,
in grado di affrontare la sua morte senza rimpianti.
Dalla vera sostanza, dallo zen nasce l’unica libertà.

蝶の飛ばかり野中の日かげ哉 (Basho)

chō no tobu
bakari nonaka no
hikage kana
butterflies flit . . .
that is all, amid the field
of sunlight
Volo di farfalle
Solo questo, in mezzo ad un campo
inondato dalla luce del sole
Haiku ad un livello, anche se forzando un po’, c’è la possibilità di una seconda lettura,
di cui però non sono sicuro.
Questo dubbio, rende ai miei occhi questo haiku particolarmente fascinoso.
Tutto gira intorno a quel “solo questo”, a meno di una topica nella traduzione.
Ad ogni modo lo stratagemma di focalizzare il dettaglio del volo, rispetto a tutto il resto, lasciando solo come sfondo il campo pieno di sole, massimizza lo yugen. Che sia invece questa la sola chiave utile ?

Conclusioni

  • I maestri usano quasi sempre la poesia come testimonianza di comprensione.
  • per fare questo, quasi sempre inseriscono più livelli di lettura
  • i livelli riguardano un immagine esplicita, soggetto dello haiku, ed una implicita , richiamo ad una condizione personale od umana.
  • le tematiche del livello implicite sono quelle tipiche dello zen: la vera natura , l’impermanenza, il qui e ora, l’illuminazione.
  • gli haiku ad un livello sono invece delle immagini fotografiche, descritte in modo semplice, quasi infantile
  • massimizzare lo yugen, negli haiku ad un solo livello, sembra una buona strategia compositiva
  • usare il soggetto come
    • relazione (guardarsi reciprocamente)
    • azione (in volo, si posano, si riposano, bevono)
    • simbolo
    • risultato di una trasformazione (metamorfosi)
Omaggio alla lettura nascosta dell'ultimo haiku di Basho

Cercano un solo fiore
In quel campo inondato di sole 
Farfalle (EG)

E Basho disse: Imparate ad essere pino daL pino

Ziqi sedeva vacuo e distaccato, respirando e fissando il cielo. Yancheng, allora gli chiese : “cosa fai ? credi davvero di riuscire a diventare come un albero avvizzito, mentre la tua mente è cenere morta? non sei sempre lo stesso uomo di prima!” Ziqi rispose: “fai bene a chiedermelo, Yancheng. Proprio ora ho perso me stesso. Capisci?” (Cap. 2 dello Zhuangzi )

Questo passo è spesso citato dai poeti delle scuole di haikai. Secondo Lin Xiyi , commentatore dell’epoca Song, Ziqi è un saggio Taoista perchè ha eliminato la sua soggettività (oggi diremmo il proprio ego), diventando uno con l’universo. In questo stato mentale , “l’uomo vacuo che siede fissando il cielo non è lo stesso di quando non è vacuo.”

E Basho disse : “Imparate ad essere pino dai pini ed imparate ad essere bambù dai bambù.”

Come Ziqi , il Maestro invita ad eradicare la soggettività (ego) dalla poesia. Un poeta non imparerà mai nulla dal proprio sè soggettivo, anche se farà di tutto per imparare. Imparare significa dimenticare il proprio sè, unendosi all’oggetto, comprendere i suoi dettagli, entrando in esso e lasciando infine che ciò che viene vissuto diventi poesia. Ad esempio, quando si rappresenta la forma , ma non si riesce anche ad esprimere l’essenza di un oggetto, allora c’è separazione e la poesia non risulterà genuina, ovvero sarà priva di makoto.

L’unificazione dell’oggetto con il soggetto, l’identificazione del poeta con la realtà vissuta e l’eliminazione della visione soggettiva (ego) , sono le basi filosofiche taoiste dello Zhuangzi, da cui emerge il principio per il quale ‘tutte le cose sono uguali, ovvero non c’è superiorità o inferiorità di qualcosa rispetto a qualcos’altro. Da qui , la pratica “del digiuno della mente” e “del vuoto , per raggiungere la piena comprensione.”

Altro concetto importante dello Zhuangzi è la “trasformazione con le cose” (wuhua) . L’unità del sé con il cosmo è un aspetto fondamentale dello Zhuangzi ed un modo per raggiungere questa unità, secondo lo Zhuangzi, è di dimenticare il sé ed entrare nel corso della natura, o, in termini taoisti, nel corso del Cielo e della terra. Lo Zhuangzi dice: “dimenticare le cose ed il paradiso si chiama disimparare il proprio sé, ovvero chi dimentica il proprio sè, proprio perchè dimentica, entra in Paradiso. ” Ovviamente, l’espressione “ entrare in Paradiso ”significa raggiungere il Tao e, poiché il Tao si manifesta nella natura di ogni essere, raggiungere il Tao significa unirsi alle cose. “Ranxiang praticò il vuoto e lo seguì fino a completarsi. Unendosi alle cose, lui non conobbe fine, né inizio, né l’anno, né la stagione. E poiché cambiava di giorno in giorno con le cose, era tutt’uno con l’uomo che non cambia mai, quindi perché mai avrebbe dovuto smettere di farlo? ”. Così, unendosi ai cambiamenti di tutte le cose, Ranxiang divenne immortale e senza limiti, perchè svuotare la propria mente, entrando in armonia con le cose porta alla perfezione.

In conclusione, come si può facilmente evincere, lo Zhuangzi ha fornito un contribuito fondamentale nel formare la poetica di Basho, che ha così potuto teorizzare la contemplazione intuitiva della natura, come strumento imprescindibile nella percezione artistica.

sono senza essere
come un verde bambù
piegato dal vento (EG)

L’essenza del fûryû in 7 passi

Mentre scrivevo il secondo articolo sulla via di mezzo, ovvero la via di mezzo della poetica haiku, mi sono reso conto che dovevo introdurre il concetto di furyu, non tanto dal punto di vista degli elementi ed ideali che lo compongono, quanto per trasmettere la sua essenza.

Nell’ Oku no hosomichi di Basho troviamo il seguente haiku

L'inizio del furyu!
La canzone della semina del riso
Nel remoto nord

The beginning of fûryû!
the rice-planting song
in the remote north.

fûryû no/hajime ya/oku no taueuta

Ovvero, per chi è non abituato a leggere le sottigliezze di Basho:

Quando inizia in furyu ?
Quando la canzone dello zen, origine dell’esistenza, comincia a germogliare nella mente. (EG)

Kuki Shuzo , nel suo breve saggio Furyu ni kan-suru ikko satsu, si è interrogato sul senso profondo dello haiku.
Ciò che in un haiku deve emergere, dice Kuki, è l’allontanarsi dalla mondanità, guardando al mondo con occhi nuovi, come se fossimo uno specchio terso, atteggiamento questo che affonda le sue radici nel buddhismo chan e quindi zen.
Per Kuki la poetica di Basho “è quella che meglio s’ispira al furyu”; termine antico di origine cinese, composto da due caratteri letteralmente “vento” e “scorrere”.

Kuki interpreta lo spirito poetico in questo modo:

«Furyu è qualcosa che si oppone al mondano e deve scaturire dall’allontanamento della quotidianità sociale. Furyu è prima di tutto distacco.»

C’è del vero in questo, ma va spiegato meglio, perchè messa così questa affermazione causa facili fraintendimenti

Vediamo allora quale sia il percorso per comprendere il senso della frase di Kuki, quindi l’essenza del furyu e cominciare a scorrere nel vento.

  1. il primo passo è il controllo della mente, ovvero la pratica del vuoto mentale, raggiungibile tramite la meditazione formale e non formale.
    La meditazione formale si chiama zazen, quella informale è banalmente quello che fai.
    Sì perchè alla fine tutto quello che fai può essere meditazione, se lo fai con il giusto atteggiamento, pelare le patate, pulire un cesso, leggere un libro o guardare un film è meditare. Questo è lo step più fondamentale e meno spiegabile a parole, ma da qui parte tutto, in quanto tutto quello che segue dopo non sono altro che diversi stadi di comprensione, cioè sono solo effetti della pratica del vuoto, che rimane il motore di tutto.
  2. La pratica costante del vuoto mentale, ovvero l’allenamento costante dell’osservazione della mente, porta alla comprensione dell’impermanenza, ovvero alla comprensione di come non ci sia nulla di stabile, sia nella mente che in tutto l’universo (qui conoscere un po’ di fisica è auspicabile, perchè se conosci i principi della termodinamica, della relatività e un po’ di meccanica quantistica, allora risulta tutto più facile); senza questa comprensione si vive nel mondo che il Budda chiama illusorio e che è la causa principale delle tante sofferenze psichiche.
  3. la comprensione dell’impermanenza porta alla comprensione del vivere “qui e ora”, ovvero di come l’unica esistenza possibile si basi esclusivamente sul presente e di come passato e futuro appartengano al mondo illusorio.
  4. il “vivere qui e ora” porta alla comprensione dell’attaccamento, ovvero come sia imperativo, smettere di pensare che sia possibile possedere cose o peggio ancora, persone, quindi come, se vuoi vivere nel presente, si debba giungere al distacco emotivo, il che non significa che non si devono provare emozioni o sentimenti, ma prendere coscienza della loro impermanenza e quindi lasciarli andare quando capitano … così s’impara a non soffrire troppo a lungo, ovvero: la sofferenza viene, la osservi e poi la lasci andare, senza trattenerla. Il distacco emotivo è quello di Kuki e di Basho, che da bravi giapponesi lo equiparano all’allontanamento dalla mondanità. In realtà, non è necessario fare gli eremiti, per raggiungere il distacco mentale, anche se certamente questa cosa aiuta e non poco.
  5. la comprensione del distacco porta alla compassione, ovvero alla comprensione degli altri, ovvero delle loro realtà mentali , diverse dalla nostra, il che non vuol dire che capisci o ti metti ad amare il genere umano, come ti chiedono di fare i cattolici, ma che accetti gli altri per quello che sono, senza pretendere di cambiarli; il che non vuol dire essere buonisti a tutti i costi ed accettare qualsiasi cazzata facciano, perchè in realtà equivale a dire: “io accetto te, ma non le tue cazzate” … sottigliezza che purtroppo non è quasi mai compresa, in quanto la gente si identifica con quello che fa, quindi non capisce che, per esempio, quando io li mando aff. per qualcosa che dicono o fanno, non mando mai aff. loro, ma le loro cazzate… ma capisco anche le loro reazioni, perchè non è facile pensare che la fanculizzazione sia un gesto compassionevole e non di rifiuto; però io ho imparato a distinguere sempre tra mente e pensiero, quindi io separo la causa dall’effetto, distinguo ciò che esiste (la mente), da ciò che è impermanente (il pensiero), quindi ormai mi è naturale accettare la prima (la mente) e rifiutare il secondo (il pensiero) senza contraddizioni; io di solito, cerco di spiegare, ma il fancullizzato tipicamente si offende lo stesso, ma se non capisce, ed è la regola, allora quello diventa un problema suo e non più mio, perchè io sono consapevole di quali fossero le mie vere intenzioni ( qui la cosa è molto zen, ma meglio di così non riesco a spiegarla).
  6. la comprensione invece di tutto ciò che non è mentale, ovvero non è originato dalla mente, ovvero è fisico, si ottiene tramite la scienza, ovvero dell’unico metodo oggettivo d’indagine della realtà non mentale.
  7. tutto quanto detto fin qui, porta all’atteggiamento del wu wei taoista, ovvero dell’accettazione della natura come unico motore universale (Tao) e della consapevolezza delle proprie azioni e non azioni, ovvero di come e quando si debba interferire, o meglio non interferire, con i processi naturali (Tao).

Arrivare al punto 7 significa arrivare a a comprendere zoka, il makoto e il mujo di Basho ovvero si comprende l’essenza del furyu.

« quando il vento scorre al’interno del poeta ed lui si affida al vento che soffia nel cielo più alto, allora si è davanti ad un vero uomo nobile, colui che comprende il fūryū».
(dall’Akazōshi)

Margherita Petriccione: il mio haiku capolavoro

Puntate precedenti:

Breve premessa. Alcune considerazioni e approfondimenti sono già stati affrontati nelle puntate precedenti, quindi chi vuole avere un quadro più puntuale dei temi trattati è invitato a leggere , in sequenza, i lavori cominciando  da Monica Federico.

Questo lo haiku di Margherita:

luna dell’alba -
la trama consumata
di un calzino

In realtà non ho nessun haiku da poter vedere come il mio top, ne ho alcuni che reputo più riusciti e questo è uno di quelli
Ci vedo karumi, wabi-sabi, mono no aware ( che volere o volare è presente se un’immagine colpisce più di un’altra) e c’è un pizzico di yugen in quella luna evanescente . Oltre alla possibilità di interpretazioni diverse a seconda del vissuto di chi legge penso che offra una spunto di riflessione sulla relazione tra cose apparentemente distanti fisicamente e concettualmente, ed in generale sulla loro impermanenza .
Commenta pure Elio, cerca solo di non farmi a pezzi 😦 – Margherita Petriccione.

Commento di EG.

Un buon haiku per tutti, appena sufficiente per Margherita, perchè l’asticella va alzata proporzionalmente alle potenzialità.

La ragione tecnica sta tutta nel primo verso, obsoleto come soluzione compositiva.

Apprezzabile e condivisibile lo sforzo di mettere in relazione
“cose apparentemente distanti fisicamente e concettualmente “, ma se sei di livello, nel 2019 non puoi rifugiarti nei soliti e ritriti kigo lunari o campestri.

Se sei di livello è tuo dovere rifuggire da tutte le facili opzioni, usate milioni di volte e guardare più avanti o più in profondità.

C’è un testo di una canzone di Pierangelo Bertoli che, secondo me, indica il giusto atteggiamento che anche un poeta haiku dovrebbe tenere : ” Canterò le mie canzoni per la strada … con un piede nel passato e lo sguardo dritto e aperto nel futuro”.

Che tradotto significa, che senza rinnegare la tua storia, non puoi fermarti, perchè se ti fermi, allora sei morto.

Un buon insegnamento, che è anche lo stesso di Basho.

Segui e ritorna a Zoka, zoka come trasformazione continua, questo è l’insegnamento di Basho, ma se non si comprende che anche noi facciamo parte di zoka e che il Tao è sempre lo stesso Tao, sia per le 4 stagioni che per il nostro vissuto, allora zoka rimane un concetto, non una traccia di vita .

Basho chiamava barbari chi non vedeva , ne comprendeva l’essenza di zoka, io li chiamo poeti di facebook, cioè quelli che si fermano al passato o che guardano al loro ombelico.

Se sei di livello e ti rifugi nel kigo più banale che ci sia, nel migliore dei casi dimostri approssimazione, oppure scarsa capacità di lettura del momento, generalmente accettabile per i più, ma non per Margherita.

Fortunatamente il riscatto avviene nei due versi successivi.

Karumi e wabi-sabi ci sono, più dettati dal mujo che da altri ideali poetici, in ogni caso “tanta roba” come si dice a Milano.

Mi convincono meno i riferimenti al mono no aware ed allo yugen, il primo perchè ripeto è un ideale estetico che non amo e che trovo superfluo, in quanto si sovrappone all’ideale poetico di mujo , il secondo per ciò che ho già detto sull’uso di luna come riferimento.

La trama consumata come effetto di una mente che si corrode tra pensieri ed illusioni, questo sarebbe stato il perfetto riferimento, purtroppo non colto, anche se servito su un piatto d’argento, peccato.

Concludendo, un haiku buono, se scorporato dall’autrice, ma che dimostra ancora qualche condizionamento giapponesizzante, di cui Margherita dovrebbe liberarsi se vuole fare un ulteriore passo in avanti, verso la piena consapevolezza, quindi anche verso la piena libertà compositiva.

la mera erudizione

Maestro perchè disprezzate così tanto gli eruditi ? Non compiono forse un buon servizio alla causa della poesia ?

Amico mio, io non disprezzo nessuno, gli eruditi, nel governo del sè, sono come bambini che colpiscono una cascata con dei sassi, cercando di coglierne così l’essenza.

Quindi che bisogna fare ?

Fluire, fluire … imparare dalla cascata e diventare cascata.

La forma TANKA: linee guida

Un Tanka è sostanzialmente una poesia breve formata da 5 versi totali, suddivisi in due parti, che la forma canonica richiederebbe di essere di 5,7,5 – 7,7 sillabe.

Anche per il tanka, come per la forma haiku, il conteggio delle sillabe è raccomandato solo per chi inizia, mentre gli avanzati possono utilizzare il pattern corto-lungo-corto – lungo-lungo, prestando comunque sempre attenzione ad ottimizzare i termini e comprimendo i versi, ogni volta che se ne presenti l’occasione.

I primi tre versi formano la strofa superiore (kami-no-ku), gli ultimi due la strofa inferiore (shimo-no-ku).

Le due parti devono produrre un effetto semanticamente contrastante, ma allo stesso tempo coerente rispetto al soggetto del tanka.

Rispetto all’Haiku, nel Tanka si può essere più liberi e suggestivi, senza curarsi troppo delle regole. Di fatto è la forma da utilizzare quando si vuole essere il più espressivi e creativi possibile.

PRATICA

La pratica del Tanka è allora quella che non c’è pratica, quindi volendo , il kami-no-ku, può anche assumere la forma di un Haiku.

Se gli haiku sono descrittivi, senza fronzoli, aderenti alla realtà, neutri in termini di emozioni, zen, i tanka sono metaforici, romantici, personali, sensuali, lirici.

Se la focalizzazione di un haiku è il mondo e la realtà, un tanka può essere intimista e concentrato sui sentimenti umani, ovvero in termini di prospettiva un haiku tende mostre una realtà oggettiva, mentre un tanka una realtà soggettiva e personale.

Se la peculiarità principale di un haiku è quella del mostrare un qui e ora consapevole, quella di un tanka è quella di essere versatile, libero, sia in termini di tempo, che di soggetto o di essenza.

Esempi

Ki no Tsurayuki 紀貫之 (ca. 872-945)
Cercando nell'acqua
Qui, una volta, mi bagnai le maniche
Ora è tutto ghiacciato
In questo primo giorno di primavera
Mi chiedo, si scioglierà con il vento ?
(tanka sulla primavera)

Anonimo
Dal grande mare
Sulla riva, i granelli di sabbia
Che io conto con costanza
Possa il mio Signore vivere mille anni
per ciascuno di essi
(tanka di auguri)

Tsurayuki 貫之
Dalle mani a coppa
Nuvola di goccioline
La montagna primaverile
Non è abbastanza, come da te
Mi senta separato.
(tanka di separazione)

Ōshikōchi no Mitsune 凡河内 躬恒
La prima oca
La sua voce così flebile
Da quando ho udito la tua
Da allora i miei pensieri
Galleggiano nell'aria
(tanka d'amore)


Haiku e facebook : quando tagliare questa dipendenza?

Come tutto, anche FB crea dipendenze.

Se dipendi dai like, dai commenti favorevoli o soltanto dalla tua vanità, allora devi prenderne atto: non sei libero !

Ma quando tagliare ? La risposta è semplice : dipende solo da te, ma se non lo farai mai, allora resterai per sempre un lattante che si agita in una culla.

Non è FB il problema, il problema sei sempre tu.

Maestri e guide

Huangbo si mostrò alla congregazione dei monaci e disse:

“Voialtri vi nutrite di scorie. Sapete che non ci sono maestri di meditazione in tutta la grande era Tang?”

In quel momento, un monaco uscì dal gruppo e disse:

“Allora, cosa fanno quelli che si sforzano di correggere i discepoli e istruire le masse?”

“Non dico che non esista la Meditazione, non esistono maestri.”
Leonardo Vittorio Arena, Le iscrizioni della scogliera verde (Biyanlu), ebook 2019.

La mia idiosincrasia verso tutti i “maestri spirituali” (di qualsiasi colore, ordine o grado, essi siano) , nonché il mio zen più taoista che buddhista, nascono proprio dalla suddetta considerazione di Huangbo.

Io non concepisco, ne riconosco maestri, quando la sfera è del tutto personale, come nel caso della meditazione, guide si ! ma alla stregua dei cartelli stradali, che indicano senza intervenire.

La differenza tra maestro e guida è che il primo condiziona, fornendo indicazioni precotte , il primo parla di etica, di cosa fare o non fare, il secondo è muto, fornisce al massimo degli strumenti, il primo con lo spirito fa business, il secondo ombra ai piccioni.

Solo quando la sfera si amplia e da personale diventa anche pubblica, o sociale, o artistica, allora ha un senso la figura del maestro, perchè in questi casi c’è una storia, una tradizione, degli ideali condivisi, in tutti gli altri casi, ovvero quando hai a che fare solo con te stesso, cerca delle guide, mai dei maestri.