Archivi categoria: Esercizi di consapevolezza haiku

Maria Malferrari: “il mio haiku capolavoro”

Puntate precedenti:

Breve premessa. Alcune considerazioni e approfondimenti sono già stati affrontati nelle puntate precedenti, quindi chi vuole avere un quadro più puntuale dei temi trattati è invitato a leggere , in sequenza, i lavori cominciando  da Monica Federico.

Questo lo haiku presentato da Maria:

Nespole acerbe
Un filo di luna
tra i capelli

Ritengo che l’essenza di questo mio Haiku sia l’unità dei fenomeni.
La dimensione umana è vista in unità con la dimensione cosmica.
Il mio primo capello bianco ha lo stesso riflesso dell’ultimo quarto di luna, mentre, in contrapposizione, il nespolo del mio giardino offre frutti ancora acerbi.
Un sentimento Sabi nella bellezza malinconica di ciò che è soggetto allo scorrere del tempo.
Un sentimento Yugen nella sottile evocazione del Tao e del suo modo di procedere.
Lungi dal ritenerlo un capolavoro, posso dire soltanto che ho vissuto intensamente questo momento Haiku, mettendomi in relazione profonda con la realtà. (Maria Malferrari)

Commento di EG:

C’è un’evidente dicotomia tra lo haiku di Maria e il suo commento, Maria usa termini come unità dei fenomeni, dimensione cosmica, Tao e il suo modo di procedere, relazione profonda con la realtà.

Se è vero che nel testo s’intravede la relazione con la realtà, anche se non so dire quanto profonda, per i motivi che spiegherò in seguito,  rimangono tuttavia inespressi gli altri ideali indicati.

Questi ideali, infatti, chiamiamoli “olistici” in realtà non emergono nel testo , quindi , fino a prova contraria, sono rimasti nella mente di Maria.

Ho già trattato qui quello, che secondo me , dovrebbe essere il giusto atteggiamento di chi vuole scrivere un haiku e in queste indicazioni, il Tao, il cosmo o l’unità dei fenomeni non ci sono.

Il motivo è che gli ideali “olistici” non sono ideali compositivi, ma piuttosto elementi metafisici che afferiscono alla sfera personale.

Se segui il Tao allora sei taoista e modelli la tua vita su una sola prospettiva: la ricerca dell’armonia.

Il taoismo, come possibili altre metafisiche, può indurre una poetica, che è esattamente quello che successe a Basho quando incontrò il taoismo di Zhuāngzǐ (su cui scriverò un prossimo articolo) e da cui derivò prima zoka, poi il makoto ed infine il karumi.

Ma la poetica di Basho, che è una derivazione basata dal taoismo, non è taoismo puro.

Se il furyu di Basho si basa quindi sul Tao, allora per la legge transitiva, anche la poetica del nostro Lab si basa sul Tao. Ora, se il Tao è la causa e la poetica è il suo effetto, allora questa relazione di causalità deve essere ben chiara a chiunque faccia parte del Lab.

Il faro del poeta del Lab deve restare unicamente la poetica e quindi deve muoversi nell’ambito di questo insieme di ideali, anche se sono stati generati dal Tao.

Non bisogna confondere il Tao con la poetica da lui generata, ma restare costantemente nella sola poetica.

L’adesione alla poetica determina il poeta, mentre l’adesione al Tao determina chi sei, ma questa è una scelta personale, è l’adesione ad un modello metafisico, che va ben aldilà dello scrivere haiku, perchè diventa una scelta di vita.

Aderire al furyu di Basho , non significa necessariamente aderire al Tao, ma se non siete praticanti Taoisti, lasciatelo perdere, o meglio, non occupatevene proprio. (EG)

Io quando parlo di Tao, ne parlo perchè ho aderito sia alla poetica di Basho che al Tao, quindi ne parlo sia da poeta che da taoista-razionalista, ossia sempre e solo da praticante, che ne ha fatto e continua a fare esperienze dirette in entrambi gli ambiti, mentre non ne parlerei mai ne da studioso, ne tanto meno da accademico.

Io ho scelto il Tao come modello metafisico personale, a cui ho affiancato il modello razionalista del metodo scientifico e li faccio coesistere in armonia, ma questa, ripeto è una mia scelta di vita, non necessariamente la vostra.

Il pensiero occidentale, che forse si avvicina di più al Tao cinese è quello di Baruch Spinoza che diceva “Deus sive natura”, ovvero “Dio ossia la natura”, ma il Tao non è ne Dio, ne la natura.

Io , come fisico ho iniziato a riferirmi al Tao come alle leggi codificate della natura, tipicamente espresse come formule matematiche, ma poi ho capito che il Tao non è nemmeno un insieme di equazioni.

Allora cos’è il Tao, potrebbe chiedersi qualcuno ?

Qualsiasi Tao che tu possa descrivere non è l’eterno Tao,
Il Tao è senza nome ed è il principio dell’universo e quando gli viene attribuito un nome, allora si chiama Natura con tutte le sue leggi, cioè la madre di tutto ciò che esiste.
Perciò non arrovellarti sul Tao, ma accetta che sia il mistero di tutti i misteri e che l’unica tua strada percorribile sia la ricerca dell’armonia.

(mia libera interpretazione e sintesi del Cap 1 del Tao The Ching, di Lao Tzu)

Come dicevo, praticare il Tao significa, praticare l’armonia, ma non quella cosmica o universale, ma la tua, solo la tua, perchè solo la tua armonia determina il tuo equilibrio.

Il mio equilibrio poi non è il tuo, ne quello di nessun altro è solo e soltanto mio, detto questo, quando sei in armonia e in equilibrio con te stesso, allora l’armonia con tutto il resto che è fuori di te ne è la naturale conseguenza.

Con gli anni ho capito che se decidi di seguire il Tao, allora devi accettare che non ci siano regole, libri o maestri, nessun riferimento, solo la Via, intesa come pratica personale, non replicabile, ne trasferibile .

Per cui non parlate di Tao, anzi non parlatene affatto, ma eventualmente cominciate a praticarlo, in silenzio e senza proclami,
perchè altrimenti ne parlerete a vanvera e finirete nel folto gruppo dei taoisti o zenisti da tastiera.

Riassumendo: praticare il Tao significa praticare l’armonia, praticare l’armonia significa ricercare l’equilibrio taoista, che è sempre un equilibrio instabile, soggetto al ciclo dello yin e dello yang, ovvero a continue trasformazioni, quindi essere taoisti significa accettare il fatto che non esiste “quel centro di gravità permanente, tanto invocato nella canzone di Battiato, ma che sei un sistema termodinamico aperto, sempre in balia di un relativismo puro .

Chi voglia praticare l’equilibrio taoista, non può aderire a nessun dogma, ma declinare la propria ricerca sulla base della propria natura e quindi accettare e capire che anche questa è una pratica personale non mutuabile, ne trasmissibile.

I buddhisti dicono che la natura di Buddha è la stessa per tutti e che è solo da scoprire e questo è vero, ma è anche vero che se l’acqua non dipende dal contenitore, i contenitori sono tutti diversi, quindi oltre all’acqua devi saper riconoscere che tipo di contenitore sei e capire che il tuo contenitore sarà inevitabilmente diverso da tutti gli altri e che è soggetto al cambiamento, alle leggi del Tao e tutto questo introduce un ulteriore livello d’indeterminatezza, di cui tener conto.

Seguire il Tao è allora un processo non univoco, a variabili multiple aleatorie, se vogliamo usare un lessico matematico, che produce infiniti sentieri possibili, per questo significa la Via.

Un’ unica Via che genera tante vie personali ed è per questo che io non sono buddhista, perchè il buddhismo indica nell’ottuplice sentiero la via generale per raggiungere l’illuminazione.

Ma per me che non sono interessato all’illuminazione e che crede alla molteplicità delle vie praticabili , il buddhismo non rappresenta il mio ideale di progetto di vita.

Meglio, per me, il taoismo che non da regole ed indicazioni precise ma una grande libertà d’azione.

Dopo questa lunga , ma necessaria digressione, torniamo aparlare dello haiku di Maria.

Individuata la dicotomia tra testo e pensiero e lasciata immutata la scatola dei tre versi, allora la soluzione non può che andare su un h4ku.

L’aggiunta del 4 verso richiede però, a questo punto, l’inserimento di un retropensiero che dia concretezza agli ideali “olistici” indicati.

Un esempio potrebbe essere

Nespole acerbe
Un filo di luna
tra i capelli
Relazioni(connessioni) irripetibili(uniche)

Dove il 4 verso introduce l’univocità e l’unità della realtà osservata.

Personalmente , volendo modificare l’originale, sarei ritornato alla forma h3ku

Nespole acerbe
Tra i capelli la luna
Relazioni(connessioni) irripetibili(uniche)

Le ragioni riguardano: l’ uso dell’immagine “filo di luna”, suggestiva ma troppo sfruttata, inoltre la collocazione di “luna” come pivot, la eleva ad elemento centrale dello haiku, così, eliminandi “filo”, il compattamento del terzo verso diventa automatico, infine si determina uno spostamento degli elementi estetici più deciso verso l’ideale del wabi-sabi (pane secco).

Passando all’estetica, direi che non è vero che l’accenno di yugen derivi dal Tao, ma piuttosto dalla luna nei capelli, inoltre , come ho già detto nelle puntate precedenti, meglio non indicare il sabi e il wabi come elementi separati.

Rimane un accenno di mono no aware, che comunque ci può stare, se ci riferiamo al biancore della luna e dei capelli e quindi ad un senso di nostalgia.

In conclusione, lo haiku di Maria, che nel commento solleva un’ipotesi di everyware , in realtà poi non risulta completamente sviluppato nel testo; l’immagine è invece buona, anche se va ripulita per riportarla ad una maggiore sensazione di “pane secco” che il prima verso ben introduce.

ADDENDUM:

Maria ha poi inserito successivamente, questi ulteriori precisazioni:

Un sentimento Karumi nella quotidianità e leggerezza di un gesto: quello di guardarsi allo specchio.
Da un punto di vista formale non ho seguito
Il canonico sillabico del 5-7-5, ma nel Nakashichi ho ritenuto piu musicale omettere una sillaba. (Maria Malferrari)

L’indicazione sul karumi, mi conferma che Maria non abbia le idee sufficientemente chiare sul concetto di poetica e dei relativi ideali. Nel suo haiku non c’è karumi, perchè il gesto di guardarsi allo specchio non è reale, ma soltanto l’espressione di un suo sentimento.
Apprezzo invece il riferimento alla musicalità, scelta rispetto al canone, ma questo è rivolto proprio a tutti, chiamiate il secondo verso, secondo verso, considerando che esiste il corrispondente termine italiano, mentre usateli solo se non esiste una chiara corrispondenza.
I termini giapponesi vanno ELIMINATI dal lessico di un poeta italiano, ogni volta che sia possibile, per il semplice motivo che non siete giapponesi e siccome le parole formano il cervello, non createvi uno stato confusionale solo per fare bella figura ….. tanto con me non attacca, anzi …

Angiola Inglese: “il mio haiku capolavoro”

Puntate precedenti:

Breve premessa. Alcune considerazioni e approfondimenti, sono già stati affrontati nelle puntate precedenti, quindi chi vuole avere un quadro più puntuale dei temi trattati, è invitato a leggere , in sequenza, i lavori cominciando  da Monica Federico.

Questo lo haiku selezionato da Angiola:

tuono lontano-
da quanto tempo non sento
un rimprovero

E’ un haiku scritto di getto , senza alcun ritocco : un temporale in arrivo ( con le conseguenze anche disastrose che può avere ) mi ha fatto venire in mente la “tenerezza “di un brontolio di quando ero molto più giovane . L’essenza : la nostalgia – (Angiola Inglese)

Commento di EG:

Per gli amanti dei numeri, diciamo subito che la metrica di questo haiku è un 5-8-5, che io non vedo comprimibile, a meno di stravolgimenti, quindi benissimo ha fatto Angiola a non intervenire, per rincorrere ideali fasulli, o per dirla alla confuciana, demenziali, per gli effetti che di solito producono.

haiku non è matematica, ma musicalità e ritmo (EG)

Sfortunatamente in fase di stesura, Angiola non ha prestato abbastanza attenzione al ritmo, perchè la metrica naturale di questo haiku è 5-5-7 (o 8, se siete di quei ragionieri che usano il grammaticale ).

tuono lontano- (pausa)
da quanto tempo (pausa)
non sento un rimprovero

oppure, in alternativa, come h4ku

tuono lontano- (pausa)
da quanto tempo (pausa)
non sento (pausa)
un rimprovero

Ritmo è gestione delle pause. Ritmo è comprendere che le pause, sono respiri privi di voce, che devono essere considerati elementi fondamentali ed integranti in un haiku, con pari dignità delle parole, che invece esprimono suoni, codificando concetti. Riconoscere il ritmo dei propri haiku è segno di maturità e di attenzione, innanzitutto nei confronti dello spirito poetico, secondariamente verso voi stessi, perchè altrimenti è come un buttarsi un po’ via, non valorizzare al massimo la propria scrittura. La mia indicazione è quindi : rileggete sempre, ad alta voce, le vostre composizioni e scrivetele nella metrica dettata dal ritmo e non viceversa, ovvero non mortificate il ritmo naturale dei vostri haiku, ad una metrica artificiosa.

Tenete sempre ben presente che , in un haiku, il ritmo influisce sulla musicalità esattamente come nella musica suonata. Provate a pensare ad una qualsiasi opera musicale, senza una corretta gestione delle pause, perfino Mozart diventerebbe uno schifo, quindi non fate diventare uno schifo i vostri haiku, a causa della vostra disattenzione.

Guarda caso, rispettando il ritmo, anche il pivot nello haiku di Angiola va a posto e quindi l’intero haiku ricomincia a respirare.

Passando dalla metrica alla pragmatica, cominciamo col dire che è vero che “lontano” può richiamare il passato e quindi essere coerente con la “tenerezza della giovinezza lontana ” espressa da Angiola nel suo commento, ma è altrettanto vero che questa sensazione si ritrova poi nei due versi successivi, pertanto a livello di pragmatica della comunicazione è una ripetizione. Per questa ragione io stresserei una maggiore specificità il riconoscimento dell’evento “tuono”, mantenendolo, volendo, anche il termine lontano . Es.

" (Un) tuono (tuoni) (lontano) (lontani) da nord"   (o quel che l'è, disum a Milan).

A mio avviso, questi sono tutti buon esempi di come yanghizzare il suddetto haiku e quindi infondergli maggiore energia. A livello personale io sceglierei “tuoni lontani da nord” (sud, est …. quel che l’è, dipende da dove veniva il tuono originale) , al plurale, perchè mi suona meglio e perchè m’immagino non sia stato l’unico, ma questa è solo una mera questione di gusti.

Tutto quanto fin qui detto, perde però totalmente di significato se la prospettiva non è più quella tecnica, ma si eleva alla spontaneità e genuinità compositiva.

In questo senso, io non ho dubbi che Angiola abbia abbracciato da tempo il makoto di Basho e questo, per quanto mi riguarda, mette una pietra tombale su ogni imperfezione tecnica riscontrabile su qualsiasi sua opera, non solo su questa, ma anche futura, perchè ripeto ancora una volta, qui da noi è il furyu indicato da Basho, il seguire la Via, entrando in armonia con la realtà (le 4 stagioni) , l’unico motore che deve spingerci a scrivere haiku.

C’è chi guarda al dito, allo haiku, poi c’è chi guarda alla luna, al poeta . Il dito lo vedono tutti, la luna no ! (EG)

Mettendo da parte la doverosa sviolinata al furyu di Angiola e rimettendoci ad osservare il dito, un’altra osservazione riguarda l’essenza.

Più che nostalgia è saudade , un sentimento molto più sottile, complesso e sfuggente, che io trovo perfetto nell’accezione brasiliana di nostalgia e che ritrovo in questo haiku.

Il caso ha poi voluto che Angiola postasse un haiku strutturato sullo stesso schema compositivo dello haiku precedente, quello di Rosa Maria Di Salvatore.

In entrambi, c’è un evento che produce un retropensiero. Una causa, ovvero l’apparire di un evento naturale, che produce un effetto sulla mente, un pensiero riposto si manifesta e tutto questo in un attimo.

Usare il principio di causalità per scrivere haiku, è una buona strategia, non la migliore per un capolavoro, ma certamente qualificante perchè concorre a definire la maturità di un autore.

In termini estetici, troviamo un po’ di yugen e ancora, tanto mono no aware, anche se qui è usato nella sua accezione più corretta e più alta, ovvero di resilienza rispetto all’inevitabile scorrere del tempo ed impermanenza delle cose (cosa c’è di più impermanente di un tuono?)

In conclusione un buon haiku di Angiola, probabilmente selezionato, tra i suoi tanti, in quanto ritenuto il migliore in termini di spontaneità e genuinità, derivabili come rapporto tra qualità ottenuta e costo (tempo) di stesura, che sono sempre dei buoni indicatori di autovalutazione per qualsiasi poeta che voglia fare dello haiku un arte zen.

 

Rosa Maria Di Salvatore: “il mio haiku capolavoro”

Puntate precedenti:

Questo lo haiku autoselezionato da Rosa

le fragoline -
un non so che di dolce
mi torna in mente

strawberries -
an I don't know what sweet
comes to my mind

es fraises des bois -
un je-ne-sais-quoi de doux
revient à l'esprit

Non credo sia un capolavoro, ma è un haiku che mi sta molto a cuore… secondo me, in questo haiku c’è il sentimento dello yugen legato a quello del wabi, in quanto “le fragoline” evocano delle sensazioni molteplici che non sono nominate, ma solamente evocate. (Rosa Maria Di Salvatore)

Commento di EG:

Dico subito che questo è il classico haiku rovinato da un articolo, probabilmente al solo scopo di restare fedeli alla forma 5-7-5 . La cosa interessante è che Rosa stessa poi abbandona totalmente questa regola.

Infatti, lo haiku in inglese diventa un 3- 6-4 ed in francese un 4-7-5, allora la domanda è : come mai ? Perché in italiano compare qull’inutile  articolo davanti a “fragoline” , quando poi questo, soprattutto nella versione in inglese, non succede ? forse, solo perchè Rosa vuol far tornare i conti nella sua lingua madre?

Lascio a Rosa stessa il problema di risolvere queste contraddizioni, perchè sinceramente non capisco coloro che aderiscono al 5-7-5 una volta si e una no, perchè è come se un vegetariano a Milano, poi  si mettesse a mangiare bistecche a Londra o Parigi.

Se “le” davanti a “fragoline” sembra essere dovuto solo ad una questione di conteggio, io dico: peccato ! perchè, così facendo, s’introduce un elemento inutile, a scapito del ritmo e della musicalità di un buon haiku.

Poca roba, potrebbe pensare qualcuno, poco cambia con un articolo in più o in meno. Vero! lo haiku cambia poco, ma quello che cambia è l’atteggiamento del poeta.

Se questo fosse un singolo caso, allora nulla di male, ma se questo fosse la regola, allora la presenza di quell’articolo, mi farebbe capire che l’autore non avrebbe ancora compreso cosa sia lo spirito poetico, quindi scrivere haiku.

Voglio precisare che questo non è un attacco personale a Rosa, ma piuttosto al pensiero mainstream, sempre che si voglia elevare a pensiero l’aritmetica di prima elementare.

Sapevo che prima o poi mi sarebbe capitato un haiku mainstream, il primo è stato il suo e quindi tocca a lei sorbirsi integralmente la mia filippica contro i ragionieri.

Certo si possono scrivere haiku anche senza aderire al furyu, che qui ricordo è sempre e solo quello di Basho, ma per quanto mi riguarda questo è l’unico segno distintivo che caratterizza un poeta di haiku.

Anche se hai tre, quattro, o cinque o sette sillabe in più, non ti preoccupare se (il tuo haiku) suona bene. Ma se hai anche una sola sillaba stantia, allora prestale tutta la tua attenzione.
(M.Basho)

Japaneese poets do not recognize haiku as 17-ON verse (ON literally means “sound”; in English, a kind of “syllable”), but as a whole poetic rhythm of 5–7–5. Japanese poets almost never count the number of ON (i.e., the number of syllables) when composing haiku; the haiku fixed form lies in the poetic rhythm itself, not in the number of syllables (Toshio Kimura)

Un haiku che “non suona bene” è sempre un aborto (EG)

“C’è un elemento comune che attraversa la poesia lirica di Saigyo, le catene di versi di Sogi, la pittura di Sesshu, e la cerimonia del tè di Riky  ed è lo spirito poetico’ (furyu): il seguire la Via, divenire amico delle quattro stagioni.
Lo spirito poetico del furyu è comune a tutte le forme d’arte perché è una manifestazione della creatività universale di cui l’artista partecipa.
Chi ha raggiunto la padronanza dello spirito della Via, anche in qualsiasi altra arte, può penetrare lo Haikai più rapidamente di chi si sia dedicato ad essa per molti anni, senza però raggiungerlo”.    (M.Basho)

Archiviata la disputa contro il mainstream, concordo invece con Rosa quando sostiene che l’ideale primario del suo haiku sia lo yugen, mentre non vedo riferimenti riguardo al wabi, quindi sarebbe interessante che Rosa fornisse una sua spiegazione a riguardo., magari intervenendo nei commenti. Il qui e ora è invece dato dal termine ” fragoline” , che, come kigo, definisce il quando , ma non il dove, quindi è in forma debole. Il termine “dolce” come pivot è invece efficace e corretto. La comprimibilità, come già detto, è compromessa solo per quanto riguarda il primo verso, mentre è rispettata negli altri due. Infine il pregio maggiore di questo haiku è proprio quello di essere strutturato come momento, ovvero di non lasciare spazio a deviazioni temporali che non siano quello del momento in cui, avvertito il sapore delle fragole, scatta il retropensiero.

In conclusione, un buon haiku che però lascia trasparire come Rosa, potrebbe seguire le regole mainstream come riferimento compositivo, quindi potrebbe non essere ancora arrivata alla piena comprensione di quello spirito poetico haiku, che noi del Lab vogliamo invece trasmettere.

Giusy Cantone: “il mio haiku capolavoro”

Puntate precedenti:

  1. Monica Federico
  2. Stefano Riondato

Questo lo haiku di Giusy:

 Festa del papà 
una bozza mai inviata

Credo sia chiaro perché mi stia così a cuore (Giusy Cantone)

Commento di EG:

Per la terza volta consecutiva, anche qui abbiamo un haiku selezionato su base emozionale.

A questo punto, mi sento in dovere di aprire una parentesi, provando ad approfondire questo aspetto.

Innanzitutto, il fatto di privilegiare un’opera, vostra o altrui, per un mero fattore emotivo o sentimentale, è una pessima idea.

Seconda cosa, se siete sotto un qualsiasi effetto emotivo e volete esprimerlo in poesia, non usate la forma haiku, ma il tanka.

Oltre a garantirvi più spazio espressivo, un tanka offre quella libertà che un haiku, soprattutto per noi del Lab, non vi può dare, quindi il mio consiglio è : se amate la suggestione scrivate più tanka.

Se invece volete scrivere haiku, smettere di andare dove vi porta il cuore o, come diceva Otsuji :

“Quando si è sopraffatti dal dolore o dalla gioia, o si è immersi in una forte sensazione, allora non si possono scrivere haiku. “
(Otsuji) …. ne valutarli …. aggiungerei io.

Chiusa la parentesi, ritorniamo all’opera di Giusy.

Il suo è un h2ku , quindi i parametri di riferimento sono quelli delle nostre linee guida per gli h2ku , ovvero stacco, ritmo, profondità, pragmatica della comunicazione e qui e ora.

Il primo verso è un kigo che indica a sua volta la data del 19 marzo.
Il kigo ci dice il quando, mentre niente traspare rispetto al dove.
Quindi, il qui e ora, anche se in forma debole, viene rispettato.
Personalmente considero quasi sempre una pessima scelta i kigo di questo tipo, perchè di fatto uccidono il ritmo, soprattutto nella forma h2ku, dove non c’è lo spazio per un terzo verso dove recuperare. Fortunatamente , qui la data è su tre parole (festa del papà), quindi gli effetti sul ritmo sono minori rispetto a date espresse su una sola parola come ad esempio Pasqua o Natale.
La festa del papà introduce un rimpianto, ma poi ? Ho riletto più volte questo haiku, ma l’impressione di incompletezza mi è sempre rimasta.
Per questo motivo, a mio avviso, sarebbe stata più adeguata la forma h3ku, proprio per non disperdere le ottime potenzialità che emergono dal secondo verso.
Il mono no aware è chiaramente, anche qui, l’ideale primario, con un wabi-sabi appena accennato dall’immagine della bozza e da uno yugen che traspare dalla mancata indicazione sul dove, su quale media si trovi questa bozza, su carta ? su un computer ? come bozza di email ?
Anche qui, come nel caso precedente, a mio avviso è necessario intervenire, introducendo un terzo verso, che sposti il baricentro dall’ideale primario ad uno dei due secondari.

Esempi di un terzo verso:
– più wabi-sabi : l’odore di un cassetto
– più yugen: il mare sullo sfondo

In conclusione, un haiku con ottime potenzialità, ma non completamente sviluppato, quindi con poca profondità, causa anche di un kigo neutro che toglie un po’ di ritmo allo ha2ku. Auspicabile invece l’introduzione di un terzo verso, per recuperare la profondità, migliorare il ritmo e per dare più corpo al qui e ora, fornendo un qualche elemento di riscontro soprattutto sul dove si sia svolta l’azione, in una stanza ? al mare ? per strada ? …

Stefano Riondato: “il mio haiku capolavoro”

Puntate precedenti : Monica Federico

Questo lo haiku di Stefano:

 Toccando piano
un'alba invisibile-
caratteri braille

Non diro’ mai che si tratta di un capolavoro… sicuramente trovo che questo si uno di quelli che ho scritto che mi emoziona ogni volta che lo leggo perchè puo’ essere letto in molti modi .
Anche perche’ è un “mettersi nei panni dell’ altro” sia da parte di chi scrive che di chi legge.

(Stefano Riondato)

Commento di EG:

Anche Stefano, come Monica, seleziona il suo miglior haiku su base soprattutto emozionale. Inoltre indica la caratteristica di suscitare una diffusa partecipazione e coinvolgimento emotivo, ovvero il suggestionare , il punto di forza di questo suo haiku.

In sintesi, possiamo dire che Stefano ritenga questo suo haiku, un haiku compassionevole, in senso buddhista del termine, ovvero è un haiku che invita a mettersi nei panni dell’altro. Tutto questo richiama l’ideale estetico giapponese di mono no aware, ovvero al “pathos”, alla “sensibilità estetica” o “partecipazione emotiva alle cose” .

Dall’ottica di una poesia che vuole essere zen, infilarsi nelle emozioni e lo dico come fermo sostenitore della rettifica dei nomi di Confucio, è un vero casino. E’ un casino in generale, ma lo è ancor di più per un occidentale. Gestire le emozioni con il giusto distacco, fa parte della cultura giapponese, ma, a mio avviso, non di quella occidentale e a maggior ragione della cultura italiana. Da qui la mia scelta consapevole, di non considerare nel Lab, il mono no aware come ideale estetico da perseguire: già adesso è una strage, se lo avessi sdoganato come ideale perseguibile, ora mi ritroverei in coma diabetico, per eccesso di haiku sdolcinati.

Se il mono no aware è l’ideale estetico primario di questo haiku, lo yugen introdotto nel secondo verso è l’ideale secondario.

E’ chiaro allora che, se si vuole riportare sulla terra questo haiku, limandone l’impatto emotivo ed introducendo un po’ più di realtà è necessario intervenire.

Ovviamente si può essere più o meno d’accordo con questa mia indicazione autoriale, ma il senso di coerenza con gli insegnamenti indicati nel Lab e quindi, ricordo sempre, anche quelli di Basho, mi impongono di compiere questo passo.

Portare più concretezza in un haiku decisamente yin come questo, significa yanghizzarlo (qui per approfondimenti), ovvero riportare l’armonia tra lo yin e lo yang sia tra i versi che le parole.

Anticipo subito un possibile risultato

Sulla mia pelle
un'alba invisibile
il sole in braille

In sintesi, così si mantiene lo yugen del secondo verso, dando più concretezza al senso del tatto e all’oggetto che il tatto decodifica, ovvero i primi raggi del sole, eliminando la concettualizzazione di caratteri braile, ma dando corpo a cosa quei caratteri corrispondono.

Come ultima riflessione, sottolineo come così si passi da una scatola 5-7-5, tanto cara a stefano negli ha3ku, ad una 6-7-5, ma il punto è che non è la scatola a fare un haiku, ma l’adesione o meno allo spirito poetico haiku, che non è mai fatto di scatole, ma del loro contenuto.

Stresserò questo concetto ogni volta che mi capiterà l’occasione, perchè scrivere haiku, non è mettere in piedi uno scatolificio, ma fare poesia sulla realtà, se non capite questo, allora prendete atto che non state facendo poesia haiku, ma consegnando solo scatole, come fa amazon.

Monica Federico: “il mio haiku capolavoro”

Come esercizio di autoanalisi, ho chiesto ai “miei poeti del Lab”, di presentare il loro “capolavoro”, o comunque quello che al momento considerano la loro opera migliore, cercando anche di motivare le ragioni, per le quali la ritenessero tale. Presento quindi il lavoro di Monica, a cui aggiungerò un mio breve commento finale. Preciso inoltre di aver chiesto ed ottenuto i permessi di pubblicazione, ma soprattutto di commento, da parte di tutti gli autori.

Terso Settembre-
sul registro dei divorzi
due scarabocchi
September clear sky-
on the devorces register
two scribbles

La descrizione pulita e senza abbellimenti di un qui e ora; il contrasto tra il primo ku e gli altri due.
L’essenza: la vacuità degli affanni, la pienezza del vuoto. (Monica Federico)

Commento di EG:
dal punto di vista degli ideali estetici , che ricordo nel Lab abbiamo sostanzialmente ridotto ai tre, per noi, fondamentali (wabi-sabi, yugen e karumi), in questo haiku di Monica prevale sicuramente il wabi-sabi, come da lei correttamente indicato e che chiameremo ideale primario. Tuttavia si possono rilevare, anche se in forma di tracce, pizzichi di yugen e karumi, che quindi chiameremo ideali secondari.
Il primo verso introduce infatti un’atmosfera diafana, riconducibile allo yugen (qui per la tecnica della checklist), mentre negli altri due versi s’incontra la quotidianità del karumi (anche se uno non divorzia tutti i giorni, il firmare fa parte della quotidianità).
E’ interessante notare, come in questo caso, sia proprio la presenza di un ideale secondario ad attenuare la forza dell’altro.
Questo ultimo fatto può essere considerato, in funzione del proprio punto di vista, sia come una forza, sia come una debolezza di questo h3ku.
Volendo dirimere questa ambiguità, ammesso e non concesso che sia necessario farlo, io direi che diventa obbligatorio passare ad un h4ku.
Volendo sperimentare e quindi passando dallo h3ku di Monica ad un h4ku, vediamo come le cose potrebbero cambiare.
Se volessi più karumi, io aggiungerei più trasparenza, ad esempio:

Dalla finestra
Un terso settembre
Sul registro dei divorzi
Due scarabocchi

L’elemento “finestra” aggiunge infatti sia il richiamo fisico di trasparenza (sempre tipico del karumi) , sia un abbassamento dello yugen , che viene smorzato in termini di mistero, perchè ora sappiamo che settembre entra da una finestra, quindi come per annullamento dello yugen, ecco che il karumi può maggiormente risaltare.
Se invece volessi più yugen, aggiungerei mistero:

Terso settembre
In questo vuoto
Sul registro dei divorzi
Due scarabocchi

In questo secondo caso mi riferisco a quanto scritto da Monica stessa, ovvero mettendo in risalto quello che lei considera l’essenza del suo haiku, ovvero la vacuità, ma che in realtà è tristezza e senso di sconfitta. Vacuità aggiunge quindi mistero, lasciando solo intravedere queste sensazioni.

Riprendendo invece allo h3ku originale di Monica, direi che l’utilizzo della parola ‘divorzi’ come parola pivot è perfettamente in linea con l’utilizzo di questa tecnica, inoltre anche gli altri parametri indicati nelle nostre linee guida per gli h3ku sono stati rispettati.
In conclusione: sicuramente un buon haiku, che Monica ha sicuramente elevato a suo capolavoro per l’elevato fattore emotivo che per lei rappresenta. Visto da fuori, io non lo eleverei a capolavoro assoluto, per una serie di ragioni che magari spiegherò un giorno, ma che, a mio avviso, devono essere presenti per qualificare un haiku come vero capolavoro oggettivo.
Ringrazio comunque Monica per essere stata la prima, quelli che vengono dopo sono sempre più avvantagiati, per essersi messa in gioco ed avermi permesso di commentare il suo lavoro.

Supercazzole e haiku: esperimento social

Premessa

Il termine supercazzola indica un nonsense, una frase priva di senso logico composta da un insieme casuale di parole reali e inesistenti, esposta in modo ingannevolmente forbito e sicuro a interlocutori che, pur non capendo, alla fine la accettano come corretta

L’esperimento

Qualche giorno fa ho postato il seguente testo come sondaggio interno, chiedendo poi se si fosse d’accordo o meno con l’analisi proposta.

L’effetto dello slittamento temporale, derivato dall’analisi del kirej, è normalmente sostenuto da una rilevante quantità di argomentazioni etimologiche perfettamente legittime. Tutto ciò non deve però farci dimenticare il principio di sovrapposizione ed armonizzazione dei ku.
Per quanto questo tipo di analisi abbia un’ovvia connotazione arbitraria, è innegabile che ammettere l’impostazione rigorosa dello stacco semantico, delinea due possibili soluzioni, una teorica ed un’altra osservativa.
Ora, che tutto questo generi una costruzione incoerente all’interno di una mappa degli scostamenti della poetica è più che evidente.
Al di là delle contraddizioni e difficoltà iniziali, pur nel rispetto della forma classica giapponese, è chiaro che è necessario intervenire con una drastica riduzione del numero delle ipotesi interpretative, il che rende imprescindibile procedere, con le dovute cautele metodologiche, in una valutazione oggettiva di quali siano i parametri che definiscono innanzitutto una situazione concreta di ribaltamento dell’uso del kigo, che sembra essere l’unico elemento cardine che sposti la definizione di una composizione.

Ora chiedo anche a  voi , che ne pensate?

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scorri per leggere lo SPOILER, ovvero la soluzione.

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Allora , la verità è che il suddetto testo è semplicemente una supercazzola, costruita da me, facendo ricorso ad un generatore di frasi casuali ed infarcendo qua e là i periodi ottenuti, con alcune parole chiave della poesia haiku.

E’ però bastato che la postassi, dandole una parvenza di credibilità, per essere accettata come qualcosa di reale.

Infatti, aldilà delle risposte ricevute, poche in verità, nessuno, dico nessuno,  ha messo in discussione la veridicità della mia pseudo-analisi.

Questo significa che, nel migliore dei casi, la gente pur avendo intuito che si trattava di una supercazzola, non è comunque riuscita a mettersi nella condizione di contestare apertamente il testo.

Il che mi porta ad affermare che:

La gente si lascia facilmente influenzare ed è condizionabile, senza che se ne accorga.

Chiunque riesca a costruirsi, a torto o a ragione, un minimo di credibilità, difficilmente poi viene messo in discussione, anche quando dice delle evidenti idiozie senza senso.

La gente guarda più all’autorità (vera o falsa che sia) , piuttosto che ai contenuti .

In altri termini, se sei considerato, allora puoi veicolare qualsiasi stupidaggine, con la buona probabilità di non essere smentito.

L’idea di questo test social mi è venuta leggendo una supercazzola di un eminente rappresentante del movimento haiku italiano, a cui avrei voluto rispondere sul suo blog: ‘ ma che è sta roba ?’ .  Non l’ho fatto, non perchè non ne fossi sicuro della fuffa, ma forse, mi sono detto, è solo la mia capacità di giudizio ad essere offuscata.

E’ stato quindi per verificare la reazione della gente ad una vera supercazzola, che mi sono inventato questo test.

Voglio vedere, mi sono detto, se scrivendo un’ evidente idiozia, qualcuno poi me lo farà notare.

Sfortunatamente i risultati hanno confermato che la capacità di giudizio critico della gente è bassa, la qual cosa spero ora porti, come conseguenza, ad una maggior consapevolezza in chi legge.

Signori e signore, attivate sempre il vostro senso critico, non bevetevi automaticamente qualsiasi cavolata vi venga proposta, anche se proviene da un pulpito più alto di quello del Papa.

Non abbiate paura a esprimere il vostro dissenso e le vostre idee, se sono genuine e non in malafede, saranno sempre bene accolte.

Formatevi una vostra coscienza personale a cui rispondere, solo così si diventa liberi e consapevoli.

Il modello relazionale di un haiku

Analizzare e comprendere ogni singolo aspetto di quello che si scrive è un passo importante sulla via della consapevolezza autoriale.

I risultati degli esercizi del Lab sull’evocazione di un soggetto hanno portato ad elaborare un modello che facesse chiarezza su cosa si debba intendere con relazione, in un haiku.

L’assunto fondamentale è quindi che un haiku descriva delle relazioni.

Il seguente modello relazionale, sviluppato nel Lab, ha quindi due scopi:

  1. consentire ad un autore un’auto-analisi di ciò che ha scritto, migliorando così la propria consapevolezza autoriale;
  2. permettere un’analisi degli haiku dei maestri, fornendo così uno strumento che migliori lo studio delle loro composizioni. 

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La figura mostra tutte le componenti possibili in un haiku, secondo la nostra definizione.

SOGGETTO :  è l’elemento protagonista dello haiku , ovvero il soggetto del testo. Può avere uno o più attributi, ovvero una qualità o una caratteristica specifica, inoltre può essere esplicito o evocato implicitamente.

ENTITA’ FISICHE: sono gli elementi , presenti nel testo, (possono essere ‘m’) che vengono richiamati e messi in relazione con il soggetto. Anche le entità possono avere degli attributi.

RELAZIONE : è un collegamento,  (possono essere ‘n’) presente nel testo, che lega il soggetto ad una delle entità fisiche . Anche le relazioni possono avere degli attributi.

 

Esempi di applicazione

ondoso
si sposta tra gli scogli
sotto le stelle    (V. Adamo)

  • il soggetto non è esplicitato, ovvero è evocato, ed ha come attributo ‘ondoso‘.
  • si sposta’ è la relazione che collega il soggetto implicito (mare) con l’entità fisica ‘scogli’.
  • scogli è l’entità fisica correlata al soggetto tramite la relazione di movimento
  • sotto è la relazione che collega il soggetto con l’entità stelle
  • stelle è l’entità correlata con il soggetto tramite la relazione sotto

furtivamente di notte
un verme al chiaro di luna
penetra una castagna ( M. Basho)

  • il soggetto è esplicito (verme)
  • penetra è la relazione che collega il soggetto con l’entità castagna ed ha come attributo furtivamente (in modo furtivo)
  • notte è l’entità correlata al verme dalla relazione di (durante)
  • castagna è l’entità correlata al verme dalla relazione di penetrazione
  •  chiaro di luna è l’entità che collega il verme alla relazione al (sotto)

è arrivata la primavera?
o è già finito l’anno?
penultimo giorno (dell’anno vecchio)   (M.Basho)

Se cerchiamo di fare un’analisi relazionale ci si rende conto che manca non solo il soggetto, ma anche tutto il relativo contesto reale.
Mancano ancora due giorni alla fine dell’anno (il vecchio calendario giapponese era un calendario lunare che faceva coincidere l’inizio anno con l’inizio della primavera) e Basho  constata, ovviamente in senso retorico, che questi due eventi non coincidono.

Il soggetto di questo haiku non è quindi reale, ma una constatazione, ovvero un pensiero collegato a due ulteriori elementi concettuali : primavera e calendario, definiti dall’uomo, ma che in natura non esistono. Quest’opera quindi non è un haiku, secondo la nostra classificazione, ma più propriamente uno pseudo-haiku.

dal Lab: il karumi sullo stendino

Miglior opera: haiku che più si avvicina all’ideale poetico di M.Basho

Nazarena Rampini

bucato bianco
le righe di ruggine
vecchio stendino

Menzioni: haiku che presentano delle sbavature.

Giusy Cantone

Luna nuova
i bracci rotti
dello stendino

Gabriella De Masi

Stendino
Le gocce dei panni
sopra le rose

Daniela Mannone

Solo mollette
sullo stendino vuoto
Cielo di pioggia

Donatella Fusetti

Panni stropicciati
Illumina la luna
un filo rotto

Maurizio Gusmerini

stendino appeso al muro
5 mollette blu
uno straccio per la polvere

 

 

haiku: relazione tra spazio e mente

Spesso, per chi scrive haiku, la relazione che si crea tra lo spazio e la mente è improvvisa ed inaspettata, mentre a volte è voluta, come avviene durante una meditazione dinamica.

In ogni caso, questa relazione è sempre mediata dai sensi, che rimangono i primi recettori della realtà.

A volte, può essere l’olfatto

Biscotti nel forno
Il profumo di zenzero
Non riempie solo lo spazio     (EG)

A volte la cinestesia

giunchiglie –
un senso di torpore 
in tutto il corpo       (Margherita Petriccione)

A volte possono essere più sensi

aghi di pino-
il profumo del mare
camminando        (Angiola Inglese)

salsedine –
l’alito del vento
tra i capelli           (Rosa Maria Di Salvatore)

La pioggia scorre 
con il vento obliqua 
senza contorni
sorseggio un tè cinese
ascoltando Anat Cohen         (Pasquale Asprea)

Comunque sia, nella poesia haiku, la relazione fra spazio e mente è sempre  “uno stato da cogliere inconsciamente“, come ha correttamente sottolineato Pasquale Asprea nel Lab, un’opportunità da cogliere e che si può poi consciamente concretizzare in parole e versi.

Essere aperti ai sensi, porta alla percezione dello spazio e per i cervelli più aperti, ovvero allenati alla vacuità, porta alla percezione della propria stessa mente.

Mentre durante tutto questo processo, la verbalizzazione, ovvero la scrittura dello haiku è la chiave per far emergere dall’inconscio l’esperienza diretta, trasformandola quindi in haiku consapevole.