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La “rana di Basho” come #koanhaiku, spiegato bene

In questo articolo ho sollevato la necessità d’introdurre un nuovo tag per classificare, quindi comprendere, il famoso haiku della rana Basho.

Ora darò una spiegazione dettagliata del perchè quest’opera debba essere considerata un #koanhaiku, ovvero un haiku che sottende, in seconda lettura, una verità zen.

M.Bashō (Ueno, 1644 – Ōsaka, 28 novembre 1694) compone questo haiku nel 1681.

Forma originale
古池や蛙飛こむ水のおと
furu ike ya
kawazu tobikomu
mizu no oto

Alcune traduzioni:

Il vecchio stagno!
una rana salta
suono dell'acqua.
(Nippon Gakujutsu Shinkokai)
Il vecchio stagno, ah!
una rana salta
il suono dell'acqua
(D. T. Suzuki)
vecchio stagno
balzo di una rana
splash
(Cid Corman)
stagno
rana
plop!
(James Kirkup)
Un vecchio stagno
il suono del tuffo di una rana
(Kenneth Rexroth)
Vecchio stagno
il salto-splash
di una rana
(Lucien Stryk)

… e così via .

Esegesi #koanhaiku

Ci sono due letture presenti, in quest’opera.

La prima lettura parla di una rana che salta in un vecchio stagno e del conseguente rumore dell’acqua.

La seconda lettura parla di una verità dello zen: l’illuminazione improvvisa.

Formalmente, il primo verso “vecchio stagno!” indica un luogo:
uno stagno vuoto e vecchio, ma non semplicemente vecchio , … vecchio !
ovvero, all’attributo, Basho aggiunge l’equivalente giapponese di un punto esclamativo.
Ma perchè Basho esalta la vecchiezza dello stagno e la sottolinea?
Se Basho non fosse un poeta zen, l’unica chiave di lettura, sarebbe quella “impressionista”, ovvero quella di chi, descrivesse l’impressione ricevuta, trovandosi di fronte ad uno stagno antico.
Ma Basho pratica lo zen, quindi implicitamente fornisce una chiave di lettura, molto più profonda del suo primo verso.
Basho guarda lo stagno, ma allo stesso tempo, guarda alla sua mente: la mente di un vecchio praticante zen. Basho la guarda, la riconosce e la saluta.
E la saluta perchè vede che è serena e stagnante e che riverbera la realtà, senza distorcerla, esattamente come fa il vecchio stagno con il paesaggio che lo circonda, come fa la superficie di uno stagno che riflette tutto, come uno specchio.
L’analogia è evidente se pensiamo ad Yamada Koun Roshi, che ha definito la mente zen come l’acqua cristallina di un lago di montagna, immobile e privo di vento, mentre Basho la vede come uno stagno.
Nella sua mente non ci sono onde, ne perturbazioni, ne pensiero ed è allora che Basho, attraverso il primo verso, si rivolge contemporaneamente sia allo stagno fisico, che alla sua stessa vecchia mente zen, in quanto per lui, mente e stagno sono un tutt’uno.
Ed è qui, che l’haiku si trasforma in koan, ovvero in uno stratagemma zen che diventa paradosso e che ha l’unico scopo di cercare di “risvegliare” la coscienza.
Ma la coscienza di chi ? ma, del lettore, naturalmente!
Basho quindi implicitamente si rivolge all’inconscio di chi legge e gli dice che non ci sono differenze tra una mente zen e la realtà, ovvero tra lo stagno fisico reale e quello percepito e creato dalla mente, attraverso i sensi.
Nella mente zen essi sono un tutt’uno.
Così, implicitamente Basho si augura che il germe del suo koan, trasmesso magistralmente nel suo primo verso, faccia breccia nella mente inconscia del suo lettore e che prima o poi germogli .
Dopodichè, ecco la rana.
Il primo verso dell’haiku ha disegnato un universo statico, in cui mente e realtà fisica sono uniti, ma tutti sappiamo che il mondo reale non è statico, anzi è in continua trasformazione, esattamente come la mente.
Basho sa perfettamente che tutto nell’universo è dinamico, quindi nel secondo verso introduce quella che in fisica si chiama entropia: Basho introduce una rana, cioè il disordine.
Nel sistema statico, ma incompleto, che aveva disegnato con il suo primo verso, ora non manca più nulla.
Lo scenario ora è perfetto e non gli resta che far saltare la rana, all’interno dello stagno per trasformare il “vecchio stagno”, in un “nuovo stagno”, che comprenda il suo “vecchio stagno” e la rana.
E qui siamo davvero nel cuore dell’haiku.
Cos’è lo zen, se non cogliere ogni trasformazione, ogni più piccolo cambiamento all’interno di quella straordinaria e continua relazione che esiste tra noi, la nostra mente e il mondo, ovvero l’ambiente in cui viviamo?
Cos’è lo zen, se non cogliere i continui salti di tutte le rane che attraversano la nostra vita ?
Ed e’ così che Basho, congiungendo i primi due versi, esalta la vita.
Caro lettore, dice Basho, guarda che il salto della rana è la vita ! è la tua vita, fatta di tempo e spazio che ti relazionano al resto del mondo.
L’ultimo verso allora diventa solo un’esortazione, quella di cogliere l’invito della vita, l’invito di cogliere il suono che viene dal “nuovo stagno”.
Sta a te, dice Basho, sentire “il suono dell’acqua”, ascoltare l’effetto che fanno i salti delle tue rane.
Sta a te, scegliere se distrarti e far morire la tuo ego, o vivere e far parte di uno stagno che in realtà è l’unico stagno in cui dovresti vivere.

P.S.
In un vecchio libro “poesie zen” della newton, ho trovato questo passo di D.T.Suzuki.

Basho ha praticato lo zen sotto la guida del maestro Butcho, con il quale ebbe il seguente dibattito:
Butcho: come va in questo periodo ?
Basho: dopo le ultime pioggie, il muschio è più verde che mai
Butcho: che tipo di buddismo vi era prima che il muschio si facesse verde?

Come risultato della sua illuminazione Basho scrisse il suo famoso haiku. (D.T.Suzuki)

Haiku e mentalismi : facciamo chiarezza

Nella pratica della poesia zen bisognerebbe evitare che il pensiero diventi il protagonista o si presenti in modo artificioso nei nostri haiku, anche se poi, nel caso ne fossimo pienamente consapevoli, anche queste scelte diventerebbero accettabili.

In ogni caso, se questo accade, allora abbiamo introdotto un mentalismo nella nostra composizione.

Entrambi i mentalismi , il primo attribuibile ad un protagonismo del pensiero, il secondo ad una elaborazione artificiosa della composizione, derivano dalla mente piena.

Se io sono in preda ad un’emozione e concettualizzandola la introduco, scrivendola, nel mio qui e ora, allora il mio haiku conterrà un mentalismo in cui il pensiero diventa protagonista.

In altre parole, in un haiku siamo in presenza di un mentalismo ogni qual volta il testo fa riferimento ad una mente piena, ovvero ad un determinato pensiero/concetto, che poi si riflette nel qui e ora o nel testo finale.

I mentalismi protagonisti

Se la causa che genera un haiku è quindi il pensiero (concettualizzazione della mente), allora io genero un haiku immerso nel mondo illusorio (il pensiero è sempre illusorio), soprattutto se poi cerco e trovo un riscontro di questa concettualizzazione nella realtà, in questo caso ho introdotto nel mio haiku un mentalismo protagonista.

In sintesi, in un haiku, ogni qual volta la causa è il pensiero e l’effetto è il riscontro di questo pensiero nel mondo reale, allora siamo in presenza di un mentalismo protagonista.

Es.

Amore infinito
L'orizzonte del mare
senza confini

In quset’esempio, il mio amore, come sentimento, si ribalta nell’infinito di un mare senza confini, ovvero l’amore protagonista viene associato al mare.

Fa eccezione chi, abituato ed allenato ad osservare la propria mente, è consapevole che sta generando un pensiero e quindi è in grado di distaccarsene.

Qui, l’esperienza è di tipo meditativo, ovvero è la mente che osserva sè stessa, ma questa esperienza può essere solo sperimentata, non spiegata, inoltre direi che non è alla portata di chi non sia un praticante zen.

 M.Basho
京に飽きてこの木枯や冬住ひ 
京に倦てこの凩や冬住居
Kyoo ni akite kono kogarashi ya fuyuzumai

getting bored of Kyoto
and now this ice-cold wind -
my lodging in winter 

annoiato da Kyoto
ed ora questo vento gelido
il mio alloggio invernale

In questo haiku, tecnicamente anche Basho introduce un mentalismo, partendo dallo suo stato mentale di noia, ma ci sono due differenze rispetto al caso precedente: innanzitutto la noia non viene esplicitamente ribaltata nella realtà, ovvero non c’è un’associazione tra la noia ed il vento gelido, ma anzi è il vento gelido, come realtà vissuta, che riporta Basho alla sua mente vuota, facendo del suo gelido qui e ora il nuovo alloggio della sua mente.

Ovviamente qui siamo in presenza del più grande dei Maestri ed ad un praticante zen, quindi certe sfumature si notano più facilmente, ma in generale direi che è quasi impossibile trovare haiku di questo livello, in cui un mentalismo protagonista, alla fine viene annullato dal ritorno alla mente vuota.

Diverso è invece il caso di una mente vuota che , immersa nella realtà, genera un pensiero (concetto), ovvero quando la realtà è causa e l’emozione è l’effetto del vivere la realtà.

La differenza rispetto al caso precedente è che inizialmente io non mi trovo nel mondo illusorio, ovvero nei pensieri generati dalla mia mente, ma nella realtà , quindi dalla mente vuota passo alla mente piena, generando esplicitamente una sua manifestazione, ovvero un pensiero o un concetto.

Es.

M.Basho
被き伏す蒲団や寒き夜やすごき 
kazuki fusu futon ya samuki yo ya sugoki 

to lie down
with the futon pulled up - the cold
of this night - dreadful 

sdraiato
il futon tirato sù
il freddo di questa notte
orribile
dopo il temporale
un salto su FB
haiku e Schopenhauer
sempre più vicini (Elio Gottardi)

In entrambi i suddetti esempi la realtà è la protagonista iniziale, mentre il conseguente pensiero ne è derivato.

In questi casi non siamo in presenza di un mentalismo, perchè la realtà esterna fisica, si manifesta nella mente e siccome la mente è osservabile solo attraverso le sue manifestazioni (pensieri) anche se queste manifestazioni sono illusorie, dalla realtà fisica rimango comunque nella realtà, perchè la mente fa comunque parte della mia realtà, come spiegato qui.

Mentalismi artificiosi

Qui la cosa è molto più semplice da capire e da spiegare.

Diciamo che in un haiku siamo in presenza di un mentalismo artificioso, ogni qual volta inserisco nel testo un antropomorfismo inaccettabile.

Qui per la spiegazione.

Margherita Petriccione: il mio haiku capolavoro

Puntate precedenti:

Breve premessa. Alcune considerazioni e approfondimenti sono già stati affrontati nelle puntate precedenti, quindi chi vuole avere un quadro più puntuale dei temi trattati è invitato a leggere , in sequenza, i lavori cominciando  da Monica Federico.

Questo lo haiku di Margherita:

luna dell’alba -
la trama consumata
di un calzino

In realtà non ho nessun haiku da poter vedere come il mio top, ne ho alcuni che reputo più riusciti e questo è uno di quelli
Ci vedo karumi, wabi-sabi, mono no aware ( che volere o volare è presente se un’immagine colpisce più di un’altra) e c’è un pizzico di yugen in quella luna evanescente . Oltre alla possibilità di interpretazioni diverse a seconda del vissuto di chi legge penso che offra una spunto di riflessione sulla relazione tra cose apparentemente distanti fisicamente e concettualmente, ed in generale sulla loro impermanenza .
Commenta pure Elio, cerca solo di non farmi a pezzi 😦 – Margherita Petriccione.

Commento di EG.

Un buon haiku per tutti, appena sufficiente per Margherita, perchè l’asticella va alzata proporzionalmente alle potenzialità.

La ragione tecnica sta tutta nel primo verso, obsoleto come soluzione compositiva.

Apprezzabile e condivisibile lo sforzo di mettere in relazione
“cose apparentemente distanti fisicamente e concettualmente “, ma se sei di livello, nel 2019 non puoi rifugiarti nei soliti e ritriti kigo lunari o campestri.

Se sei di livello è tuo dovere rifuggire da tutte le facili opzioni, usate milioni di volte e guardare più avanti o più in profondità.

C’è un testo di una canzone di Pierangelo Bertoli che, secondo me, indica il giusto atteggiamento che anche un poeta haiku dovrebbe tenere : ” Canterò le mie canzoni per la strada … con un piede nel passato e lo sguardo dritto e aperto nel futuro”.

Che tradotto significa, che senza rinnegare la tua storia, non puoi fermarti, perchè se ti fermi, allora sei morto.

Un buon insegnamento, che è anche lo stesso di Basho.

Segui e ritorna a Zoka, zoka come trasformazione continua, questo è l’insegnamento di Basho, ma se non si comprende che anche noi facciamo parte di zoka e che il Tao è sempre lo stesso Tao, sia per le 4 stagioni che per il nostro vissuto, allora zoka rimane un concetto, non una traccia di vita .

Basho chiamava barbari chi non vedeva , ne comprendeva l’essenza di zoka, io li chiamo poeti di facebook, cioè quelli che si fermano al passato o che guardano al loro ombelico.

Se sei di livello e ti rifugi nel kigo più banale che ci sia, nel migliore dei casi dimostri approssimazione, oppure scarsa capacità di lettura del momento, generalmente accettabile per i più, ma non per Margherita.

Fortunatamente il riscatto avviene nei due versi successivi.

Karumi e wabi-sabi ci sono, più dettati dal mujo che da altri ideali poetici, in ogni caso “tanta roba” come si dice a Milano.

Mi convincono meno i riferimenti al mono no aware ed allo yugen, il primo perchè ripeto è un ideale estetico che non amo e che trovo superfluo, in quanto si sovrappone all’ideale poetico di mujo , il secondo per ciò che ho già detto sull’uso di luna come riferimento.

La trama consumata come effetto di una mente che si corrode tra pensieri ed illusioni, questo sarebbe stato il perfetto riferimento, purtroppo non colto, anche se servito su un piatto d’argento, peccato.

Concludendo, un haiku buono, se scorporato dall’autrice, ma che dimostra ancora qualche condizionamento giapponesizzante, di cui Margherita dovrebbe liberarsi se vuole fare un ulteriore passo in avanti, verso la piena consapevolezza, quindi anche verso la piena libertà compositiva.

Sandro Santroni: “IL MIO HAIKU CAPOLAVORO”

Puntate precedenti:

Breve premessa. Alcune considerazioni e approfondimenti sono già stati affrontati nelle puntate precedenti, quindi chi vuole avere un quadro più puntuale dei temi trattati è invitato a leggere , in sequenza, i lavori cominciando  da Monica Federico.

Questo lo haiku di Sandro:

Giunto il limite
dell'ultima stagione
Fiori' la rosa

Questo haiku è stato scritto (pensato) quando, dopo un soccorso avventuroso (raccolto in montagna da una autoambulanza e poi da un elicottero e trasportato in ospedale con un infarto in atto e sottoposto a coronarografia), mi veniva comunicato di essere miracolosamente fuori pericolo di vita.
Questo haiku certamente non è un capolavoro, il capolavoro sta nella forza di questa disciplina poetica che trova espressione anche in momenti di forte drammaticità.
Massima libertà di commentare come meglio credi, Elio (Sandro Santroni)

Commento EG:

Domanda: ma questo è un haiku? Risposta : dipende !

Dipende dalla definizione. Se prendiamo la nostra def. non lo è, ma secondo una qualsiasi delle italiche definizioni mainstream di haiku (sono tutte più o meno uguali), allora lo è.

Comunque sia, che questa composizione venga considerata o meno un haiku o uno pseudohaiku, una cosa è certa.

Quello che manca alla definizione mainstream italica è la qualità, ovvero manca il riferimento ad una poetica e la dimostrazione è data dalla quantità di haiku imbarazzanti, che si leggono in giro. (EG)

Cercando di mutuare l’immutuabile, ovvero cercando di mappare la lingua giapponese e relativi riferimenti culturali, il mainstream italico ha giocato al ribasso, puntando solo su ciò che è struttura, su ciò che è facilmente comprensibile per chiunque, con il risultato di una prolificazione straordinaria di poeti facebook che scrivono telegrammi, che sanno tutto sulla sinalefe e dialefe e che postano pensierini su come è bella la natura. Anyway …

Maestro, tutto ok ?

Basho : ファックユー !!!!!!!!!!

La capisco Maestro, vedere la poesia haiku ridotta a tre regolette, quando per tutta la vita , Lei l’ha praticata come arte zen, dev’essere dura da digerire.

Basho: 井の中の蛙、大海を知らず

Grazie, Lei, è sempre illuminante Maestro !

“Un vero pensiero e una vera civiltà devono essere traducibili e trasferibili al mondo nel senso più ampio del termine. Nessun pensiero e nessuna civiltà sono autentici, se incapaci di oltrepassare l’ambito delle categorie del proprio Paese o gruppo etnico. Come la vera letteratura deve essere “letteratura mondiale”, così ogni filosofia o teoria che può essere compresa soltanto da un popolo o una nazione è, senza eccezioni, una vergogna” (Tosaka 1936).
Leonardo Vittorio Arena, Il pensiero giapponese, Jouvence/Mimesis Settembre 2019

Il punto allora è: come si trasmette la “vera poesia haiku” ? Semplice, se non si parte dalla poetica, unico elemento universale trasferibile, non ci può essere trasmissione, come non c’è poeta haiku se non s’incarnano questi ideali.

Ora mi chiedo, considerando che Sandro ha proposto un haiku mainstream, quale sarà la sua poetica di riferimento?

A ben vedere, nel suo commento c’ è solo un riferimento alla forza disciplinatrice della poesia haiku, ma per disciplinare cosa ?

Non trattandosi di un’attività fisica, rimane solo la mente.

In questo caso, pratica e disciplina possono essere usati come sinonimi, ma mentre nella pratica zen, il riferimento per la mente si chiama zazen, possiamo chiamare disciplina della mente il contare le sillabe ?

In questo video ho cercato di dimostrare come il corretto processo compositivo haiku debba discendere dallo zen, perchè è solo nella pratica zen che si trovano le risorse per comporre haiku genuini, avendo compreso il Tao della natura e l’impermanenza che sottende ogni cosa.

Illusorio è invece pensare di disciplinare la mente componendo versi, attraverso un qualsiasi schema che non possiede in sè nessuna energia metafisica, per portare la mente ad un livello di consapevolezza superiore.

Chi pratica il 5-7-5 senza aver incarnato una poetica, gioca solo a sudoku o alla settimana enigmistica, ma non fa certamente arte, tantomeno zen, perchè appunto gioca ….. gioca con le parole, come dice Basho.

Quindi Sandro, in preda alle forti e drammatiche emozioni, fa della sua esperienza una poesia, perchè orfano della comprensione dell’impermanenza e della genuinità del momento.

Persi gli ideali poetici ed estetici haiku, rimane l’autoreferenzialità.

L’esempio di Tessho, che affronta sempre il tema della morte, può servire come metro di paragone.

Finalmente oltre il limite
Non più legami o dipendenze
Come è calmo l'oceano
che sovrasta il nulla (Tessho)

Il fatto è che Sandro è anche in grado di scrivere ottimi haiku.

All'improvviso
senza un perché la sera
Quanto silenzio (Sandro Santroni)

Un qui e ora, anche se in forma debole, la sera come soggetto, l’azione pura, senza scopo del Tao, come essenza, lo yugen come ideale primario e l’impermanenza del mujo come sfondo, tutto in questo haiku dimostra l’appartenenza agli ideali haiku.

Qual è allora la grande differenza ?

La comprensione che un poeta haiku deve sempre perdere la propria identità e mai affermarla.

Senza identità, la morte non fa paura, nessun maestro ha scritto sul tema della morte come un pericolo da scampare.

Quindi, se quindi dovessi dare un consiglio a Sandro, gli consiglierei di cominciare un percorso che lo porti a perdere la propria identità di poeta.

Come Sandro, confesso che anch’io mi sono ritrovato ad affrontare la morte.

E' questo il termine?
non ruscello
ne fiume, ne mare
quest'acqua scorre soltanto (EG)

Perchè un vero poeta haiku abbandona tutte le zavorre mentali ed entra nel Tao, in quella dimensione che si manifesta quando smetti di pensare ma semplicemente sei, soprattutto quando la percezione del tempo e lo spazio stanno per finire.

C'ero
C'ero soltanto
Intorno cadeva la neve (Issa)

La Primavera: doppie letture

Non si può comprendere appieno la poesia haiku, se non si parte dai Maestri Cinesi.

Se credete che la poesia haiku sia nata in Giappone, vi sbagliate, i Giapponesi gli hanno messo un’etichetta e poi codificata.

Le vere origini della poesia haiku sono in Cina, come tutto ciò che, del resto, riguarda l’oriente.

Anonimo cinese

cerco, ma non trovo la primavera
i miei sandali calpestano ogni luogo
tra le nuvole, lungo la riva
  • La primavera come concetto semplicemente non esiste, come ogni costruzione mentale, non ha corpo, follia cercarla !
  • La pratica del Tao non si basa sulla ricerca, più lo cercherai e più te ne allontanerai.

Po Ching

La primavera 
sul tetto della pagoda
sul suono di uno shakuhachi
  • Quando lo spirito è puro, allora la saggezza, come la primavera pervade ogni cosa, dalle cose visibili, alle invisibili.
  • La saggezza taoista è come la primavera, alberga nella mente e , come un suono, si espande senza confini.

Antonio Mangiameli: “il mio haiku capolavoro”

Puntate precedenti:

Breve premessa. Alcune considerazioni e approfondimenti sono già stati affrontati nelle puntate precedenti, quindi chi vuole avere un quadro più puntuale dei temi trattati è invitato a leggere , in sequenza, i lavori cominciando  da Monica Federico.

Questo lo haiku di Antonio:

un cassonetto 
un uomo con un gancio
foglie di verza

In macchina,alla guida. Da lontano scorgo un cassonetto, dopo, man mano che mi avvicino,una persona che con un gancio tira fuori delle buste.Giunto accanto rallento e vedo a terra degli scarti di verdure.
Non so quanta dignità di haiku possa avere questo componimento,so che ho mostrato in purezza quanto ho visto,non ho messo dentro alcunché di mio,non ho inquinato le immagini.
La domanda che mi pongo spesso: quale è il confine fra componimento ed haiku,è sufficiente rimanere mostrativi nel qui ed ora,scrivere magari su più o meno tre linee per circa diciassette sillabe per potere dire “haiku”?
Ecco,queste le mie perplessità. Il componimento proposto è complementare ai miei dubbi. Sebbene,ritengo,sia assolutamente mostrativo e porti dentro wabi-sabi ed anche yugen ,non credo possa suscitare emozioni in chi si fermerà a leggere,per questo a me il dubbio rimane. Grazie,con il consenso per l’utilizzo di questo post. (Antonio Mangiameli)

Commento di EG:

Ho dei ricordi su questo haiku, che credo sia di qualche tempo fa, ma se ho dei ricordi, allora è un buon segno.

Partiamo subito con l’analisi tecnica, per poi passare alle questioni di fondo che Antonio solleva nel suo commento.

L’ideale primario che emerge da questo haiku è il karumi , perchè basta leggere e confrontare gli esempi di Basho, riportati qui (paragrafo karumi) , per rendersene conto . Però, più che il testo, Antonio stesso parla di una stesura fatta sulla purezza dell’immagine e senza contaminazioni mentali. Ma allora, caro Antonio, cos’è tutto questo se non karumi ? e io aggiungo, anche buono, molto buono.

A conferma di quanto affermo, sempre qui (paragrafo mirroring) , si può trovare un ulteriore riscontro, in quanto il mirroring, parametro estetico da me introdotto, altro non è che un focusing sul karumi di Basho, un mio tentativo di coglierne almeno un aspetto compositivo, che so essere sicuramente limitato e parziale, ma comunque un tentativo di approfondimento.

Ebbene, anche rispetto alla prospettiva di mirroring, il karumi di questo haiku emerge chiaramente.

E’ mia opinione inoltre, che il karumi di un haiku non possa che provenire che da un atteggiamento everywhere del poeta, che direi Antonio ha colto più che adeguatamente.

Il senso ed il significato profondo del karumi di Basho si basa sul concetto di leggerezza, trasparenza , illuminazione.

Karumi è un flusso di sabbia leggero che si muove in acque poco profonde e trasparenti. (Basho)

Molti cazzari della poesia haiku (sempre confucianamente parlando), credono che il karumi sia una tecnica compositiva, il che dimostra la loro insipienza, perchè il karumi è il riflesso dell’atteggiamento puro, trasparente ed illuminato del poeta, che inevitabilmente poi si riflette nel testo scritto.

Il karumi è un attributo di un haiku, esattamente come l’energia è un attributo di un sistema fisico. (EG)

Il karumi è come l’energia, entrambi non esistono in sè, ma sono una caratteristica, una proprietà, una peculiarità di un haiku e , nel caso dell’energia, di un sistema fisico, un po’ come il colore di un’ auto, che è una proprietà dell’auto e che si vede solo grazie alla presenza della carrozzeria (anche se questa mia precisazione, in termini scientifici, è molto grossolana), ovvero niente carrozzeria, niente colore.

Io credo che la grande differenza tra il karumi e gli altri ideali estetici, sia proprio questa: il karumi viene direttamente dallo spirito del poeta, dallo zen, mentre gli altri possono provenire anche solo dal testo. Il karumi non è un ingrediente di una ricetta, che può essere manipolata o adattata, il karumi è quello spirito che anima lo chef.

Il punto ora è, come si misura la purezza o la trasparenza di un haiku? per determinarne il karumi? mentre i cazzari guardano ed interpretano ogni singola parola del testo ed invitano ad imitarla, io dico che invece la soluzione è il poeta.

E io credo che per questo Basho abbia avuto tanti problemi a cercare di codificare il karumi come ideale, perchè è difficile codificare qualcosa che non è un attributo diretto del testo, ma proviene dallo spirito e dalla mente.

Ma se il poeta è everywhere , allora un suo haiku potrà contenere il karumi (sempre che lo voglia far risaltare), in caso contrario, se lavorerà sulla tecnica delle sole parole, il suo haiku risulterà una sbobba immangiabile, buona solo per i maiali (intesi come esseri senzienti, notoriamente di bocca buona).

Perciò imparate a riconoscere i cazzari, perchè così come i cazzari “new age” sostengono che “siamo fatti di energia” , così i cazzari della poesia, sostengono che un haiku sia una scatola da riempire con un po’ di tecnica .

Ritornando ad Antonio, wabi-sabi ? si ! perchè se karumi è mostrare anche la quotidianità, allora quest’ultima, nella sua forma più alta, è “pane secco”.

Yugen ? tracce, derivabili soprattutto dall’immagine d’insieme, più che da un particolare che richiama inequivocabilmente questo ideale.

Ogni altra considerazione tecnica evapora quando un haiku si basa sul karumi. Pragmatica, rispetto della forma, qui e ora, ritmo o musicalità , tutto finisce sullo sfondo.

Contare le sillabe o cercare il kigo diventano operazioni stucchevoli, come contare i morti in un film di guerra.

Pertanto lascio agli zombie questa incombenza, mentre io vado a rileggermi Antonio, per chiudere questo articolo.

In conclusione, un’ottima composizione, karumicentrica, derivata da un’atteggiamento poetico corretto e che mi permette di rispondere all’ultimo dubbio di Antonio.

No ! caro Antonio, non basta mostrare il “qui e ora” in una scatola di 17 sillabe per dire haiku ! Ci vuole molto di più, ci vuole quell’atteggiamento mentale, basato sul furyu di Basho, che tu, almeno in questa tua opera, hai dimostrato di possedere.

E sul fatto che un haiku debba suscitare emozioni …

Un buon haiku è fatto di parole e spazi vuoti che un lettore attento non dovrebbe necessariamente riempire con un’emozione, ma goduti per quello che sono: soltanto “spazi vuoti”, lasciandosi andare, in modo da relazionarsi pienamente, anche solo tramite pochi versi, con la natura e le cose del mondo.

Maurizio Gusmerini: “il mio haiku capolavoro”

Puntate precedenti:

Breve premessa. Alcune considerazioni e approfondimenti sono già stati affrontati nelle puntate precedenti, quindi chi vuole avere un quadro più puntuale dei temi trattati è invitato a leggere , in sequenza, i lavori cominciando  da Monica Federico.

Questo lo haiku presentato da maurizio:

 immobile 
l'ombra sul tavolo
fumo dal naso

L’ho scelto perchè mi pare che yugen, karumi e wabi sabi siano presenti in modo equilibrato.
L’essenza che lo caratterizza è l’illusione e la caducità. (Maurizio Gusmerini)

Commento di EG:

Devo dire che appena letto lo haiku di Maurizio, la prima cosa che mi è venuta in mente è stata : “finalmente un haiku facile da commentare!”

Ragionandoci poi sopra , devo dire che la mia prima impressione si è rivelata corretta.

Commento corretto, ma soprattutto poetica rispettata, quindi un’autoanalisi impeccabile.

Una scelta fatta da Maurizo più guardando alla poetica che all’emotività, ed anche questo è un indicatore di maturità.

A mio avviso, anche l’ideale di everywere è rispettato, anche se non è presente esplicitamente ne nello haiku (ma questo è un plus), ne nel commento.

Ed è il fatto stesso che Maurizio non spieghi la genesi del proprio haiku, ma si limiti ad una corretta autoanalisi tecnica che mi da, in qualche modo, la conferma, che il tutto derivi da un processo mentale basato su everywere.

L’unica incertezza che ho avuto è stata di una possibile riduzione alla forma h2ku, ma poi ripensandoci, bene ha fatto Maurizio a restare sul h3ku, per una questione di ritmo, che diventa più evidente, rispetto a quello implicito che un h2ku avrebbe introdotto.

Anche la pragmatica funziona e non vedo correzioni da fare.

Yin e yang sono bilanciati ed in armonia, lo yin di “immobile”, richiama la terra, come “l’ombra”, simbolo principe dello yin, mentre lo yang del terzo verso, “fumo dal naso” ribilancia lo yin dei primi due versi.

Un haiku che mi piace, buona l’immagine, il qui e ora appena accennato, ma presente, l’indeterminatezza sull’ombra che non si sa a chi appartenga, l’impermanenza del fumo e il tutto in un’atmosfera quotidiana, richiamata dalle piccole cose, come la presenza di un tavolo.

Senza scordare che, finalmente ! non c’è nessun accenno di mono no aware. Un “pane secco, di ottima qualità e condito bene” , se dovessi fare una sintesi, in una battuta.

Un haiku che mi ha fatto pensare, oltre all’interpretazione più ovvia, di una sigaretta dopo cena, anche ad un’altra chiave di lettura, ovvero a quella di una sessione di zazen durante una notte fredda, dove il fumo, potrebbe essere il vapore del respiro e il tavolo, quello di una casa o di uno zendo.

Anche per questo lo haiku di Maurizio assume un ulteriore fascino particolare, perchè, per quanto mi riguarda, io credo che quando un haiku presenta più chiavi di lettura, allora comincia ad avvicinarsi alla definizione di capolavoro.

In entrambi i casi , un haiku basato su un “buon momento haiku”, semplice e profondo.

Maria Malferrari: “il mio haiku capolavoro”

Puntate precedenti:

Breve premessa. Alcune considerazioni e approfondimenti sono già stati affrontati nelle puntate precedenti, quindi chi vuole avere un quadro più puntuale dei temi trattati è invitato a leggere , in sequenza, i lavori cominciando  da Monica Federico.

Questo lo haiku presentato da Maria:

Nespole acerbe
Un filo di luna
tra i capelli

Ritengo che l’essenza di questo mio Haiku sia l’unità dei fenomeni.
La dimensione umana è vista in unità con la dimensione cosmica.
Il mio primo capello bianco ha lo stesso riflesso dell’ultimo quarto di luna, mentre, in contrapposizione, il nespolo del mio giardino offre frutti ancora acerbi.
Un sentimento Sabi nella bellezza malinconica di ciò che è soggetto allo scorrere del tempo.
Un sentimento Yugen nella sottile evocazione del Tao e del suo modo di procedere.
Lungi dal ritenerlo un capolavoro, posso dire soltanto che ho vissuto intensamente questo momento Haiku, mettendomi in relazione profonda con la realtà. (Maria Malferrari)

Commento di EG:

C’è un’evidente dicotomia tra lo haiku di Maria e il suo commento, Maria usa termini come unità dei fenomeni, dimensione cosmica, Tao e il suo modo di procedere, relazione profonda con la realtà.

Se è vero che nel testo s’intravede la relazione con la realtà, anche se non so dire quanto profonda, per i motivi che spiegherò in seguito,  rimangono tuttavia inespressi gli altri ideali indicati.

Questi ideali, infatti, chiamiamoli “olistici” in realtà non emergono nel testo , quindi , fino a prova contraria, sono rimasti nella mente di Maria.

Ho già trattato qui quello, che secondo me , dovrebbe essere il giusto atteggiamento di chi vuole scrivere un haiku e in queste indicazioni, il Tao, il cosmo o l’unità dei fenomeni non ci sono.

Il motivo è che gli ideali “olistici” non sono ideali compositivi, ma piuttosto elementi metafisici che afferiscono alla sfera personale.

Se segui il Tao allora sei taoista e modelli la tua vita su una sola prospettiva: la ricerca dell’armonia.

Il taoismo, come possibili altre metafisiche, può indurre una poetica, che è esattamente quello che successe a Basho quando incontrò il taoismo di Zhuāngzǐ (su cui scriverò un prossimo articolo) e da cui derivò prima zoka, poi il makoto ed infine il karumi.

Ma la poetica di Basho, che è una derivazione basata dal taoismo, non è taoismo puro.

Se il furyu di Basho si basa quindi sul Tao, allora per la legge transitiva, anche la poetica del nostro Lab si basa sul Tao. Ora, se il Tao è la causa e la poetica è il suo effetto, allora questa relazione di causalità deve essere ben chiara a chiunque faccia parte del Lab.

Il faro del poeta del Lab deve restare unicamente la poetica e quindi deve muoversi nell’ambito di questo insieme di ideali, anche se sono stati generati dal Tao.

Non bisogna confondere il Tao con la poetica da lui generata, ma restare costantemente nella sola poetica.

L’adesione alla poetica determina il poeta, mentre l’adesione al Tao determina chi sei, ma questa è una scelta personale, è l’adesione ad un modello metafisico, che va ben aldilà dello scrivere haiku, perchè diventa una scelta di vita.

Aderire al furyu di Basho , non significa necessariamente aderire al Tao, ma se non siete praticanti Taoisti, lasciatelo perdere, o meglio, non occupatevene proprio. (EG)

Io quando parlo di Tao, ne parlo perchè ho aderito sia alla poetica di Basho che al Tao, quindi ne parlo sia da poeta che da taoista-razionalista, ossia sempre e solo da praticante, che ne ha fatto e continua a fare esperienze dirette in entrambi gli ambiti, mentre non ne parlerei mai ne da studioso, ne tanto meno da accademico.

Io ho scelto il Tao come modello metafisico personale, a cui ho affiancato il modello razionalista del metodo scientifico e li faccio coesistere in armonia, ma questa, ripeto è una mia scelta di vita, non necessariamente la vostra.

Il pensiero occidentale, che forse si avvicina di più al Tao cinese è quello di Baruch Spinoza che diceva “Deus sive natura”, ovvero “Dio ossia la natura”, ma il Tao non è ne Dio, ne la natura.

Io , come fisico ho iniziato a riferirmi al Tao come alle leggi codificate della natura, tipicamente espresse come formule matematiche, ma poi ho capito che il Tao non è nemmeno un insieme di equazioni.

Allora cos’è il Tao, potrebbe chiedersi qualcuno ?

Qualsiasi Tao che tu possa descrivere non è l’eterno Tao,
Il Tao è senza nome ed è il principio dell’universo e quando gli viene attribuito un nome, allora si chiama Natura con tutte le sue leggi, cioè la madre di tutto ciò che esiste.
Perciò non arrovellarti sul Tao, ma accetta che sia il mistero di tutti i misteri e che l’unica tua strada percorribile sia la ricerca dell’armonia.

(mia libera interpretazione e sintesi del Cap 1 del Tao The Ching, di Lao Tzu)

Come dicevo, praticare il Tao significa, praticare l’armonia, ma non quella cosmica o universale, ma la tua, solo la tua, perchè solo la tua armonia determina il tuo equilibrio.

Il mio equilibrio poi non è il tuo, ne quello di nessun altro è solo e soltanto mio, detto questo, quando sei in armonia e in equilibrio con te stesso, allora l’armonia con tutto il resto che è fuori di te ne è la naturale conseguenza.

Con gli anni ho capito che se decidi di seguire il Tao, allora devi accettare che non ci siano regole, libri o maestri, nessun riferimento, solo la Via, intesa come pratica personale, non replicabile, ne trasferibile .

Per cui non parlate di Tao, anzi non parlatene affatto, ma eventualmente cominciate a praticarlo, in silenzio e senza proclami,
perchè altrimenti ne parlerete a vanvera e finirete nel folto gruppo dei taoisti o zenisti da tastiera.

Riassumendo: praticare il Tao significa praticare l’armonia, praticare l’armonia significa ricercare l’equilibrio taoista, che è sempre un equilibrio instabile, soggetto al ciclo dello yin e dello yang, ovvero a continue trasformazioni, quindi essere taoisti significa accettare il fatto che non esiste “quel centro di gravità permanente, tanto invocato nella canzone di Battiato, ma che sei un sistema termodinamico aperto, sempre in balia di un relativismo puro .

Chi voglia praticare l’equilibrio taoista, non può aderire a nessun dogma, ma declinare la propria ricerca sulla base della propria natura e quindi accettare e capire che anche questa è una pratica personale non mutuabile, ne trasmissibile.

I buddhisti dicono che la natura di Buddha è la stessa per tutti e che è solo da scoprire e questo è vero, ma è anche vero che se l’acqua non dipende dal contenitore, i contenitori sono tutti diversi, quindi oltre all’acqua devi saper riconoscere che tipo di contenitore sei e capire che il tuo contenitore sarà inevitabilmente diverso da tutti gli altri e che è soggetto al cambiamento, alle leggi del Tao e tutto questo introduce un ulteriore livello d’indeterminatezza, di cui tener conto.

Seguire il Tao è allora un processo non univoco, a variabili multiple aleatorie, se vogliamo usare un lessico matematico, che produce infiniti sentieri possibili, per questo significa la Via.

Un’ unica Via che genera tante vie personali ed è per questo che io non sono buddhista, perchè il buddhismo indica nell’ottuplice sentiero la via generale per raggiungere l’illuminazione.

Ma per me che non sono interessato all’illuminazione e che crede alla molteplicità delle vie praticabili , il buddhismo non rappresenta il mio ideale di progetto di vita.

Meglio, per me, il taoismo che non da regole ed indicazioni precise ma una grande libertà d’azione.

Dopo questa lunga , ma necessaria digressione, torniamo aparlare dello haiku di Maria.

Individuata la dicotomia tra testo e pensiero e lasciata immutata la scatola dei tre versi, allora la soluzione non può che andare su un h4ku.

L’aggiunta del 4 verso richiede però, a questo punto, l’inserimento di un retropensiero che dia concretezza agli ideali “olistici” indicati.

Un esempio potrebbe essere

Nespole acerbe
Un filo di luna
tra i capelli
Relazioni(connessioni) irripetibili(uniche)

Dove il 4 verso introduce l’univocità e l’unità della realtà osservata.

Personalmente , volendo modificare l’originale, sarei ritornato alla forma h3ku

Nespole acerbe
Tra i capelli la luna
Relazioni(connessioni) irripetibili(uniche)

Le ragioni riguardano: l’ uso dell’immagine “filo di luna”, suggestiva ma troppo sfruttata, inoltre la collocazione di “luna” come pivot, la eleva ad elemento centrale dello haiku, così, eliminandi “filo”, il compattamento del terzo verso diventa automatico, infine si determina uno spostamento degli elementi estetici più deciso verso l’ideale del wabi-sabi (pane secco).

Passando all’estetica, direi che non è vero che l’accenno di yugen derivi dal Tao, ma piuttosto dalla luna nei capelli, inoltre , come ho già detto nelle puntate precedenti, meglio non indicare il sabi e il wabi come elementi separati.

Rimane un accenno di mono no aware, che comunque ci può stare, se ci riferiamo al biancore della luna e dei capelli e quindi ad un senso di nostalgia.

In conclusione, lo haiku di Maria, che nel commento solleva un’ipotesi di everyware , in realtà poi non risulta completamente sviluppato nel testo; l’immagine è invece buona, anche se va ripulita per riportarla ad una maggiore sensazione di “pane secco” che il prima verso ben introduce.

ADDENDUM:

Maria ha poi inserito successivamente, questi ulteriori precisazioni:

Un sentimento Karumi nella quotidianità e leggerezza di un gesto: quello di guardarsi allo specchio.
Da un punto di vista formale non ho seguito
Il canonico sillabico del 5-7-5, ma nel Nakashichi ho ritenuto piu musicale omettere una sillaba. (Maria Malferrari)

L’indicazione sul karumi, mi conferma che Maria non abbia le idee sufficientemente chiare sul concetto di poetica e dei relativi ideali. Nel suo haiku non c’è karumi, perchè il gesto di guardarsi allo specchio non è reale, ma soltanto l’espressione di un suo sentimento.
Apprezzo invece il riferimento alla musicalità, scelta rispetto al canone, ma questo è rivolto proprio a tutti, chiamiate il secondo verso, secondo verso, considerando che esiste il corrispondente termine italiano, mentre usateli solo se non esiste una chiara corrispondenza.
I termini giapponesi vanno ELIMINATI dal lessico di un poeta italiano, ogni volta che sia possibile, per il semplice motivo che non siete giapponesi e siccome le parole formano il cervello, non createvi uno stato confusionale solo per fare bella figura ….. tanto con me non attacca, anzi …

Angiola Inglese: “il mio haiku capolavoro”

Puntate precedenti:

Breve premessa. Alcune considerazioni e approfondimenti, sono già stati affrontati nelle puntate precedenti, quindi chi vuole avere un quadro più puntuale dei temi trattati, è invitato a leggere , in sequenza, i lavori cominciando  da Monica Federico.

Questo lo haiku selezionato da Angiola:

tuono lontano-
da quanto tempo non sento
un rimprovero

E’ un haiku scritto di getto , senza alcun ritocco : un temporale in arrivo ( con le conseguenze anche disastrose che può avere ) mi ha fatto venire in mente la “tenerezza “di un brontolio di quando ero molto più giovane . L’essenza : la nostalgia – (Angiola Inglese)

Commento di EG:

Per gli amanti dei numeri, diciamo subito che la metrica di questo haiku è un 5-8-5, che io non vedo comprimibile, a meno di stravolgimenti, quindi benissimo ha fatto Angiola a non intervenire, per rincorrere ideali fasulli, o per dirla alla confuciana, demenziali, per gli effetti che di solito producono.

haiku non è matematica, ma musicalità e ritmo (EG)

Sfortunatamente in fase di stesura, Angiola non ha prestato abbastanza attenzione al ritmo, perchè la metrica naturale di questo haiku è 5-5-7 (o 8, se siete di quei ragionieri che usano il grammaticale ).

tuono lontano- (pausa)
da quanto tempo (pausa)
non sento un rimprovero

oppure, in alternativa, come h4ku

tuono lontano- (pausa)
da quanto tempo (pausa)
non sento (pausa)
un rimprovero

Ritmo è gestione delle pause. Ritmo è comprendere che le pause, sono respiri privi di voce, che devono essere considerati elementi fondamentali ed integranti in un haiku, con pari dignità delle parole, che invece esprimono suoni, codificando concetti. Riconoscere il ritmo dei propri haiku è segno di maturità e di attenzione, innanzitutto nei confronti dello spirito poetico, secondariamente verso voi stessi, perchè altrimenti è come un buttarsi un po’ via, non valorizzare al massimo la propria scrittura. La mia indicazione è quindi : rileggete sempre, ad alta voce, le vostre composizioni e scrivetele nella metrica dettata dal ritmo e non viceversa, ovvero non mortificate il ritmo naturale dei vostri haiku, ad una metrica artificiosa.

Tenete sempre ben presente che , in un haiku, il ritmo influisce sulla musicalità esattamente come nella musica suonata. Provate a pensare ad una qualsiasi opera musicale, senza una corretta gestione delle pause, perfino Mozart diventerebbe uno schifo, quindi non fate diventare uno schifo i vostri haiku, a causa della vostra disattenzione.

Guarda caso, rispettando il ritmo, anche il pivot nello haiku di Angiola va a posto e quindi l’intero haiku ricomincia a respirare.

Passando dalla metrica alla pragmatica, cominciamo col dire che è vero che “lontano” può richiamare il passato e quindi essere coerente con la “tenerezza della giovinezza lontana ” espressa da Angiola nel suo commento, ma è altrettanto vero che questa sensazione si ritrova poi nei due versi successivi, pertanto a livello di pragmatica della comunicazione è una ripetizione. Per questa ragione io stresserei una maggiore specificità il riconoscimento dell’evento “tuono”, mantenendolo, volendo, anche il termine lontano . Es.

" (Un) tuono (tuoni) (lontano) (lontani) da nord"   (o quel che l'è, disum a Milan).

A mio avviso, questi sono tutti buon esempi di come yanghizzare il suddetto haiku e quindi infondergli maggiore energia. A livello personale io sceglierei “tuoni lontani da nord” (sud, est …. quel che l’è, dipende da dove veniva il tuono originale) , al plurale, perchè mi suona meglio e perchè m’immagino non sia stato l’unico, ma questa è solo una mera questione di gusti.

Tutto quanto fin qui detto, perde però totalmente di significato se la prospettiva non è più quella tecnica, ma si eleva alla spontaneità e genuinità compositiva.

In questo senso, io non ho dubbi che Angiola abbia abbracciato da tempo il makoto di Basho e questo, per quanto mi riguarda, mette una pietra tombale su ogni imperfezione tecnica riscontrabile su qualsiasi sua opera, non solo su questa, ma anche futura, perchè ripeto ancora una volta, qui da noi è il furyu indicato da Basho, il seguire la Via, entrando in armonia con la realtà (le 4 stagioni) , l’unico motore che deve spingerci a scrivere haiku.

C’è chi guarda al dito, allo haiku, poi c’è chi guarda alla luna, al poeta . Il dito lo vedono tutti, la luna no ! (EG)

Mettendo da parte la doverosa sviolinata al furyu di Angiola e rimettendoci ad osservare il dito, un’altra osservazione riguarda l’essenza.

Più che nostalgia è saudade , un sentimento molto più sottile, complesso e sfuggente, che io trovo perfetto nell’accezione brasiliana di nostalgia e che ritrovo in questo haiku.

Il caso ha poi voluto che Angiola postasse un haiku strutturato sullo stesso schema compositivo dello haiku precedente, quello di Rosa Maria Di Salvatore.

In entrambi, c’è un evento che produce un retropensiero. Una causa, ovvero l’apparire di un evento naturale, che produce un effetto sulla mente, un pensiero riposto si manifesta e tutto questo in un attimo.

Usare il principio di causalità per scrivere haiku, è una buona strategia, non la migliore per un capolavoro, ma certamente qualificante perchè concorre a definire la maturità di un autore.

In termini estetici, troviamo un po’ di yugen e ancora, tanto mono no aware, anche se qui è usato nella sua accezione più corretta e più alta, ovvero di resilienza rispetto all’inevitabile scorrere del tempo ed impermanenza delle cose (cosa c’è di più impermanente di un tuono?)

In conclusione un buon haiku di Angiola, probabilmente selezionato, tra i suoi tanti, in quanto ritenuto il migliore in termini di spontaneità e genuinità, derivabili come rapporto tra qualità ottenuta e costo (tempo) di stesura, che sono sempre dei buoni indicatori di autovalutazione per qualsiasi poeta che voglia fare dello haiku un arte zen.

 

Rosa Maria Di Salvatore: “il mio haiku capolavoro”

Puntate precedenti:

Questo lo haiku autoselezionato da Rosa

le fragoline -
un non so che di dolce
mi torna in mente

strawberries -
an I don't know what sweet
comes to my mind

es fraises des bois -
un je-ne-sais-quoi de doux
revient à l'esprit

Non credo sia un capolavoro, ma è un haiku che mi sta molto a cuore… secondo me, in questo haiku c’è il sentimento dello yugen legato a quello del wabi, in quanto “le fragoline” evocano delle sensazioni molteplici che non sono nominate, ma solamente evocate. (Rosa Maria Di Salvatore)

Commento di EG:

Dico subito che questo è il classico haiku rovinato da un articolo, probabilmente al solo scopo di restare fedeli alla forma 5-7-5 . La cosa interessante è che Rosa stessa poi abbandona totalmente questa regola.

Infatti, lo haiku in inglese diventa un 3- 6-4 ed in francese un 4-7-5, allora la domanda è : come mai ? Perché in italiano compare qull’inutile  articolo davanti a “fragoline” , quando poi questo, soprattutto nella versione in inglese, non succede ? forse, solo perchè Rosa vuol far tornare i conti nella sua lingua madre?

Lascio a Rosa stessa il problema di risolvere queste contraddizioni, perchè sinceramente non capisco coloro che aderiscono al 5-7-5 una volta si e una no, perchè è come se un vegetariano a Milano, poi  si mettesse a mangiare bistecche a Londra o Parigi.

Se “le” davanti a “fragoline” sembra essere dovuto solo ad una questione di conteggio, io dico: peccato ! perchè, così facendo, s’introduce un elemento inutile, a scapito del ritmo e della musicalità di un buon haiku.

Poca roba, potrebbe pensare qualcuno, poco cambia con un articolo in più o in meno. Vero! lo haiku cambia poco, ma quello che cambia è l’atteggiamento del poeta.

Se questo fosse un singolo caso, allora nulla di male, ma se questo fosse la regola, allora la presenza di quell’articolo, mi farebbe capire che l’autore non avrebbe ancora compreso cosa sia lo spirito poetico, quindi scrivere haiku.

Voglio precisare che questo non è un attacco personale a Rosa, ma piuttosto al pensiero mainstream, sempre che si voglia elevare a pensiero l’aritmetica di prima elementare.

Sapevo che prima o poi mi sarebbe capitato un haiku mainstream, il primo è stato il suo e quindi tocca a lei sorbirsi integralmente la mia filippica contro i ragionieri.

Certo si possono scrivere haiku anche senza aderire al furyu, che qui ricordo è sempre e solo quello di Basho, ma per quanto mi riguarda questo è l’unico segno distintivo che caratterizza un poeta di haiku.

Anche se hai tre, quattro, o cinque o sette sillabe in più, non ti preoccupare se (il tuo haiku) suona bene. Ma se hai anche una sola sillaba stantia, allora prestale tutta la tua attenzione.
(M.Basho)

Japaneese poets do not recognize haiku as 17-ON verse (ON literally means “sound”; in English, a kind of “syllable”), but as a whole poetic rhythm of 5–7–5. Japanese poets almost never count the number of ON (i.e., the number of syllables) when composing haiku; the haiku fixed form lies in the poetic rhythm itself, not in the number of syllables (Toshio Kimura)

Un haiku che “non suona bene” è sempre un aborto (EG)

“C’è un elemento comune che attraversa la poesia lirica di Saigyo, le catene di versi di Sogi, la pittura di Sesshu, e la cerimonia del tè di Riky  ed è lo spirito poetico’ (furyu): il seguire la Via, divenire amico delle quattro stagioni.
Lo spirito poetico del furyu è comune a tutte le forme d’arte perché è una manifestazione della creatività universale di cui l’artista partecipa.
Chi ha raggiunto la padronanza dello spirito della Via, anche in qualsiasi altra arte, può penetrare lo Haikai più rapidamente di chi si sia dedicato ad essa per molti anni, senza però raggiungerlo”.    (M.Basho)

Archiviata la disputa contro il mainstream, concordo invece con Rosa quando sostiene che l’ideale primario del suo haiku sia lo yugen, mentre non vedo riferimenti riguardo al wabi, quindi sarebbe interessante che Rosa fornisse una sua spiegazione a riguardo., magari intervenendo nei commenti. Il qui e ora è invece dato dal termine ” fragoline” , che, come kigo, definisce il quando , ma non il dove, quindi è in forma debole. Il termine “dolce” come pivot è invece efficace e corretto. La comprimibilità, come già detto, è compromessa solo per quanto riguarda il primo verso, mentre è rispettata negli altri due. Infine il pregio maggiore di questo haiku è proprio quello di essere strutturato come momento, ovvero di non lasciare spazio a deviazioni temporali che non siano quello del momento in cui, avvertito il sapore delle fragole, scatta il retropensiero.

In conclusione, un buon haiku che però lascia trasparire come Rosa, potrebbe seguire le regole mainstream come riferimento compositivo, quindi potrebbe non essere ancora arrivata alla piena comprensione di quello spirito poetico haiku, che noi del Lab vogliamo invece trasmettere.