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Antonio Mangiameli: “il mio haiku capolavoro”

Puntate precedenti:

Breve premessa. Alcune considerazioni e approfondimenti sono già stati affrontati nelle puntate precedenti, quindi chi vuole avere un quadro più puntuale dei temi trattati è invitato a leggere , in sequenza, i lavori cominciando  da Monica Federico.

Questo lo haiku di Antonio:

un cassonetto 
un uomo con un gancio
foglie di verza

In macchina,alla guida. Da lontano scorgo un cassonetto, dopo, man mano che mi avvicino,una persona che con un gancio tira fuori delle buste.Giunto accanto rallento e vedo a terra degli scarti di verdure.
Non so quanta dignità di haiku possa avere questo componimento,so che ho mostrato in purezza quanto ho visto,non ho messo dentro alcunché di mio,non ho inquinato le immagini.
La domanda che mi pongo spesso: quale è il confine fra componimento ed haiku,è sufficiente rimanere mostrativi nel qui ed ora,scrivere magari su più o meno tre linee per circa diciassette sillabe per potere dire “haiku”?
Ecco,queste le mie perplessità. Il componimento proposto è complementare ai miei dubbi. Sebbene,ritengo,sia assolutamente mostrativo e porti dentro wabi-sabi ed anche yugen ,non credo possa suscitare emozioni in chi si fermerà a leggere,per questo a me il dubbio rimane. Grazie,con il consenso per l’utilizzo di questo post. (Antonio Mangiameli)

Commento di EG:

Ho dei ricordi su questo haiku, che credo sia di qualche tempo fa, ma se ho dei ricordi, allora è un buon segno.

Partiamo subito con l’analisi tecnica, per poi passare alle questioni di fondo che Antonio solleva nel suo commento.

L’ideale primario che emerge da questo haiku è il karumi , perchè basta leggere e confrontare gli esempi di Basho, riportati qui (paragrafo karumi) , per rendersene conto . Però, più che il testo, Antonio stesso parla di una stesura fatta sulla purezza dell’immagine e senza contaminazioni mentali. Ma allora, caro Antonio, cos’è tutto questo se non karumi ? e io aggiungo, anche buono, molto buono.

A conferma di quanto affermo, sempre qui (paragrafo mirroring) , si può trovare un ulteriore riscontro, in quanto il mirroring, parametro estetico da me introdotto, altro non è che un focusing sul karumi di Basho, un mio tentativo di coglierne almeno un aspetto compositivo, che so essere sicuramente limitato e parziale, ma comunque un tentativo di approfondimento.

Ebbene, anche rispetto alla prospettiva di mirroring, il karumi di questo haiku emerge chiaramente.

E’ mia opinione inoltre, che il karumi di un haiku non possa che provenire che da un atteggiamento everywhere del poeta, che direi Antonio ha colto più che adeguatamente.

Il senso ed il significato profondo del karumi di Basho si basa sul concetto di leggerezza, trasparenza , illuminazione.

Karumi è un flusso di sabbia leggero che si muove in acque poco profonde e trasparenti. (Basho)

Molti cazzari della poesia haiku (sempre confucianamente parlando), credono che il karumi sia una tecnica compositiva, il che dimostra la loro insipienza, perchè il karumi è il riflesso dell’atteggiamento puro, trasparente ed illuminato del poeta, che inevitabilmente poi si riflette nel testo scritto.

Il karumi è un attributo di un haiku, esattamente come l’energia è un attributo di un sistema fisico. (EG)

Il karumi è come l’energia, entrambi non esistono in sè, ma sono una caratteristica, una proprietà, una peculiarità di un haiku e , nel caso dell’energia, di un sistema fisico, un po’ come il colore di un’ auto, che è una proprietà dell’auto e che si vede solo grazie alla presenza della carrozzeria (anche se questa mia precisazione, in termini scientifici, è molto grossolana), ovvero niente carrozzeria, niente colore.

Io credo che la grande differenza tra il karumi e gli altri ideali estetici, sia proprio questa: il karumi viene direttamente dallo spirito del poeta, dallo zen, mentre gli altri possono provenire anche solo dal testo. Il karumi non è un ingrediente di una ricetta, che può essere manipolata o adattata, il karumi è quello spirito che anima lo chef.

Il punto ora è, come si misura la purezza o la trasparenza di un haiku? per determinarne il karumi? mentre i cazzari guardano ed interpretano ogni singola parola del testo ed invitano ad imitarla, io dico che invece la soluzione è il poeta.

E io credo che per questo Basho abbia avuto tanti problemi a cercare di codificare il karumi come ideale, perchè è difficile codificare qualcosa che non è un attributo diretto del testo, ma proviene dallo spirito e dalla mente.

Ma se il poeta è everywhere , allora un suo haiku potrà contenere il karumi (sempre che lo voglia far risaltare), in caso contrario, se lavorerà sulla tecnica delle sole parole, il suo haiku risulterà una sbobba immangiabile, buona solo per i maiali (intesi come esseri senzienti, notoriamente di bocca buona).

Perciò imparate a riconoscere i cazzari, perchè così come i cazzari “new age” sostengono che “siamo fatti di energia” , così i cazzari della poesia, sostengono che un haiku sia una scatola da riempire con un po’ di tecnica .

Ritornando ad Antonio, wabi-sabi ? si ! perchè se karumi è mostrare anche la quotidianità, allora quest’ultima, nella sua forma più alta, è “pane secco”.

Yugen ? tracce, derivabili soprattutto dall’immagine d’insieme, più che da un particolare che richiama inequivocabilmente questo ideale.

Ogni altra considerazione tecnica evapora quando un haiku si basa sul karumi. Pragmatica, rispetto della forma, qui e ora, ritmo o musicalità , tutto finisce sullo sfondo.

Contare le sillabe o cercare il kigo diventano operazioni stucchevoli, come contare i morti in un film di guerra.

Pertanto lascio agli zombie questa incombenza, mentre io vado a rileggermi Antonio, per chiudere questo articolo.

In conclusione, un’ottima composizione, karumicentrica, derivata da un’atteggiamento poetico corretto e che mi permette di rispondere all’ultimo dubbio di Antonio.

No ! caro Antonio, non basta mostrare il “qui e ora” in una scatola di 17 sillabe per dire haiku ! Ci vuole molto di più, ci vuole quell’atteggiamento mentale, basato sul furyu di Basho, che tu, almeno in questa tua opera, hai dimostrato di possedere.

E sul fatto che un haiku debba suscitare emozioni …

Un buon haiku è fatto di parole e spazi vuoti che un lettore attento non dovrebbe necessariamente riempire con un’emozione, ma goduti per quello che sono: soltanto “spazi vuoti”, lasciandosi andare, in modo da relazionarsi pienamente, anche solo tramite pochi versi, con la natura e le cose del mondo.

Basho e Galileo: haiku e entropia

  • Galileo: che guardi Matsuo ?
  • Matsuo: quelle nuvole che passano, quei fiori che cadono .. e tu ?
  • G: lo stesso, ma tu cosa vedi ?
  • M: il Tao che da origine alla natura e il ciclo dello yin e yang che genera i fenomeni … e tu che cosa vedi ?
  • G: l’entropia che aumenta … 
  • M: che cos’è l’entropia ?
  • G: entropia, dal greco en, “dentro” e tropé, “trasformazione”, è un concetto abbastanza complesso da spiegare se non conosci un po’ di termodinamica, cioè quella branca della fisica che suddivide l’universo in porzioni (sistemi termodinamici), che possono essere studiati, dal punto di vista delle loro trasformazioni.  Inoltre occorre conoscere un po’ di matematica, ovvero quel linguaggio usato, da noi fisici, per modellare i comportamenti della natura. Comunque in fisica l’entropia aumenta quando un sistema fisico passa da uno stato ad un altro più disordinato, che è quello che stava accadendo quando guardavi il vento far volare i fiori e il passaggio delle nuvole. L’entropia è quindi legata alle trasformazioni della natura, ai fenomeni fisici, al cambiamento, quindi ai processi irreversibili, pertanto genera la percezione di quello che noi chiamiamo tempo: il ramo che prima era pieno di fiori, ora è più spoglio e fiori sono sparsi ovunque sul terreno, la realtà è cambiata, è accaduto qualcosa di irreversibile, l’entropia è aumentata e noi abbiamo percepito tutto questo come tempo.
  • M: credo di aver capito, anche se ho l’impressione che scendendo così nel particolare, alla fine si perda l’insieme
  • G: non sbagli Matsuo, il rischio è che guardando un fiore che cade si pensi ad una formula, perdendo il senso di quel momento
  • M: a questo punto Galileo, mi chiedo allora chi, tra di noi, sia nel giusto 
  • G: credo entrambi e allo stesso tempo nessuno
  • M: che vuoi dire ?
  • G: amico mio, penso che, attraverso gli haiku, tu ti sia interessato alla comprensione dell’essenza della natura ma non al suo funzionamento, mentre io, con il mio metodo scientifico, ho indagato sul suo funzionamento, ma non alla sua essenza, quindi credo che entrambi siamo nel giusto, ma allo stesso tempo abbiamo trascurato un fattore importante per raggiungere la piena comprensione

 

Scrivere haiku è non essere ne carne, ne pesce.

La posizione religiosa di Bashō non è quella di un monaco, ma piuttosto di un tonseisha (semi-eremita), quindi in definitiva di un viandante.

Questo gli da la connotazione di non essere ne carne ne pesce, ovvero gli conferisce lo status di essere ‘senza status’, il che lo caratterizza come un’anti-struttura e ripeto ANTI-STRUTTURA !!

Nel passaggio di apertura durante la visita al Santuario di Kashima, Basho dice di sè stesso:

“Io non sono né un monaco né un uomo di mondo, io sono come un pipistrello, un incrocio tra un uccello e un topo”.

Questo tratto distintivo, questo essere come l’acqua, ovvero senza forma, è molto più vicino al taoismo che al buddhismo.

TORNARE ALLE QUALITÀ NATURALI
Il sommo bene è essere come l’acqua:
perseguire il bene senza affannarsi,
restare nel posto che tutti disdegnano.
Per questo l’acqua è quasi simile al Tao.
Quando ristagna si adatta al terreno,
nel volere s’adatta all’abisso,
nel donare s’adatta alla carità,
nel dire s’adatta alla sincerità,
nel correggere s’adatta all’ordine,
nel servire s’adatta alla capacità,
nel muoversi s’adatta alle stagioni.
E proprio perché si adatta è sempre pura.
(Tao The Ching VIII)

Secondo i principi della scuola di Basho, quindi anche i nostri, questo significa agire in modo illuminato, ovvero spontaneamente, mantenendo una mente pura, quando si scrive un haiku.

無常 Mujô, wúcháng, l’impermanenza di M.Basho con farciture di EG.

Premessa

Quando si tratta di haiku, io normalmente mi tengo abbastanza lontano dalle supercazzole, perchè fare accademia genera cultura, ma non artisti.

L’arte deve far retrocedere, deve far regredire un uomo fino al solo sè stesso, fino alla completa solitudine; per questo l’arte è il contrario della cultura. La cultura fa avanzare l’uomo, ma in questo progredire la cultura lo allontana dalla sua essenza, mentre l’arte prende l’uomo e lo riconduce alla sua nudità. (Ramón Gaya)

qualche volta però le supercazzole servono: quando si vuole indagare, allo scopo di capire dove si è ed in questo, quanto il Prof. David Landis Barnhill ha scritto sul tema dell’impermanenza di Basho, mi ha dato una mano.

Impermanenza

Non si comprende l’impermanenza se non si comprende il tempo.
Impermanenza, in idiogrammi 無常 , significa non essere costante, quindi dipendere dal tempo.
Per Richard Feynman (fisico) il tempo è ciò che accade quando non accade nient’altro, mentre per Julian Barbour (altro fisico) il tempo non è altro che cambiamento.
Io la penso come Barbour, perchè se non accadesse niente, se tutto restasse immutato, anche il tempo si fermerebbe, quindi ciò che percepiamo di quanto accade attorno a noi è il cambiamento, non il tempo, che, di fatto, in sè non esiste.

Ma come la pensava M.Basho?

Bashō interpreta il mondo come fatto da piccole trasformazioni, quindi anche lui la pensava come Barbour, anche se a volte viene assalito dallo stesso dubbio dei fisici, ovvero dalla consapevolezza che il tempo, il cambiamento, l’impermanenza sono delle brutte bestie, capaci di mettere in soggezione chiunque.

“le montagne si sgretolano, i fiumi cambiano il loro corso, le strade si trasformano, le pietre sono sepolte dalla terra, gli alberi invecchiano e vengono sostituiti da nuovi alberelli, il tempo passa e il mondo cambia, e le tracce del passato sono instabili”. (The Narrow Road to the Deep North)

Questo modo di vedere il mondo è tipico del buddismo, del taoismo e dello zen, ma anche della termodinamica, che guarda al mondo come fatto di cambiamenti in termini di temperatura ed energia.
Ma mentre la termodinamica si limita a tutto ciò che è fisico, buddismo, taoismo e zen ampliano il concetto, includendo anche la mente.

Il maestro alzò il suo bastone e disse:
“Se lo chiamerai bastone io ti picchierò.
Se non lo chiamerai bastone io ti picchierò.
Se non lo chiami ti picchierò ugualmente.” (koan zen)

Come si vede, l’impermanenza, in senso etimologico, nel suo saper cogliere il labile confine tra realtà ed illusione, rimane una brutta bestia per tutti e per me è confortante trovarmi in così buona compagnia.

Ma per Bashō non c’è solo l’impermanenza come cambiamento, c’è anche l’impermanenza shôja-hissui: quella del “tutto ciò che ha un inizio, ha una fine”.

In un suo diario, Bashō giunto sulla tomba di Lady Kogo, descrive così la sua esperienza:

Ha vissuto tra broccati e sete, ma alla fine si è trasformata in polvere in questo sottobosco ….
Miserabile il destino degli esseri umani – germogli di bambù

Va detto che Lady Kogo era stata una cortigiana bellissima ed una musicista di rara bravura, quindi Basho, sulla sua tomba, coglie l’impermanenza mondana nella sua totalità: quella della bellezza, dei valori sociali, dei beni materiali, perchè tutto ciò che è mondano, alla fine finisce e svanisce, decomponendosi miseramente.

E anche qui devo dire che mi ritrovo allineato a questo pensiero, che è anche quello di Fromm.

Sembra che l’avere (il possedere) costituisca la base della nostra esistenza, nel senso che, per vivere, dobbiamo necessariamente avere cose ed oggetti. Inoltre, dobbiamo averli per poterne poi godere. In una cultura, come la nostra, dove la meta suprema è l’avere – anzi l’avere sempre di più -, come può esserci un’alternativa tra avere ed essere?
Ormai, l’essenza dell’essere è l’avere, per questo il pensiero comune si basa sul fatto che chi non ha nulla, non sia nulla. (E.Fromm)

I buddisti dicono che sia l’attaccamento a nasconderci la comprensione dell’impermanenza, io ho sempre pensato che sia piuttosto l’avidità, perchè un pizzico di attaccamento ci rende più umani, definendo la nostra scala di valori, mentre è l’avidità che ci trasforma in vampiri.

L’avidità: uno dei cancri della mente umana e non parlo solo dei soliti: soldi, successo o potere, ma anche di quelli, che per esempio non rispettano una fila, perchè avidi del loro tempo, o di quelli che si bevono qualsiasi fake news perchè avidi delle loro stupidità.

L’impermanenza di Basho: come cambiamento, come inizio e fine, ma anche come imprevedibilità della morte.

In visita al villaggio di Sarashina, Basho si spaventa mentre cavalca su un lungo e stretto sentiero a picco sul mare.
Allora scende da cavallo, lasciando che un servitore prenda il suo posto.

Spesso ho pensato che sarebbe caduto; ero terrorizzato mentre lo guardavo da dietro. Osservando gli esseri senzienti di questo fugace mondo, il Buddha deve provare la stessa emozione.
Riflettendo sulla rapidità incessante del cambiamento, diventa chiaro il verso: “Il gorgo di Awa è privo di vento e di onde”

Per comprendere questa citazione di Basho, è bene sapere che si sta riferendo ad una poesia buddista che indica come la vita sia turbolenta e quindi come noi tutti siamo come il suo servo, precariamente a cavallo, sul bordo della morte .

Il pensiero della morte è come i peli nel naso, che crescono con l’avanzare dell’età.
Accettare l’idea della propria morte come un evento naturale genera un mix di emozioni contrastanti: da una parte c’è l’atavico istinto di sopravvivere a qualsiasi costo, dall’altro c’è la curiosità di un’esperienza che si sa già che non si potrà ripetere una seconda volta, tutto il resto si può solo immaginare.

ossa sbiancate nella mia mente
il vento penetra il mio corpo fino al cuore (Basho)

C’è da dire che Basho, coerentemente con queste sue convinzioni, ha poi modellato gran parte della sua vita sull’ideale yugyô hijiri di sutemi mujô (abbandonarsi all’impermanenza), il che me lo ha sempre reso ancor più simpatico, perchè testimoniare la lontananza dall’ipocrisia è una delle poche cose che apprezzo in un essere umano.

La sua ascesi, attraverso la metafora del viaggio e l’abbandonarsi alla natura, come pratica per raggiungere il distacco dal mondo, rimane a tuttoggi un modello da seguire.

Per Bashō, tuttavia, mujô non implica soltanto l’inevitabile o imminente svanire delle cose, ma significa anche continuità e rigenerazione.
Visitando utamakura testimonia le tracce (ato) del passato e “vede nei cuori degli antichi”, come dice in The Narrow Road to the Deep North.
In questo modo il passato sopravvive ai secoli e si rigenera alla coscienza attraverso i suoi viaggi e diari.
Bashō non solo sperimenta la continuità proprio grazie all’impermanenza, ma anche la continuità dell’impermanenza: il flusso incessante del vivere, morire e di nuovo vivere.

The Narrow Road to the Deep North si apre con questo tipo di mujô.

I mesi e i giorni sono i viandanti di cento generazioni, come gli anni che passano. Per coloro che trascinano la vita come su una barca, come per coloro che passano la propria esistenza come se trascinassero un cavallo per le briglie, per tutti questi, ogni giorno è un viaggio e il viaggio stesso è casa.
Come gli antichi, che morirono durante il viaggio, così anch’io – per anni – sono stato attirato da un soffio di vento, senza riuscire a fermare i miei pensieri su questo girovagare.

E’ la morte che è seguita dalla vita, così come la vita segue la morte.

Qui il cambiamento non è un fenomeno ciclico come il susseguirsi delle stagioni, né ha a che fare con il karma delle rinascite.
Qui i giorni, i mesi e gli anni suggeriscono che ciò che passa non tornerà più: un anno andato è passato per sempre e l’entropia dell’universo è inevitabilmente aumentata.

Come gli antichi, che sono venuti e poi andati, attraversando la loro vita come un viaggio, per essere poi seguiti da nuovi poeti e praticanti, così Bashō viaggia, sapendo che anche lui morirà – ma che, dopo di lui, altri verranno.
L’equilibrio tra questo acuto senso della morte e la consapevolezza della continuità storica conferiscono a questo brano un tono pronunciato di solenne celebrazione.

Per Bashō, il mujô è il fulcro centrale e la lente attraverso la quale guardare al mondo.
Questa visione è “comprensione profonda della natura stessa della realtà”, usata come cornice di percezione, come uno strumento attraverso il quale l’esperienza viene interpretata.
Per Bashō, il mujô modella la vita, affermando come questa non possa che essere vissuta che per momenti, per momenti haiku.

La consistenza di un respiro
il mio corpo e il sole
la mia ombra
tutte effimere circostanze (EG)

Basho, lo zen e i neuroni specchio

Il concetto di haiku come pratica, ovvero di esercizio di comprensione attraverso la parola, deve essere centrale per gli iscritti al Lab.

Da qui il focus sullo zen, ovvero su quel processo mentale che armonizza l’introspezione e l’estrinsecazione, ovvero come comprendere sè stessi, grazie all’osservazione di ciò che ci circonda e che poi si concretizza in qualche verso.

Personalmente io non ho dubbi che questo fosse il motore interiore che muoveva anche M.Basho a fare poesia.

Infatti Basho afferma che la poesia è allo stesso modo sempre nuova ed immutabile.

Nuova nel cogliere il momento, immutabile nella consapevolezza del poeta quando coglie il momento.

Questo è il filo rosso che collega tutti i maestri, dice Basho, ed è questa la pratica zen della poesia haiku.

La grande differenza tra chi pratica la poesia come zen e chi non lo fa è che spesso i primi finiscono per spendere più tempo a cercare di capire quello che hanno scritto, piuttosto che nello scrivere in sè.

Ad esempio, tipicamente io scrivo di pancia, senza pensare, ma poi leggo e rileggo con attenzione quello che ho scritto, per capire il profondo che sta dietro le mie parole.

Tutto questo mi ha portato alla convinzione che ci sia una stretta correlazione tra la qualità di un haiku e la capacità di unire l’esterno al  proprio interno , ovvero io credo che più l’esperienza esteriore vissuta si rispecchi in una esperienza interiore e migliore risulterà lo haiku.

A dire il vero, ho anche cercato di capire le cause di questo fenomeno ed ho finito per attribuire quest’effetto ai neuroni specchio, ovvero a quella classe di neuroni che si attiva quando un individuo si rivede e riconosce in qualcosa o in qualcun’altro.

Già Poincaré sosteneva che il nostro rapporto con gli oggetti e le persone con cui veniamo in contatto coinvolgono funzioni fondamentali del nostro sistema nervoso.

Quindi, se tutto questo corrisponde a verità, allora si comprende la grandezza di Basho , in quanto gran parte dei suoi haiku sono interpretabili sia come esperienze introspettive che estrinseche.

furtivamente di notte
un verme al chiaro di luna
penetra una castagna ( M. Basho)

Qui l’esperienza estrinsecata si rispecchia in quella  meditativa interiore, quando cioè il pensiero perturba la quiete della mente, come tutti i praticanti zen ben conoscono.

Tutto questo ci porta alla considerazione che lo haiku di Basho è leggibile su due piani distinti: quello esteriore e quello interiore relazionato al primo.

In questo modo haiku diventa pratica zen, quindi anche autoterapia, ovvero libertà.

Se questa è la Via haiku di Basho, questa allora dovrebbe essere la Via di tutti gli iscritti al Lab.

merda d’uccello
lo tsukubai ora è pulito
lavato dalla pioggia (E.Gottardi)

tram pieno
pelli di ogni colore
fermata Lanza (E.Gottardi)

P.S.

Termino con una precisazione.  Io non sono buddhista, per questo cerco di evitare puntualmente nei miei articoli le implicazioni dottrinali tipiche del buddhismo zen.  Il Dharma mi  lascia abbastanza indifferente e considero lo zen come un semplice strumento, un mezzo come una bicicletta incolore, mentre ciò che colora la bici è la dottrina e  a me interessa solo che la bici funzioni, non il suo colore.

 

 

Il fenomeno degli Shit-ku

Dal Lab:

L’ haiku si sta trasformando, questo è un dato di fatto.  Sono d’accordo che non occorre scandagliare le parole alla ricerca del kigo, e sono d’ accordo su una forma libera. Sono d’ accordo alle sperimentazioni e agli haiku di nuovo tipo.
Mi sembra che …però…. tutto questo porti a dimenticare un piccolo dettaglio.
Quando cominciai a voler scrivere haiku, tempo fa, mi trovai subito a interrogarmi di fronte ai sentimenti profondi di yugen, di wabi sabi, e tutti gli altri che danno un senso estetico all’ haiku. Sia ben chiaro che non sono giapponesofilo però trovo che quelle espressioni artistiche portino ad intuire un sentimento profondo comune non ordinario.
Trovo che da qualche anno a questa parte si focalizzi più l’attenzione a un haiku reattivo-immediato , ovvero haiku scritti con la motivazione del ” scrivo quello che mi viene in mente di scrivere perchè tanto ormai tutto è haiku. ” . Valanghe di haiku scritti a catena infilzando ogni singolo pensiero immediato che salta fuori….
La mia opinione è che la riflessione ai sentimenti dell’haiku viene sottovalutata se si cerca solo la motivazione di scrivere un haiku emotivo ed immediato . Quindi volevo lanciare una provocazione costruttiva….
Se per assurdo doveste vivere per sempre con un vostro haiku, da appendere per sempre in casa, scrivereste la prima cosa che vi viene in mente o vi sforzereste di renderlo il più estetico possibile ? Per carità … anche jakson pollock scarabocchiava le tele gettandoci colore sopra ma….
Grazie per questa riflessione . Ho scritto qui perchè ho sempre creduto nella qualità e nell’innovatività del gruppo . Spero di aver fatto qualcosa di buono specialmente per coloro che trovano nell’haiku una via nello spirito del makoto.                  (Stefano  Riondato)

Come non si può non essere d’accordo con Stefano, anche se questa sua lettura va approfondita e parzialmente corretta, come cercherò d’illustrare ora.

Troppi Shit-ku ? Senza dubbio. Quali le cause?  In estrema sintesi:  semplicemente perchè alla gente non viene proposta nessuna poetica, ma una marea d’inutili chiacchere sul Giappone ed una banalizzazione della forma, come unici strumenti qualificanti della poesia haiku.

Ma è anche vero che, come dice un detto zen :  anche se un maestro apre la porta, nel nostro caso Basho, poi sta all’allievo il compito di varcarla.

Ormai c’è gente che si laurea su Facebook, figuriamoci il diventare poeti haiku.

Sfortunatamente, senza una poetica non ci può essere haiku e anche se l’estetica è una caratteristica che può essere costruita a tavolino, è vero che senza makoto, senza genuinità, nel migliore dei casi ci troveremo di fronte ad una imitazione di un haiku, nel peggiore ad uno Shit-ku.

In un haiku genuino, infatti, l’estetica è soltanto un effetto ,  non la causa da ricercare nel processo compositivo, come dice chiaramente anche Basho.

Yugen, wabi sabi, karumi, solo per citare i parametri estetici più noti, nascono spontaneamente, se e solo se l’autore pratica il makoto, ovvero la genuinità dell’azione, quindi sono effetto, non causa del processo compositivo di un haiku.

Quindi un haiku genuino è sempre dotato di una sua intrinsica estetica, magari solo abbozzata e bisognosa di essere valorizzata, ma sempre presente ed è compito dell’autore, farla sbocciare.

Inoltre un haiku genuino presenta, quasi sempre una sua multidimensionalità, quindi è abbastanza facile da individuare, ma questo è un altro discorso.

p.s.

qui , per capire meglio Pollock e l’action painting

Come affrontare “l’infinito” in un haiku

C’è un concetto che corrompe e altera tutti gli altri. Non parlo del Male, che ha l’etica come suo limitato impero d’azione, ma parlo dell’Infinito. »   (Jorge Luis Borges)

Personalmente, per quanto riguarda l’utilizzo dell’infinito nella poesia haiku, io mi trovo d’accordo con Borges.

L’infinito (dal latino finitus, cioè “limitato” con prefisso negativo in-  , denotato anche dal simbolo \infty è un concetto spaziale, così come il suo omologo temporale di eternità.

Nell’antichità, con Anassagora e Democrito, questo concetto metafisico entra a far parte della realtà, prima come qualità relativa dell’essere, poi anche come superamento di un cosmo finito e circoscritto.

Oggi, solo le religioni e la matematica continuano ad interessarsi ancora all’infinito: le prime come astrazione concettuale del sovrannaturale, la seconda come astrazione per abbreviare tutto ciò che non può essere misurato, contato o rappresentato e grazie a Georg Cantor, ora sappiamo che gli infiniti matematici sono anche infiniti.

Ai fisici ed ai maestri di haiku, invece l’infinito non piace.

I primi perchè sanno che in realtà, non c’è nulla di infinito o di eterno nell’universo, nemmeno l’universo stesso, i secondi perchè hanno compreso che la poetica haiku , come dice Borges, ne sarebbe uscita corrotta.

Se proprio vogliamo collocare l’infinito da qualche parte, allora dobbiamo pensarlo come ad un processo, non a qualcosa.

Il processo di creazione e distruzione del Tao è forse infinito, ammesso e non concesso che sia vera la teoria del big bounce , altrimenti anche l’eterno Tao avrà una fine.

Nulla di fisico è infinito, ne sono infiniti i sentimenti, o  le sensazioni, quindi l’infinito è un termine cerebrale che poco ha a che fare con la poetica haiku.

La grande poesia romantica occidentale ha trattato esplicitamente l’infinito: Leopardi, Blake hanno scritto dell’infinito, mentre nessun maestro orientale, a quanto mi risulta, l’ha mai fatto.

Se proprio vogliamo mostrare l’infinito in un haiku, allora deve sempre essere espresso in forma implicita, accennata, partendo sempre da ciò che è finito, ovvero dalla realtà e mai essere presente in forma esplicita come concetto o sensazione.

Per questo la dimensione poetica della parola “infinito” non è lo haiku, ma piuttosto lo pseudohaiku: non la realtà, ma la mente.

Secondo Kuki Shūzō, in un haiku è l’allusione, quel tratto che deve far intravedere la presenza dell’infinito , non come soggetto, ma come essenza di una composizione.

Una prima possibile tecnica è quella di esaltare la suggestivà dell’immagine, come in questo haiku di Matsuo Basho:

Nara dai sette steccati
tempio dalle sette cappelle
fiori di ciliegio dagli otto steccati

Qui, il soggetto è l’antica capitale del Giappone: Nara, ma non c’è un solo verbo che descriva le sensazioni del poeta nel vedere l’antica città.

Il fluire delle emozioni è solo suggerito, nascosto dall’enumerazione degli elementi sui quali si posa il suo sguardo: il «tempio dalle sette cappelle» che allude, piuttosto che evidenziare la religiosità buddhista.
Così come il verso «fiori di ciliegio dagli otto steccati» a cui Basho fa ricorso per alludere sia alla bellezza, che alla licenziosità della corte imperiale, che in giapponese vengono costruite sia grazie all’allitterazione, che alla concordanza della grafica degli ideogrammi utilizzati.

Nello haiku giapponese, la forma crea così una catena associativa che amplifica la portata simbolica degli elementi in gioco, realizzando anche visivamente  un senso di eccedenza, che viene poi affidato alla sensibilità del lettore.

Questo haiku è un buon esempio di come sia impossibile trasporre un haiku giapponese in una qualsiasi lingua occidentale, senza perdere gran parte del suo significato.

Essere suggestivi in giapponese è quindi più facile che in italiano, con buona pace di chi rincorre improbabili relazioni tra le due forme di scrittura.

Se essere suggestivi non è una buona strategia per scrivere haiku in italiano, esistono altri modi per suggerire l’infinito.

In altri suoi haiku, Bashō allude all’infinito come rappresentazione di tre temi-chiave
del pensiero taoista: il panteismo, l’assenza di ogni giudizio e la ciclicità del tempo.

Trappola per polpi
Effimeri sogni
Sotto la luna d’estate

In questo haiku l’infinito è rappresentato dal microcosmo che lega tutti gli elementi del poema (il polpo, la trappola, che altro non è che un vaso vuoto, il sognatore e la luna).

La dimensione panteista taoista, in cui è idealmente immerso questo haiku, afferma quindi che l’identità del tutto è la stessa di tutte le cose.

Ora, siccome nell’infinito Tao tutto ha un suo posto ed una sua bellezza, allora anche la cessazione di ogni giudizio celebra l’infinito, come in quest’altro haiku di Basho :

Usignolo
Merda e torta di riso
Il bordo della veranda

Infine, altro tema ricorrente nella poesia dell’infinito giapponese è l’ideale del tempo, che si ripete:

O fiori d’arancio!
Quando? in quale campo ?
un cuculo

In quest’ultimo haiku, Bashō fa ricorso alla ciclicità del tempo come elemento per suggerire l’infinito. Nel qui e ora, Basho è assalito dal profumo dei fiori di arancio e ricorda di averlo già sentito, quindi ecco l’eterno Tao che si ripete e ripresenta ancora una volta sotto forma di un inebriante profumo.

A conclusione di questo breve excursus su come mostrare l’infinito nella poesia haiku, riporto il pensiero di Kuki, che evidenzia come sia il  liberarsi del tempo, che ci può dare nuova energia, liberandoci da tutto ciò che ci assale e che si ripresenta nel nostro qui e ora.

 Un attimo affrancato dalla sequenzialità del tempo ricrea in noi, affinché lo sentiamo, l’uomo affrancato dall’ordine del tempo. (Kuki)

Affrancarsi dal tempo è possibile, basta sedersi . (EG)

Koan Haiku: rane, specchi e meccanica quantistica.

furuike ya
kawazu tobikomu
mizu no oto

Vecchio stagno
Il salto di una rana
Il rumore dell’acqua

(Basho)

Questo haiku di Basho è un koan haiku, ovvero non parla solo di rane e di stagni, ma anche e soprattutto della mente zen.


Ara ike ya
Kawazu tobikomu
Oto mo nashi

Il nuovo stagno
Il salto di una rana
Nessun rumore

(Ryokan)

Ryokan, che aveva compreso lo haiku di Basho, risponde al maestro con questo suo haiku, che come quello di Basho è un koan haiku, in cui Ryokan mostra l’altro aspetto della mente zen, che Basho non aveva indicato.

L’insegnamento ricavabile da questi due koan haiku è che la mente zen c’è e non c’è, quindi dovrebbero essere sempre letti in coppia, anche se solo chi pratica lo zen, potrà comprenderli fino in fondo.

In cina, mille anni prima di Basho, due monaci, diventati poi patriarchi zen, avevano già affrontato lo stesso insegnamento, risolvendolo sempre tramite due poesie.

« Il vero albero del Bodhi è il corpo,
la mente è il suo specchio lucente.
Lascialo sempre perfettamente chiaro,
in modo che non vi sia un solo granello di polvere. »

(Shénxiù)

« Non vi fu mai nessun albero del Bodhi,
e neppure il suo specchio lucente.
tutto è fin dall’inizio immacolato,
dove cadrà la polvere? »

(Huìnéng)

Oggi, molto più modestamente, mi permetto di onorare gli insegnamenti dei maestri, aggiornando ancora una volta questo stesso argomento, tramite due miei haiku di natura scientifica e riferiti ad un sistema atomico, descritto dalla meccanica quantistica.

dopo la misura
la realtà appare
ecco l’elettrone

prima della misura
solo probabilità
nessun elettrone

(Elio Gottardi)

Koan e haiku

Battendo le mani l’una contro l’altra si produce un suono, allora io ti chiedo: qual è il suono di una sola mano?    (Koan Zen)

Quando io guardo attentamente
vedo il nazuna in fiore
presso la siepe!    (Basho)

Se non si scrive haiku come risposta ad un koan, allora a che serve scrivere ?

“… sono me stesso nel luogo dove non esistono accadimenti che condizionano…”  (Basho)

La differenza tra un poeta e un ragioniere

Anche se hai tre o quattro, o cinque o sette sillabe in più, non ti preoccupare se (il tuo haiku) suona bene. Ma se anche una sola sillaba è stantia, allora prestale tutta la tua attenzione.(M.Basho)

Basterebbe questo insegnamento di Basho per mettere una pietra tombale sulla regola del 5-7-5.

In realtà, considerando che la morfologia dell’italiano è molto diversa da quella della lingua giapponese, allora deve essere altrettanto chiaro che la regola del 5-7-5 perde completamente di ogni senso, se non scrivete haiku in giapponese.

L’italiano è più complesso e ricco, ad esempio, richiede articoli, preposizioni, pronomi, aggettivi possessivi e coniugazioni complesse, che invece il giapponese non ha, quindi le due lingue non sono isomorfe, come invece chi pratica il 5-7-5 come regola stretta per gli haiku, vuol far credere.

La musicalità di un haiku, dice Basho, supera qualsiasi regola metrica e a maggior ragione, se un haiku è scritto in italiano.

Scrivete poesie in italiano, aggiungo io, e non quei patetici telegrammi, che troppo spesso si leggono, solo per restare fedeli ad una forma che diventa farlocca, quando si esce dal contesto da cui ha avuto origine.

Idem per il kigo …ma questa è un’altra storia.