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La “rana di Basho” come #koanhaiku, spiegato bene

In questo articolo ho sollevato la necessità d’introdurre un nuovo tag per classificare, quindi comprendere, il famoso haiku della rana Basho.

Ora darò una spiegazione dettagliata del perchè quest’opera debba essere considerata un #koanhaiku, ovvero un haiku che sottende, in seconda lettura, una verità zen.

M.Bashō (Ueno, 1644 – Ōsaka, 28 novembre 1694) compone questo haiku nel 1681.

Forma originale
古池や蛙飛こむ水のおと
furu ike ya
kawazu tobikomu
mizu no oto

Alcune traduzioni:

Il vecchio stagno!
una rana salta
suono dell'acqua.
(Nippon Gakujutsu Shinkokai)
Il vecchio stagno, ah!
una rana salta
il suono dell'acqua
(D. T. Suzuki)
vecchio stagno
balzo di una rana
splash
(Cid Corman)
stagno
rana
plop!
(James Kirkup)
Un vecchio stagno
il suono del tuffo di una rana
(Kenneth Rexroth)
Vecchio stagno
il salto-splash
di una rana
(Lucien Stryk)

… e così via .

Esegesi #koanhaiku

Ci sono due letture presenti, in quest’opera.

La prima lettura parla di una rana che salta in un vecchio stagno e del conseguente rumore dell’acqua.

La seconda lettura parla di una verità dello zen: l’illuminazione improvvisa.

Formalmente, il primo verso “vecchio stagno!” indica un luogo:
uno stagno vuoto e vecchio, ma non semplicemente vecchio , … vecchio !
ovvero, all’attributo, Basho aggiunge l’equivalente giapponese di un punto esclamativo.
Ma perchè Basho esalta la vecchiezza dello stagno e la sottolinea?
Se Basho non fosse un poeta zen, l’unica chiave di lettura, sarebbe quella “impressionista”, ovvero quella di chi, descrivesse l’impressione ricevuta, trovandosi di fronte ad uno stagno antico.
Ma Basho pratica lo zen, quindi implicitamente fornisce una chiave di lettura, molto più profonda del suo primo verso.
Basho guarda lo stagno, ma allo stesso tempo, guarda alla sua mente: la mente di un vecchio praticante zen. Basho la guarda, la riconosce e la saluta.
E la saluta perchè vede che è serena e stagnante e che riverbera la realtà, senza distorcerla, esattamente come fa il vecchio stagno con il paesaggio che lo circonda, come fa la superficie di uno stagno che riflette tutto, come uno specchio.
L’analogia è evidente se pensiamo ad Yamada Koun Roshi, che ha definito la mente zen come l’acqua cristallina di un lago di montagna, immobile e privo di vento, mentre Basho la vede come uno stagno.
Nella sua mente non ci sono onde, ne perturbazioni, ne pensiero ed è allora che Basho, attraverso il primo verso, si rivolge contemporaneamente sia allo stagno fisico, che alla sua stessa vecchia mente zen, in quanto per lui, mente e stagno sono un tutt’uno.
Ed è qui, che l’haiku si trasforma in koan, ovvero in uno stratagemma zen che diventa paradosso e che ha l’unico scopo di cercare di “risvegliare” la coscienza.
Ma la coscienza di chi ? ma, del lettore, naturalmente!
Basho quindi implicitamente si rivolge all’inconscio di chi legge e gli dice che non ci sono differenze tra una mente zen e la realtà, ovvero tra lo stagno fisico reale e quello percepito e creato dalla mente, attraverso i sensi.
Nella mente zen essi sono un tutt’uno.
Così, implicitamente Basho si augura che il germe del suo koan, trasmesso magistralmente nel suo primo verso, faccia breccia nella mente inconscia del suo lettore e che prima o poi germogli .
Dopodichè, ecco la rana.
Il primo verso dell’haiku ha disegnato un universo statico, in cui mente e realtà fisica sono uniti, ma tutti sappiamo che il mondo reale non è statico, anzi è in continua trasformazione, esattamente come la mente.
Basho sa perfettamente che tutto nell’universo è dinamico, quindi nel secondo verso introduce quella che in fisica si chiama entropia: Basho introduce una rana, cioè il disordine.
Nel sistema statico, ma incompleto, che aveva disegnato con il suo primo verso, ora non manca più nulla.
Lo scenario ora è perfetto e non gli resta che far saltare la rana, all’interno dello stagno per trasformare il “vecchio stagno”, in un “nuovo stagno”, che comprenda il suo “vecchio stagno” e la rana.
E qui siamo davvero nel cuore dell’haiku.
Cos’è lo zen, se non cogliere ogni trasformazione, ogni più piccolo cambiamento all’interno di quella straordinaria e continua relazione che esiste tra noi, la nostra mente e il mondo, ovvero l’ambiente in cui viviamo?
Cos’è lo zen, se non cogliere i continui salti di tutte le rane che attraversano la nostra vita ?
Ed e’ così che Basho, congiungendo i primi due versi, esalta la vita.
Caro lettore, dice Basho, guarda che il salto della rana è la vita ! è la tua vita, fatta di tempo e spazio che ti relazionano al resto del mondo.
L’ultimo verso allora diventa solo un’esortazione, quella di cogliere l’invito della vita, l’invito di cogliere il suono che viene dal “nuovo stagno”.
Sta a te, dice Basho, sentire “il suono dell’acqua”, ascoltare l’effetto che fanno i salti delle tue rane.
Sta a te, scegliere se distrarti e far morire la tuo ego, o vivere e far parte di uno stagno che in realtà è l’unico stagno in cui dovresti vivere.

P.S.
In un vecchio libro “poesie zen” della newton, ho trovato questo passo di D.T.Suzuki.

Basho ha praticato lo zen sotto la guida del maestro Butcho, con il quale ebbe il seguente dibattito:
Butcho: come va in questo periodo ?
Basho: dopo le ultime pioggie, il muschio è più verde che mai
Butcho: che tipo di buddismo vi era prima che il muschio si facesse verde?

Come risultato della sua illuminazione Basho scrisse il suo famoso haiku. (D.T.Suzuki)

I Capodanno di Basho

Capodanno
In tutte le risaie il sole
si fa più amare

(capodanno emotivo)

villaggio di montagna
i ballerini di Capodanno sono in ritardo
fiori di un pruno

(capodanno evocativo)

anno dopo anno
la scimmia indossa
una maschera da scimmia

(capodanno introspettivo)

quante gelate ha sopportato
la mia pianta di banana
il pino del mio nuovo anno

(capodanno zen)

Tra Le radici di Basho: T’ao Ch’ien

Bevendo vino.
Ho costruito la mia capanna in mezzo alla folla degli uomini,
ma non c’è nessun frastuono, ne di carrozze, ne di cavalli.
Mi chiedi come può essere?
Quando il cuore è puro, allora la terra si distacca.
Cogliendo i crisantemi dalla siepe orientale, vedo lontano, le colline del sud;
l’aria delle colline al tramonto è tersa;
gli uccelli volano in compagnia, tornando ai loro nidi,
e in tutto questo io trovo il vero sapore,
ma più comprendo e meno parole trovo. (T’ao Ch’ien)

T’ao Ch’ien (365-427) fù uno dei principali poeti cinesi nello stile shi delle cinque parole (qui una sua biografia, con ulteriori info – in inglese).

In questa sua poesia , sono evidenti i semi che fioriranno, milleduecento anni dopo, nella poetica di Basho : la genuinità (makoto), l’impermanenza (mujio) , l’unità con la natura (zoka), il distacco (muga).

Perfino la poesia usata come koan è presente.

oltre la forma
1200 anni dopo
lo stesso zen (EG)

E Basho disse: Imparate ad essere pino daL pino

Ziqi sedeva vacuo e distaccato, respirando e fissando il cielo. Yancheng, allora gli chiese : “cosa fai ? credi davvero di riuscire a diventare come un albero avvizzito, mentre la tua mente è cenere morta? non sei sempre lo stesso uomo di prima!” Ziqi rispose: “fai bene a chiedermelo, Yancheng. Proprio ora ho perso me stesso. Capisci?” (Cap. 2 dello Zhuangzi )

Questo passo è spesso citato dai poeti delle scuole di haikai. Secondo Lin Xiyi , commentatore dell’epoca Song, Ziqi è un saggio Taoista perchè ha eliminato la sua soggettività (oggi diremmo il proprio ego), diventando uno con l’universo. In questo stato mentale , “l’uomo vacuo che siede fissando il cielo non è lo stesso di quando non è vacuo.”

E Basho disse : “Imparate ad essere pino dai pini ed imparate ad essere bambù dai bambù.”

Come Ziqi , il Maestro invita ad eradicare la soggettività (ego) dalla poesia. Un poeta non imparerà mai nulla dal proprio sè soggettivo, anche se farà di tutto per imparare. Imparare significa dimenticare il proprio sè, unendosi all’oggetto, comprendere i suoi dettagli, entrando in esso e lasciando infine che ciò che viene vissuto diventi poesia. Ad esempio, quando si rappresenta la forma , ma non si riesce anche ad esprimere l’essenza di un oggetto, allora c’è separazione e la poesia non risulterà genuina, ovvero sarà priva di makoto.

L’unificazione dell’oggetto con il soggetto, l’identificazione del poeta con la realtà vissuta e l’eliminazione della visione soggettiva (ego) , sono le basi filosofiche taoiste dello Zhuangzi, da cui emerge il principio per il quale ‘tutte le cose sono uguali, ovvero non c’è superiorità o inferiorità di qualcosa rispetto a qualcos’altro. Da qui , la pratica “del digiuno della mente” e “del vuoto , per raggiungere la piena comprensione.”

Altro concetto importante dello Zhuangzi è la “trasformazione con le cose” (wuhua) . L’unità del sé con il cosmo è un aspetto fondamentale dello Zhuangzi ed un modo per raggiungere questa unità, secondo lo Zhuangzi, è di dimenticare il sé ed entrare nel corso della natura, o, in termini taoisti, nel corso del Cielo e della terra. Lo Zhuangzi dice: “dimenticare le cose ed il paradiso si chiama disimparare il proprio sé, ovvero chi dimentica il proprio sè, proprio perchè dimentica, entra in Paradiso. ” Ovviamente, l’espressione “ entrare in Paradiso ”significa raggiungere il Tao e, poiché il Tao si manifesta nella natura di ogni essere, raggiungere il Tao significa unirsi alle cose. “Ranxiang praticò il vuoto e lo seguì fino a completarsi. Unendosi alle cose, lui non conobbe fine, né inizio, né l’anno, né la stagione. E poiché cambiava di giorno in giorno con le cose, era tutt’uno con l’uomo che non cambia mai, quindi perché mai avrebbe dovuto smettere di farlo? ”. Così, unendosi ai cambiamenti di tutte le cose, Ranxiang divenne immortale e senza limiti, perchè svuotare la propria mente, entrando in armonia con le cose porta alla perfezione.

In conclusione, come si può facilmente evincere, lo Zhuangzi ha fornito un contribuito fondamentale nel formare la poetica di Basho, che ha così potuto teorizzare la contemplazione intuitiva della natura, come strumento imprescindibile nella percezione artistica.

sono senza essere
come un verde bambù
piegato dal vento (EG)

Haiku e mentalismi : facciamo chiarezza

Nella pratica della poesia zen bisognerebbe evitare che il pensiero diventi il protagonista o si presenti in modo artificioso nei nostri haiku, anche se poi, nel caso ne fossimo pienamente consapevoli, anche queste scelte diventerebbero accettabili.

In ogni caso, se questo accade, allora abbiamo introdotto un mentalismo nella nostra composizione.

Entrambi i mentalismi , il primo attribuibile ad un protagonismo del pensiero, il secondo ad una elaborazione artificiosa della composizione, derivano dalla mente piena.

Se io sono in preda ad un’emozione e concettualizzandola la introduco, scrivendola, nel mio qui e ora, allora il mio haiku conterrà un mentalismo in cui il pensiero diventa protagonista.

In altre parole, in un haiku siamo in presenza di un mentalismo ogni qual volta il testo fa riferimento ad una mente piena, ovvero ad un determinato pensiero/concetto, che poi si riflette nel qui e ora o nel testo finale.

I mentalismi protagonisti

Se la causa che genera un haiku è quindi il pensiero (concettualizzazione della mente), allora io genero un haiku immerso nel mondo illusorio (il pensiero è sempre illusorio), soprattutto se poi cerco e trovo un riscontro di questa concettualizzazione nella realtà, in questo caso ho introdotto nel mio haiku un mentalismo protagonista.

In sintesi, in un haiku, ogni qual volta la causa è il pensiero e l’effetto è il riscontro di questo pensiero nel mondo reale, allora siamo in presenza di un mentalismo protagonista.

Es.

Amore infinito
L'orizzonte del mare
senza confini

In quset’esempio, il mio amore, come sentimento, si ribalta nell’infinito di un mare senza confini, ovvero l’amore protagonista viene associato al mare.

Fa eccezione chi, abituato ed allenato ad osservare la propria mente, è consapevole che sta generando un pensiero e quindi è in grado di distaccarsene.

Qui, l’esperienza è di tipo meditativo, ovvero è la mente che osserva sè stessa, ma questa esperienza può essere solo sperimentata, non spiegata, inoltre direi che non è alla portata di chi non sia un praticante zen.

 M.Basho
京に飽きてこの木枯や冬住ひ 
京に倦てこの凩や冬住居
Kyoo ni akite kono kogarashi ya fuyuzumai

getting bored of Kyoto
and now this ice-cold wind -
my lodging in winter 

annoiato da Kyoto
ed ora questo vento gelido
il mio alloggio invernale

In questo haiku, tecnicamente anche Basho introduce un mentalismo, partendo dallo suo stato mentale di noia, ma ci sono due differenze rispetto al caso precedente: innanzitutto la noia non viene esplicitamente ribaltata nella realtà, ovvero non c’è un’associazione tra la noia ed il vento gelido, ma anzi è il vento gelido, come realtà vissuta, che riporta Basho alla sua mente vuota, facendo del suo gelido qui e ora il nuovo alloggio della sua mente.

Ovviamente qui siamo in presenza del più grande dei Maestri ed ad un praticante zen, quindi certe sfumature si notano più facilmente, ma in generale direi che è quasi impossibile trovare haiku di questo livello, in cui un mentalismo protagonista, alla fine viene annullato dal ritorno alla mente vuota.

Diverso è invece il caso di una mente vuota che , immersa nella realtà, genera un pensiero (concetto), ovvero quando la realtà è causa e l’emozione è l’effetto del vivere la realtà.

La differenza rispetto al caso precedente è che inizialmente io non mi trovo nel mondo illusorio, ovvero nei pensieri generati dalla mia mente, ma nella realtà , quindi dalla mente vuota passo alla mente piena, generando esplicitamente una sua manifestazione, ovvero un pensiero o un concetto.

Es.

M.Basho
被き伏す蒲団や寒き夜やすごき 
kazuki fusu futon ya samuki yo ya sugoki 

to lie down
with the futon pulled up - the cold
of this night - dreadful 

sdraiato
il futon tirato sù
il freddo di questa notte
orribile
dopo il temporale
un salto su FB
haiku e Schopenhauer
sempre più vicini (Elio Gottardi)

In entrambi i suddetti esempi la realtà è la protagonista iniziale, mentre il conseguente pensiero ne è derivato.

In questi casi non siamo in presenza di un mentalismo, perchè la realtà esterna fisica, si manifesta nella mente e siccome la mente è osservabile solo attraverso le sue manifestazioni (pensieri) anche se queste manifestazioni sono illusorie, dalla realtà fisica rimango comunque nella realtà, perchè la mente fa comunque parte della mia realtà, come spiegato qui.

Mentalismi artificiosi

Qui la cosa è molto più semplice da capire e da spiegare.

Diciamo che in un haiku siamo in presenza di un mentalismo artificioso, ogni qual volta inserisco nel testo un antropomorfismo inaccettabile.

Qui per la spiegazione.

L’essenza del fûryû in 7 passi

Mentre scrivevo il secondo articolo sulla via di mezzo, ovvero la via di mezzo della poetica haiku, mi sono reso conto che dovevo introdurre il concetto di furyu, non tanto dal punto di vista degli elementi ed ideali che lo compongono, quanto per trasmettere la sua essenza.

Nell’ Oku no hosomichi di Basho troviamo il seguente haiku

L'inizio del furyu!
La canzone della semina del riso
Nel remoto nord

The beginning of fûryû!
the rice-planting song
in the remote north.

fûryû no/hajime ya/oku no taueuta

Ovvero, per chi è non abituato a leggere le sottigliezze di Basho:

Quando inizia in furyu ?
Quando la canzone dello zen, origine dell’esistenza, comincia a germogliare nella mente. (EG)

Kuki Shuzo , nel suo breve saggio Furyu ni kan-suru ikko satsu, si è interrogato sul senso profondo dello haiku.
Ciò che in un haiku deve emergere, dice Kuki, è l’allontanarsi dalla mondanità, guardando al mondo con occhi nuovi, come se fossimo uno specchio terso, atteggiamento questo che affonda le sue radici nel buddhismo chan e quindi zen.
Per Kuki la poetica di Basho “è quella che meglio s’ispira al furyu”; termine antico di origine cinese, composto da due caratteri letteralmente “vento” e “scorrere”.

Kuki interpreta lo spirito poetico in questo modo:

«Furyu è qualcosa che si oppone al mondano e deve scaturire dall’allontanamento della quotidianità sociale. Furyu è prima di tutto distacco.»

C’è del vero in questo, ma va spiegato meglio, perchè messa così questa affermazione causa facili fraintendimenti

Vediamo allora quale sia il percorso per comprendere il senso della frase di Kuki, quindi l’essenza del furyu e cominciare a scorrere nel vento.

  1. il primo passo è il controllo della mente, ovvero la pratica del vuoto mentale, raggiungibile tramite la meditazione formale e non formale.
    La meditazione formale si chiama zazen, quella informale è banalmente quello che fai.
    Sì perchè alla fine tutto quello che fai può essere meditazione, se lo fai con il giusto atteggiamento, pelare le patate, pulire un cesso, leggere un libro o guardare un film è meditare. Questo è lo step più fondamentale e meno spiegabile a parole, ma da qui parte tutto, in quanto tutto quello che segue dopo non sono altro che diversi stadi di comprensione, cioè sono solo effetti della pratica del vuoto, che rimane il motore di tutto.
  2. La pratica costante del vuoto mentale, ovvero l’allenamento costante dell’osservazione della mente, porta alla comprensione dell’impermanenza, ovvero alla comprensione di come non ci sia nulla di stabile, sia nella mente che in tutto l’universo (qui conoscere un po’ di fisica è auspicabile, perchè se conosci i principi della termodinamica, della relatività e un po’ di meccanica quantistica, allora risulta tutto più facile); senza questa comprensione si vive nel mondo che il Budda chiama illusorio e che è la causa principale delle tante sofferenze psichiche.
  3. la comprensione dell’impermanenza porta alla comprensione del vivere “qui e ora”, ovvero di come l’unica esistenza possibile si basi esclusivamente sul presente e di come passato e futuro appartengano al mondo illusorio.
  4. il “vivere qui e ora” porta alla comprensione dell’attaccamento, ovvero come sia imperativo, smettere di pensare che sia possibile possedere cose o peggio ancora, persone, quindi come, se vuoi vivere nel presente, si debba giungere al distacco emotivo, il che non significa che non si devono provare emozioni o sentimenti, ma prendere coscienza della loro impermanenza e quindi lasciarli andare quando capitano … così s’impara a non soffrire troppo a lungo, ovvero: la sofferenza viene, la osservi e poi la lasci andare, senza trattenerla. Il distacco emotivo è quello di Kuki e di Basho, che da bravi giapponesi lo equiparano all’allontanamento dalla mondanità. In realtà, non è necessario fare gli eremiti, per raggiungere il distacco mentale, anche se certamente questa cosa aiuta e non poco.
  5. la comprensione del distacco porta alla compassione, ovvero alla comprensione degli altri, ovvero delle loro realtà mentali , diverse dalla nostra, il che non vuol dire che capisci o ti metti ad amare il genere umano, come ti chiedono di fare i cattolici, ma che accetti gli altri per quello che sono, senza pretendere di cambiarli; il che non vuol dire essere buonisti a tutti i costi ed accettare qualsiasi cazzata facciano, perchè in realtà equivale a dire: “io accetto te, ma non le tue cazzate” … sottigliezza che purtroppo non è quasi mai compresa, in quanto la gente si identifica con quello che fa, quindi non capisce che, per esempio, quando io li mando aff. per qualcosa che dicono o fanno, non mando mai aff. loro, ma le loro cazzate… ma capisco anche le loro reazioni, perchè non è facile pensare che la fanculizzazione sia un gesto compassionevole e non di rifiuto; però io ho imparato a distinguere sempre tra mente e pensiero, quindi io separo la causa dall’effetto, distinguo ciò che esiste (la mente), da ciò che è impermanente (il pensiero), quindi ormai mi è naturale accettare la prima (la mente) e rifiutare il secondo (il pensiero) senza contraddizioni; io di solito, cerco di spiegare, ma il fancullizzato tipicamente si offende lo stesso, ma se non capisce, ed è la regola, allora quello diventa un problema suo e non più mio, perchè io sono consapevole di quali fossero le mie vere intenzioni ( qui la cosa è molto zen, ma meglio di così non riesco a spiegarla).
  6. la comprensione invece di tutto ciò che non è mentale, ovvero non è originato dalla mente, ovvero è fisico, si ottiene tramite la scienza, ovvero dell’unico metodo oggettivo d’indagine della realtà non mentale.
  7. tutto quanto detto fin qui, porta all’atteggiamento del wu wei taoista, ovvero dell’accettazione della natura come unico motore universale (Tao) e della consapevolezza delle proprie azioni e non azioni, ovvero di come e quando si debba interferire, o meglio non interferire, con i processi naturali (Tao).

Arrivare al punto 7 significa arrivare a a comprendere zoka, il makoto e il mujo di Basho ovvero si comprende l’essenza del furyu.

« quando il vento scorre al’interno del poeta ed lui si affida al vento che soffia nel cielo più alto, allora si è davanti ad un vero uomo nobile, colui che comprende il fūryū».
(dall’Akazōshi)

antropomorfismi, natura, zen e haiku: facciamo chiarezza

Un antropomorfismo è l’attribuzione di una caratteristica, qualità o azione tipicamente umana a cose o fenomeni, che umani non sono.

ES. il mare grosso si mangia la spiaggia

Chiunque scriva haiku, prima o poi, viene inevitabilmente a contatto con il problema, o meglio la scelta compositiva, di antropomorfizzare o meno un suo verso o composizione, tipicamente allo scopo di ottenere un maggiore lirismo, ovvero suggestionare meglio i propri lettori.

Premetto subito che io non sono del tutto sfavorevole all’introduzione di un antropomorfismo in un haiku, ma in generale, non lo raccomando, per le ragioni che ora cercherò di spiegare.

La prima ragione, la più importante, è che se si considera la poesia haiku come pratica zen, allora bisogna tener presente che lo zen non vede di buon occhio le forzature, già perchè un antropomorfismo è sempre una forzatura, a volte piccola, a volte grande, ma lo è sempre.

Quando io guardo attentamente
Vedo il nazuna in fiore
Presso la siepe!
(M.Basho)

A supporto da quanto da me appena sostenuto, fornirò ora dei commenti del maestro zen Suzuki su questa poesia.

Quello che descrive questa poesia è un semplice fatto , espresso senza alcun tocco poetico.

L’approccio zen di Basho è quello di penetrare direttamente l’oggetto … perchè conoscere il fiore, per lo zen, è diventare fiore

Basho non tocca il nazuna, si limita a guardarlo, sente qualcosa nell’animo, ma non la esprime, lascia che sia il punto esclamativo a parlare per lui.

L’emozione che prova è forte e profonda e non ha alcun desiderio di concettualizzarla, mentre lui rimane completamente inattivo.

Basho non è per nulla curioso , ma avverte nel nazuna tutto il mistero dell’esistenza della natura.

Volendo riassumere, tutto questo in una sola parola, possiamo dire che l’approccio zen per un haiku, con soggetto la natura , deve essere “neutro”.

Il rapporto tra il poeta e la natura deve essere a somma zero, perchè, umanizzare qualcosa, che non è umano, significa spostare il baricentro verso noi stessi, ovvero ribadire la nostra supremazia.

In altre parole, se io per comprendere il fiore devo diventare fiore, allora non devo in alcun modo prevaricarlo, ma devo trascendere me stesso, immergendomi nel fiore ed annullandomi in lui.

Annullarsi però non significa che devo azzerare la mia identità, o fondermi in qualcosa di mistico, ma solo come mente, quella mente piena che mi percepisce separato da lui.

Per lo zen, un haiku è soprattutto un esperienza di un kensho , un momento in cui, grazie al vuoto mentale, la percezione della realtà con cui vengo a contatto, si espande, facendo cadere quella barriera inconscia, che mi impedisce di comprendere che io, come il fiore, facciamo parte della stessa entità, quella che i taoisti chiamano Tao.

Nel kensho zen taoista, allora io ed il fiore siamo nel Tao, ovvero, come spesso si dice, siamo uno, ma restiamo, al tempo stesso, due manifestazioni distinte, come e tra altre sue infinite manifestazioni.

Chiaramente in tutto questo contesto, l’introduzione di un antropomorfismo finisce per cozzare con l’esperienza e i requisiti di un vero kensho.

La seconda ragione per cui io evito di comporre versi antropomorfi è proprio legata alla poetica di Basho, ovvero alle basi del mio riferimento compositivo, che in questo caso è lo Zoka di Basho.

Una volta ho sentito un prete definire una scala della supremazie del creato, ovvero: innanzitutto Dio, poi l’uomo, poi il regno animale, poi quello vegetale ed infine quello minerale.

Secondo quest’ottica è chiaro che umanizzare gli elementi che nella natura stanno ai livelli più bassi, li promuove perchè li eleviamo verso Dio.

Non avendo però alcuna conoscenza diretta di Dio, ecco che l’uomo diventa il livello, questa volta conosciuto, a Lui più vicino.

Umanizzare, ovvero avvicinare tutto ciò che Dio ha creato all’uomo, significa allora credere alla scala della supremazia, come sostiene anche il teologo Kierkegaard .

Ci si pronuncia così tanto contro gli antropomorfismi e non si ricorda che la nascita di Cristo è il più grande e il più ricco di significato. (Søren Kierkegaard)

Sfortunatamente, la poetica di Basho è incompatibile con la scala delle supremazie, in quanto Zoka , per Basho ha una connotazione prettamente Taoista, che non prevede nessuna egemonia nell’universo, ma solo un grande Tao che è motore delle sue infinite manifestazioni.

Ovviamente qui si apre una dicotomia per tutti coloro che pur aderendo alla poetica di Basho, poi aderiscono alla scala delle supremazie, ovvero antropomorfizzano i loro versi.

La terza e ultima ragione, ma del tutto mia personale, riguarda l’estetica di un haiku.

Io credo che umanizzare sia un modo molto grossolano, Basho direbbe volgare, di coinvolgere il lettore.

Quindi se ricercate il lirismo, scrivete poesie non haiku.

Detto tutto questo, lasciatemi anche precisare che comunque ci sono almeno due livelli di accettabilità.

Il primo livello è quello per me INACCETTABILE, ovvero quando la forzatura è chiaramente ricercata.

Es. urla la campagna ; piangono le nuvole ; sorride il sole , etc.

Il secondo livello è quello +ACCETTABILE, ma sempre sconsigliato, ovvero quando l’antropomorfismo è usato e fa parte della lingua di riferimento.

Es. il sussurro del torrente; il brontolio della pancia; il borbottio della moka

Ovvero quando c’è un minimo di riscontro tra l’antropomorfismo e la realtà osservata, ovvero quando questo riscontro è entrato nell’uso comune perchè ha una certa assonanza oggettiva, con il comportamento umano.

Antonio Mangiameli: “il mio haiku capolavoro”

Puntate precedenti:

Breve premessa. Alcune considerazioni e approfondimenti sono già stati affrontati nelle puntate precedenti, quindi chi vuole avere un quadro più puntuale dei temi trattati è invitato a leggere , in sequenza, i lavori cominciando  da Monica Federico.

Questo lo haiku di Antonio:

un cassonetto 
un uomo con un gancio
foglie di verza

In macchina,alla guida. Da lontano scorgo un cassonetto, dopo, man mano che mi avvicino,una persona che con un gancio tira fuori delle buste.Giunto accanto rallento e vedo a terra degli scarti di verdure.
Non so quanta dignità di haiku possa avere questo componimento,so che ho mostrato in purezza quanto ho visto,non ho messo dentro alcunché di mio,non ho inquinato le immagini.
La domanda che mi pongo spesso: quale è il confine fra componimento ed haiku,è sufficiente rimanere mostrativi nel qui ed ora,scrivere magari su più o meno tre linee per circa diciassette sillabe per potere dire “haiku”?
Ecco,queste le mie perplessità. Il componimento proposto è complementare ai miei dubbi. Sebbene,ritengo,sia assolutamente mostrativo e porti dentro wabi-sabi ed anche yugen ,non credo possa suscitare emozioni in chi si fermerà a leggere,per questo a me il dubbio rimane. Grazie,con il consenso per l’utilizzo di questo post. (Antonio Mangiameli)

Commento di EG:

Ho dei ricordi su questo haiku, che credo sia di qualche tempo fa, ma se ho dei ricordi, allora è un buon segno.

Partiamo subito con l’analisi tecnica, per poi passare alle questioni di fondo che Antonio solleva nel suo commento.

L’ideale primario che emerge da questo haiku è il karumi , perchè basta leggere e confrontare gli esempi di Basho, riportati qui (paragrafo karumi) , per rendersene conto . Però, più che il testo, Antonio stesso parla di una stesura fatta sulla purezza dell’immagine e senza contaminazioni mentali. Ma allora, caro Antonio, cos’è tutto questo se non karumi ? e io aggiungo, anche buono, molto buono.

A conferma di quanto affermo, sempre qui (paragrafo mirroring) , si può trovare un ulteriore riscontro, in quanto il mirroring, parametro estetico da me introdotto, altro non è che un focusing sul karumi di Basho, un mio tentativo di coglierne almeno un aspetto compositivo, che so essere sicuramente limitato e parziale, ma comunque un tentativo di approfondimento.

Ebbene, anche rispetto alla prospettiva di mirroring, il karumi di questo haiku emerge chiaramente.

E’ mia opinione inoltre, che il karumi di un haiku non possa che provenire che da un atteggiamento everywhere del poeta, che direi Antonio ha colto più che adeguatamente.

Il senso ed il significato profondo del karumi di Basho si basa sul concetto di leggerezza, trasparenza , illuminazione.

Karumi è un flusso di sabbia leggero che si muove in acque poco profonde e trasparenti. (Basho)

Molti cazzari della poesia haiku (sempre confucianamente parlando), credono che il karumi sia una tecnica compositiva, il che dimostra la loro insipienza, perchè il karumi è il riflesso dell’atteggiamento puro, trasparente ed illuminato del poeta, che inevitabilmente poi si riflette nel testo scritto.

Il karumi è un attributo di un haiku, esattamente come l’energia è un attributo di un sistema fisico. (EG)

Il karumi è come l’energia, entrambi non esistono in sè, ma sono una caratteristica, una proprietà, una peculiarità di un haiku e , nel caso dell’energia, di un sistema fisico, un po’ come il colore di un’ auto, che è una proprietà dell’auto e che si vede solo grazie alla presenza della carrozzeria (anche se questa mia precisazione, in termini scientifici, è molto grossolana), ovvero niente carrozzeria, niente colore.

Io credo che la grande differenza tra il karumi e gli altri ideali estetici, sia proprio questa: il karumi viene direttamente dallo spirito del poeta, dallo zen, mentre gli altri possono provenire anche solo dal testo. Il karumi non è un ingrediente di una ricetta, che può essere manipolata o adattata, il karumi è quello spirito che anima lo chef.

Il punto ora è, come si misura la purezza o la trasparenza di un haiku? per determinarne il karumi? mentre i cazzari guardano ed interpretano ogni singola parola del testo ed invitano ad imitarla, io dico che invece la soluzione è il poeta.

E io credo che per questo Basho abbia avuto tanti problemi a cercare di codificare il karumi come ideale, perchè è difficile codificare qualcosa che non è un attributo diretto del testo, ma proviene dallo spirito e dalla mente.

Ma se il poeta è everywhere , allora un suo haiku potrà contenere il karumi (sempre che lo voglia far risaltare), in caso contrario, se lavorerà sulla tecnica delle sole parole, il suo haiku risulterà una sbobba immangiabile, buona solo per i maiali (intesi come esseri senzienti, notoriamente di bocca buona).

Perciò imparate a riconoscere i cazzari, perchè così come i cazzari “new age” sostengono che “siamo fatti di energia” , così i cazzari della poesia, sostengono che un haiku sia una scatola da riempire con un po’ di tecnica .

Ritornando ad Antonio, wabi-sabi ? si ! perchè se karumi è mostrare anche la quotidianità, allora quest’ultima, nella sua forma più alta, è “pane secco”.

Yugen ? tracce, derivabili soprattutto dall’immagine d’insieme, più che da un particolare che richiama inequivocabilmente questo ideale.

Ogni altra considerazione tecnica evapora quando un haiku si basa sul karumi. Pragmatica, rispetto della forma, qui e ora, ritmo o musicalità , tutto finisce sullo sfondo.

Contare le sillabe o cercare il kigo diventano operazioni stucchevoli, come contare i morti in un film di guerra.

Pertanto lascio agli zombie questa incombenza, mentre io vado a rileggermi Antonio, per chiudere questo articolo.

In conclusione, un’ottima composizione, karumicentrica, derivata da un’atteggiamento poetico corretto e che mi permette di rispondere all’ultimo dubbio di Antonio.

No ! caro Antonio, non basta mostrare il “qui e ora” in una scatola di 17 sillabe per dire haiku ! Ci vuole molto di più, ci vuole quell’atteggiamento mentale, basato sul furyu di Basho, che tu, almeno in questa tua opera, hai dimostrato di possedere.

E sul fatto che un haiku debba suscitare emozioni …

Un buon haiku è fatto di parole e spazi vuoti che un lettore attento non dovrebbe necessariamente riempire con un’emozione, ma goduti per quello che sono: soltanto “spazi vuoti”, lasciandosi andare, in modo da relazionarsi pienamente, anche solo tramite pochi versi, con la natura e le cose del mondo.

Basho e Galileo: haiku e entropia

  • Galileo: che guardi Matsuo ?
  • Matsuo: quelle nuvole che passano, quei fiori che cadono .. e tu ?
  • G: lo stesso, ma tu cosa vedi ?
  • M: il Tao che da origine alla natura e il ciclo dello yin e yang che genera i fenomeni … e tu che cosa vedi ?
  • G: l’entropia che aumenta … 
  • M: che cos’è l’entropia ?
  • G: entropia, dal greco en, “dentro” e tropé, “trasformazione”, è un concetto abbastanza complesso da spiegare se non conosci un po’ di termodinamica, cioè quella branca della fisica che suddivide l’universo in porzioni (sistemi termodinamici), che possono essere studiati, dal punto di vista delle loro trasformazioni.  Inoltre occorre conoscere un po’ di matematica, ovvero quel linguaggio usato, da noi fisici, per modellare i comportamenti della natura. Comunque in fisica l’entropia aumenta quando un sistema fisico passa da uno stato ad un altro più disordinato, che è quello che stava accadendo quando guardavi il vento far volare i fiori e il passaggio delle nuvole. L’entropia è quindi legata alle trasformazioni della natura, ai fenomeni fisici, al cambiamento, quindi ai processi irreversibili, pertanto genera la percezione di quello che noi chiamiamo tempo: il ramo che prima era pieno di fiori, ora è più spoglio e fiori sono sparsi ovunque sul terreno, la realtà è cambiata, è accaduto qualcosa di irreversibile, l’entropia è aumentata e noi abbiamo percepito tutto questo come tempo.
  • M: credo di aver capito, anche se ho l’impressione che scendendo così nel particolare, alla fine si perda l’insieme
  • G: non sbagli Matsuo, il rischio è che guardando un fiore che cade si pensi ad una formula, perdendo il senso di quel momento
  • M: a questo punto Galileo, mi chiedo allora chi, tra di noi, sia nel giusto 
  • G: credo entrambi e allo stesso tempo nessuno
  • M: che vuoi dire ?
  • G: amico mio, penso che, attraverso gli haiku, tu ti sia interessato alla comprensione dell’essenza della natura ma non al suo funzionamento, mentre io, con il mio metodo scientifico, ho indagato sul suo funzionamento, ma non alla sua essenza, quindi credo che entrambi siamo nel giusto, ma allo stesso tempo abbiamo trascurato un fattore importante per raggiungere la piena comprensione

 

Scrivere haiku è non essere ne carne, ne pesce.

La posizione religiosa di Bashō non è quella di un monaco, ma piuttosto di un tonseisha (semi-eremita), quindi in definitiva di un viandante.

Questo gli da la connotazione di non essere ne carne ne pesce, ovvero gli conferisce lo status di essere ‘senza status’, il che lo caratterizza come un’anti-struttura e ripeto ANTI-STRUTTURA !!

Nel passaggio di apertura durante la visita al Santuario di Kashima, Basho dice di sè stesso:

“Io non sono né un monaco né un uomo di mondo, io sono come un pipistrello, un incrocio tra un uccello e un topo”.

Questo tratto distintivo, questo essere come l’acqua, ovvero senza forma, è molto più vicino al taoismo che al buddhismo.

TORNARE ALLE QUALITÀ NATURALI
Il sommo bene è essere come l’acqua:
perseguire il bene senza affannarsi,
restare nel posto che tutti disdegnano.
Per questo l’acqua è quasi simile al Tao.
Quando ristagna si adatta al terreno,
nel volere s’adatta all’abisso,
nel donare s’adatta alla carità,
nel dire s’adatta alla sincerità,
nel correggere s’adatta all’ordine,
nel servire s’adatta alla capacità,
nel muoversi s’adatta alle stagioni.
E proprio perché si adatta è sempre pura.
(Tao The Ching VIII)

Secondo i principi della scuola di Basho, quindi anche i nostri, questo significa agire in modo illuminato, ovvero spontaneamente, mantenendo una mente pura, quando si scrive un haiku.