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haiku vuoti

muLa realtà in sè è sempre priva di significato, per questo tutti gli eventi o i fenomeni sono vuoti.

Dire che la realtà è vuota, ovvero priva di significato, non significa però che sia insignificante, ma soltanto averne afferrato la verità zen.

Non è il vento che si muove, non è la bandiera che si muove; è la vostra mente che si muove.   (Hui-neng – 638 – 713, VI patriarca Chan)

Solo la mente colora ed attribuisce dei valori arbitrari a ciò che osserviamo riempiendoli poi di significato, quindi senza questa comprensione non ci può essere haiku, ma solo rispettabile poesia.

Un poeta di haiku sa sempre distinguere tra  mondo reale e modo illusorio, sa determinare ciò che è, da ciò che non è, e sa destreggiarsi tra i giochi d’ombra creati dalla mente.

Un poeta di haiku non si lascia condizionare dalle emozioni o dai sentimenti, li può usare, ma non ne rimane invischiato, per questo è consapevole, per questo è libero, per questo ama.

tutto è vuoto
tutto è pieno
sopra la terra e sotto il cielo   (EG)

piscio sui tramonti
sputo alla luna
io amo
(EG)

Haiku espressionisti: un mix di opacità, mistero e fascino

In un’immobile campagna
Con la pioggia che ci bagna
I gamberoni rossi sono un sogno
E il sole è un lampo giallo al parabrise (parabrezza)     

(Genova per noi – Paolo Conte)

Camminavo, con le cuffie ascoltando questa canzone e questi 4 versi hanno attirato per la prima volta la mia attenzione, in modo diverso dal solito, perchè nonostante  “Genova per noi” sia una canzone che conosco a memoria, mi era sempre sfuggito un suo possibile piano di lettura in termini di relazione con la poesia haikai.

Infatti, mentre ascoltavo, mi sono chiesto: ma questa strofa è, o non è, anche un haiku?

Interiorizzato il problema, per me è normale non cercare subito la soluzione.

Per me , questo tipo di domande, sono sassi gettati nel cervello che devo solo lasciar decantare, devo solo aspettare che tutto ritorni tranquillo e calmo per poter vedere sul fondo del mio lago quello che so già, lasciando che l’inconscio lavori per me.

Io, almeno, funziono così.

schiele“Espressionismo” è un termine che, nella storia dell’arte, è stato declinato in molti modi, ma sui quali non m’interessa, ne voglio disquisire più di tanto,  diciamo che mi va bene la definizione classica, ovvero: “la propensione di un artista ad esaltare, esasperandolo, il lato emotivo della realtà rispetto a quello percepibile oggettivamente. “

Il che è esattamente quello che ho riscontrato nei versi di Conte o in questo autoritratto di Schiele.

L’immagine fornita da Conte è quella della campagna sotto la pioggia che scatena nell’autore la percezione di un sogno e del sole che riappare.

Ma i sogni-desideri ed il sole sono espressi soggettivamente come visioni, ovvero come “gamberoni rossi” e “lampi gialli sul parabrezza della propria auto”.

Se i versi di Conte sono un haiku, allora il suo non è solo un haiku “colorato”, come chiamiamo nel Lab gli haiku che richiamano un emozione o un sentimento , il suo è molto di più: è un haiku soggettivo.

Un haiku colorato mostra uno stato d’animo, ma qui non solo le emozioni sono mostrate, sono esasperate.

A ben vedere, tutta la poetica di Basho e in generale tutta quella dello haiku tradizionale va nella direzione opposta, ovvero verso “l’oggettivazione della realtà”, che molto impropriamente, potremmo chiamare “visione impressionista”, anche se sinceramente è un termine che associato alla poesia haiku non mi piace, perchè più che d’impressione, io parlerei di comprensione della realtà.

Anyway, tralasciando queste mie pippe mentali, il punto è:  può esistere una poetica espressionista nella poesia haiku ? e se sì, con quali caratteristiche?

Rileggendo i versi di Conte, tra l’altro bellissimi, mi sono anche chiesto: “cosa non va?”  ammesso che qualcosa non vada, affinchè il suo verso lo si possa considerare appieno un haiku espressionista?

La mia risposta è stata: troppa leggibilità, troppa trasparenza.

Le strofe di Conte sono esaustive perchè contengono sia il soggetto che la loro espressione, quindi è perfettamente leggibile.

Questa cosa va benissimo in una canzone, ma va ancora bene in un haiku?

Cosa succede se, nella strofa di Conte, togliamo i soggetti lasciando solo le loro espressioni ?

ovvero:

In un’immobile campagna
Con la pioggia che ci bagna
I gamberoni rossi 
E un lampo giallo al parabrise 

E’ evidente che in questa versione si perde molto in comprensione e leggibilità, rispetto al testo originale, infatti i riferimenti espliciti al sogno ed al sole spariscono e non sono facilmente interpretabili, se non si conosce il testo della canzone, ma in questa versione, non si acquista forse qualcosa in termini di ermetismo, ammesso che il mistero rimanga un valore, ma soprattutto in fascino poetico?

Opacità e fascino sono parametri estetici sicuramente lontani dai canoni tradizionali della poesia haiku, ma sono comunque canoni, che risultano, tra l’altro, culturalmente molto più vicini a noi italiani, rispetto allo zen.

Un “haiku espressionista” deve quindi innanzitutto affascinare, ovvero essere inafferrabile, come una bella donna e per farlo deve essere oscuro, misterioso, irraggiungibile, anche perchè deve necessariamente distinguersi dagli “haiku impressionisti” tradizionali, che invece hanno nella realtà nuda e cruda, le loro radici.

Haiku che esprimono e che volano in cielo, rispetto ad haiku che mostrano e che sono ben piantati per terra.

In quest’ottica, è chiaro allora che la soggettività insita in un haiku espressionista conduce all’ermetismo, come atteggiamento compositivo.

Siccome io sono uno di quelli a cui non piace reinventare l’acqua calda,  riprendo pari pari un concetto della poesia ermetica italiana del novecento, riapplicandolo alla poesia haiku:

un haiku espressionista è allora sempre un haiku sulla realtà, che viene però espressa però in modo fortemente elusivo, ovvero un haiku depositario di un significato percepito esclusivamente dal poeta e spesso nemmeno dall’autore stesso che manifesta, in questo modo, l’indecifrabilità della sua realtà e delle proprie stesse percezioni.

Quello che si perde in comprensione deve però essere acquisito in termini di ritmo e musicalità, ovvero in mezzi accessibili all’inconscio del lettore.

Un haiku espressionista si rivolge infatti all’inconscio,  è poesia dell’inconscio che emerge senza filtri e che si concretizza in pochissimi versi.

Da una passeggiata, ecco allora il mio primo haiku espressionista:

il cielo e il mio iride
zaffiri
incontri all’inferno e paradiso

Dopo averlo postato nel Lab, nessuno l’ha capito, ma era nell’ordine naturale delle cose, perchè, nelle mie intenzioni, non doveva essere capito.

Un haiku espressionista appartiene totalmente all’autore e a nessun altro.

Quindi, anche se non sono particolarmente ermetiche, potrei spiegare le due espressioni contenute in questo mio haiku, ovvero : “zaffiri” e  “inferno e paradiso”,  almeno per come le intendo io e forse lo farò, ma non oggi, perchè voglio tenermelo ancora e solo per me.

Concludo con un’osservazione.

A prima vista può sembrare che tutto questo non abbia a che fare con lo zen, in realtà zen è comprendere non solo la realtà quotidiana, fatta di cose concrete e misurabili, ma anche il proprio inconscio, ovvero quella più sfuggente e nascosta, quindi anche gli haiku espressionisti, come quelli impressionisti, alla fine sono zen haiku, sempre che l’autore sappia quello che sta facendo, in piena consapevolezza.

Come affrontare “l’infinito” in un haiku

C’è un concetto che corrompe e altera tutti gli altri. Non parlo del Male, che ha l’etica come suo limitato impero d’azione, ma parlo dell’Infinito. »   (Jorge Luis Borges)

Personalmente, per quanto riguarda l’utilizzo dell’infinito nella poesia haiku, io mi trovo d’accordo con Borges.

L’infinito (dal latino finitus, cioè “limitato” con prefisso negativo in-  , denotato anche dal simbolo \infty è un concetto spaziale, così come il suo omologo temporale di eternità.

Nell’antichità, con Anassagora e Democrito, questo concetto metafisico entra a far parte della realtà, prima come qualità relativa dell’essere, poi anche come superamento di un cosmo finito e circoscritto.

Oggi, solo le religioni e la matematica continuano ad interessarsi ancora all’infinito: le prime come astrazione concettuale del sovrannaturale, la seconda come astrazione per abbreviare tutto ciò che non può essere misurato, contato o rappresentato e grazie a Georg Cantor, ora sappiamo che gli infiniti matematici sono anche infiniti.

Ai fisici ed ai maestri di haiku, invece l’infinito non piace.

I primi perchè sanno che in realtà, non c’è nulla di infinito o di eterno nell’universo, nemmeno l’universo stesso, i secondi perchè hanno compreso che la poetica haiku , come dice Borges, ne sarebbe uscita corrotta.

Se proprio vogliamo collocare l’infinito da qualche parte, allora dobbiamo pensarlo come ad un processo, non a qualcosa.

Il processo di creazione e distruzione del Tao è forse infinito, ammesso e non concesso che sia vera la teoria del big bounce , altrimenti anche l’eterno Tao avrà una fine.

Nulla di fisico è infinito, ne sono infiniti i sentimenti, o  le sensazioni, quindi l’infinito è un termine cerebrale che poco ha a che fare con la poetica haiku.

La grande poesia romantica occidentale ha trattato esplicitamente l’infinito: Leopardi, Blake hanno scritto dell’infinito, mentre nessun maestro orientale, a quanto mi risulta, l’ha mai fatto.

Se proprio vogliamo mostrare l’infinito in un haiku, allora deve sempre essere espresso in forma implicita, accennata, partendo sempre da ciò che è finito, ovvero dalla realtà e mai essere presente in forma esplicita come concetto o sensazione.

Per questo la dimensione poetica della parola “infinito” non è lo haiku, ma piuttosto lo pseudohaiku: non la realtà, ma la mente.

Secondo Kuki Shūzō, in un haiku è l’allusione, quel tratto che deve far intravedere la presenza dell’infinito , non come soggetto, ma come essenza di una composizione.

Una prima possibile tecnica è quella di esaltare la suggestivà dell’immagine, come in questo haiku di Matsuo Basho:

Nara dai sette steccati
tempio dalle sette cappelle
fiori di ciliegio dagli otto steccati

Qui, il soggetto è l’antica capitale del Giappone: Nara, ma non c’è un solo verbo che descriva le sensazioni del poeta nel vedere l’antica città.

Il fluire delle emozioni è solo suggerito, nascosto dall’enumerazione degli elementi sui quali si posa il suo sguardo: il «tempio dalle sette cappelle» che allude, piuttosto che evidenziare la religiosità buddhista.
Così come il verso «fiori di ciliegio dagli otto steccati» a cui Basho fa ricorso per alludere sia alla bellezza, che alla licenziosità della corte imperiale, che in giapponese vengono costruite sia grazie all’allitterazione, che alla concordanza della grafica degli ideogrammi utilizzati.

Nello haiku giapponese, la forma crea così una catena associativa che amplifica la portata simbolica degli elementi in gioco, realizzando anche visivamente  un senso di eccedenza, che viene poi affidato alla sensibilità del lettore.

Questo haiku è un buon esempio di come sia impossibile trasporre un haiku giapponese in una qualsiasi lingua occidentale, senza perdere gran parte del suo significato.

Essere suggestivi in giapponese è quindi più facile che in italiano, con buona pace di chi rincorre improbabili relazioni tra le due forme di scrittura.

Se essere suggestivi non è una buona strategia per scrivere haiku in italiano, esistono altri modi per suggerire l’infinito.

In altri suoi haiku, Bashō allude all’infinito come rappresentazione di tre temi-chiave
del pensiero taoista: il panteismo, l’assenza di ogni giudizio e la ciclicità del tempo.

Trappola per polpi
Effimeri sogni
Sotto la luna d’estate

In questo haiku l’infinito è rappresentato dal microcosmo che lega tutti gli elementi del poema (il polpo, la trappola, che altro non è che un vaso vuoto, il sognatore e la luna).

La dimensione panteista taoista, in cui è idealmente immerso questo haiku, afferma quindi che l’identità del tutto è la stessa di tutte le cose.

Ora, siccome nell’infinito Tao tutto ha un suo posto ed una sua bellezza, allora anche la cessazione di ogni giudizio celebra l’infinito, come in quest’altro haiku di Basho :

Usignolo
Merda e torta di riso
Il bordo della veranda

Infine, altro tema ricorrente nella poesia dell’infinito giapponese è l’ideale del tempo, che si ripete:

O fiori d’arancio!
Quando? in quale campo ?
un cuculo

In quest’ultimo haiku, Bashō fa ricorso alla ciclicità del tempo come elemento per suggerire l’infinito. Nel qui e ora, Basho è assalito dal profumo dei fiori di arancio e ricorda di averlo già sentito, quindi ecco l’eterno Tao che si ripete e ripresenta ancora una volta sotto forma di un inebriante profumo.

A conclusione di questo breve excursus su come mostrare l’infinito nella poesia haiku, riporto il pensiero di Kuki, che evidenzia come sia il  liberarsi del tempo, che ci può dare nuova energia, liberandoci da tutto ciò che ci assale e che si ripresenta nel nostro qui e ora.

 Un attimo affrancato dalla sequenzialità del tempo ricrea in noi, affinché lo sentiamo, l’uomo affrancato dall’ordine del tempo. (Kuki)

Affrancarsi dal tempo è possibile, basta sedersi . (EG)

H3ku: le tre righe, linee guida

Le tre righe sono la forma classica e la più usata da chi vuole scrivere haiku.

A mio parere,  le forme h2ku e h4ku  vanno considerate un po come amanti, ovvero forme che possono essere frequentate per mille motivi diversi, ma che, per altrettanti motivi, non possono essere considerate come forme di riferimento.

Per un poeta di haiku, l’amore vero rimane la forma a 3 righe.

Per questo motivo, è necessario dedicargli un’attenzione particolare.

Vedremo ora i principali aspetti che dovrebbero essere presi in considerazione durante una stesura di un h3ku, ovvero:

  • comprimibilità
  • ritmo
  • pattern
  • musicalità
  • semplicità e profondità
  • momento haiku
  • stacco 
  • kigo
  • tecniche di composizione
    • pivot
    • ampliamento
    • contrapposizione
  • flessibilità
  • zen

Comprimibilità

Nel 2010, Akito Arima, presidente dello Haiku International Association (HIA) disse che la caratteristica più importante di un haiku è la brevità.

Sicuramente, soprattutto se non si è legati ad una forma fissa, se non la più importante, l’essenzialità rimane una delle più importanti, quindi è necessario comprimere il testo, ogni volta sia possibile, a patto che non ne soffra l’immagine globale, che deve sempre risultare chiara e poeticamente efficace.

Es. preso dal Lab:

ho preso l’acqua
con un buco nel secchio-
piedi bagnati

Compresso:

buco nel secchio
gocciola l’acqua
piedi bagnati

Comprimere richiede pulizia di pensiero, quindi non sottovalutate questo aspetto, anche come disciplina mentale.

La compressione, se ben eseguita, apre inoltre nuovi spiragli, come l’inserimento di dettagli, poeticamente più rilevanti.

Ritmo

Premesso che la struttura su tre righe  è uno escamotage, introdotto dai primi traduttori occidentali, per ricalcare il ritmo classico degli haiku giapponesi tradizionali (qui per dettagli).

In un h3ku in italiano, la funzione delle tre righe è quella di dettare il ritmo alla composizione. Quindi in fase di stesura è necessario prestare molta attenzione all’energia creata dalla distribuzione tra il testo e le pause, determinate dai fine riga.

L’armonia tra testo e pausa, determina quindi il ritmo di un haiku.

Quindi, una qualsiasi discrasia nei versi crea automaticamente un problema di ritmo.

Prendiamo come esempio questo haiku di K. Issa

Tada oreba  Oru tote yuki no  Furi ni keri

 Che si trova spesso tradotto  in:

C’ero soltanto. 
C’ero. Intorno 
mi cadeva la neve.

Il traduttore, disinteressandosi del ritmo, ha cercato di riprodurre la struttura giapponese dello haiku originale, con l’evidente risultato di comprometterne l’armonia in italiano.

In particolare il secondo verso contiene sia il punto di punteggiatura, che un avverbio che rimane , a torto, sospeso in quanto parte del periodo del terzo verso.

Il seguente aggiustamento di ritmo invece, lo riporta all’originale splendore:

C’ero soltanto
C’ero
Intorno cadeva la neve

Altro esempio di cattivo ritmo, preso dal web:

Due coccinelle
Ricoprono lo spazio che
Porta l’autunno

Qui l’autore, volendo rispettare a tutti i costi la forma fissa 5-7-5, non prende in considerazione il ritmo,  per cui la suddivisione del testo e delle pause, soprattutto sulla seconda  riga, risultano chiaramente macchinosi.

Ritmato e conseguentemente aggiustato, il suddetto h3ku diventa:

Due coccinelle
Riempiono lo spazio
Portato dall’autunno

Le fondamenta di un haiku in italiano si chiamano ritmo, quindi attenzione a non scrivere sulle paludi.

Anche il ritmo, come la compressione, offre nuovi spiragli, che devono essere colti.

Pattern 

Il pattern classico di un h3ku è:  corto – lungo – corto,  che gli amanti della forma fissa, sempre per rincorrere una presunta giapponesità, distribuiscono su tre righe di 5-7-5 sillabe.

In realtà, la forma haiku in italiano va sempre subordinata, più che alle sillabe, al ritmo ed alla musicalità, che va ricercata e curata, come parametro primario di una composizione.

In fase di stesura, partire sempre con il pattern classico può essere una buona prassi, ma bisogna essere altrettanto disposti al suo abbandono, nel momento in cui ci si dovesse accorgere che qualcosa non va.

Ora non proporrò esempi di buoni haiku basati sul pattern classico, perchè sono la norma dei buoni poeti, mentre vi proporrò un mio haiku che, partito come pattern classico, ho poi trasformato in un pattern lungo-corto-lungo, soprattutto per questioni di ritmo e di tecnica del pivot, come vedremo poi.

Prima stesura (pattern classico 5-7-5)

Voce di bimbo 
Attraverso la pioggia
Il suono mamma

Stesura rivista, dove ho voluto dare maggior risalto alla pausa tra i primo e secondo verso, aumentando il senso di sospensione e ponendo inoltre l’attenzione sulla parola mamma, scelta come pivot.

Queste mie scelte autoriali, mi hanno portato a ricercare necessariamente un nuovo equilibrio, che ho trovato allungando l’ultimo verso e  andando, anche oltre le mie normali abitudini, verso un pattern lungo-corto-lungo.

Un bimbo chiama
Mamma
La sua voce attraversa la pioggia

Privilegiate quindi il pattern classico, ma lasciatevi guidare dallo haiku stesso, quando questo lo richiede.

Un buon poeta, come dice Lao Tze, dev’essere come l’acqua: debole e forte nello stesso tempo.

Nulla al mondo è più cedevole e debole dell’acqua, eppur nell’affrontare ciò che è solido e forte nessuno riesce a superarla.

(Tao the Ching 78)

Diverso è il caso dei principiati, per i quali la forma fissa è invece un buon metodo per strutturare ed abituare la mente alla forma breve (qui per dettagli).

Musicalità

Un aspetto del tutto trascurato dagli amici italiani che seguono, all’amatriciana, le regole giapponesi, è che prima di tutto haiku è poesia e poesia è musicalità.

Perfino i giapponesi, che non hanno una lingua propriamente musicale, seguono questa regola, già perchè, per chi non lo sapesse, i giapponesi NON contano le sillabe.

Japaneese poets do not recognize haiku as 17-ON verse (ON literally means “sound”; in English, a kind of “syllable”), but as a whole poetic rhythm of 5–7–5.  Japanese poets almost never count the number of ON (i.e., the number of syllables) when composing haiku; the haiku fixed form lies in the poetic rhythm itself, not in the number of syllables    (Toshio Kimura)

Musica è armonia e  la lingua italiana è fortunatamente musicale ed armoniosa di suo, quindi un haiku deve prima di tutto, sempre “suonare bene”.  Un haiku in italiano, o in qualsiasi altra lingua, deve risultare scorrevole, fluido, privo d’inciampi sintattici o peggio ancora grammaticali.

Un haiku che “non suona bene” è sempre un aborto (EG)

Quindi considerate la forma haiku italiana, non come una forma fissa, ma come un paio di scarpe che si devono adattare al piede, così un haiku in italiano si deve adattare al contenuto ed all’immagine che si vuole mostrare. Così come i quadri non sono tutti della stessa misura,  perchè si adattano al contenuto, allo stesso modo un haiku si deve adattare alla lingua con cui viene scritto, senza evirazioni o aggiunte di articoli o di preposizioni che, poverini, vengono sistematicamente usati come elementi sacrificali per rimanere aderenti alla pseudo-forma 5-7-5 italiana.

Evitate quindi di scrivere obbrobri come il seguente :

Nutre la gatta
Vicino al camino
tu solo non sei

Rileggete sempre, ad alta voce, le vostre composizioni, prestando soprattutto attenzione ad eventuali intoppi ed incongruenze di ritmo e musicalità che, se presenti, vanno sempre risolti, prima di qualunque altro aspetto compositivo.

Altro esempio, questa volta sul precedente haiku di Issa:

C’ero soltanto
C’ero 
Intorno mi cadeva la neve.

Leggendo ad alta voce questo haiku, si sente che musicalmente qualcosa non va ed in particolare  come sia inutile quel “mi”  che, se aveva un senso in giapponese,  in italiano è solo un ostacolo alla scorrevolezza ed inoltre non aggiunge valore, quindi meglio eliminarlo.

C’ero soltanto
C’ero 
Intorno cadeva la neve.

Semplicità e profondità

Riprendiamo l’esempio di prima

Nutre la gatta
Vicino al camino
tu solo non sei

Oltre al fatto di “suonare male”, questa specie di  “haiku” ha il problema di essere terribilmente complicato e presentare un’immagine ambigua, perchè non si capisce se la gatta sta nutrendo i suoi piccoli, oppure stia solo mangiango dalla sua ciotola. La via per un buon haiku è invece quasi sempre la semplicità coniugata con la profondità, intesa come comprensione del momento.

Allora, ipotizzando che il soggetto sia una gatta che allatta, l’essenza di questo haiku deve essere l’empatia. (qui per dettagli).

Compreso questo, ecco una possibile soluzione più musicale, semplice e profonda, rispetto all’originale:

Il calore del camino
Una gatta allatta
Tenera armonia

soluzione semplice nella sequenza d’immagini e nei termini usati, inoltre profonda nel trasmettere l’empatia come atmosfera, come armonia che unisce tutti i presenti: camino, gatta ed osservatore compreso.

Altro esempio, questa volta preso dal Lab:

Cactus fioriti
I colori più belli
tra sabbia e vento

Il nemico della semplicità è la mente, “troppa mente” direbbe un maestro zen, già perchè è sempre una mente non pura che complica le cose. Infatti, dopo una breve discussione, ecco come questo haiku è stato corretto:

Litorale
Il blu l’ arancio il fucsia
Cactus in fiore

Depurato il testo dalle emozioni, lo haiku è diventato più semplice e quindi anche un buon haiku.

Un buon haiku mostra, non racconta, perchè quando mostra, cioè è prodotto da una mente pura, da sempre delle emozioni.

dove sei ? cosa vedi ? cosa vuoi trasmettere al lettore ?  haiku è una risposta semplice e profonda su ciò che stai vivendo.

Il momento haiku

Questa più che una regola è una forte raccomandazione, derivata dall’esperienza, sia personale che dei migliori poeti, perchè è soprattutto vivere per “momenti haiku” che vi porterà poi a scrivere dei buoni haiku.
Tutti i poeti del Lab,  che io considero buoni, seguono questa regola e vengono regolarmente pubblicati, mentre chi non si adegua, rimane un amatore da scrivania.

Un momento haiku è un momento di piena consapevolezza. Consapevolezza unicamente derivata dall’essere presenti nella realtà. Quindi un momento haiku è sempre reale, non è mai una fantasia, ne un ricordo.

(qui per dettagli)

haiku, come arte zen, è sempre e soltanto “qui e ora” sempre e soltanto “pane secco”

Quindi dimenticatevi l’ispirazione, la ricerca di afflati fasulli con la natura, dimenticatevi di scrivere di spiritualità, misticismi, dimensioni psicologiche, emozionali, spirituali o sentimentali, ne tanto meno, di legami o di riferimenti con il trascendente.

Scrivete quello che vivete:  pura e semplice realtà …. pienamente compresa, ovvero scrivete i vostri  “momenti haiku”.

Lo stacco

Contrapporre due immagini permette ad un potenziale haiku di diventare un vero haiku, perchè senza stacco semantico, viene a mancare quel senso di inaspettato, che deve essere sempre presente e senza il quale un haiku si derubrica a semplice poesia.

Esempio

Chissà dove andranno
I sogni persi
Durante la notte

Il suddetto haiku ha due problemi: si legge come un unico periodo, quindi semanticamente non ha uno stacco, inoltre è più una considerazione generale che un richiamo alla realtà.

Vediamo ora due possibili soluzioni, la prima con stacco debole, la seconda con uno stacco più forte.

Notte
Chissà dove andranno 
I sogni perduti

Questa prima soluzione divide lo haiku in due: il primo verso richiama la notte come qui e ora, mentre i restanti versi ripropongono la domanda retorica dello haiku originale.

Meglio una soluzione che riporti tutto alla realtà, con un forte cambio di contesto e che elimini ogni traccia retorica.

Notte passata
Sogni smarriti
Voglia di caffè

Kigo

Quando viene rispettata la regola del “momento haiku”, allora la presenza-assenza del kigo assume lo stesso valore di chi vuole mettersi o meno un secondo paio di mutande, sopra quelle che già indossa.

Volete metterle? mettetevele.

Non volete metterle? fa lo stesso.

Non c’è altro da dire.

Stili e tecniche di composizione

Vediamo ora brevemente alcune tecniche particolarmente adatte agli h3ku.

Tecnica del pivot

Lee Gurga definisce il pivot  come:  quella parola o verso, che incastra tutto ciò che viene prima con tutto ciò che viene dopo, in modo che tutto lo haiku sembri ruotare intorno a questa parola o verso.

Lo scopo del pivot è quello di attirare l’attenzione del lettore, che si deve focalizzare su quello che per voi è importante e che quindi volete mettere in risalto.

Quindi, per fare in modo che il pivot diventi il fulcro della composizione, va collocato nel secondo verso di un h3ku ed in particolare come ultima parola, se si vuole far risaltare un termine preciso.

Prendiamo come esempio questo haiku di Basho

Yagate shinu 
Keshiki wa miezu 
semi no koe

tradotto, senza preoccuparsi del pivot, in

 Cantano le cicale 
Non lo sanno di certo 
che presto moriranno

vediamo ora un mio aggiustamento con pivot

Presto moriranno 
Cantano le cicale
Anche se non lo sanno

E’ abbastanza chiaro che tutto lo haiku di Basho ruoti intorno alle cicale che, se da una parte cantano, dall’altra sono del tutto ignare della loro prossima sorte.

Portare nel secondo verso il cuore dello haiku equivale allora riportarlo all’originale bellezza, che inevitabilmente deve essere reinterpretata, quando si traduce, quando si trasporta un haiku in una lingua differente da quella originale.

Altro esempio, sempre di Basho

senza pivot

La prima neve
piega appena
le foglie dell’asfodelo

con pivot

La prima neve
le foglie dell’asfodelo
piegate appena

Tecnica dell’ampliamento

Prendiamo questo haiku di Margherita Petriccione

sospesa
nel mare d’ossidiana nera
abbaglio del tramonto

Analizzando il testo, possiamo vedere come il primo verso introduca un’immagine, il secondo verso la amplii ed il terzo verso la concluda.

L’immagine globale è la stessa, ovvero viene mostrata un’emozione di fronte ad uno spettacolo della natura, e vengono utilizzati piani di realtà diversi, come zoomate fotografiche, per dipingere l’intero quadro.

Altro esempio di Angiola Inglese

donne sull’uscio-
foglioline d’origano
sulle sottane

Possiamo dire che la tecnica dell’ampliamento propone allora uno scenario basato su una sola immagine, che si sviluppa su piani analitici diversi.

Tecnica della contrapposizione

Consideriamo questo haiku di Angiola Inglese

rose sul muro
odore di miscela
nell’aria umida

Rispetto alla precedente tecnica dell’ampliamento, qui lo scenario  è formato da due immagini distinte che si contrappongono semanticamente.

Rose e miscela condividono lo stesso haiku, ma appunto, come elementi contrapposti.

Caratteristica che si ripete in questi due haiku di Zoè Alef Zel

sublime in strada
il suono di un violino-
puzzo di fogna

una scarpa sul muro
come una casa vuota-
la lucertola al sole

In generale, possiamo quindi dire che la tecnica della contrapposizione si basa quindi sul far coesistere due immagini differenti nello stesso haiku.

Flessibilità

Scrivere haiku non è come risolvere un’equazione differenziale, quindi le linee guida fin qui suggerite, vanno sempre interiorizzate e poi interpretate con la massima flessibilità.

E’ possibile scrivere un buon haiku fuori da queste regole?  Certamente si !

E’ possibile diventare buoni poeti al di fuori da queste regole? Probabilmente no !

Non è mai la singola composizione che definisce un buon autore, ma l’intera totalità delle sue opere, quindi se volete spostare la probabilità di scrivere buoni haiku, il mio consiglio è di tenere in seria considerazione i suddetti suggerimenti.

Sta poi a voi maturare la consapevolezza di quando e come debbano essere usati, o non usati, di volta in volta.

Zen 

Scrivere un haiku significa confrontarsi con noi stessi in relazione al mondo, ovvero cogliere l’emozione di un attimo della nostra vita.
Cogliere l’emozione di un attimo significa cogliere lo zen che è presente in quell’attimo di vita, ovvero: la sua essenza.
Cogliere lo zen significa farsi vuoti ed osservare in piena consapevolezza quello che ci accade in quel momento, in cui siamo in relazione con il mondo.
Pertanto, lo scrivere haiku, se correttamente praticato, porta alla comprensione dell’impermanenza dei fenomeni, che porta alla comprensione del “qui e ora”, che porta alla liberazione dei nostri attaccamenti, che porta all’unità tra noi e l’universo.
Il vero motore di tutto questo processo è però la pratica del vuoto.
Farsi vuoti significa ridiventare bambini e guardare il mondo come se fosse la prima volta.
Se non vi farete vuoti, ovvero non vi libererete di tutto quello che siete e che in quel momento affolla la vostra mente: ego, concetti, pregiudizi, ricordi, condizionamenti, sovrastrutture intellettuali, allora non riuscirete mai a cogliere lo zen della vita, quindi i vostri haiku, anche se bellissimi, non profumeranno mai, perchè saranno come dei fiori di plastica.
Incarnate quindi  lo spirito di M.Basho, che ha detto:

“… tutte le cose cambiano, questa è la legge della natura. Come la natura si rinnova nelle quattro stagioni, così tutte le cose si rinnovano”

“… sono me stesso nel luogo dove non esistono accadimenti che condizionano…”

“… i giorni e i mesi che passano sono gli ospiti passeggeri dell’eterno”

“… Il mio pensiero era sbagliato, d’ora in poi non seguirò più le tracce dei poeti del passato, ma cercherò l’essenza che essi cercavano”.

“… Le cose del pino imparale dal pino, le cose del bambù imparale dal bambù… entrare nello spirito delle cose fino a intuirne l’essenza. Questo significa imparare e ciò conduce all’unità, oltre la visione duale”.

“Occorre costantemente che ci impegniamo a ricercare la Verità dentro di noi, elevando il nostro spirito per tornare poi nel mondo e nelle azioni quotidiane rinnovati. Non si tratta di trovare la felicità isolandosi, ma piuttosto di entrare nella vita di ognuno con tutto il proprio essere”.

h4ku: le linee guida del Lab

Dopo aver trattato la forma breve h2ku, vediamo ora la forma più lunga per un haiku,  che, fino ad oggi, a quanto mi risulta, non ha riscosso molta considerazione, perchè, secondo me, non è stata capita.

Il ritmo

Innanzitutto, il pattern su 4 righe (h4ku) è particolarmente adatto quando è necessario dare più ritmo e quindi energia, alla propria composizione.

Festa di compleanno
Sulla montagna
Il limite della luce
Alto

In questo h4ku di Margherita Petriccione, le prime tre righe mostrano tre immagini di un’unica realtà avente come soggetto “il panorama durante una festa”, mentre l’ultimo verso è soltanto un attributo della terza immagine, che mette in risalto il confine tra luce e ombra.
A rigor di logica, questa composizione, proprio perchè riferibile a 3 immagini, potrebbe essere strutturata su un pattern a tre righe (h3ku), ma come vedremo, il risultato non avrebbe la stessa forza.
Infatti consideriamo le due alternative possibili in formato h3ku:

Festa di compleanno
Sulla montagna
Il limite della luce alto

Festa di compleanno
Sulla montagna
Alto il limite della luce

In entrambi i casi la necessità di una pausa sul terzo verso è evidente, ed è proprio la mancanza di ritmo che finisce per appiattire e rendere decisamente molto meno attraente l’intera composizione, nel formato h3ku.
Le 4 righe risolvono il problema, ridando il giusto e dovuto respiro all’intero haiku.

Dare più ritmo equivale a dare energia, quindi introdurre una pausa può essere, a volte, la soluzione migliore, quando si ha la percezione che il nostro haiku sia troppo piatto.

L’incomprimibilità

Nella composizione precedente, ogni parola è indispensabile quindi, non essendoci nulla di superfluo, possiamo dire che è incomprimibile.

Premesso che l’incomprimibilità è una sfida mentale che deve sempre essere attiva, in chi scrive haiku e che io ritengo più intrigante rispetto a qualsiasi forma fissa, il pattern a 4 righe, essendo virtualmente più ampio rispetto ai pattern a due o tre righe, può essere più critico, da questo punto di vista.
Quindi, non bisogna cadere nell’errore di credere che h4ku significhi necessariamente haiku più lunghi, perchè si possono scrivere h4ku anche estremamente corti, come dimostra questo bellissimo esempio, tutto basato sul ritmo.

beneath
leaf mold
stone
cool stone

(Marlene Wills)

Il ritmo è sempre legato alla lingua, quindi qualsiasi traduzione vanificherebbe il ritmo originale, esattamente come accade quando si traspone un haiku giapponese in una lingua occidentale.
Chi vuole può tradurre questo haiku, confrontando poi il ritmo della sua traduzione con quello originale, ebbene sarà impossibile riprodurlo esattamente.
A quanto mi risulta, noi del Lab siamo gli unici a porre attenzione al ritmo ed alla musicalità, come elementi imprescindibili di un buon haiku, il che porta inevitabilmente ad una considerazione, che faccio spesso:

le vie compositive sono molte e sono sempre legate alla lingua, mentre è lo spirito poetico che è unico ed universale.

La trappola della lunghezza

Come dimostra lo haiku precedente, la prima trappola in cui non cadere è quella di pensare che il pattern a 4 righe sia un “contenitore” per haiku “brodosi”, ovvero per tutti quegli haiku che invece, con un po più d’attenzione, si potrebbero condensare.

Scrivete sempre utilizzando il minor numero di parole possibile, questo è il corretto insegnamento.

Il momento haiku esteso

Nel Lab, come indicato dalla nostra mission, stressiamo molto il concetto di haiku vissuto come realtà, ovvero quello che viene universalmente indicato come “momento haiku”.
La realtà è però sempre qualcosa di molto complesso e di variegato, anche quando viene condensata in un istante.
Basti pensare agli input rappresentati dai cinque sensi, per capire come un haiku rappresenti sempre un’immagine inevitabilmente limitata ed incompleta, rispetto alla realtà vissuta.

Normalmente, un momento haiku modella la realtà attraverso un’immagine iniziale, uno sviluppo ed una immagine conclusiva.
Sinteticamente, allora possiamo dire che un h3ku sia:

immagine iniziale
sviluppo
immagine finale

Normalmente il testo che  “soffre maggiormente” , negli h3ku, è quello dedicato allo sviluppo, che è anche il cuore di un haiku e ne determina spesso anche la qualità complessiva.

La tecnica del pivot può risolvere questo aspetto, ma a volte, può risultare insufficiente.
Pertanto, ogni qual volta si voglia ampliare il respiro di un haiku, ovvero si voglia estendere “quello che accade”, allora si può ricorrere ad un h4ku come soluzione strutturale di riferimento.
Questo significa che un h4ku avrà come possibile modello di riferimento concettuale :

immagine iniziale
sviluppo
sviluppo
immagine finale

Vedremo ora alcuni esempi, presi da Lab, che dovrebbero far comprendere meglio questo aspetto.

sole a mezzogiorno
ondeggia l’asfalto
chiuse le palpebre
ondeggiano gli occhi

Questo h4ku di Zoé Alef Zel ricalca esattamente lo schema suggerito, mentre ad un attento lettore non sarà probabilmente sfuggito, come questo haiku sia interpretabile anche come il risultato di un incastro di due h3ku nascosti, ovvero:

sole a mezzogiorno
ondeggia l’asfalto
ondeggiano gli occhi

sole a mezzogiorno
chiuse le palpebre
ondeggiano gli occhi

Se uniamo e depuriamo dalle ridondanze questi due h3ku, ecco che otteniamo lo h4ku di Zoe.

Il momento haiku è quello di un assolato mezzogiorno, dove si sviluppano contemporaneamente due eventi: l’asfalto che sembra ondeggiare e le palpebre che si chiudono, finendo per far ondeggiare gli stessi occhi.

Stesse considerazioni per quest’alto haiku sempre di Zoe:

piove
un gatto nel fienile
senza orologio
ed è già notte

Usate quindi la tecnica dell’incastro, per mostrare al meglio il vostro “momento haiku esteso”.

Haiku su colonna

A volte nemmeno le 4 righe possono bastare, in questi casi possiamo parlare di haiku su colonna, ovvero basati su una struttura che richiama la verticalità delle scritture orientali.

Ecco un esempio di un mio haiku su colonna:

estate
temporale
un solo fragore
tuoni
vetri scossi
e sirene
(EG)

Qualche esempio aggiustabile

Sulla base delle linee guida fin qui espresse, vediamo ora anche qualche composizione, sempre prese dal Lab, che richiede invece un qualche aggiustamento e che sono state scritte, su mia richiesta, in modo del tutto istintivo e senza indicazioni da parte mia.

Evidenziati in rosso i punti critici.

Vento
Un petalo nell’aria
Un mio respiro
ed è caduto

comprimibile:

Vento
Un petalo 
Un respiro
ed è caduto


Beach volley
La palla in volo
per un attimo
nasconde il sole

momento esteso migliorabile, soprattutto nel terzo verso, che non aggiunge valore al momento:

Beach volley
La palla in volo
Trema la rete
Nascosto il sole


mille nuove ombre
nel primo mattino 
appena sfornato
profumo di pane

comprimibile e migliorabile come momento, soprattutto nell’immagine iniziale:

primo mattino
nuove ombre 
appena sfornato
profumo di pane


Tramonto
l’orlo di un burka
sull’onda
un gabbiano

meglio come haiku in colonna

 

Tramonto
un burka
un orlo
sull’onda
un gabbiano

Breve excursus storico HSA sul falso mito giapponese del 5-7-5.

haiku non è matematica, ma musicalità e ritmo (EG)

Spulciando tra le pubblicazioni della Haiku Society of America (HSA) ed in particolare nel volume 37:1 del 2014, troverete i particolari di come, in occidente, si sia giunti ad identificare lo haiku con la forma sillabica 5-7-5.

Di seguito una sintesi dello studio condotto da Charles Trumbull e pubblicato da HSA.


L’opinione che un haiku debba essere obbligatoriamente strutturato in 17 sillabe di 3 versi di 5-7-5 è ormai largamente diffusa, soprattutto tra i frequentatori del web.
In realtà, questo è un atto di fede, perchè non c’è traccia di questa magica numerologia di conteggio sillabico nella forma giapponese, che innanzitutto non prevede sillabe ma suoni ON (音),  o meglio ancora ONJI (音字), inoltre tradizionalmente, il giapponese si scrive in forma tategaki, cioè senza spazi tra le parole, dall’alto al basso e da destra a sinistra.

Storicamente, i primi studiosi, in lingua inglese di haiku, notarono che i versi giapponesi si cadenzavano in modo naturale in blocchi di cinque e sette ON, ma questo è dovuto al semplice fatto che questo pattern è la forma più frequente nella lingua giapponese.
Quindi, linguisticamente parlando, il pattern 5-7-5 ON è semplicemente il più naturale e quindi probabile, tra gli haiku precedenti il 20 secolo, tanto che Henderson, nel 1965, stimò che solo il 4% degli haiku, degli antichi maestri giapponesi, uscivano da questo pattern;  questo però porta ad una semplice constatazione: che i maestri non contavano le sillabe e che anche loro scrivevano haiku    ipo o iper sillabici.

Sempre dal punto di vista storico, l’inglese W.G.Aston, nel 1899, fu il primo a dividere un haiku in 3 versi.
Il motivo non è stato del tutto chiarito, in quanto qualcuno ha suggerito che la divisione su tre righe fosse più adatta, rispetto ad una sola lunga riga, per il formato editoriale di un libro occidentale.
Più probabilmente, invece si trattò di un’iniziativa che prese piede, includendo poi anche la sillabazione 5-7-5, quando diversi traduttori pensarono bene di trasporre la cadenza giapponese, in qualcosa di occidentalizzato che la ricordasse, mentre quasi nessuno cercò di catturare esattamente il numero di ON giapponesi in inglese.
Fu così che i primi traduttori decisero che, visto che un haiku era comunque una poesia, si poteva rivestirla con un look interpretativo più adatto al mondo occidentale, puntando o meno sulla cadenza originale 5-7-5.
Mentre prendeva piede la traduzione 5-7-5, alcuni traduttori, privilegiando la leggibilità, come B.H. Chamberlain, nel 1902 e Asataro Miyamori, negli anni 30, tradussero gli haiku giapponesi in due soli versi, mentre l’australiano H.Stewart ritmò le sue traduzioni utilizzando addirittura una metrica pentametra giambica.
In conclusione, possiamo dire che l’origine della sillabazione in 5-7-5 fu opera dei primi traduttori, che fin dall’inizio del 1900, si divisero tra chi privilegiava la forma e chi invece la poetica di un haiku.

H.Henderson fu comunque il primo, nel 1965, a sistematizzare la forma 5-7-5, definendo le linee guida per la traduzione di un haiku in inglese.
Quello che Henderson non spiegò mai è il perchè ritenesse la sillabazione 5-7-5 adatta all’inglese, anche se è probabile che, visto che in origine gli haiku giapponesi richiamavano questo formato, per lui fosse naturale adattarsi a questa forma, senza preoccuparsi troppo delle conseguenze poetiche di questa scelta.

Fu così che molti poeti occidentali dell’epoca si conformarono a questa regola, senza porsi troppi problemi sulle implicazioni che l’adesione ad una forma rigida e per di più mutuata comportava.

W.Hackett, la prima vera supestar americana di haiku, nel suo “Suggerimenti per principianti e altri”, andò controcorrente invitando i poeti a “esprimere la loro esperienza in una forma sintattica coerente con la loro lingua.
Hacket suggerì inoltre di non scrivere nella forma 5-7-5, a qualsiasi costo, perchè questo era controproducente e macchinoso ai fini di una buona poesia.
Anche L.E.Harr, nel suo “ciò che non è haiku”, si schierò contro la regola 5-7-5, suggerendo una forma alternativa basata su 3 versi flessibili basati su un pattern corto-lungo-corto.

In generale, sul finire degli anni 60, tutti coloro che erano intenzionati a perseguire un proprio percorso personale deviarono dalla forma 5-7-5, privilegiando la propria ricerca.
Nel 1967 la rivista Haiku magazine certificò questa tendenza, promuovendo haiku basati più sui concetti di momento haiku e profondità, piuttosto che sulla forma classica.
Al contrario Kenneth Yasuda e Sr.Joan Giroux nel suo “La forma haiku” del 1974, si schierarono, come molti altri, a favore di una sillabazione rigida che doveva richiamare la cadenza dei ON giapponesi.
Di fatto, fu quindi in quel periodo che i poeti più attenti cominciarono a guardare allo haiku in modo diverso, abbandonando la forma 5-7-5, che invece continuò ad essere privilegiata dai principianti e dagli amatori.

In definitiva, allora da dove è nato il nostro contare le sillabe in forma 5-7-5?

Secondo Trumbull : da una cattiva comprensione della forma haiku giapponese introdotta dalle prime traduzioni in lingua inglese.
Errore poi perpetuato ed amplificato dalle scuole di composizione e da una pletora di poeti della domenica, con l’avallo infine di alcuni pseudo-esperti.

La pratica haiku ? come il sesso. Fai il test di autovalutazione.

sessoImmaginando che molti avranno sperimentato le tre possibili situazioni in cui è possibile fare sesso:  l’autoerotismo, il sesso consenziente e il sesso per amore, vediamo ora come queste tre “esperienze” si possano accomunare alla pratica haiku.

Innanzitutto, chiariamo subito che, indipendentemente dal tipo di pratica, il risultato finale è lo stesso : un orgasmo (almeno per noi maschietti) o una poesia, quindi dal punto di vista puramente “fisiologico-risultato finale”, le cose non cambiano molto.

Quello che invece cambia è tutto quello che viene prima e dopo, ovvero: il contesto, il tipo di relazione, l’appagamento ed il coinvolgimento.

Ora fai il test e verifica che tipo di autore sei.

Autoerotomane

È una pratica solitaria, ci sei solo tu  e questo esclude ogni rapporto esterno.

Gli haiku da scrivania sono l’equivalente dell’autoerotismo.

Ci sei solo tu e la tua mente:  la fabbrica  di costruzioni mentali, da cui attingere.

Se praticato saltuariamente, lo haiku autoerotico può migliorare la parte cognitiva del processo compositivo, quindi non è da eliminare completamente.

Noi stessi nel Lab proponiamo esercizi e concorsi che si prestano a composizioni da scrivania, anche se più che compiacerla, la mente noi cerchiamo di stressarla, in un ottica soft della scuola zen Rinzai.

Ad ogni modo, scrivere qualche haiku da scrivania è nella norma, perchè è normale, a volte, rifugiarsi in sè stessi.

Diverso è il caso di chi scrive esclusivamente o prevalentemente solo haiku da scrivania, perchè allora si cade in una “patologia”.

Se sei un autoerotomane dello haiku, allora basti a te stesso.

Per te haiku è solo risultato, ovvero raggiungere l’orgasmo e non t’importa come ci arrivi.

Per te è fondamentale padroneggiare la tecnica,  scrivere 5-7-5 formalmente impeccabili, conoscere una marea di pseudo-kigo e mettere sotto un microscopio tutta la poesia giapponese, perchè questo ti permette di accrescere il tuo database mentale, cioè l’unica risorsa fondamentale per te.

Il tuo assunto è : “più cose so, più ricco sono, più ricco sono, più possibilità ho, più possibilità ho, più bravo sarò a scrivere”.

Sesso consenziente

Il classico sesso di una notte o poco più.

Qui la relazione c’è, ma non è di qualità, c’è attrazione, complicità, sensualità, desiderio, soprattutto novità, ma non c’è impegno, non c’è condivisione profonda,  perchè, in fondo, si tratta solo di uno scambio temporaneo di fluidi, con il solo scopo di far raggiungere ad ognuno dei due partner il proprio piacere.

Gli haiku, intesi come arte o come realizzazione di sé, sono l’equivalente del sesso consenziente.

Ci sei tu e la natura o il mondo, c’è la bellezza, il desiderio, ma siete separati, tu da una parte, con le tue emozioni ed il tuo afflato poetico e la realtà dall’altra, muta e nuda, che si mostra a te completamente, ma che tu non comprendi fino in fondo, perchè per te, pensandoci bene, lei è solo qualcosa da usare.

Se scrivi prevalentemente haiku consenzienti, forse non hai mai raggiunto la piena consapevolezza, ovvero godi in modo soddisfacente del rapporto che hai con la natura ed il mondo, ma sicuramente non hai mai provato cosa significhi farsi vuoto, in modo che lì, in quel vuoto, tutto possa accadere.

Per te haiku è poesia,  realizzazione e soddisfazione personale,  ma c’è molto di più.

Vedi un fiore, vedi la luna, li poetizzi, ma in realtà vedi e poetizzi ancora te stesso.

Il tuo assunto è : ” io sono il centro, io devo crescere, io …. io …. io  … …. sempre e solo io”.

La stragrande maggioranza dei poeti di haiku, pratica lo haiku consenziente, spesso con soddisfazione, spesso con ottimi risultati, soprattutto perchè è più comunicativo, quindi più “pop”.  Inoltre è sempre meglio della castità e dell’autoerotismo, ma non è ancora Haiku, con l’H maiuscola, perchè non è capace di rinnovarsi.

Lo haiku consenziente ricerca inevitabilmente la novità, l’ispirazione senza i quali, immancabilmente si spegne come un cerino.

Sesso per amore

Se sei stato almeno una volta innamorato, allora fare sesso con la persona che ami, sai benissimo cosa vuol dire: non è più sesso, ma completamento, in pieno accordo con le leggi della natura.

Per chi l’ha provato non c’è molto altro da dire, per chi non l’ha mai provato, impossibile che comprenda.

La relazione è solo di qualità, c’è impegno, condivisione profonda ed unione, quindi siamo ben aldilà del sesso.

Se nel sesso consenziente il sesso stesso è sempre il protagonista, in quello per amore, molto spesso,  passa in secondo piano.

Questo porta ad una possibile contraddizione, ovvero che il sesso consenziente, a volte, come picco può essere addirittura meglio del sesso per amore, ma il suo integrale non lo è mai.

Gli haiku, intesi come pratica zen sono l’equivalente del sesso per amore.

Ci sei tu e la natura o il mondo, ma non c’è separazione, nel farti vuoto, perdi ogni scopo, la realtà si mostra e tu ne fai semplicemente parte: tu in mezzo al resto, tu alla pari di tutto il resto, senza priorità, ne giudizi e non ti resta che cercare di mostrarlo a parole.

Se scrivi prevalentemente haiku come pratica zen, allora hai raggiunto la piena consapevolezza, ovvero sei al di là di ogni possibile piacere, sei aldilà anche dello haiku, che passa in secondo piano rispetto all’esperienza vissuta.

La natura ed il mondo non sono più uno sfondo, ma relazione profonda e consapevole.

Per te haiku è semplicemente vivere per momenti.

Vedi un fiore, vedi la luna, li poetizzi e anche se in silenzio, tu sai che loro poetizzano te.

Il tuo assunto è : “quando non intasi la mente con pensieri inutili, allora ogni momento diventa meraviglioso, compresi quelli derivati dall’autoerotismo e dal sesso consenziente, quindi basta vivere e poi scrivere”.

 

Gli isotopi di un haiku

Quando vi invito a non seguire, come delle pecore, la giapponesità, lo faccio a ragion veduta, ovvero basandomi su ragioni obiettive e che ho direttamente sperimentato. Condivido con Voi questa esperienza, come prova di quanto sostengo.

Ho scritto questo haiku di 4 versi qualche settimana fa.

pioggia battente
le scarpe fradice
il Buddha è asciutto
come un deserto

Come al solito, io scrivo di getto, prima mentalmente e poi su un taccuino, eventualmente poi aggiusto, se durante la rilettura qualcosa non mi convince.
Sul momento non ho fatto caso al numero di righe, ma soltanto a mostrare  appieno il momento, costituito da 4 prospettive, o se preferiti 4 piani di coscienza, tutti coesistenti …. 1) la pioggia (come evento esterno) ,   2) il disagio di sentire i miei piedi bagnati (sensazione interiore),  3) l’improvvisa consapevolezza di come la mia mente non si stesse bagnando (consapevolezza di 1) e 2) ) ed infine come,  4) tutto questo stesse in un unico contenitore (consapevolezza della consapevolezza 3)).
Ovviamente, durante la rilettura, le 4 righe sono subito saltate fuori.
Devo dire che inizialmente ho cercato in tutti i modi di comprimere tutto in tre versi, ma inevitabilmente perdevo qualcosa, quindi desistevo.
Poi ho realizzato …. dove sta scritto che un momento debba per forza essere mostrato in tre parti? in natura non esistono forse anche gli isotopi? cosa m’impedisce di liberarmi di questa gabbia mentale di stare nel 3?

L’Elio , inteso come elemento (He) ha numero atomico 2 , ma ha diversi isotopi, tra stabili ed instabili e questo perchè la natura rifugge le soluzioni uniche. Non esistono, ne mai esisteranno, due gocce d’acqua dello stesso peso o due fili d’erba della stessa lunghezza, o due fiocchi di neve della stessa forma e io sto cercando di ridurre, a tutti i costi,  il mio haiku che è nato 4 come un 3 ?

Preso atto della mia gabbia mentale, alla fine ho lasciato il mio haiku di 4: un haiku isotopo, ma sempre un haiku.

 

Il percorso nel Lab ? da principianti a poeti: un’analisi ragionata

A tre anni dalla fondazione del Lab, devo dire di aver maturato abbastanza esperienza ed accumulato dati sufficienti,  per tentare una sintesi ragionata del nostro lavoro, cosa che non sarei stato in grado di fare senza la fiducia dimostrata dai nostri iscritti e la dedizione delle mie tre collaboratici: Angiola Inglese, Margherita Petriccione e Monica Federico, che ringrazio sentitamente.

Come da nostra mission, la prospettiva è quella della crescita e maturità del processo compositivo, derivato dalla pratica ed ispirato agli ideali zen.

Le composizioni, gli haiku, per noi sono un effetto derivato dal processo compositivo, pertanto se quest’ultimo è di qualità, anche le opere lo saranno.

Chiunque può comporre un buon haiku: un principiante, un maestro, una scimmia, una app software, un algortimo.

Quello che differenzia questi “autori” non è l’opera, ma il  processo compositivo.

Infatti, nessuna scimmia, ne tanto meno un algoritmo sono in grado di innovarsi, ma solo ripetersi, quindi:

E’ sempre e solo l’autore che definisce l’opera, non viceversa.

Ho tentato di classificare, soprattutto per comodità, lo sviluppo del processo compositivo del Lab, definendo una tassonomia statisticamente più probabile in termini di crescita personale.

Per forza di cose, le generalizzazioni sono sempre una forzatura, in quanto nella realtà, le situazioni sono diversificate e quindi andrebbero viste caso per caso, ma dal punto di vista statistico, ovvero se guardiamo allo haiku come fenomeno di massa, allora devo dire che le cose, da noi, effettivamente vanno più o meno come descritte.

Principianti

  1. Nessuno è negato :  diciamo che dopo un periodo più o meno lungo, tutti i principianti, che si affacciano nel Lab, riescono a scrivere un haiku.  Questo ci porta alla considerazione che davvero la poesia haiku è strutturalmente alla portata di tutti, ma questo era abbastanza prevedibile, considerando la forma minimale e le pochissime regole, che un haiku richiede.  I veri ostacoli nascono dal processo compositivo.
  2. Il problema della sintesi: In questa fase, l’elemento più critico è l’apprendimento e la gestione della sintesi e non c’è dubbio che il richiamo alla forma canonica, sia un buon aiuto didattico, perchè l’adesione ad una struttura prefissata è in grado di plasmare le funzioni mentali di sintesi di un principiante.
  3. Il momento diventa un film: il problema precedente ha una causa ben precisa, ovvero l’incapacità d’individuare cosa effettivamente sia il momento haiku. Il principiante non va per immagini, ma spesso per film mentali, ovvero per sequenze lunghe, che diventa poi impossibile trasformare in haiku, Il risultato sono haiku ovviamente chiari per l’autore, ma incomprensibili per qualsiasi lettore, perchè risultano frammentati e quindi slegati nei versi.
  4. Gli haiku telegramma: sempre da un punto di vista compositivo, c’è però il classico rovescio della medaglia, ovvero il rischio della più frequente delle deformazioni mentali,  quello di finire per associare un haiku alla forma, dimenticandosi che prima di tutto c’è il rispetto della sintassi.   Soprattutto se il principiante proviene o frequenta altri gruppi, diventa a volte difficile, a volte quasi impossibile, smontare l’idea che haiku sia frutto di un processo che assembli sillabazione, uno stacco ed uno pseudo- kigo. L’effetto più evidente è dato dagli “haiku telegramma”, ovvero quegli haiku  che, proprio perchè costretti a sottostare alla forma, perdono elementi grammaticali fondamentali, come articoli, preposizioni, o fanno ricorso a termini arcaici, solo perchè più brevi o lunghi, ma che immancabilmente mi fanno accapponare i neuroni.
  5. Il “colorismo”: un’altra barriera riguarda la gestione del lirismo.  Gli haiku dei principianti sono immancabilmente un’orgia di immagini colorate, di sentimenti più o meno struggenti, di romanticismo e di ogni possibile pulsione personale. Un principiante scrive quello che prova, perchè non ha ancora capito che invece la bellezza di un haiku è quasi sempre il bianco e nero, che deriva dal distacco e dalla perdita dell’identificazione. Tutto questo verrà poi metabolizzato fino a diventare un’ ovvietà, ma per i principianti questo fattore rappresenta una vera e propria barriera mentale. Devo dire, che la maggior parte degli abbandoni avviene proprio in questa fase e senza nessuna sorpresa da parte mia,  perchè se è vero che haiku è alla portata di tutti, non tutti  sono portati allo haiku.

Artigiani

  1. Lo scoglio dell’autovalutazione:  qui, il passo compositivo richiesto  è quello di saper riconoscere quello che si scrive, ovvero saper individuare il soggetto e l’essenza della propria opera, nonchè il qui e ora.  Nonostante il Lab abbia cercato di dare delle definizioni abbastanza rigorose su cosa sia reale e di cosa sia invece astrazione, questo punto cruciale, dal punto di vista compositivo, spesso è sottovalutato, non compreso o addirittura nemmeno considerato. Haiku è disciplina, ma non rispetto alla sillabazione o al kigo, come spesso ingenuamente si crede, ma piuttosto rispetto all’osservazione dei propri processi mentali, quindi compositivi.
  2. L’introspezione come punto di partenza:  un processo compositivo consapevole, ovvero sano, parte sempre dall’introspezione. Qui, la domanda sottintesa che ogni autore dovrebbe sempre farsi è: “come funziono io? ”  almeno rispetto alla comprensione di quello con cui entro in contatto ? Ebbene, se non si è capaci di dare una risposta esauriente a questa domanda, il percorso evolutivo successivo riguarderà l’unico possibile: quello tecnico, a mio avviso un po  poco per arrivare a considerarsi poeti.
  3. Il qui e ora: la gestione dello spazio e del tempo è un fattore fondamentale in un haiku. Un ostacolo frequente per un artigiano riguarda il riconoscimento del “qui e ora”. Il kigo, aldilà della sua connotazione prettamente giapponese, risolve banalmente il problema. Nel Lab, invece la cosa è un po più complicata, perchè volutamente abbiamo estrapolato il concetto di tempo e di spazio, svincolandolo dall’associazione di una parola chiave. Per chi volesse sapere il motivo ed avesse frequentato una qualsiasi scuola superiore, forse si ricorderà che un insieme può essere definito per elencazione o per caratteristica. Diciamo che il saijiki (il dizionario dei kigo) è un insieme definito per elencazione, mentre il “qui e ora” definito nel Lab è un insieme definito per caratteristica. Sempre per chi si fosse interessato e dimenticato la matematica di primo liceo, diciamo che per esempio una circonferenza può essere definita attraverso l’insieme dei punti che la compongono (infiniti), oppure molto più comodamente attraverso una funzione X^2+Y^2=raggio^2.  Un saijiki è quindi come una circonferenza definita per punti, quindi un insieme scomodissimo da usare e nemmeno completamente esportabile da una nazione-contesto ad un altro, mentre il “qui e ora”, come definito nel Lab,  una volta capita la sua caratteristica, ingloba praticamente tutti kigo del mondo, di qualsiasi lingua, perchè come per la funzione della circonferenza, funziona per tutte le circonferenze. Un bel salto in avanti, rispetto al kigo, come strumento a disposizione nella gestione dello spazio e del tempo in un haiku.

Avanzati

  1. Il limite: un avanzato è colui che ha bisogno di riferimenti concreti a cui aggrapparsi, come un maestro, una corrente poetica, tipicamente giapponese o più in generale di regole generalmente condivise.  L’amministratore di un gruppo, un riferimento autorevole esterno, o delle indicazioni accademiche, sono i salvagente più comuni. Gli avanzati  non sanno ancora camminare da soli ed hanno paura della libertà, quindi sono ancora insicuri e si rifugiano in un processo compositivo rassicurante e collaudato, che dia soprattutto garanzie e da qui, cadere nel manierismo è quasi automatico, se per caso si smette di rispondere alla solita domanda: “come funziono io?”
  2. Quasi Zoka: Chi supera l’ostacolo dell’autoclassificazione e del “qui e ora” può considerarsi un avanzato dello haiku. A questo livello si cominciano a padroneggiare le tecniche di composizione, si leggono ormai le opere dei maestri e si frequenta abitualmente Zoka, ovvero l’ideale poetico di natura di Basho. Il rapporto con la natura è abbastanza consapevole e gli effetti visibili sono composizioni meno stereotipate, più libere ed originali, ma la concezione di zoka di un avanzato è ancora parziale, perchè manca della comprensione della relazione tra natura ed il Tao.
  3. Il dualismo: a livello compositivo l’avanzato tecnicamente padroneggia tutti gli strumenti a sua disposizione, mentre usa ancora e soltanto la sua mente razionale. Un avanzato assembla haiku, ricercando forzatamente quella freschezza e naturalezza, che invece dovrebbero essere la spina dorsale delle sue composizioni. L’avanzato compone a tavolino e il rapporto con la realtà è duale, ovvero io autore, separato da te, guardo te natura o realtà e ti descrivo, attraverso lo specchio delle mie sensazioni e sentimenti, ovvero attraverso la mia sensibilità e personalità.
  4. Il makoto razionale : a questo livello si cerca, ma soprattutto si crede  ancora all’ispirazione, all’afflato poetico, ovvero si è compreso razionalmente il makoto, ovvero l‘ideale poetico di genuinità di Basho, ma non si è ancora interiorizzato e fatto proprio.  Un avanzato è come un rubinetto da cui escono delle gocce di vera poesia, ma che, essendo chiuso, non libera tutto il suo potenziale. Un avanzato spesso manca di continuità ovvero produce dell’ottima acqua, ma a gocce, in quantità insufficiente.
  5. Incertezze:  gli avanzati hanno ancora qualche incertezza per quanto riguarda gli ideali estetici, come il wabi-sabi, il karumi e lo yugen,  spesso non ancora perfettamente compresi, inoltre la pragmatica della comunicazione è spesso trascurata, ovvero non viene dato abbastanza peso alle caratteristiche yin yang delle parole da usare in un haiku. Al contrario, le tecniche di composizione come l’ampliamento, la contrapposizione, l’armonizzazione sono generalmente ormai acquisite ed utilizzate.

Artisti

  • Libertà: affrancato dai giapponesismi e dall’obbligatorità delle regole, l’artista è ormai sicuro di sè, ovvero è in grado di gestire il proprio percorso autoriale. Avendo ormai acquisito una certa sicurezza e stile, l’artista sperimenta la scrittura di haiku in lingua inglese e spesso con successo, vede pubblicati i suoi lavori.
  • Osservazione consapevole: la pratica dell‘osservazione consapevole, oltre a tradursi in sicurezza dei propri mezzi, migliora la continuità e la qualità delle opere, che diventano sempre più interessanti, mai banali, attente a quei particolari, che prima sfuggivano totalmente e che invece adesso si posizionano al centro delle sue opere.
  • La poetica di Basho :  l’artista ha ormai fatto suoi gli ideali di zoka e del makoto di Basho, pertanto, dal punto di vista del Lab, ha raggiunto la piena maturità autoriale.
  • La musicalità: la ricerca della forma ha fatto ormai posto alla ricerca della musicalità, aspetto fondamentale nella scrittura in lingua giapponese e ragione principale della forma 5-7-5, ma che nessuno mette mai in evidenza e che poi causa quell’evidente dismorfismo linguistico, quando la forma 5-7-5 giapponese viene utilizzata come modello rigido in altre lingue.
  • oltre la poetica: se esiste un punto veramente debole, in un artista di haiku, è quello di fermarsi alla poetica, ovvero allo haiku come espressione ultima, ovvero ultima frontiera invalicabile della vita intesa come poesia e senza indagare o preoccuparsi, se questa poetica abbia delle radici più profonde e più generali.

“C’è un elemento comune che attraversa la poesia lirica di Saigyo, le catene di versi di Sogi, la pittura di Sesshu, e la cerimonia del tè di Riky  ed è lo spirito poetico’ (furyu): seguire la Via, divenire amico delle quattro stagioni.

Lo spirito poetico del furyu è comune a tutte le forme d’arte perché è una manifestazione della creatività universale di cui l’artista partecipa.

Chi ha raggiunto la padronanza dello spirito della Via, anche in qualsiasi altra arte, può penetrare lo Haikai più rapidamente di chi si sia dedicato ad essa per molti anni, senza però raggiungerlo”.    (M.Basho)

Queste frasi di Basho esplicitano bene questo limite ed implicitamente ammette che tutte le arti hanno lo stesso denominatore in comune: lo zen.

Poche righe dopo, Basho conclude:
“Seguire la creazione (zoka, intesa come Tao), tornare alla creazione (ovvero tornare al Tao) ”.

Questa convergenza assoluta al cuore dello haiku è un’esperienza istantanea, atemporale, come il satori dello zen.  (Kuki Shuzo)

Poeti

  • un poeta di haiku ha compreso ed accettato la precedente indicazione di Basho, quindi non fa differenza tra haiku e la propria vita, per questo è un poeta, perchè  vive per haiku, ed ha abbracciato l’ideale everywhere, di vuoto consapevole.

 

L’ideale poetico di everywhere

La grande differenza tra chi scrive haiku e chi vive per haiku sta nel vedere.

Chi scrive haiku pratica l’ispirazione, le sensazioni, una qualche forma di ricerca.

Chi vive per haiku invece trova tutto già scritto, non ricerca,  scrive senza scrivere, perchè non c’è differenza tra poesia e la sua vita.

Chi vive per haiku non discrimina, tutti i luoghi ed ogni momento sono uguali, perchè tutto è haiku, tutto è già lì, si tratta solo di vedere e raccogliere.

Everywhere è quindi quell’ideale poetico, non estetico ma compositivo, che invita a raccogliere il qui e ora, in qualsiasi posto o luogo ci troviamo, senza fare differenze tra le maldive e una cabina armadio.

Nel momento in cui diventi consapevole del tuo qui e ora, ogni volta che smetterai di lasciarti guidare dal pensiero, avrai creato le condizioni per un haiku everywhere, sarai vuoto, quindi pronto a raccogliere.

Perfino quando starai solo appendendo un paio di pantaloni in un armadio, allora raccoglierai la tua realtà, raccoglierai lo haiku che l’accompagna e che sta solo a te portare alla luce.

In quel momento, in quel posto, fermati e scrivi, quello sarà il tuo haiku everywhere.

l’ombra invadente
la gruccia è appesa
un muro non dice mai di no

Elio Gottardi