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Sono nato a Milano, durante la guerra di Corea e se il nome definisce il nostro destino, allora il mio è quello di "sole", cioè della cosa più letale di quel pezzetto di spazio che occupiamo nell'universo. Il mio cognome significa invece "combattente risoluto / martello del Signore" , il che spiega il mio pessimo carattere. Laureato in fisica, mi sono sempre occupato d'informatica, a partire dai tempi in cui internet si chiamava arpanet e le connessioni erano tramite modem. Ho incontrato l'oriente ed in particolare lo zen, nei primi anni novanta, leggendo "psicoanalisi e buddhismo zen" di Fromm e Suzuki . Da lì, la Via mi ha condotto a diplomarmi in zen shiatsu ed alla pratica di altre arti zen, come : calligrafia, shakuhachi ed ovviamente lo haiku. Non sono buddista, ma piuttosto un taoista razionalista, il che mi qualifica come un membro di un fan club di cui fanno parte altri due o tre persone in tutto il mondo. Tifo per l'Olimpia basket Milano, avendo praticato questo sport nella preistoria. Amo i film, i libri e le serie tv, a patto che siano davvero buoni. Avendo anche qualche trascorso pittorico, adoro gli austriaci: Hunderwasser , Klimt, Schiele. I miei miti sono Einstein, Picasso, Gandhi e Pistol Pete Maravich. Il mio aforisma preferito è di Albert Einstein: niente da meglio l'idea dell'infinito della stupidità umana. Il che rispiega ancora il mio pessimo carattere.

Esercizi di riduzione: Angiola Inglese

QUI, per l’introduzione all’esercizio.

POESIA
Ieri pomeriggio
Una stuoia di paglia
in quell’angolo di spiaggia
aperto al sole d'inverno,
fra le prime nuvole
le scie degli areoplani
…mentre vola un gabbiano
 
TANKA
mare d’inverno-
nell' angolo di spiaggia
io e il gabbiano
le nuvole in arrivo
nel vento di ponente

HAIKU
nuvole gonfie
nel vento del tramonto
io e il gabbiano 

ANALISI di EG

Aldilà delle immagini mostrate, questa poesia ha un problema: è un haiku, ad una sola lettura, in un formato XXL.

Nel testo, c’è tanta realtà, troppa, mentre non c’è traccia di pensiero.
La stuoia, la spiaggia, il sole invernale, le nuvole, le scie degli aeroplani, il gabbiano: tutti elementi rappresentati come frammenti di una fotografia.

Vero è che l’ultima riga inserisce dei puntini di sospensione, ma attribuirne un significato diverso, appunto da una sospensione, mi sembra un azzardo.
Per cui mi chiedo, ma una poesia senza un’emozione, un sentimento, o una riflessione è ancora una poesia?

Io non sono un accademico, quindi non conosco tutte le poetiche possibili, ma il dubbio rimane.

L’unica poetica che conosco e che non prevede un coinvolgimento emotivo e mentale da parte dell’autore è la poetica haiku, ma non in una forma XXL.

Io che pratico gli spazi non tradizionali, mi sono inventato la forma h4ku, ma li mi sono fermato, in quanto dopo si cade nei Tanka.

Ora, il punto è: qual è l’essenza di una poesia-foto e di questa in particolare ?
la solitudine? la quiete? l’incontro ? difficile dirlo…. o forse, semplicemente , non c’è nessuna essenza, ma soltanto racconto.

Con queste premesse, la riduzione in forma tanka risulta un taglio lineare, in cui alcuni elementi spariscono, senza un apparente preciso motivo.
La riduzione in haiku prosegue poi tagliando e cucendo, sempre su motivazioni che sembrano puramente stilistiche.

Il risultato finale è però un buon haiku , il che dimostra come il processo di riduzione sia avvenuto al contrario, ovvero forse siamo in presenza di una lettura basata su un allungamento, che parte dallo haiku e che, dopo essere stato annacquato, si allunga in forma tanka e poi in poesia.

A ben vedere, si può considerare quest’esercizio come esattamente speculare a quello di Rosa Maria Di Salvatore.
Il problema di fondo però è lo stesso: l’uso di un unico paradigma compositivo, anche se ovviamente i paradigmi usati sono uno il contrario dell’altro: evocativo per Rosa Maria, haiku per Angiola.

In conclusione, vale la stessa affermazione già fatta: non si può usare un solo paradigma poetico, in tutte le occasioni.

Esercizi di riduzione: Rosa Maria Di salvatore

QUI, per l’introduzione all’esercizio.

POESIA
Palpitano
sottili fili d'erba
alla brezza leggera
del mattino.
In un cielo dipinto
ad acquerello
l'alba chiara ha il colore
del cobalto.

TANKA
è chiara l'alba
in un cielo dipinto
ad acquerello
fremono i fili d'erba
al tocco della brezza

HAIKU
è chiara l'alba
in un cielo dipinto
ad acquerello

ANALISI di EG

Il contesto è quello classico bucolico degli haiku tradizionali, la poesia infatti introduce 2 immagini distinte: 1) dei fili d’erba mossi da una brezza mattutina, 2) un’alba color cobalto, utilizzata come sfondo dell’immagine precedente.

Stilisticamente, la ricerca dell’evocazione è molto presente, fin troppo presente e questo sarà l’ostacolo principale, come vedremo, al corretto svolgimento dell’esercizio.

L’uso ricorrente di termini ed immagini suggestive come il palpitare dell’erba, o il richiamo ad un cielo acquarellato è di fatto un condizionamento mentale che, se accettabile nelle poetiche non haiku, si scontra con il furyu (la poetica haiku).

Intendiamoci, le scelte di Rosa Maria sono del tutto legittime, ma sono anche la testimonianza di come interpreti ed intenda la poesia in generale.
La riduzione a tanka conferma le due immagini sopradescritte, quindi tecnicamente è corretta, anche se viene perso il riferimento al colore del cielo, mentre la presenza della brezza viene risolta introducendo il predicato fremere.
Nella riduzione ad haiku invece, ogni riferimento ai fili d’erba scompare, lasciando il posto al solo sfondo iniziale, ovvero all’alba e al suo cielo.
In conclusione, il processo di riduzione corretto si ferma alla forma tanka, in quanto lo haiku finale perde completamente una delle immagini protagoniste, soffermandosi esclusivamente sullo sfondo. Le immagini seppur non originali, avevano un certo potenziale e l’errore principale dell’esercizio è stato quello di continuare ad usare come paradigma lo stile evocativo esplicito anche nella riduzione haiku, piuttosto che rifarsi a termini, in grado di evocare si, ma in modo implicito, ovvero non direttamente deducibile. Cambiare il proprio paradigma in funzione della poetica è un’aspetto fondamentale, se si vuol fare poesia.
Personalmente, immaginando la scena, avrei sfruttato il contrasto sui colori derivabili dalla poesia iniziale.
Ad esempio

vibrazioni
il verde dell'erba
il cobalto del cielo (EG)

p.s. ho usato il termine vibrazioni, in quanto la luce, con i suoi colori (frequenze), è fisicamente una vibrazione del campo elettromagnetico.

Avrei molto altro da dire, ma mi sono reso conto che sarebbe ingiusto nei confronti di Maria Rosa trattare argomenti di carattere generale nella sua recensione, quindi scriverò un articolo ad hoc , che pubblicherò alla fine del giro delle recensioni sui singoli autori.

Esercizi di riduzione: Gabriella De Masi

QUI, per l’introduzione all’esercizio.

Poesia
Dall'argine osservo
i flutti impetuosi del fiume
che senza domande
verso il mare
si lascia andare

Tanka
Fragore d'acqua
Ineluttabilmente
il fiume va
Ma ferma e in silenzio
io ne osservo il destino

Haiku
Flutti impetuosi
Il fiume scorre rapido
verso il mare 

ANALISI di EG
La poesia s’interroga sui movimenti di un fiume, con relativa osservazione, da parte dell’autrice.
Senza farsi domande, il fiume scorre prima impetuoso, per poi lasciarsi andare ineluttabilmente verso il mare ….. e realizzando così la sua vera natura, aggiungo io.
Sfortunatamente questa considerazione non sarà colta chiaramente da Gabriella ed è un peccato, perchè insita nell’immagine ed era praticamente un assist servito su un piatto d’argento.
In assenza di questa visione, la riduzione della poesia alla forma tanka, si concentra più sull’osservatore che sull’osservazione, perdendo così molto della profondità potenziale, emergente dalla poesia.
Persa l’essenza dell’osservazione, la successiva riduzione da tanka ad haiku, propone inevitabilmente un’immagine, seppur coerente con la sequenza poetica, piatta, quasi spenta rispetto al potenziale iniziale.
Un vero peccato, in quanto la poesia aveva introdotto elementi estremamente interessanti e più chiavi di lettura, per esempio altra chiave poteva essere quella del fiume come metafora della vita: dallo yang della giovinezza, allo yin della vecchiaia, o di una rilettura dell’acqua del fiume in chiave taoista : Il Tao è come l’acqua (Tao Tê Cing, VIII, Tornare alle qualità naturali).
In ogni caso, per dare un’idea, propongo questo mio sviluppo, nella mia prima chiave di lettura:

Tanka
questo fiume
fragoroso e senza porsi il perchè
va verso il mare
realizzando la sua buddhità
realizzando la sua vera natura (EG)

Haiku
la buddhità del fiume?
grande fragore, poi fino al mare
senza un perchè (EG) 

In conclusione, pur partendo da un ottimo materiale iniziale e da un’intuizione promettente, il processo di riduzione di Gabriella ha sofferto della mancanza di una certa profondità interpretativa del fenomeno a cui Gabriella ha assistito.

A tal proposito mi viene in mente un koan zen:

… e il maestro disse:
” E’ come se un bue passasse attraverso una finestra: la testa,
le corna e gli zoccoli sono passati, perchè la coda non può passare ?”

Esercizi dal Lab: la riduzione poetica

Nell’arte culinaria, con riduzione, si indica una salsa concentrata ottenuta addensando un liquido sul fuoco. Grazie all’evaporazione della parte acquosa, gli aromi si concentrano e gli zuccheri si caramellano dando luogo ad un composto dai sapori più intensi e dalla consistenza più densa di quella di partenza.

Analogamente, la riduzione poetica asciuga il testo di una poesia breve , prima in forma tanka e poi in haiku o pseudohaiku.

Il senso dell’esercizio è quello di costringere l’autore a ridurre le proprie opere all’essenza, attraverso un processo di sintesi e di asciugatura, attraverso il quale possa migliorare la propria consapevolezza autoriale.

Trattandosi di una riduzione testuale, nella sequenza poetica “poesia-tanka-haiku” , il soggetto ovviamente non deve cambiare, ma piuttosto esaltarsi man mano che lo spazio strutturale della forma si riduce: più il buio aumenta, maggiormente la luce della poesia deve risplendere.

Di seguito alcuni esempi presi dal LAB, con le mie analisi.

dal Lab: 5 tanka sulla musica

Sandro Santroni
Notte profonda
un violino singhiozza
Solitudine
Improvviso irrompe
il ritmo del silenzio
Daniela Misso
stendo i panni –
la maladie d'amour
di Michel Sardou
la musica si appende
tra un calzino e mutanda
Margherita Petriccione
Subdolamente
l’ acufene sommerge
“La vie en rose” …
Ogni canto alla fine
è soltanto rumore
Vincenzo Adamo
Sulla tastiera
il profumo di una rosa-
musica di Bach
le pietre mute ascoltano
l'inverno di Vivaldi
Gabriella De Masi
Mattina scialba
Che noia questi studi
sulla chitarra
Inaspettato un merlo
risponde in controcanto

La musica può essere un semplice riempitivo che accompagna quello che stiamo facendo, può invece essere una dimensione in cui immergersi anche totalmente, oppure può essere contemporaneamente dimensione e pratica.

La differenza sta nell’ascolto e nell’osservazione dell’ascolto.

EG
jazz nell'atmosfera
ascolto l'inascoltabile
e l'atmosfera si fa jazz
dallo stero HIFI
il piano di Sellani

Esercizio: riconoscere e comprendere il mujo

(kikaku)
fulmini
ieri a est
oggi a ovest
(otoyoshi)
erbe fluttuanti
l'oggi fiorisce laggiù
sull'altra sponda
(gottardi)
piatti sporchi
dal solito rubinetto
l'acqua nuova

L’ideale poetico da cui derivano questi haiku è il mujo, ovvero l’impermanenza, in questo caso declinata come cambiamento perenne dei fenomeni del mondo (qui per approfondimento).

Questo ideale poetico, come tutti gli ideali poetici, è attribuibile solo al poeta che lo deve far proprio.

Il mujo, quando si trasforma in consapevolezza dell’impermanenza, ovvero nella comprensione che un evento a cui assistiamo è destinato a svanire, assume una delle interpretazioni più comuni del parametro estetico mono no aware, che come tutti i parametri estetici, è invece un attributo del testo di un haiku.

Un fulmine, un’alba o l’acqua che scorre non sono mai identici, nemmeno a sè stessi..

Questa semplice, ma profonda verità, insita nell’attimo e compresa , accomuna i poeti che praticano il mujo , percepibile indirettamente attraverso la sua proiezione di mono no aware.

Come esercizio, ho chiesto agli utenti del Lab un loro haiku che dimostrasse al meglio questa relazione, in termini di essenza.

Ecco una selezione di quelli pervenuti.

(Gabriella De Masi)
Foglie d'autunno
Accettare la mia
nuova vecchiezza
(Pasquale Asprea)
equinozio -
la ruga sulla fronte
si allunga
(Angiola Inglese)
trasloco-
diversa e uguale
guardo la luna

Settembre: momenti zen, momenti haiku

Il vero zen, come la resilienza, come il wu wei taoista, non rifiuta, ne respinge, ma accetta quel che accade, per questo lo zen che emerge durante una crisi è il più genuino, perchè quando un evento incontrollabile, emotivamente pesante, ti travolge all’improvviso, allora nella mente si aprono cascate, che devi saper governare.

vomita
piegata dal dolore
lo zen è calma
è succhi gastrici

trambusto zen
la corsa, l'ospedale
governare il sè

sintomi atipici
diagnosi complicata
ecografia e zen

la "chirurga" in verde
zen è capire
fare domande giuste

il letto hi tech
una flebo dietro l'altra
zen e carezze

miglioramento
corre il pensiero
St.Nicholas beach
1200 "euri di zen"

zen è amare
aldilà dell'amore
settembre a Milano

soggetto ambiguo ? principio di causalità haiku

Il principio di causalità compare in diverse discipline : fisica, biologia, filosofia, diritto, buddhismo e probabilmente in molti altri campi.

Ora, senza entrare nei dettagli di queste discipline, che ci porterebbero immediatamente fuori tema, diciamo che il principio di causalità nasce dall’idea che i fenomeni si susseguano unicamente in un processo di causa-effetto, e che tutto ciò che non risponde a questa legge è casuale.

Giro l’interruttore, la lampadina si accende, ovvero a causa della chiusura di un circuito elettrico, ho come effetto l’accensione della lampadina.

Vediamo ora come si possa utilizzare il principio di causalità nella poesia haiku, soprattutto in quelle situazioni ambigue, in cui il soggetto non è ben determinato.

Il caso classico è quando in un haiku sono presenti eventi riconducibili in parte alla realtà ed in parte ad emozioni o sentimenti, pertanto analizzeremo alcuni di questi casi.

Consideriamo la seguente composizione , sottoponendola al principio di causalità.

Bianco roseto
Un piacere desolato
incancellabile

In quest’immagine la visione di un bianco roseto causa un’emozione, forse derivata da un ricordo, un’associazione, non ha importanza, quello che importa è che la realtà causa l’emozione, determinando così il soggetto: vedo il roseto (causa) e provo un piacere desolato (effetto). Ogni volta che questo accade, ovvero quando la realtà genera un’emozione siamo in presenza di un haiku.

Un piacere desolato
Un bianco roseto
Sensazioni incancellabili

In quest’immagine invece, mentre l’effetto è sempre un’emozione (sensazioni incancellabili) , la causa è molto più sfumata, ovvero sia il piacere desolato che il roseto sembrano generare come effetto la sensazione. I due eventi , il sentire piacere e la visione del roseto, non sono correlati, ma sembrano sincronici, ovvero avvenire contemporaneamente. Eventi sincronici sono possibili, ma non quando riguardano la stessa persona, in questo caso l’autore dello haiku. E’ quindi suo il compito di determinare quale evento sia preponderante e quindi si debba considerare come soggetto. Se la sequenza è : piacere > roseto > sensazione, allora siamo in presenza di uno pseudo-haiku, se invece la sequenza è roseto > piacere > sensazione allora siamo in presenza di un haiku. Personalmente, anche se non rigidamente, tendo a privilegiare la sequenza temporale mostrata nel testo, quindi può essere determinante la sequenza dei versi, che in questo caso tenderebbe allo pseudo-haiku.

Un piacere desolato
Incancellabile
Un bianco roseto

In quest’immagine siamo in presenza di un’emozione preesistente, di piacere desolato ed incancellabile, da cui l’autore si libera grazie alla visione di un bianco roseto, che lo riporta alla realtà. In casi come questi, in cui l’emozione o il sentimento sono presenti a priori nell’immagine, dobbiamo parlare di pseudo-haiku. Dal testo, non sappiamo quale sia la causa originaria dell’emozione, però sappiamo che la visione del roseto sposta l’attenzione dall’emozione alla realtà. Il roseto è quindi anche causa, il che lo identificherebbe come soggetto, rivalutando l’opera come haiku. Resta il fatto che l’atmosfera mostrata è prevalentemente illusoria, quindi anche qui siamo di fronte ad un dilemma, pseudo-haiku o haiku ? Sempre a livello personale, io allora guardo alla linea temporale mostrata dal testo, causa ignota > sensazione > roseto > annullamento della sensazione. Il che ci riporta a considerare la composizione come pseudo-haiku.

In conclusione, fermo restando che devono essere sempre presenti qui e ora e stacco, il principio di causalità non fornisce in modo deterministico quale sia il soggetto di un haiku, ma resta un valido strumento per migliorare la comprensione dell’opera in quelle situazioni ambigue, in cui i ruoli che intercorrono tra realtà ed emozioni non sono ben definite.

Vincenzo Adamo scrive un capolavoro

Dal Lab:

Chi è Buddha?
Una manina si alza
Tra i girasoli

Lo ammetto aspettavo da tempo un haiku come questo.

Un haiku completo, praticamente perfetto sotto ogni punta di vista.

Ma l’immagine, ovvero lo scatto della mente sulla buddhità che si concretizza in una manina di un bambino che si alza in un campo di girasoli è semplicemente qualcosa di grandioso.

Un grazie a Vincenzo per essere uno dei nostri.

Antonio Mangiameli intervista EG

Antonio Mangiameli è nato nel 1955 a Lentini(SR) dove vive e svolge la professione di medico. Appassionato da diversi anni di haiku, haibun e di ogni altra forma di poesia breve è stato pubblicato diverse volte, sia su riviste e blog nazionali che internazionali (incluso questo blog) .

AM : permettimi di cominciare questa intervista, che sarà più uno scambio di idee, che la solita sequela di domande sulla tua persona, in modo insolito, chiedendoti cosa ne pensi di questo mio haiku

il pesce fresco
un bianco mosso
il cavatappi

EG: Innanzitutto apprezzo il taglio dell’intervista, chi sono e cosa faccio, credo siano argomenti decisamente meno interessanti , rispetto a quello che penso, quindi per quanto riguarda il tuo haiku, penso che la principale qualità sia il karumi. Per quanto riguarda la forma, direi che è sicuramente incomprimibile, qualità che apprezzo sempre. Semplicità, ritmo e musicalità sono rispettati, l’uso del pivot è corretto ed è evidente che rappresenta un momento haiku consapevole. Il qui è ora è in forma debole, ma è presente. Detto questo, per non far sembrare i versi un mero elenco, io modificherei il primo con “Che pesce fresco! ” per introdurre la tua reazione rispetto al cibo che stai per consumare. In questo modo lo haiku prende un altro colore e più profondità.

AM: ma se cambiassi il primo verso così come hai appena proposto,lo haiku non perderebbe un pizzico di genuinità in quanto ricostruito a tavolino?

EG: ovviamente si, come ogni riscrittura. Comunque c’è una grande differenza tra il costruire un intero haiku a tavolino, inventandosi di sana pianta un’immagine totalmente fasulla e la riscrittura di una parte di un vero momento vissuto. L’ideale sarebbe che momento e scrittura coincidessero, ma questo significherebbe che mente mushin (mente vuota) e mente razionale (quando si scrive si usa la mente razionale) coincidano. Probabilmente , ma di questo non sono sicuro, forse solo una mente illuminata e con un grande bagaglio tecnico-estetico può riuscirci. Noi poveri disilluminati, possiamo sperare nel kensho (illuminazione che dura un momento) e sperare di scrivere bene al primo colpo. Ovviamente la realtà è che quasi mai ci riusciamo, quindi un pizzico di rivalutazione e ristesura, a mio avviso, per noi è quasi la norma. Comunque , se non ricordo male, Basho stesso ci mise 2 anni a scrivere la forma definitiva dello haiku della rana. Conclusione la genuinità , o makoto come dice Basho, è data soprattutto dal momento haiku che deve essere vuoto. Se genuino, poi puoi riempire il momento con dei versi altrettanto sinceri. Se poi la prima stesura è migliorabile, un pizzico di lavoro post-creazione, rimane comunque accettabile, a meno di non stravolgere l’intera composizione

AM: in effetti scrissi questo haiku di getto, con la mente vuota,pura, per quella cosa e quel momento. Realizzai soltanto che si trattasse di pesce fresco,non capii che tipo di pesce. Che fossero aringhe lo appresi dopo,mai avrei pensato si consumassero a colazione,prima di allora le conoscevo soltanto come affumicate o conservate in sale.

EG: non fai altro che confermare quanto ho appena detto. Normalmente gli haiku basati sul karumi sono quasi sempre sinceri e genuini, perchè basati su eventi quotidiani. Basho l’aveva intuito, ma poi la sua morte ha interrotto questo percorso. Comunque se qualche folle s’inventa situazioni non vissute, direi che ha qualche problema e dovrebbe farsi vedere. Per esempio, io quando rivedo un mio haiku, sempre frutto di una stesura di getto e di un momento mushin, so già che il fatto di non contare le sillabe, ne prima ne dopo, farà di quello haiku, una composizione almeno 100 volte più genuina di quella di un seguace della setta 5-7-5, che per definizione … se conta sul momento vissuto, non può avere una mente mushin, mentre se conta dopo, il pizzico può diventare una badilata, perchè deve riarrangiare l’intera composizione. Questo fatto, ovvero pensare che haiku sia contare porta, secondo me, sia a questo che a molti altri disastri.

 AM: una domanda che mi faccio da sempre è: lo haiku può essere,anzi,può esistere nella cultura occidentale?

EG: certamente si, l’essenza della poesia haiku è universale, e non lo dico io ma Basho.
Attraverso i secoli, l’arte dello Haikai passerà attraverso mille passaggi e diecimila trasformazioni, ma indipendentemente dalle sue infinite forme, un haiku basato sul makoto farà parte, non solo dell’arte del singolo maestro, ma di tutti i maestri passati, presenti e futuri. M.Basho
Qui Basho sostiene che le opere dei grandi poeti, condividono tutte una cosa: una profonda consapevolezza autoriale, derivata dal makoto, ovvero dalla genuinità.
Questa costante è un ideale poetico, quindi non dipende ne dal tempo, ne dalla nazionalità di chi scrive. Il punto è che se un autore non la fa sua , quindi non è in grado di inserirla nelle proprie composizioni, allora questa carenza non gli permetterà di scrivere dei buoni haiku.
Siccome la consapevolezza non è una prerogativa solo orientale, ma del cervello, questa proprietà si può tranquillamente estendere anche all’occidente.

AM: quindi lo haiku cosa è? A parere mio è esperienza (?) osservazionale in purezza, è comprensione e condivisione elitaria di fatti. Dico elitaria perchè non tutti sanno cogliere queste cose.

EG: direi che hai ragione, di base è così, aggiungerei che non basta vivere in purezza il momento, ma anche possedere un certo bagaglio tecnico-estetico, haiku è comunque un’arte e tutte le arti si manifestano tramite una componente tecnico-estetica, che per lo haiku è la qualità della forma, la scrittura e la dimensione estetica tipica dello zen.
Il discorso elitario va invece approfondito. E’ vero, che tutto questo può sembrare elitario, ma è anche vero che tutti potrebbero farlo. Non stiamo parlando di risolvere problemi di fisica quantistica.
Come diceva il Buddha il vero problema è l’ignoranza e i costrutti mentali che la gente non vuole abbandonare, ovvero l’attaccamento al proprio sè. Il fatto che poi la gente non riesca a cogliere l’essenza della poesia haiku è la diretta conseguenza di questa ignoranza e del non volersi impegnare, oltre al fatto che nessuno la insegna, tranne noi.

AM: ho comunque dei dubbi,lo sai,a definirla poesia, cosa che peraltro credo non abbiano fatto nemmeno in oriente

EG: è una poesia molto particolare, semplice nella forma, ma fondamentalmente molto difficile per tutto quanto afferisce al poeta. Scrivere buoni haiku, non fa di te necessariamente un poeta di haiku. Basho li chiamava il problema degli avanzati. Ed è questo che la gente non capisce. Tutti pensano che haiku sia solo l’opera, ovvero sia scrivere 3 versi con un kigo e uno stacco, invece haiku sono soprattutto quei processi che albergano nella mente del poeta.
Possiamo paragonare un haiku ad una sciarpa, questa può essere realizzata in uno scantinato in 5 minuti, da una lunga filiera di estrema qualità come può essere quella di Armani, o da chiunque sappia lavorare a maglia. In estrema sintesi parliamo sempre sciarpe, ovvero di qualcosa di estremamente semplice che metto al collo per scaldarmi, ma pur ammettendo che tutte le sciarpe soddisfino la stessa esigenza, resta il fatto che i processi produttivi di Giorgio Armani, di una mamma, o di Pippo il cantinaro sono estremamente diversi e sono quelli che danno valori diversi alla sciarpa
.
Per lo haiku avviene la stessa cosa, la differenza non la fa l’opera ma il processo compositivo. Roba che nessuno, ripeto nessuno, in Italia ha ancora capito, guru nazionali compresi. Tutti guardano alla sciarpa e nessuno fa formazione su come si costruisce una sciarpa di qualità.

AM: Ecco,in oriente lo haiku avrà forse una dimensione si osservazionale ma trascendentale perché ha a sottostante(retrostante?) una filosofia e credo un pensiero ….

EG: altro aspetto che nessuno capisce è che haiku, come lo zen, è immanenza non trascendenza. Come diceva Suzuki Roshi non devi trascendere il fiore, devi diventare il fiore. (c’è un articolo sul blog, che spiega meglio questa cosa).

AM: La la dimensione occidentale ritengo sia soprattutto osservazionale ovvero materiale. Se dovessi definire, per traslazione,lo haiku col linguaggio della politica lo definirei oligarchico proprio perché è per pochi.

EG: haiku è per tutti, ma pochi raggiungono la qualità di un vero poeta haiku. La ragione però è quella a cui hai accennato. Haiku diventa una oligarchia nel momento in cui i principi dello zen, che sono laici e di crescita personale non sono ne conosciuti, ne praticati. Basterebbe cominciare con le tecniche di mindfulness, per iniziare a comprendere come si diventa un poeta di haiku , per poi affrontare successivamente gli ideali poetici ed estetici, che derivano dall zen, con un minimo di cognizione di causa. E’ vero che occidente ed oriente hanno radici culturali totalmente differenti, basti pensare al concetto di filosofia , che per noi occidentali è ragionare sulle cose, mentre per un orientale è pratica, che serve a migliorarti come persona. Nessuna filosofia occidentale fornisce uno schema per il corpo e mente come unità, mentre in oriente tutte le filosofie danno indicazioni meditative. Idem per la poesia , per questo trovo velleitario, oltre che stupido, essere italiani avere un paradigma di pensiero occidentale e pensare di scrivere haiku giapponesi, senza cambiare il proprio paradigma compositivo. Vuoi una controprova? perchè i bambini scrivono haiku formidabili ? semplicemente perchè non hanno nessun paradigma mentale. Il problema è che quando diventi adulto e un bel paradigma te lo sei fatto, allora per ridiventare bambino, devi cambiarlo con quello orientale, che ti permette di ritrovare la purezza della mente che avevi da bambino.

AM: Ho un ultima domanda, io bene o male qualche haiku vero riesco a comporlo, mentre poesie non ne so scrivere. Ritengo sia così perché ho capacità osservazionale e non sono bravo a vestire di rime e ridondanze ciò che vedo,voglio dire non so fare poesia. Ecco,se dovessi definirmi potrei dirmi haijin, ovvero un non poeta, mai poeta. Per questo,forse, ho sempre ritenuto che haijin e poeti siano figure diverse.

EG: Osservazione interessante.
Innanzitutto provo a dire cosa sia, per me, la poesia, per poi passare alle figure dei poeti.
Partiamo dal fatto che c’è il mondo esterno a noi e poi c’è il nostro mondo interiore.
Entrambi questi mondo possono essere indagati.
La scienza indaga il mondo esteriore per capire come funziona, la filosofia moderna (da Kant in poi) ormai indaga , soprattutto il pensiero comune e la ragione umana, la poesia invece indaga su entrambi i mondi per arrivare alla loro essenza, ovvero al succo di questi due mondi.
Un poeta allora cerca di andare al cuore delle cose.
Se le cose sono esterne a lui, a mio avviso, l’unico modo che un poeta ha per arrivare alla loro essenza è scrivere haiku, perchè altrimenti finirà per trascenderle e quindi finire in un mondo illusorio, fatto di sensazioni, emozioni e sentimenti, che altro non sono che una proiezione del suo sè sulle cose esterne. Per arrivare all’essenza di una rosa, devi diventare la rosa (approccio zen haiku), non descrivere quello che provi per quella rosa.
Se invece le cose indagate sono interne al poeta , indipendentemente dalla forma che utilizzerà, scriverà delle poesie su quello che prova, siano essi sentimenti o emozioni. In questo contesto, non possiamo più parlare di haiku, perchè qualsiasi analisi introspettiva sui propri sentimenti non è haiku.
Haiku allora è solo poesia della realtà esterna, mentre , mentre la poesia non haiku è poesia della realtà interiore o delle sue proiezioni.
Il poeta è allora colui che indaga su uno o su entrambi questi suoi mondi.
Sottolineo suoi, perchè rispetto ad uno scienziato o un filosofo, il poeta è l’unico osservatore delle sue realtà.
IO scienziato non m’interesso dell’amore, perchè non fa parte del mondo esterno, io filosofo mi occupo dell’amore in generale per costruire una filosofia dell’amore, mentre io poeta mi occupo del mio amore, osservando quello che accade dentro di me o su come si riflette verso l’esterno, infine io poeta haiku non m’interesso dell’amore perchè non fa parte del mio mondo esteriore, oppure lo prendo in considerazione solo nel caso in cui, il mondo esteriore mi provoca questo sentimento (principio di causalità haiku). Ritornando alla tua osservazione, allora è chiaro che potrebbe avere un senso, parlare di poeti e non poeti, ovvero i poeti sono quelli che scrivono del mondo interiore e dei sui riflessi, mentre i non-poeti non lo fanno, ma questo discrimina chi scrive e non fornisce elementi sul mondo su cui scrive, inoltre a mio avviso non è che il mondo interiore abbia più valore, rispetto a quello esteriore, per questo, a mio avviso, sarebbe meglio parlare di di poeti haiku e poeti non haiku, oppure di poeti haiku e poeti. In entrambi casi i poeti sono sempre poeti, mentre quello che cambia sono i mondi su cui si appoggiano per la loro poesia.

Fine

Antonio Mangiameli è presente in questo blog ai seguenti link:

il mio haiku capolavoro

haiku e politica

social test di zen haiku

silloge di yugen

in memoria di Isamu Hashimoto

concorso interno alla ricerca del karumi

aceri rossi, silloge d’autunno