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Sono nato a Milano, durante la guerra di Corea e se il nome definisce il nostro destino, allora il mio è quello di "sole", cioè della cosa più letale di quel pezzetto di spazio che occupiamo nell'universo. Il mio cognome significa invece "combattente risoluto / martello del Signore" , il che spiega il mio pessimo carattere. Laureato in fisica, mi sono sempre occupato d'informatica, a partire dai tempi in cui internet si chiamava arpanet e le connessioni erano tramite modem. Ho incontrato l'oriente ed in particolare lo zen, nei primi anni novanta, leggendo "psicoanalisi e buddhismo zen" di Fromm e Suzuki . Da lì, la Via mi ha condotto a diplomarmi in zen shiatsu ed alla pratica di altre arti zen, come : calligrafia, shakuhachi ed ovviamente lo haiku. Non sono buddista, ma piuttosto un taoista razionalista, il che mi qualifica come un membro di un fan club di cui fanno parte altri due o tre persone in tutto il mondo. Tifo per l'Olimpia basket Milano, avendo praticato questo sport nella preistoria. Amo i film, i libri e le serie tv, a patto che siano davvero buoni. Avendo anche qualche trascorso pittorico, adoro gli austriaci: Hunderwasser , Klimt, Schiele. I miei miti sono Einstein, Picasso, Gandhi e Pistol Pete Maravich. Il mio aforisma preferito è di Albert Einstein: niente da meglio l'idea dell'infinito della stupidità umana. Il che rispiega ancora il mio pessimo carattere.

Un haiku di Basho sulla morte

in autumn’s wind,
sadly broken,
a mulberry staff

akikaze ni / orete kanashiki / kuwa no tsue
(Basho)

Studiate i maestri, se volete progredire.

Nel vento d’autunno
Tristemente rotto
Un bastone di gelso

Soprattutto sui grandi temi, come la morte.

 

La natura: Eraclito, il Tao e zoka di Basho

Se si legge la concezione di Eraclito sulla natura, si può notare come esista una perfetta sintonia con il taoismo e la poetica di Basho, che invita il poeta a seguire zoka ed a ritornare a zoka.

Eraclito dice «da tutte le cose l’uno»

Ovvero l’uno (la Natura) non è un’ entità metafisica separata dalle cose, attraverso le quali poi  si manifesta, ma è l’universo costituito dalle cose stesse.
Tuttavia la Natura non è nemmeno riconducibile alla somma di tutte le cose, perché la Natura è, al tempo stesso, la condizione dell’esistenza delle cose.

Nell’universo, esistono pertanto due tipi di connessione:  una tra le cose ed un’altra tra la Natura e le cose.

Queste connessioni diventano chiare se ci si rifà alla metafora taoista del vuoto usata nel racconto del cuoco Ting di Chuang Tzu,  che mostra come  la realizzazione del Tao, nell’arte della macellazione,  consista nel saper utilizzare il  pieno-vuoto presente nel quarto di bue da macellare,  ma anche nel comprendere come il vuoto sia uno, ovvero sia comune tanto all’oggetto (il bue) quanto al soggetto (il cuoco), che si fa vuoto per meglio cogliere e percorrere i vuoti dell’oggetto.

La stessa identica relazione vale anche per il poeta di haiku

Basho dice che un poeta deve farsi vuoto per cogliere lo spirito di zoka, della natura.

Il poeta  si deve unire alle cose se vuole fare poesia. attraverso il fattore comune che condivide con le cose stesse, cioè il vuoto.

L’ esistenza delle cose, che include anche il poeta,  è allora data dalla relazione, tra il loro pieno ed il  vuoto; vuoto che è uno solo ed  è comune a tutte le cose, incluso il poeta stesso, perché è la condizione che permette a tutto di relazionarsi nella realtà, ossia è la condizione stessa dell’esistenza.

Analogamente al Tao, la physis di Eraclito è la «natura propria» di ciascuna cosa e,  contemporaneamente, è Natura universale, ovvero condizione dell’esistenza comune delle infinite cose. Quel «contemporaneamente» ha un valore fondamentale, perché significa che il grande Tao, la natura universale, non solo è causa degli infiniti Tao particolari, delle singole «nature proprie», ma è, allo stesso tempo, costituito da essi.

D’altra parte i singoli Tao, le «nature proprie», non esisterebbero senza il grande Tao, senza la Natura universale che le «nutre».

Questo è il senso delle parole di Eraclito «da tutte le cose l’uno e dall’uno tutte le cose»;

senso che si ritrova, identico, nel Chuang Tzu

Chuang Tzu: «le diecimila creature ed io siamo l’Uno»

e nell’insegnamento di Basho, che ci invita a seguire zoka, ovvero a seguire la natura, come unico fattore in cui la realtà, quindi la poesia, si può manifestare.

Essere fedeli all’arte dello haikai significa intendere la natura  ( zôka) come unica madre di tutto: vedere come opera il Tao, come lavora quella legge che crea e trasforma ogni cosa.
Essere fedeli all’arte dello haikai significa avere solo le 4 stagioni come compagni.
Essere fedeli all’arte dello haikai è vedere solo un fiore in un fiore e solo la luna nella luna.
Vedere qualcosa di diverso da un fiore o la luna, che non sia semplicemente quel fiore o la luna,  significa essere dei barbari.
Allontanatevi quindi dalla barbarie: seguite zôka e ritornate a zôka.
(M.Basho)

Quello che intende Basho è chiaro: un haiku deve essere la pura e semplice rappresentazione della realtà, ovvero delle cose e dell’unico vuoto che le unisce e che include anche il poeta.
Niente fronzoli, niente interpretazioni, niente sentimenti, ovvero nessuna interferenza della mente.
Un haiku deve essere semplicemente una fotografia della realtà e del suo vuoto, e  chi non segue questo principio deve essere considerato un “barbaro”, ovvero un uomo che ha perso la Via.

Linee guida, in 10 punti, per scrivere un haiku

Di seguito i punti minimali da seguire per poter scrivere un haiku:

  1. un haiku deve fotografare la realtà di un momento vissuto in prima persona, quindi non ispiratevi ad immagini, foto o altre forme indirette, ma piuttosto ad eventi fisici, come quelli che accadono in natura o nella quotidianità
  2. un haiku deve essere scritto usando il tempo presente , quindi non usate i tempi passato o futuro
  3. fino a quando non diventerete autori consapevoli, rispettare le 17 sillabe su tre righe, nella forma del 5-7-5
  4. inserite sempre uno stacco semantico tra due idee, per rappresentare il risveglio alla realtà dello zen
  5. fate in modo che contenga il “qui e ora” dello zen o un riferimento stagionale diretto o indiretto
  6. fate in modo che sia riconducibile ad un’esperienza sensoriale (5 sensi) mai mentale
  7. fate in modo che risulti oggettivo, quindi privo di mentalismi (giudizi, considerazioni, conclusioni, punti di vista, astrazioni mentali generali)
  8. fate in modo che sia semplice e diretto, privo di metafore, allusioni, sottintesi, rime o antropomorfismi
  9. lasciate al lettore la possibilità di riflettere su quello che ha letto, quindi mostrate non raccontate
  10. un buon haiku è frutto di un buon poeta, cioè di qualcuno che,  anche se non pratica lo zen, è aperto ai suoi insegnamenti, quindi si meraviglia e gioisce di ogni momento di vita e dice: “aha però !” per ogni cosa che gli accade

Cosa significa “vivere per haiku”

Come sosteneva Basho, un haiku è perfetto quanto il tempo che intercorre tra il momento vissuto e la sua verbalizzazione si annulla.

“non lasciate che un solo istante si frapponga tra la vostra poesia e la scrivania” M.Basho

Analogamente, come dicono i maestri zen,  un momento di vita diventa poesia, quando è vissuto in piena consapevolezza.

Poesia e vita s’incontrano, solo quando tutto fluisce naturalmente, senza forzature, nel qui e ora.

Questo io lo chiamo vivere per haiku.

Come sosteneva Basho, la spontaneità e la purezza sono elementi imprescindibili per un autore e non possono che esaltarsi e concretizzarsi, se non nell’immediatezza del gesto.

Quindi, non lasciate che la vosta mente prenda il sopravvento, perdendosi nelle nebbie della ricerca di continui miglioramenti stilistici o peggio ancora in una illusoria pretesa di perfezione artistica

Non rielaborate continuamente i vostri versi per farli sembrare migliori.

Esercitatevi piuttosto a verbalizzare immediatamente le vostre esperienze, perché solo così esprimerete la vostra vera natura.

Riconfezionare a posteriori un haiku, anche se poeticamante è accettabile, in termini zen , significa mascherare quello che si è, significa non accettarsi, significa alimentare il proprio ego, significa mentire a sé stessi.