Antonio Mangiameli intervista EG

Antonio Mangiameli è nato nel 1955 a Lentini(SR) dove vive e svolge la professione di medico. Appassionato da diversi anni di haiku, haibun e di ogni altra forma di poesia breve è stato pubblicato diverse volte, sia su riviste e blog nazionali che internazionali (incluso questo blog) .

AM : permettimi di cominciare questa intervista, che sarà più uno scambio di idee, che la solita sequela di domande sulla tua persona, in modo insolito, chiedendoti cosa ne pensi di questo mio haiku

il pesce fresco
un bianco mosso
il cavatappi

EG: Innanzitutto apprezzo il taglio dell’intervista, chi sono e cosa faccio, credo siano argomenti decisamente meno interessanti , rispetto a quello che penso, quindi per quanto riguarda il tuo haiku, penso che la principale qualità sia il karumi. Per quanto riguarda la forma, direi che è sicuramente incomprimibile, qualità che apprezzo sempre. Semplicità, ritmo e musicalità sono rispettati, l’uso del pivot è corretto ed è evidente che rappresenta un momento haiku consapevole. Il qui è ora è in forma debole, ma è presente. Detto questo, per non far sembrare i versi un mero elenco, io modificherei il primo con “Che pesce fresco! ” per introdurre la tua reazione rispetto al cibo che stai per consumare. In questo modo lo haiku prende un altro colore e più profondità.

AM: ma se cambiassi il primo verso così come hai appena proposto,lo haiku non perderebbe un pizzico di genuinità in quanto ricostruito a tavolino?

EG: ovviamente si, come ogni riscrittura. Comunque c’è una grande differenza tra il costruire un intero haiku a tavolino, inventandosi di sana pianta un’immagine totalmente fasulla e la riscrittura di una parte di un vero momento vissuto. L’ideale sarebbe che momento e scrittura coincidessero, ma questo significherebbe che mente mushin (mente vuota) e mente razionale (quando si scrive si usa la mente razionale) coincidano. Probabilmente , ma di questo non sono sicuro, forse solo una mente illuminata e con un grande bagaglio tecnico-estetico può riuscirci. Noi poveri disilluminati, possiamo sperare nel kensho (illuminazione che dura un momento) e sperare di scrivere bene al primo colpo. Ovviamente la realtà è che quasi mai ci riusciamo, quindi un pizzico di rivalutazione e ristesura, a mio avviso, per noi è quasi la norma. Comunque , se non ricordo male, Basho stesso ci mise 2 anni a scrivere la forma definitiva dello haiku della rana. Conclusione la genuinità , o makoto come dice Basho, è data soprattutto dal momento haiku che deve essere vuoto. Se genuino, poi puoi riempire il momento con dei versi altrettanto sinceri. Se poi la prima stesura è migliorabile, un pizzico di lavoro post-creazione, rimane comunque accettabile, a meno di non stravolgere l’intera composizione

AM: in effetti scrissi questo haiku di getto, con la mente vuota,pura, per quella cosa e quel momento. Realizzai soltanto che si trattasse di pesce fresco,non capii che tipo di pesce. Che fossero aringhe lo appresi dopo,mai avrei pensato si consumassero a colazione,prima di allora le conoscevo soltanto come affumicate o conservate in sale.

EG: non fai altro che confermare quanto ho appena detto. Normalmente gli haiku basati sul karumi sono quasi sempre sinceri e genuini, perchè basati su eventi quotidiani. Basho l’aveva intuito, ma poi la sua morte ha interrotto questo percorso. Comunque se qualche folle s’inventa situazioni non vissute, direi che ha qualche problema e dovrebbe farsi vedere. Per esempio, io quando rivedo un mio haiku, sempre frutto di una stesura di getto e di un momento mushin, so già che il fatto di non contare le sillabe, ne prima ne dopo, farà di quello haiku, una composizione almeno 100 volte più genuina di quella di un seguace della setta 5-7-5, che per definizione … se conta sul momento vissuto, non può avere una mente mushin, mentre se conta dopo, il pizzico può diventare una badilata, perchè deve riarrangiare l’intera composizione. Questo fatto, ovvero pensare che haiku sia contare porta, secondo me, sia a questo che a molti altri disastri.

 AM: una domanda che mi faccio da sempre è: lo haiku può essere,anzi,può esistere nella cultura occidentale?

EG: certamente si, l’essenza della poesia haiku è universale, e non lo dico io ma Basho.
Attraverso i secoli, l’arte dello Haikai passerà attraverso mille passaggi e diecimila trasformazioni, ma indipendentemente dalle sue infinite forme, un haiku basato sul makoto farà parte, non solo dell’arte del singolo maestro, ma di tutti i maestri passati, presenti e futuri. M.Basho
Qui Basho sostiene che le opere dei grandi poeti, condividono tutte una cosa: una profonda consapevolezza autoriale, derivata dal makoto, ovvero dalla genuinità.
Questa costante è un ideale poetico, quindi non dipende ne dal tempo, ne dalla nazionalità di chi scrive. Il punto è che se un autore non la fa sua , quindi non è in grado di inserirla nelle proprie composizioni, allora questa carenza non gli permetterà di scrivere dei buoni haiku.
Siccome la consapevolezza non è una prerogativa solo orientale, ma del cervello, questa proprietà si può tranquillamente estendere anche all’occidente.

AM: quindi lo haiku cosa è? A parere mio è esperienza (?) osservazionale in purezza, è comprensione e condivisione elitaria di fatti. Dico elitaria perchè non tutti sanno cogliere queste cose.

EG: direi che hai ragione, di base è così, aggiungerei che non basta vivere in purezza il momento, ma anche possedere un certo bagaglio tecnico-estetico, haiku è comunque un’arte e tutte le arti si manifestano tramite una componente tecnico-estetica, che per lo haiku è la qualità della forma, la scrittura e la dimensione estetica tipica dello zen.
Il discorso elitario va invece approfondito. E’ vero, che tutto questo può sembrare elitario, ma è anche vero che tutti potrebbero farlo. Non stiamo parlando di risolvere problemi di fisica quantistica.
Come diceva il Buddha il vero problema è l’ignoranza e i costrutti mentali che la gente non vuole abbandonare, ovvero l’attaccamento al proprio sè. Il fatto che poi la gente non riesca a cogliere l’essenza della poesia haiku è la diretta conseguenza di questa ignoranza e del non volersi impegnare, oltre al fatto che nessuno la insegna, tranne noi.

AM: ho comunque dei dubbi,lo sai,a definirla poesia, cosa che peraltro credo non abbiano fatto nemmeno in oriente

EG: è una poesia molto particolare, semplice nella forma, ma fondamentalmente molto difficile per tutto quanto afferisce al poeta. Scrivere buoni haiku, non fa di te necessariamente un poeta di haiku. Basho li chiamava il problema degli avanzati. Ed è questo che la gente non capisce. Tutti pensano che haiku sia solo l’opera, ovvero sia scrivere 3 versi con un kigo e uno stacco, invece haiku sono soprattutto quei processi che albergano nella mente del poeta.
Possiamo paragonare un haiku ad una sciarpa, questa può essere realizzata in uno scantinato in 5 minuti, da una lunga filiera di estrema qualità come può essere quella di Armani, o da chiunque sappia lavorare a maglia. In estrema sintesi parliamo sempre sciarpe, ovvero di qualcosa di estremamente semplice che metto al collo per scaldarmi, ma pur ammettendo che tutte le sciarpe soddisfino la stessa esigenza, resta il fatto che i processi produttivi di Giorgio Armani, di una mamma, o di Pippo il cantinaro sono estremamente diversi e sono quelli che danno valori diversi alla sciarpa
.
Per lo haiku avviene la stessa cosa, la differenza non la fa l’opera ma il processo compositivo. Roba che nessuno, ripeto nessuno, in Italia ha ancora capito, guru nazionali compresi. Tutti guardano alla sciarpa e nessuno fa formazione su come si costruisce una sciarpa di qualità.

AM: Ecco,in oriente lo haiku avrà forse una dimensione si osservazionale ma trascendentale perché ha a sottostante(retrostante?) una filosofia e credo un pensiero ….

EG: altro aspetto che nessuno capisce è che haiku, come lo zen, è immanenza non trascendenza. Come diceva Suzuki Roshi non devi trascendere il fiore, devi diventare il fiore. (c’è un articolo sul blog, che spiega meglio questa cosa).

AM: La la dimensione occidentale ritengo sia soprattutto osservazionale ovvero materiale. Se dovessi definire, per traslazione,lo haiku col linguaggio della politica lo definirei oligarchico proprio perché è per pochi.

EG: haiku è per tutti, ma pochi raggiungono la qualità di un vero poeta haiku. La ragione però è quella a cui hai accennato. Haiku diventa una oligarchia nel momento in cui i principi dello zen, che sono laici e di crescita personale non sono ne conosciuti, ne praticati. Basterebbe cominciare con le tecniche di mindfulness, per iniziare a comprendere come si diventa un poeta di haiku , per poi affrontare successivamente gli ideali poetici ed estetici, che derivano dall zen, con un minimo di cognizione di causa. E’ vero che occidente ed oriente hanno radici culturali totalmente differenti, basti pensare al concetto di filosofia , che per noi occidentali è ragionare sulle cose, mentre per un orientale è pratica, che serve a migliorarti come persona. Nessuna filosofia occidentale fornisce uno schema per il corpo e mente come unità, mentre in oriente tutte le filosofie danno indicazioni meditative. Idem per la poesia , per questo trovo velleitario, oltre che stupido, essere italiani avere un paradigma di pensiero occidentale e pensare di scrivere haiku giapponesi, senza cambiare il proprio paradigma compositivo. Vuoi una controprova? perchè i bambini scrivono haiku formidabili ? semplicemente perchè non hanno nessun paradigma mentale. Il problema è che quando diventi adulto e un bel paradigma te lo sei fatto, allora per ridiventare bambino, devi cambiarlo con quello orientale, che ti permette di ritrovare la purezza della mente che avevi da bambino.

AM: Ho un ultima domanda, io bene o male qualche haiku vero riesco a comporlo, mentre poesie non ne so scrivere. Ritengo sia così perché ho capacità osservazionale e non sono bravo a vestire di rime e ridondanze ciò che vedo,voglio dire non so fare poesia. Ecco,se dovessi definirmi potrei dirmi haijin, ovvero un non poeta, mai poeta. Per questo,forse, ho sempre ritenuto che haijin e poeti siano figure diverse.

EG: Osservazione interessante.
Innanzitutto provo a dire cosa sia, per me, la poesia, per poi passare alle figure dei poeti.
Partiamo dal fatto che c’è il mondo esterno a noi e poi c’è il nostro mondo interiore.
Entrambi questi mondo possono essere indagati.
La scienza indaga il mondo esteriore per capire come funziona, la filosofia moderna (da Kant in poi) ormai indaga , soprattutto il pensiero comune e la ragione umana, la poesia invece indaga su entrambi i mondi per arrivare alla loro essenza, ovvero al succo di questi due mondi.
Un poeta allora cerca di andare al cuore delle cose.
Se le cose sono esterne a lui, a mio avviso, l’unico modo che un poeta ha per arrivare alla loro essenza è scrivere haiku, perchè altrimenti finirà per trascenderle e quindi finire in un mondo illusorio, fatto di sensazioni, emozioni e sentimenti, che altro non sono che una proiezione del suo sè sulle cose esterne. Per arrivare all’essenza di una rosa, devi diventare la rosa (approccio zen haiku), non descrivere quello che provi per quella rosa.
Se invece le cose indagate sono interne al poeta , indipendentemente dalla forma che utilizzerà, scriverà delle poesie su quello che prova, siano essi sentimenti o emozioni. In questo contesto, non possiamo più parlare di haiku, perchè qualsiasi analisi introspettiva sui propri sentimenti non è haiku.
Haiku allora è solo poesia della realtà esterna, mentre , mentre la poesia non haiku è poesia della realtà interiore o delle sue proiezioni.
Il poeta è allora colui che indaga su uno o su entrambi questi suoi mondi.
Sottolineo suoi, perchè rispetto ad uno scienziato o un filosofo, il poeta è l’unico osservatore delle sue realtà.
IO scienziato non m’interesso dell’amore, perchè non fa parte del mondo esterno, io filosofo mi occupo dell’amore in generale per costruire una filosofia dell’amore, mentre io poeta mi occupo del mio amore, osservando quello che accade dentro di me o su come si riflette verso l’esterno, infine io poeta haiku non m’interesso dell’amore perchè non fa parte del mio mondo esteriore, oppure lo prendo in considerazione solo nel caso in cui, il mondo esteriore mi provoca questo sentimento (principio di causalità haiku). Ritornando alla tua osservazione, allora è chiaro che potrebbe avere un senso, parlare di poeti e non poeti, ovvero i poeti sono quelli che scrivono del mondo interiore e dei sui riflessi, mentre i non-poeti non lo fanno, ma questo discrimina chi scrive e non fornisce elementi sul mondo su cui scrive, inoltre a mio avviso non è che il mondo interiore abbia più valore, rispetto a quello esteriore, per questo, a mio avviso, sarebbe meglio parlare di di poeti haiku e poeti non haiku, oppure di poeti haiku e poeti. In entrambi casi i poeti sono sempre poeti, mentre quello che cambia sono i mondi su cui si appoggiano per la loro poesia.

Fine

Antonio Mangiameli è presente in questo blog ai seguenti link:

il mio haiku capolavoro

haiku e politica

social test di zen haiku

silloge di yugen

in memoria di Isamu Hashimoto

concorso interno alla ricerca del karumi

aceri rossi, silloge d’autunno

1 commento su “Antonio Mangiameli intervista EG”

  1. Wow! Illuminante, davvero. Lo haiku vero spiegato egregiamente da Antonio non è un invito a seguire la moda del momento, le mode passano, ma risuona come uno haiku moment. (Kenneth Yasuda) Nella meditazione zazen preceduta alla pittura sumi-e mi fu insegnato di diventare il bambù per dipingerlo. A questo punto contare le sillabe non serve. Grazie 🎊

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