uscire dalla bolla degli haiku scontati: un approccio buddhista

Ormai faccio sempre più fatica ad accettare la ripetitività e la scontatezza degli haiku bucolici.

Se togliamo i maestri, ma lì ormai parliamo di secoli fa, oggi nel 2020 come si fa a scrivere ancora della luna, il sole, di tutti i fiori possibili, di campi di grano, del mare , con tutte le sue sfumature, le stelle e a tutti i più banali e scontati fenomeni naturali, senza avere un minimo di pudore?

Siamo nel secolo della tecnologia, il mondo è un altro, anche solo rispetto a 50 anni fa, e tu mi scrivi del tarassaco e dei papaveri ?

Non dico che non si possa fare, uno al mese può anche essere accettabile, ma se fai solo quello o quasi, hai un problema, perchè o vivi in un campo di grano, o all’aperto in giardino, o non vivi.

Leggere di cicale o farfalle, a me ormai fa venire letteralmente l’orticaria , perchè significa una cosa sola: che la gente non vede.

Come si fa a scrivere di haiku tradizionali giapponesi, quando abbiamo a disposizione tutta la produzione dei maestri d leggere ?

Io se voglio vedere Monet vado a Parigi e mi perdo nell’orangerie, non vado dal figlio del mio portiere che imita Monet.

Chiunque porti avanti una scuola basata sugli haiku tradizionali giapponesi, andrebbe metaforicamente preso a badilate per lesa maestà nei confronti dei maestri giapponesi, considerando i danni che combina.

Se pensi che il problema sia l’ispirazione, allora non hai capito niente, perchè l’ispirazione non esiste nella poesia haiku, nessun maestro ha mai parlato d’ispirazione.

Se haiku è poesia della realtà, il tuo problema è che non la vedi, perchè sei addormentato, non vedi e non vivi la tua realtà.

Ci sono tre motivi per scrivere haiku: il primo è per fare poesia, quindi arte, il secondo è per praticare lo zen (inteso come pratica personale) attraverso un’arte , la terza è per raccogliere più consensi possibili, per scopi commerciali o per farsi notare, diventando più o meno popolare.

Tralascio la terza categoria, perchè finirei per risultare fortemente sgradevole, comunque parafrasando Sciascia, chi fa pop-haiku o social-haiku sono dei “quaquaraku”.

Se invece scrivi di cicale e pensi di appartenere alla prima categoria, quella degli artisti, hai un grosso problema.

L’arte è: o plagio, o rivoluzione.
(Paul Gauguin)

L’unico modo di valutare autenticamente un’opera d’arte è vedere se essa stimola davvero una revisione del nostro modo di essere al mondo. (Gianni Vattimo)

L’arte è ricerca continua, assimilazione delle esperienze passate, aggiunta di esperienze nuove. (Bruno Munari)

Fare arte non è fotocopiare soggetti già scritti migliaia di volte, ne può essere rivoluzionario fornire una prospettiva sulla natura che già 400 anni fa Basho aveva esplorato e poi lui stesso abbandonato con la prospettiva del karumi.

Posso capire il principiante, inizialmente rincoglionito a causa della brodaglia di banalità ripetute all’infinito, posso capire chi scrive il suo primo haiku sul vento che fa cadere le foglie, ma dopo 6 mesi , se credi di fare arte scrivendo delle barche cullate sotto le stelle, allora sei quantomeno un povero illuso.

Se invece intendi lo scrivere come pratica ma finisci per ricadere solo nei casi precedenti, allora hai un doppio problema:

  1. non hai capito niente della pratica
  2. non hai capito niente di haiku

Ai più volenterosi, che vogliono mettersi in gioco, propongo la seguente tecnica, d’ispirazione buddhista.

Se haiku è poesia della realtà, allora per uscire facilmente dalla bolla mentale del rincoglionimento, basta aprire mente ed aprire lo sguardo sulla realtà.

Il buddhismo dice che la tua realtà è l’intersecazione tra te e tutto ciò che ti circonda, quindi ogni tuo istante è fatto di infinite relazioni.

Tu esisti quando cammini , perchè sei in relazione con le scarpe, a loro volta relazionate al terreno.

Tu esisti provando un’emozione, quando sei in relazione con il tuo cane e lo accarezzi.

Etc. spero sia più chiaro l’approccio buddhista alla realtà.

Le relazioni sono quindi infinite, perchè sono tra te e tutti gli oggetti che ti circondano, compresi i tuoi eventuali pensieri, quindi tu esisti solo perchè sei fatto di realzioni.

Nessuna cosa, oggetto o fenomeno esiste da solo in questo universo, niente è isolato, nulla, perchè anche il più minuscolo corpuscolo, immerso nello spazio più profondo e vuoto è comunque soggetto alla forza gravità, che può essere quasi nulla , ma mai uguale zero.

Personalmente non sono completamente d’accordo con questa visione della realtà, ma nel nostro caso quest’approccio diventa molto utile, se vuoi scrivere haiku.

Faccio un esempio concreto : io in bagno che mi lavo i denti.

Alcune relazioni: io e lo spazzolino, io e il dentifricio, io e i miei denti, io e l’acqua del rubinetto che scorre, io e un pensiero che passa, mentre mi guardo allo specchio.

Ovviamente questo è un piccolissimo sottoinsieme di tutte le relazioni possibili.

In ogni caso sono bastate a farmi scrivere 4 haiku in un minuto.

lo spazzolino
il dentifricio
il tartaro
il vuoto tra 2 denti

sputo
risciacquo
comprendo lo sputo
comprendo il risciacquo

il nuovo tubetto
il sapore di menta
mi avverte
non sei mai uguale

l'acqua scorre
lo spazzolino si bagna
e se morissi adesso ?

Spero che tutto ciò sia servito a qualcosa, o almeno a farsi questa domanda: ma io sono davvero del tutto rincoglionito ? fatevi la domanda e datevi una risposta: banalmente la troverete nei vostri haiku.

Haiku da foto ? … solo per impotenti e frigidi alla realtà

Tranne che per particolari sperimentazioni ed esercitazioni di gruppo, nel Lab Zen Haiku Italia è proibito postare haiku tratti da fotografie o , in generale, da immagini.

La ragione è semplice, derivare volontariamente un proprio haiku da un’immagine significa tradire la poetica haiku (furyu) , quindi, come diceva Basho, è solo un patetico giochino di parole.

Alla base del furyu, quindi alla base di ogni composizione haiku, c’è necessariamente l’esperienza personale, ovvero la sperimentazione fisica della realtà-natura (zoka), fatta in modo genuino (makoto), assaporando l’impermanenza (mujio) sia delle cose, che dei fenomeni con cui si è entrati in relazione.

Senza questi presupposti, non c’è haiku, anche se il risultato compositivo può avere la forma di un haiku.

Ognuno di noi, se vivo e vegeto, vive una sua realtà, che può essere più o meno stimolante in termini poetici, ma che è comunque unica ed irripetibile.

Un poeta haiku è allora colui che coglie gli attimi della sua realtà e li trasforma in versi.

Se sturi il lavandino, scrivi del lavandino, se scoli la pasta, scrivi dello scolapasta, se passi lo straccio, scrivi del pavimento e così via …

Haiku non è scrivere di tramonti guardando la foto di un tramonto, se sei sdraiato sul divano, ma scrivere del divano.

Quindi ogni volta che scrivi un haiku derivato da una fotografia o un immagine dimostri semplicemente la tua impotenza poetica, dimostri di essere frigido alla tua realtà, dichiarando inoltre di aver bisogno del viagra-immagine per riuscire scrivere.

Inizialmente, rimanevo soltanto inorridito da questi connubi foto-haiku, ora ho maturato la convinzione che queste iniziative siano, in massima parte, gli effetti della pessima influenza dei gruppi vetrina di haiku su “feisbuc” , che dedicano più attenzione agli aspetti social, che alla poesia in sè.

Se lo scopo è quello di accumulare dei like, allora bisogna stupire e si sa che un’immagine cattura di più delle parole. Il risultato però è una patologia che io chiamo disturbo bipolare inconscio, causato dal virus covid-giappo-feisbucchiano.

Mi spiego ….

In “feisbuc” , come dappertutto, qualche volta viene spacciata della roba buona, mentre altre volte della vera fuffa, e non sempre la gente è attrezzata per distinguerne la differenza.

Che è un po’ quello che capita, ad esempio a quegli americani, che scambiano la segatura del Parmesan, per Parmigiano (non è uno scherzo, succede veramente).

L’intossicazione da gruppo-vetrina giappo-like è comunque abbastanza riconoscibile.

Il primo sintomo è ovviamente la foto-haiku, che dichiara di per sè le frequentazioni di chi posta, secondariamente lo haiku associato alla foto è sempre, dico sempre, un 5-7-5 ed infine la presenza di un mentalismo conferma che di haiku si è capito davvero poco.

Se analizziamo tutto questo è chiaro che ci troviamo di fronte ad una dicotomia, a manifestazioni bipolari che alla pseudo-forma classica giapponese, abbinano l’uso di file digitali JPEG, che però, non appartengono, nemmeno lontanamente, alla tradizione giapponese haiku, visto che sono stati inventati solo negli anni ’90.

Certo, esiste la forma haiga , ma lì si uniscono su carta, addirittura tre arti tipicamente zen: la poesia, la pittura e la calligrafia, mica file JPEG, ed è importante capirlo, perchè altrimenti si ritorna a confondere il Parmesan con il Parmigiano.

Quindi se sei un giappo-ortodosso, conti le sillabe e cerchi il kigo, ma non lo sei per tutto il resto è chiaro che soffri quantomeno di bipolarismo.

Detto questo, mi sono chiesto : sarà un bipolarismo cosciente ? la mia risposta è stata: probabilmente no ! perchè è un comportamento assolutamente inconscio, frutto dei condizionamenti dei gruppi vetrina, in cui non s’impara a fare poesia haiku, ma dove ci si mostra, in un’autoreferenziale movida quotidiana, il che , intendiamoci è del tutto legittimo, solo che non potete farla in casa mia.

La “rana di Basho” come #koanhaiku, spiegato bene

In questo articolo ho sollevato la necessità d’introdurre un nuovo tag per classificare, quindi comprendere, il famoso haiku della rana Basho.

Ora darò una spiegazione dettagliata del perchè quest’opera debba essere considerata un #koanhaiku, ovvero un haiku che sottende, in seconda lettura, una verità zen.

M.Bashō (Ueno, 1644 – Ōsaka, 28 novembre 1694) compone questo haiku nel 1681.

Forma originale
古池や蛙飛こむ水のおと
furu ike ya
kawazu tobikomu
mizu no oto

Alcune traduzioni:

Il vecchio stagno!
una rana salta
suono dell'acqua.
(Nippon Gakujutsu Shinkokai)
Il vecchio stagno, ah!
una rana salta
il suono dell'acqua
(D. T. Suzuki)
vecchio stagno
balzo di una rana
splash
(Cid Corman)
stagno
rana
plop!
(James Kirkup)
Un vecchio stagno
il suono del tuffo di una rana
(Kenneth Rexroth)
Vecchio stagno
il salto-splash
di una rana
(Lucien Stryk)

… e così via .

Esegesi #koanhaiku

Ci sono due letture presenti, in quest’opera.

La prima lettura parla di una rana che salta in un vecchio stagno e del conseguente rumore dell’acqua.

La seconda lettura parla di una verità dello zen: l’illuminazione improvvisa.

Formalmente, il primo verso “vecchio stagno!” indica un luogo:
uno stagno vuoto e vecchio, ma non semplicemente vecchio , … vecchio !
ovvero, all’attributo, Basho aggiunge l’equivalente giapponese di un punto esclamativo.
Ma perchè Basho esalta la vecchiezza dello stagno e la sottolinea?
Se Basho non fosse un poeta zen, l’unica chiave di lettura, sarebbe quella “impressionista”, ovvero quella di chi, descrivesse l’impressione ricevuta, trovandosi di fronte ad uno stagno antico.
Ma Basho pratica lo zen, quindi implicitamente fornisce una chiave di lettura, molto più profonda del suo primo verso.
Basho guarda lo stagno, ma allo stesso tempo, guarda alla sua mente: la mente di un vecchio praticante zen. Basho la guarda, la riconosce e la saluta.
E la saluta perchè vede che è serena e stagnante e che riverbera la realtà, senza distorcerla, esattamente come fa il vecchio stagno con il paesaggio che lo circonda, come fa la superficie di uno stagno che riflette tutto, come uno specchio.
L’analogia è evidente se pensiamo ad Yamada Koun Roshi, che ha definito la mente zen come l’acqua cristallina di un lago di montagna, immobile e privo di vento, mentre Basho la vede come uno stagno.
Nella sua mente non ci sono onde, ne perturbazioni, ne pensiero ed è allora che Basho, attraverso il primo verso, si rivolge contemporaneamente sia allo stagno fisico, che alla sua stessa vecchia mente zen, in quanto per lui, mente e stagno sono un tutt’uno.
Ed è qui, che l’haiku si trasforma in koan, ovvero in uno stratagemma zen che diventa paradosso e che ha l’unico scopo di cercare di “risvegliare” la coscienza.
Ma la coscienza di chi ? ma, del lettore, naturalmente!
Basho quindi implicitamente si rivolge all’inconscio di chi legge e gli dice che non ci sono differenze tra una mente zen e la realtà, ovvero tra lo stagno fisico reale e quello percepito e creato dalla mente, attraverso i sensi.
Nella mente zen essi sono un tutt’uno.
Così, implicitamente Basho si augura che il germe del suo koan, trasmesso magistralmente nel suo primo verso, faccia breccia nella mente inconscia del suo lettore e che prima o poi germogli .
Dopodichè, ecco la rana.
Il primo verso dell’haiku ha disegnato un universo statico, in cui mente e realtà fisica sono uniti, ma tutti sappiamo che il mondo reale non è statico, anzi è in continua trasformazione, esattamente come la mente.
Basho sa perfettamente che tutto nell’universo è dinamico, quindi nel secondo verso introduce quella che in fisica si chiama entropia: Basho introduce una rana, cioè il disordine.
Nel sistema statico, ma incompleto, che aveva disegnato con il suo primo verso, ora non manca più nulla.
Lo scenario ora è perfetto e non gli resta che far saltare la rana, all’interno dello stagno per trasformare il “vecchio stagno”, in un “nuovo stagno”, che comprenda il suo “vecchio stagno” e la rana.
E qui siamo davvero nel cuore dell’haiku.
Cos’è lo zen, se non cogliere ogni trasformazione, ogni più piccolo cambiamento all’interno di quella straordinaria e continua relazione che esiste tra noi, la nostra mente e il mondo, ovvero l’ambiente in cui viviamo?
Cos’è lo zen, se non cogliere i continui salti di tutte le rane che attraversano la nostra vita ?
Ed e’ così che Basho, congiungendo i primi due versi, esalta la vita.
Caro lettore, dice Basho, guarda che il salto della rana è la vita ! è la tua vita, fatta di tempo e spazio che ti relazionano al resto del mondo.
L’ultimo verso allora diventa solo un’esortazione, quella di cogliere l’invito della vita, l’invito di cogliere il suono che viene dal “nuovo stagno”.
Sta a te, dice Basho, sentire “il suono dell’acqua”, ascoltare l’effetto che fanno i salti delle tue rane.
Sta a te, scegliere se distrarti e far morire la tuo ego, o vivere e far parte di uno stagno che in realtà è l’unico stagno in cui dovresti vivere.

P.S.
In un vecchio libro “poesie zen” della newton, ho trovato questo passo di D.T.Suzuki.

Basho ha praticato lo zen sotto la guida del maestro Butcho, con il quale ebbe il seguente dibattito:
Butcho: come va in questo periodo ?
Basho: dopo le ultime pioggie, il muschio è più verde che mai
Butcho: che tipo di buddismo vi era prima che il muschio si facesse verde?

Come risultato della sua illuminazione Basho scrisse il suo famoso haiku. (D.T.Suzuki)

Esempio di Analisi Tecnica : la rana di Basho

Esercizo: applicare l’analisi tecnica sul seguente haiku di Basho

Vecchio stagno
Il salto di una rana
Il rumore dell’acqua

PARAMETRI (qui per l’elenco e i link di approfondimento)

Quest’opera di Basho può essere classificata sia come #haiku che come #zenhaiku, ma è anche un’ opera che va oltre queste due classificazioni, in quanto sottende, in una seconda lettura, una verità zen (il momento di un’illuminazione). Per questo motivo i tag finora definiti gli vanno sicuramente stretti. L’insegnamento quindi è: se nessun tag soddisfa pienamente l’opera, allora si modifica la classificazione dei tag.

In fisica, questo è la norma. Infatti quando la fisica classica non fù in grado di soddisfare le misure relativistiche di massa e velocità, si passò alla relatività generale e speciale. Il che non significa che la fisica classica non funzioni più, ma solo che è diventata un caso particolare della relatività, per velocità basse, molto minori di quelle della luce, o per masse piccole che non riescano a distorcere significativamente lo spazio-tempo.

Lo stesso approccio vale per il tagging haiku. Se il tagging haiku non soddisfa pienamente l’opera e nessun altro funziona, si aggiunge un tag.

Siccome questo haiku può essere considerato un koan per chi legge, allora possiamo dire che è un koan haiku, taggabile come #koanhaiku.

Dire quindi #koanhaiku significa dire che un haiku sottende una realtà zen in una seconda lettura. Come vedremo meglio affrontando l’essenza.

  • Individuazione del soggetto

Il soggetto è il salto di una rana.

  • Pattern usato (metrica)

Il pattern è corto-lungo-corto, pattern ottimale, rispetto ad altri possibili pattern (corto-corto-lungo, etc).

  • Presenza stacco semantico

1 stacco semantico forte (primo verso), 1 più debole sul secondo verso

  • Grado di “qui e ora”

Ben identificabile in termini di luogo, mentre lo haiku è atemporale, quindi il qui e ora è presente in forma debole

  • Presenza di mentalismi

Nessun riferimento esplicito.

  • Presenza figure retoriche

Nessuna

  • Comprimibilità

Possibile, esempio utilizzo di splash , ma poeticamente meno adeguata

  • Elemento pivot

Rana

  • Presenza tecnica ampliamento

Si, tutta l’immagine rimane coerente ed unica, in termini di svolgimento delle azioni

  • Presenza tecnica contrapposizione

No

  • Interpretazione dell’essenza

Questo haiku descrive l’illuminazione zen come momento, in seconda lettura, quindi sottende una verità dello zen.

  • Parametri estetici

wabi-sabi e yugen. si

no karumi, in quanto l’immagine non inserisce nessun elemento diretto, ne indiretto sulla quotidianità dell’autore. Se andate a rivedervi i pochi haiku di Basho sul karumi, oltre alla pulizia stilistica, necessaria, si ha sempre un riferimento diretto o indiretto alla sua quotidianità. Volendo restare in quest’alveo, possiamo dire che la pulizia stilistica è una condizione necessaria, ma non sufficiente per avere karumi in un haiku.

  • Armonizzazione yin yang

In termini di yin-yang è presente un buon equilibrio tra gli elementi che compongono lo haiku.

yin stagno – yang salto

yin rumore – yang salto

yin stagno – yang rumore

  • Ritmo

Adeguato e corretto, testo e pause scandite dal pattern

  • Musicalità

haiku che scorre bene, buona musicalità (considerando la traduzione)

  • Presenza doppia lettura

E’ presente una doppia lettura, che rappresenta bene la verità zen dell’illuminazione improvvisa.