la via di mezzo della poesia haiku

Haiku liberi: come altro estremo

Se rivestiamo una poesia haiku con parametri diversi da quelli tradizionali, in generale, avremo degli haiku basati su canoni incompatibili con la forma standard e la poetica zen.

Per esempio, se come ideali poetici prendiamo quelli romantici (il tormento, l’inquietudine, il dolore) e come ideali estetici il fantastico, il sentimentale, la passione amorosa e come forma quella delle due righe:
In quest’ottica , allora questo sarebbe un haiku:

mi spengo
nel tuo infinito amore

A qualcuno forse tutto questo potrà sembrare assurdo, ma vi invito a riflettere sul fatto che: se tutto dipende dalle asserzioni iniziali di cosa s’intenda per poesia haiku, allora tutto diventa relativo, quindi arbitrario.

Spesso si dimentica che il concetto stesso di tradizione è relativo.

Basho stesso ha innovato lo haikai dei suoi tempi, quindi lui stesso era fuori dai canoni poetici, rispetto alla tradizione della sua epoca.

Nell’ordine naturale delle cose, tutto si trasforma, quindi andrebbe sempre tenuto ben presente che, ciò che oggi è tradizione, è stato precedentemente innovazione.

In quest’ottica e riprendendo la composizione sopra indicata, è chiaro come esso sia un haiku, nel suo relativo contesto.

Per questo le posizioni di chi afferma: “haiku è haiku” , “haiku è 5-7-5”, “haiku è tradizione giapponese”, sono posizioni talebane, ovvero estreme, soprattutto se poi provengono da persone appartenenti a nazioni che non sono quella della “cultura della crema haiku “.

I gendai haiku

Altro esempio di haiku non tradizionali sono i gendai haiku (haiku moderni giapponesi, anche se il movimento ha ormai più di cento anni) qui , qui e qui per gli approfondimenti.

I Gendai sono di fatto una pratica personale, che ha un unico denominatore comune: superare la forma classica per far approdare la poesia haiku nella contemporaneità.

Nonostante Kaneko Tôta abbia detto che “gendai haiku sia praticare la modernità nella grandezza della tradizione”, in realtà, il movimento gendai non ha definito una poetica di riferimento esplicita, io almeno non ne ho trovato una traccia, il che comporta che ogni poeta aderisce ad una sua poetica personale, basata su tematiche e soggetti tipicamente riferibili alla sua epoca e quindi al proprio vissuto (ecologia, temi sociali, la guerra, etc.) .
Non esistendo una chiara poetica comune condivisa, anche gli ideali non sono definiti.
Tutto è libero, a cominciare dalla forma, mentre tutta l’attenzione è focalizzata sulle tecniche, l’uso del taglio (kireji), il realismo, le differenze tra haiku e senryu, l’uso della frammentazione del linguaggio, la presenza di temi più o meno spirituali, ovvero quello che io considero solo dettagli.

Quello che manca al movimento gendai sono dei solidi riferimenti, ovvero le fondamenta, o se preferite una sorgente, un alveo in cui il fiume della poesia poi scorre.

A causa della mia deformazione mentale, che probabilmente deriva dalla mia laurea in fisica, sono portato a guardare e cercare soprattutto le leggi generali che sottendono ai fenomeni, quindi nel caso dei gendai mi sono chiesto se in Giappone abbiano sottovalutato, oppure voluto o addirittura non potuto, definire, oltre alla forma libera, una poetica gendai.

Forse, mi sono detto, è perchè la poesia haiku è strutturale alla loro cultura e modo di essere, quindi non ne hanno sentito l’esigenza, ma fuori dal Giappone è tutt’altra faccenda.

Un po’ come la cultura della crema di un espresso, che è strutturale in Italia, ma che non lo è fuori.

Oppure, solo perchè l’associazione “furyu-Basho-tradizione” è effettivamente un monolite inscindibile, quindi meglio sbarazzarsene, scegliendo di non scegliere alcuna poetica, ma come dico sempre, essere nel fiume, non è come starne fuori e se un giapponese ci nasce dentro il fiume, un occidentale, quel fiume, al massimo lo vede in fotografia.

Purtroppo, senza una solida sorgente ed un chiaro alveo, se si esce dal Giappone, quello che ho constatato è che si hanno delle pozzanghere o nel migliore dei casi, dei laghetti.

Oppure si prendono delle paurose cantonate, come quella di definire automaticamente Gendai tutto ciò che, anche se occidentale, non corrisponde alla forma tradizionale giapponese.

Riassumendo: “forma e poetica” concorrono a definire una determinata via haiku, che è un po’ come per i quark , ovvero può avere sapori diversi, in base alle scelte iniziali che faccio.

Se opto per una forma e poetica tradizionali, avrò haiku tradizionali, non scegliendo a priori ne una forma, ne una poetica , avrò degli haiku gendai, in tutti gli altri casi, che sono solo due, ovvero forma tradizionale e poetica libera, oppure forma libera e poetica tradizionale, avrò delle vie di mezzo.

Le vie di mezzo

Dopo tutte queste considerazioni è ora abbastanza scontato come la via di mezzo della poesia haiku si collochi tra tradizione e libertà.

Se io fossi Giapponese, potrei cambiare la poetica mantenendo intatta la forma tradizionale, ovvero la metrica, kigo e kireji; assurdo farlo fuori dal Giappone, anche se a ben vedere è esattamente quello che accade kafkianamente in facebook , quando leggevo (ho smesso) certi haiku in italiano.

L’altra possibilità è la via di mezzo che rinuncia alla forma giapponese (perchè utilizza un’altra lingua), mantenendo però la poetica tradizionale, basata sul furyu e lo zen, ovvero la scelta fatta dal Lab.

P.S.

Qualcuno potrebbe obiettare che anche un caffè a cialde può essere considerato un vero espresso italiano , perchè risulta sempre con la crema.

A questa osservazione, rispondo che, in realtà, quello è un espresso algoritmico, in quanto l’intervento umano si limita ad inserire una cialda e schiacciare un bottone, che è un po’ come gli haiku generati dalle app.

L’espresso spesso è accettabile, ma la cultura dell’espresso è sempre assente.