L’essenza del fûryû in 7 passi

Mentre scrivevo il secondo articolo sulla via di mezzo, ovvero la via di mezzo della poetica haiku, mi sono reso conto che dovevo introdurre il concetto di furyu, non tanto dal punto di vista degli elementi ed ideali che lo compongono, quanto per trasmettere la sua essenza.

Nell’ Oku no hosomichi di Basho troviamo il seguente haiku

L'inizio del furyu!
La canzone della semina del riso
Nel remoto nord

The beginning of fûryû!
the rice-planting song
in the remote north.

fûryû no/hajime ya/oku no taueuta

Ovvero, per chi è non abituato a leggere le sottigliezze di Basho:

Quando inizia in furyu ?
Quando la canzone dello zen, origine dell’esistenza, comincia a germogliare nella mente. (EG)

Kuki Shuzo , nel suo breve saggio Furyu ni kan-suru ikko satsu, si è interrogato sul senso profondo dello haiku.
Ciò che in un haiku deve emergere, dice Kuki, è l’allontanarsi dalla mondanità, guardando al mondo con occhi nuovi, come se fossimo uno specchio terso, atteggiamento questo che affonda le sue radici nel buddhismo chan e quindi zen.
Per Kuki la poetica di Basho “è quella che meglio s’ispira al furyu”; termine antico di origine cinese, composto da due caratteri letteralmente “vento” e “scorrere”.

Kuki interpreta lo spirito poetico in questo modo:

«Furyu è qualcosa che si oppone al mondano e deve scaturire dall’allontanamento della quotidianità sociale. Furyu è prima di tutto distacco.»

C’è del vero in questo, ma va spiegato meglio, perchè messa così questa affermazione causa facili fraintendimenti

Vediamo allora quale sia il percorso per comprendere il senso della frase di Kuki, quindi l’essenza del furyu e cominciare a scorrere nel vento.

  1. il primo passo è il controllo della mente, ovvero la pratica del vuoto mentale, raggiungibile tramite la meditazione formale e non formale.
    La meditazione formale si chiama zazen, quella informale è banalmente quello che fai.
    Sì perchè alla fine tutto quello che fai può essere meditazione, se lo fai con il giusto atteggiamento, pelare le patate, pulire un cesso, leggere un libro o guardare un film è meditare. Questo è lo step più fondamentale e meno spiegabile a parole, ma da qui parte tutto, in quanto tutto quello che segue dopo non sono altro che diversi stadi di comprensione, cioè sono solo effetti della pratica del vuoto, che rimane il motore di tutto.
  2. La pratica costante del vuoto mentale, ovvero l’allenamento costante dell’osservazione della mente, porta alla comprensione dell’impermanenza, ovvero alla comprensione di come non ci sia nulla di stabile, sia nella mente che in tutto l’universo (qui conoscere un po’ di fisica è auspicabile, perchè se conosci i principi della termodinamica, della relatività e un po’ di meccanica quantistica, allora risulta tutto più facile); senza questa comprensione si vive nel mondo che il Budda chiama illusorio e che è la causa principale delle tante sofferenze psichiche.
  3. la comprensione dell’impermanenza porta alla comprensione del vivere “qui e ora”, ovvero di come l’unica esistenza possibile si basi esclusivamente sul presente e di come passato e futuro appartengano al mondo illusorio.
  4. il “vivere qui e ora” porta alla comprensione dell’attaccamento, ovvero come sia imperativo, smettere di pensare che sia possibile possedere cose o peggio ancora, persone, quindi come, se vuoi vivere nel presente, si debba giungere al distacco emotivo, il che non significa che non si devono provare emozioni o sentimenti, ma prendere coscienza della loro impermanenza e quindi lasciarli andare quando capitano … così s’impara a non soffrire troppo a lungo, ovvero: la sofferenza viene, la osservi e poi la lasci andare, senza trattenerla. Il distacco emotivo è quello di Kuki e di Basho, che da bravi giapponesi lo equiparano all’allontanamento dalla mondanità. In realtà, non è necessario fare gli eremiti, per raggiungere il distacco mentale, anche se certamente questa cosa aiuta e non poco.
  5. la comprensione del distacco porta alla compassione, ovvero alla comprensione degli altri, ovvero delle loro realtà mentali , diverse dalla nostra, il che non vuol dire che capisci o ti metti ad amare il genere umano, come ti chiedono di fare i cattolici, ma che accetti gli altri per quello che sono, senza pretendere di cambiarli; il che non vuol dire essere buonisti a tutti i costi ed accettare qualsiasi cazzata facciano, perchè in realtà equivale a dire: “io accetto te, ma non le tue cazzate” … sottigliezza che purtroppo non è quasi mai compresa, in quanto la gente si identifica con quello che fa, quindi non capisce che, per esempio, quando io li mando aff. per qualcosa che dicono o fanno, non mando mai aff. loro, ma le loro cazzate… ma capisco anche le loro reazioni, perchè non è facile pensare che la fanculizzazione sia un gesto compassionevole e non di rifiuto; però io ho imparato a distinguere sempre tra mente e pensiero, quindi io separo la causa dall’effetto, distinguo ciò che esiste (la mente), da ciò che è impermanente (il pensiero), quindi ormai mi è naturale accettare la prima (la mente) e rifiutare il secondo (il pensiero) senza contraddizioni; io di solito, cerco di spiegare, ma il fancullizzato tipicamente si offende lo stesso, ma se non capisce, ed è la regola, allora quello diventa un problema suo e non più mio, perchè io sono consapevole di quali fossero le mie vere intenzioni ( qui la cosa è molto zen, ma meglio di così non riesco a spiegarla).
  6. la comprensione invece di tutto ciò che non è mentale, ovvero non è originato dalla mente, ovvero è fisico, si ottiene tramite la scienza, ovvero dell’unico metodo oggettivo d’indagine della realtà non mentale.
  7. tutto quanto detto fin qui, porta all’atteggiamento del wu wei taoista, ovvero dell’accettazione della natura come unico motore universale (Tao) e della consapevolezza delle proprie azioni e non azioni, ovvero di come e quando si debba interferire, o meglio non interferire, con i processi naturali (Tao).

Arrivare al punto 7 significa arrivare a a comprendere zoka, il makoto e il mujo di Basho ovvero si comprende l’essenza del furyu.

« quando il vento scorre al’interno del poeta ed lui si affida al vento che soffia nel cielo più alto, allora si è davanti ad un vero uomo nobile, colui che comprende il fūryū».
(dall’Akazōshi)

1 commento su “L’essenza del fûryû in 7 passi”

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