Margherita Petriccione: il mio haiku capolavoro

Puntate precedenti:

Breve premessa. Alcune considerazioni e approfondimenti sono già stati affrontati nelle puntate precedenti, quindi chi vuole avere un quadro più puntuale dei temi trattati è invitato a leggere , in sequenza, i lavori cominciando  da Monica Federico.

Questo lo haiku di Margherita:

luna dell’alba -
la trama consumata
di un calzino

In realtà non ho nessun haiku da poter vedere come il mio top, ne ho alcuni che reputo più riusciti e questo è uno di quelli
Ci vedo karumi, wabi-sabi, mono no aware ( che volere o volare è presente se un’immagine colpisce più di un’altra) e c’è un pizzico di yugen in quella luna evanescente . Oltre alla possibilità di interpretazioni diverse a seconda del vissuto di chi legge penso che offra una spunto di riflessione sulla relazione tra cose apparentemente distanti fisicamente e concettualmente, ed in generale sulla loro impermanenza .
Commenta pure Elio, cerca solo di non farmi a pezzi 😦 – Margherita Petriccione.

Commento di EG.

Un buon haiku per tutti, appena sufficiente per Margherita, perchè l’asticella va alzata proporzionalmente alle potenzialità.

La ragione tecnica sta tutta nel primo verso, obsoleto come soluzione compositiva.

Apprezzabile e condivisibile lo sforzo di mettere in relazione
“cose apparentemente distanti fisicamente e concettualmente “, ma se sei di livello, nel 2019 non puoi rifugiarti nei soliti e ritriti kigo lunari o campestri.

Se sei di livello è tuo dovere rifuggire da tutte le facili opzioni, usate milioni di volte e guardare più avanti o più in profondità.

C’è un testo di una canzone di Pierangelo Bertoli che, secondo me, indica il giusto atteggiamento che anche un poeta haiku dovrebbe tenere : ” Canterò le mie canzoni per la strada … con un piede nel passato e lo sguardo dritto e aperto nel futuro”.

Che tradotto significa, che senza rinnegare la tua storia, non puoi fermarti, perchè se ti fermi, allora sei morto.

Un buon insegnamento, che è anche lo stesso di Basho.

Segui e ritorna a Zoka, zoka come trasformazione continua, questo è l’insegnamento di Basho, ma se non si comprende che anche noi facciamo parte di zoka e che il Tao è sempre lo stesso Tao, sia per le 4 stagioni che per il nostro vissuto, allora zoka rimane un concetto, non una traccia di vita .

Basho chiamava barbari chi non vedeva , ne comprendeva l’essenza di zoka, io li chiamo poeti di facebook, cioè quelli che si fermano al passato o che guardano al loro ombelico.

Se sei di livello e ti rifugi nel kigo più banale che ci sia, nel migliore dei casi dimostri approssimazione, oppure scarsa capacità di lettura del momento, generalmente accettabile per i più, ma non per Margherita.

Fortunatamente il riscatto avviene nei due versi successivi.

Karumi e wabi-sabi ci sono, più dettati dal mujo che da altri ideali poetici, in ogni caso “tanta roba” come si dice a Milano.

Mi convincono meno i riferimenti al mono no aware ed allo yugen, il primo perchè ripeto è un ideale estetico che non amo e che trovo superfluo, in quanto si sovrappone all’ideale poetico di mujo , il secondo per ciò che ho già detto sull’uso di luna come riferimento.

La trama consumata come effetto di una mente che si corrode tra pensieri ed illusioni, questo sarebbe stato il perfetto riferimento, purtroppo non colto, anche se servito su un piatto d’argento, peccato.

Concludendo, un haiku buono, se scorporato dall’autrice, ma che dimostra ancora qualche condizionamento giapponesizzante, di cui Margherita dovrebbe liberarsi se vuole fare un ulteriore passo in avanti, verso la piena consapevolezza, quindi anche verso la piena libertà compositiva.

1 commento su “Margherita Petriccione: il mio haiku capolavoro”

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