無常 Mujô, wúcháng, l’impermanenza di M.Basho con farciture di EG.

Premessa

Quando si tratta di haiku, io normalmente mi tengo abbastanza lontano dalle supercazzole, perchè fare accademia genera cultura, ma non artisti.

L’arte deve far retrocedere, deve far regredire un uomo fino al solo sè stesso, fino alla completa solitudine; per questo l’arte è il contrario della cultura. La cultura fa avanzare l’uomo, ma in questo progredire la cultura lo allontana dalla sua essenza, mentre l’arte prende l’uomo e lo riconduce alla sua nudità. (Ramón Gaya)

qualche volta però le supercazzole servono: quando si vuole indagare, allo scopo di capire dove si è ed in questo, quanto il Prof. David Landis Barnhill ha scritto sul tema dell’impermanenza di Basho, mi ha dato una mano.

Impermanenza

Non si comprende l’impermanenza se non si comprende il tempo.
Impermanenza, in idiogrammi 無常 , significa non essere costante, quindi dipendere dal tempo.
Per Richard Feynman (fisico) il tempo è ciò che accade quando non accade nient’altro, mentre per Julian Barbour (altro fisico) il tempo non è altro che cambiamento.
Io la penso come Barbour, perchè se non accadesse niente, se tutto restasse immutato, anche il tempo si fermerebbe, quindi ciò che percepiamo di quanto accade attorno a noi è il cambiamento, non il tempo, che, di fatto, in sè non esiste.

Ma come la pensava M.Basho?

Bashō interpreta il mondo come fatto da piccole trasformazioni, quindi anche lui la pensava come Barbour, anche se a volte viene assalito dallo stesso dubbio dei fisici, ovvero dalla consapevolezza che il tempo, il cambiamento, l’impermanenza sono delle brutte bestie, capaci di mettere in soggezione chiunque.

“le montagne si sgretolano, i fiumi cambiano il loro corso, le strade si trasformano, le pietre sono sepolte dalla terra, gli alberi invecchiano e vengono sostituiti da nuovi alberelli, il tempo passa e il mondo cambia, e le tracce del passato sono instabili”. (The Narrow Road to the Deep North)

Questo modo di vedere il mondo è tipico del buddismo, del taoismo e dello zen, ma anche della termodinamica, che guarda al mondo come fatto di cambiamenti in termini di temperatura ed energia.
Ma mentre la termodinamica si limita a tutto ciò che è fisico, buddismo, taoismo e zen ampliano il concetto, includendo anche la mente.

Il maestro alzò il suo bastone e disse:
“Se lo chiamerai bastone io ti picchierò.
Se non lo chiamerai bastone io ti picchierò.
Se non lo chiami ti picchierò ugualmente.” (koan zen)

Come si vede, l’impermanenza, in senso etimologico, nel suo saper cogliere il labile confine tra realtà ed illusione, rimane una brutta bestia per tutti e per me è confortante trovarmi in così buona compagnia.

Ma per Bashō non c’è solo l’impermanenza come cambiamento, c’è anche l’impermanenza shôja-hissui: quella del “tutto ciò che ha un inizio, ha una fine”.

In un suo diario, Bashō giunto sulla tomba di Lady Kogo, descrive così la sua esperienza:

Ha vissuto tra broccati e sete, ma alla fine si è trasformata in polvere in questo sottobosco ….
Miserabile il destino degli esseri umani – germogli di bambù

Va detto che Lady Kogo era stata una cortigiana bellissima ed una musicista di rara bravura, quindi Basho, sulla sua tomba, coglie l’impermanenza mondana nella sua totalità: quella della bellezza, dei valori sociali, dei beni materiali, perchè tutto ciò che è mondano, alla fine finisce e svanisce, decomponendosi miseramente.

E anche qui devo dire che mi ritrovo allineato a questo pensiero, che è anche quello di Fromm.

Sembra che l’avere (il possedere) costituisca la base della nostra esistenza, nel senso che, per vivere, dobbiamo necessariamente avere cose ed oggetti. Inoltre, dobbiamo averli per poterne poi godere. In una cultura, come la nostra, dove la meta suprema è l’avere – anzi l’avere sempre di più -, come può esserci un’alternativa tra avere ed essere?
Ormai, l’essenza dell’essere è l’avere, per questo il pensiero comune si basa sul fatto che chi non ha nulla, non sia nulla. (E.Fromm)

I buddisti dicono che sia l’attaccamento a nasconderci la comprensione dell’impermanenza, io ho sempre pensato che sia piuttosto l’avidità, perchè un pizzico di attaccamento ci rende più umani, definendo la nostra scala di valori, mentre è l’avidità che ci trasforma in vampiri.

L’avidità: uno dei cancri della mente umana e non parlo solo dei soliti: soldi, successo o potere, ma anche di quelli, che per esempio non rispettano una fila, perchè avidi del loro tempo, o di quelli che si bevono qualsiasi fake news perchè avidi delle loro stupidità.

L’impermanenza di Basho: come cambiamento, come inizio e fine, ma anche come imprevedibilità della morte.

In visita al villaggio di Sarashina, Basho si spaventa mentre cavalca su un lungo e stretto sentiero a picco sul mare.
Allora scende da cavallo, lasciando che un servitore prenda il suo posto.

Spesso ho pensato che sarebbe caduto; ero terrorizzato mentre lo guardavo da dietro. Osservando gli esseri senzienti di questo fugace mondo, il Buddha deve provare la stessa emozione.
Riflettendo sulla rapidità incessante del cambiamento, diventa chiaro il verso: “Il gorgo di Awa è privo di vento e di onde”

Per comprendere questa citazione di Basho, è bene sapere che si sta riferendo ad una poesia buddista che indica come la vita sia turbolenta e quindi come noi tutti siamo come il suo servo, precariamente a cavallo, sul bordo della morte .

Il pensiero della morte è come i peli nel naso, che crescono con l’avanzare dell’età.
Accettare l’idea della propria morte come un evento naturale genera un mix di emozioni contrastanti: da una parte c’è l’atavico istinto di sopravvivere a qualsiasi costo, dall’altro c’è la curiosità di un’esperienza che si sa già che non si potrà ripetere una seconda volta, tutto il resto si può solo immaginare.

ossa sbiancate nella mia mente
il vento penetra il mio corpo fino al cuore (Basho)

C’è da dire che Basho, coerentemente con queste sue convinzioni, ha poi modellato gran parte della sua vita sull’ideale yugyô hijiri di sutemi mujô (abbandonarsi all’impermanenza), il che me lo ha sempre reso ancor più simpatico, perchè testimoniare la lontananza dall’ipocrisia è una delle poche cose che apprezzo in un essere umano.

La sua ascesi, attraverso la metafora del viaggio e l’abbandonarsi alla natura, come pratica per raggiungere il distacco dal mondo, rimane a tuttoggi un modello da seguire.

Per Bashō, tuttavia, mujô non implica soltanto l’inevitabile o imminente svanire delle cose, ma significa anche continuità e rigenerazione.
Visitando utamakura testimonia le tracce (ato) del passato e “vede nei cuori degli antichi”, come dice in The Narrow Road to the Deep North.
In questo modo il passato sopravvive ai secoli e si rigenera alla coscienza attraverso i suoi viaggi e diari.
Bashō non solo sperimenta la continuità proprio grazie all’impermanenza, ma anche la continuità dell’impermanenza: il flusso incessante del vivere, morire e di nuovo vivere.

The Narrow Road to the Deep North si apre con questo tipo di mujô.

I mesi e i giorni sono i viandanti di cento generazioni, come gli anni che passano. Per coloro che trascinano la vita come su una barca, come per coloro che passano la propria esistenza come se trascinassero un cavallo per le briglie, per tutti questi, ogni giorno è un viaggio e il viaggio stesso è casa.
Come gli antichi, che morirono durante il viaggio, così anch’io – per anni – sono stato attirato da un soffio di vento, senza riuscire a fermare i miei pensieri su questo girovagare.

E’ la morte che è seguita dalla vita, così come la vita segue la morte.

Qui il cambiamento non è un fenomeno ciclico come il susseguirsi delle stagioni, né ha a che fare con il karma delle rinascite.
Qui i giorni, i mesi e gli anni suggeriscono che ciò che passa non tornerà più: un anno andato è passato per sempre e l’entropia dell’universo è inevitabilmente aumentata.

Come gli antichi, che sono venuti e poi andati, attraversando la loro vita come un viaggio, per essere poi seguiti da nuovi poeti e praticanti, così Bashō viaggia, sapendo che anche lui morirà – ma che, dopo di lui, altri verranno.
L’equilibrio tra questo acuto senso della morte e la consapevolezza della continuità storica conferiscono a questo brano un tono pronunciato di solenne celebrazione.

Per Bashō, il mujô è il fulcro centrale e la lente attraverso la quale guardare al mondo.
Questa visione è “comprensione profonda della natura stessa della realtà”, usata come cornice di percezione, come uno strumento attraverso il quale l’esperienza viene interpretata.
Per Bashō, il mujô modella la vita, affermando come questa non possa che essere vissuta che per momenti, per momenti haiku.

La consistenza di un respiro
il mio corpo e il sole
la mia ombra
tutte effimere circostanze (EG)

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