Basho, lo zen e i neuroni specchio

Il concetto di haiku come pratica, ovvero di esercizio di comprensione attraverso la parola, deve essere centrale per gli iscritti al Lab.

Da qui il focus sullo zen, ovvero su quel processo mentale che armonizza l’introspezione e l’estrinsecazione, ovvero come comprendere sè stessi, grazie all’osservazione di ciò che ci circonda e che poi si concretizza in qualche verso.

Personalmente io non ho dubbi che questo fosse il motore interiore che muoveva anche M.Basho a fare poesia.

Infatti Basho afferma che la poesia è allo stesso modo sempre nuova ed immutabile.

Nuova nel cogliere il momento, immutabile nella consapevolezza del poeta quando coglie il momento.

Questo è il filo rosso che collega tutti i maestri, dice Basho, ed è questa la pratica zen della poesia haiku.

La grande differenza tra chi pratica la poesia come zen e chi non lo fa è che spesso i primi finiscono per spendere più tempo a cercare di capire quello che hanno scritto, piuttosto che nello scrivere in sè.

Ad esempio, tipicamente io scrivo di pancia, senza pensare, ma poi leggo e rileggo con attenzione quello che ho scritto, per capire il profondo che sta dietro le mie parole.

Tutto questo mi ha portato alla convinzione che ci sia una stretta correlazione tra la qualità di un haiku e la capacità di unire l’esterno al  proprio interno , ovvero io credo che più l’esperienza esteriore vissuta si rispecchi in una esperienza interiore e migliore risulterà lo haiku.

A dire il vero, ho anche cercato di capire le cause di questo fenomeno ed ho finito per attribuire quest’effetto ai neuroni specchio, ovvero a quella classe di neuroni che si attiva quando un individuo si rivede e riconosce in qualcosa o in qualcun’altro.

Già Poincaré sosteneva che il nostro rapporto con gli oggetti e le persone con cui veniamo in contatto coinvolgono funzioni fondamentali del nostro sistema nervoso.

Quindi, se tutto questo corrisponde a verità, allora si comprende la grandezza di Basho , in quanto gran parte dei suoi haiku sono interpretabili sia come esperienze introspettive che estrinseche.

furtivamente di notte
un verme al chiaro di luna
penetra una castagna ( M. Basho)

Qui l’esperienza estrinsecata si rispecchia in quella  meditativa interiore, quando cioè il pensiero perturba la quiete della mente, come tutti i praticanti zen ben conoscono.

Tutto questo ci porta alla considerazione che lo haiku di Basho è leggibile su due piani distinti: quello esteriore e quello interiore relazionato al primo.

In questo modo haiku diventa pratica zen, quindi anche autoterapia, ovvero libertà.

Se questa è la Via haiku di Basho, questa allora dovrebbe essere la Via di tutti gli iscritti al Lab.

merda d’uccello
lo tsukubai ora è pulito
lavato dalla pioggia (E.Gottardi)

tram pieno
pelli di ogni colore
fermata Lanza (E.Gottardi)

P.S.

Termino con una precisazione.  Io non sono buddhista, per questo cerco di evitare puntualmente nei miei articoli le implicazioni dottrinali tipiche del buddhismo zen.  Il Dharma mi  lascia abbastanza indifferente e considero lo zen come un semplice strumento, un mezzo come una bicicletta incolore, mentre ciò che colora la bici è la dottrina e  a me interessa solo che la bici funzioni, non il suo colore.

 

 

2 pensieri riguardo “Basho, lo zen e i neuroni specchio”

  1. Buona domenica, penso che la ricerca introspettiva nell’elaborazione dell’haiku costituisce un limite allo stesso che trae origine da un’attenzione meditata ma libera. Solo respirando liberamente possiamo maturarci dentro. .

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