Haiku espressionisti: un mix di opacità, mistero e fascino

In un’immobile campagna
Con la pioggia che ci bagna
I gamberoni rossi sono un sogno
E il sole è un lampo giallo al parabrise (parabrezza)     

(Genova per noi – Paolo Conte)

Camminavo, con le cuffie ascoltando questa canzone e questi 4 versi hanno attirato per la prima volta la mia attenzione, in modo diverso dal solito, perchè nonostante  “Genova per noi” sia una canzone che conosco a memoria, mi era sempre sfuggito un suo possibile piano di lettura in termini di relazione con la poesia haikai.

Infatti, mentre ascoltavo, mi sono chiesto: ma questa strofa è, o non è, anche un haiku?

Interiorizzato il problema, per me è normale non cercare subito la soluzione.

Per me , questo tipo di domande, sono sassi gettati nel cervello che devo solo lasciar decantare, devo solo aspettare che tutto ritorni tranquillo e calmo per poter vedere sul fondo del mio lago quello che so già, lasciando che l’inconscio lavori per me.

Io, almeno, funziono così.

schiele“Espressionismo” è un termine che, nella storia dell’arte, è stato declinato in molti modi, ma sui quali non m’interessa, ne voglio disquisire più di tanto,  diciamo che mi va bene la definizione classica, ovvero: “la propensione di un artista ad esaltare, esasperandolo, il lato emotivo della realtà rispetto a quello percepibile oggettivamente. “

Il che è esattamente quello che ho riscontrato nei versi di Conte o in questo autoritratto di Schiele.

L’immagine fornita da Conte è quella della campagna sotto la pioggia che scatena nell’autore la percezione di un sogno e del sole che riappare.

Ma i sogni-desideri ed il sole sono espressi soggettivamente come visioni, ovvero come “gamberoni rossi” e “lampi gialli sul parabrezza della propria auto”.

Se i versi di Conte sono un haiku, allora il suo non è solo un haiku “colorato”, come chiamiamo nel Lab gli haiku che richiamano un emozione o un sentimento , il suo è molto di più: è un haiku soggettivo.

Un haiku colorato mostra uno stato d’animo, ma qui non solo le emozioni sono mostrate, sono esasperate.

A ben vedere, tutta la poetica di Basho e in generale tutta quella dello haiku tradizionale va nella direzione opposta, ovvero verso “l’oggettivazione della realtà”, che molto impropriamente, potremmo chiamare “visione impressionista”, anche se sinceramente è un termine che associato alla poesia haiku non mi piace, perchè più che d’impressione, io parlerei di comprensione della realtà.

Anyway, tralasciando queste mie pippe mentali, il punto è:  può esistere una poetica espressionista nella poesia haiku ? e se sì, con quali caratteristiche?

Rileggendo i versi di Conte, tra l’altro bellissimi, mi sono anche chiesto: “cosa non va?”  ammesso che qualcosa non vada, affinchè il suo verso lo si possa considerare appieno un haiku espressionista?

La mia risposta è stata: troppa leggibilità, troppa trasparenza.

Le strofe di Conte sono esaustive perchè contengono sia il soggetto che la loro espressione, quindi è perfettamente leggibile.

Questa cosa va benissimo in una canzone, ma va ancora bene in un haiku?

Cosa succede se, nella strofa di Conte, togliamo i soggetti lasciando solo le loro espressioni ?

ovvero:

In un’immobile campagna
Con la pioggia che ci bagna
I gamberoni rossi 
E un lampo giallo al parabrise 

E’ evidente che in questa versione si perde molto in comprensione e leggibilità, rispetto al testo originale, infatti i riferimenti espliciti al sogno ed al sole spariscono e non sono facilmente interpretabili, se non si conosce il testo della canzone, ma in questa versione, non si acquista forse qualcosa in termini di ermetismo, ammesso che il mistero rimanga un valore, ma soprattutto in fascino poetico?

Opacità e fascino sono parametri estetici sicuramente lontani dai canoni tradizionali della poesia haiku, ma sono comunque canoni, che risultano, tra l’altro, culturalmente molto più vicini a noi italiani, rispetto allo zen.

Un “haiku espressionista” deve quindi innanzitutto affascinare, ovvero essere inafferrabile, come una bella donna e per farlo deve essere oscuro, misterioso, irraggiungibile, anche perchè deve necessariamente distinguersi dagli “haiku impressionisti” tradizionali, che invece hanno nella realtà nuda e cruda, le loro radici.

Haiku che esprimono e che volano in cielo, rispetto ad haiku che mostrano e che sono ben piantati per terra.

In quest’ottica, è chiaro allora che la soggettività insita in un haiku espressionista conduce all’ermetismo, come atteggiamento compositivo.

Siccome io sono uno di quelli a cui non piace reinventare l’acqua calda,  riprendo pari pari un concetto della poesia ermetica italiana del novecento, riapplicandolo alla poesia haiku:

un haiku espressionista è allora sempre un haiku sulla realtà, che viene però espressa però in modo fortemente elusivo, ovvero un haiku depositario di un significato percepito esclusivamente dal poeta e spesso nemmeno dall’autore stesso che manifesta, in questo modo, l’indecifrabilità della sua realtà e delle proprie stesse percezioni.

Quello che si perde in comprensione deve però essere acquisito in termini di ritmo e musicalità, ovvero in mezzi accessibili all’inconscio del lettore.

Un haiku espressionista si rivolge infatti all’inconscio,  è poesia dell’inconscio che emerge senza filtri e che si concretizza in pochissimi versi.

Da una passeggiata, ecco allora il mio primo haiku espressionista:

il cielo e il mio iride
zaffiri
incontri all’inferno e paradiso

Dopo averlo postato nel Lab, nessuno l’ha capito, ma era nell’ordine naturale delle cose, perchè, nelle mie intenzioni, non doveva essere capito.

Un haiku espressionista appartiene totalmente all’autore e a nessun altro.

Quindi, anche se non sono particolarmente ermetiche, potrei spiegare le due espressioni contenute in questo mio haiku, ovvero : “zaffiri” e  “inferno e paradiso”,  almeno per come le intendo io e forse lo farò, ma non oggi, perchè voglio tenermelo ancora e solo per me.

Concludo con un’osservazione.

A prima vista può sembrare che tutto questo non abbia a che fare con lo zen, in realtà zen è comprendere non solo la realtà quotidiana, fatta di cose concrete e misurabili, ma anche il proprio inconscio, ovvero quella più sfuggente e nascosta, quindi anche gli haiku espressionisti, come quelli impressionisti, alla fine sono zen haiku, sempre che l’autore sappia quello che sta facendo, in piena consapevolezza.

Come affrontare “l’infinito” in un haiku

C’è un concetto che corrompe e altera tutti gli altri. Non parlo del Male, che ha l’etica come suo limitato impero d’azione, ma parlo dell’Infinito. »   (Jorge Luis Borges)

Personalmente, per quanto riguarda l’utilizzo dell’infinito nella poesia haiku, io mi trovo d’accordo con Borges.

L’infinito (dal latino finitus, cioè “limitato” con prefisso negativo in-  , denotato anche dal simbolo \infty è un concetto spaziale, così come il suo omologo temporale di eternità.

Nell’antichità, con Anassagora e Democrito, questo concetto metafisico entra a far parte della realtà, prima come qualità relativa dell’essere, poi anche come superamento di un cosmo finito e circoscritto.

Oggi, solo le religioni e la matematica continuano ad interessarsi ancora all’infinito: le prime come astrazione concettuale del sovrannaturale, la seconda come astrazione per abbreviare tutto ciò che non può essere misurato, contato o rappresentato e grazie a Georg Cantor, ora sappiamo che gli infiniti matematici sono anche infiniti.

Ai fisici ed ai maestri di haiku, invece l’infinito non piace.

I primi perchè sanno che in realtà, non c’è nulla di infinito o di eterno nell’universo, nemmeno l’universo stesso, i secondi perchè hanno compreso che la poetica haiku , come dice Borges, ne sarebbe uscita corrotta.

Se proprio vogliamo collocare l’infinito da qualche parte, allora dobbiamo pensarlo come ad un processo, non a qualcosa.

Il processo di creazione e distruzione del Tao è forse infinito, ammesso e non concesso che sia vera la teoria del big bounce , altrimenti anche l’eterno Tao avrà una fine.

Nulla di fisico è infinito, ne sono infiniti i sentimenti, o  le sensazioni, quindi l’infinito è un termine cerebrale che poco ha a che fare con la poetica haiku.

La grande poesia romantica occidentale ha trattato esplicitamente l’infinito: Leopardi, Blake hanno scritto dell’infinito, mentre nessun maestro orientale, a quanto mi risulta, l’ha mai fatto.

Se proprio vogliamo mostrare l’infinito in un haiku, allora deve sempre essere espresso in forma implicita, accennata, partendo sempre da ciò che è finito, ovvero dalla realtà e mai essere presente in forma esplicita come concetto o sensazione.

Per questo la dimensione poetica della parola “infinito” non è lo haiku, ma piuttosto lo pseudohaiku: non la realtà, ma la mente.

Secondo Kuki Shūzō, in un haiku è l’allusione, quel tratto che deve far intravedere la presenza dell’infinito , non come soggetto, ma come essenza di una composizione.

Una prima possibile tecnica è quella di esaltare la suggestivà dell’immagine, come in questo haiku di Matsuo Basho:

Nara dai sette steccati
tempio dalle sette cappelle
fiori di ciliegio dagli otto steccati

Qui, il soggetto è l’antica capitale del Giappone: Nara, ma non c’è un solo verbo che descriva le sensazioni del poeta nel vedere l’antica città.

Il fluire delle emozioni è solo suggerito, nascosto dall’enumerazione degli elementi sui quali si posa il suo sguardo: il «tempio dalle sette cappelle» che allude, piuttosto che evidenziare la religiosità buddhista.
Così come il verso «fiori di ciliegio dagli otto steccati» a cui Basho fa ricorso per alludere sia alla bellezza, che alla licenziosità della corte imperiale, che in giapponese vengono costruite sia grazie all’allitterazione, che alla concordanza della grafica degli ideogrammi utilizzati.

Nello haiku giapponese, la forma crea così una catena associativa che amplifica la portata simbolica degli elementi in gioco, realizzando anche visivamente  un senso di eccedenza, che viene poi affidato alla sensibilità del lettore.

Questo haiku è un buon esempio di come sia impossibile trasporre un haiku giapponese in una qualsiasi lingua occidentale, senza perdere gran parte del suo significato.

Essere suggestivi in giapponese è quindi più facile che in italiano, con buona pace di chi rincorre improbabili relazioni tra le due forme di scrittura.

Se essere suggestivi non è una buona strategia per scrivere haiku in italiano, esistono altri modi per suggerire l’infinito.

In altri suoi haiku, Bashō allude all’infinito come rappresentazione di tre temi-chiave
del pensiero taoista: il panteismo, l’assenza di ogni giudizio e la ciclicità del tempo.

Trappola per polpi
Effimeri sogni
Sotto la luna d’estate

In questo haiku l’infinito è rappresentato dal microcosmo che lega tutti gli elementi del poema (il polpo, la trappola, che altro non è che un vaso vuoto, il sognatore e la luna).

La dimensione panteista taoista, in cui è idealmente immerso questo haiku, afferma quindi che l’identità del tutto è la stessa di tutte le cose.

Ora, siccome nell’infinito Tao tutto ha un suo posto ed una sua bellezza, allora anche la cessazione di ogni giudizio celebra l’infinito, come in quest’altro haiku di Basho :

Usignolo
Merda e torta di riso
Il bordo della veranda

Infine, altro tema ricorrente nella poesia dell’infinito giapponese è l’ideale del tempo, che si ripete:

O fiori d’arancio!
Quando? in quale campo ?
un cuculo

In quest’ultimo haiku, Bashō fa ricorso alla ciclicità del tempo come elemento per suggerire l’infinito. Nel qui e ora, Basho è assalito dal profumo dei fiori di arancio e ricorda di averlo già sentito, quindi ecco l’eterno Tao che si ripete e ripresenta ancora una volta sotto forma di un inebriante profumo.

A conclusione di questo breve excursus su come mostrare l’infinito nella poesia haiku, riporto il pensiero di Kuki, che evidenzia come sia il  liberarsi del tempo, che ci può dare nuova energia, liberandoci da tutto ciò che ci assale e che si ripresenta nel nostro qui e ora.

 Un attimo affrancato dalla sequenzialità del tempo ricrea in noi, affinché lo sentiamo, l’uomo affrancato dall’ordine del tempo. (Kuki)

Affrancarsi dal tempo è possibile, basta sedersi . (EG)