Breve excursus storico HSA sul falso mito giapponese del 5-7-5.

haiku non è matematica, ma musicalità e ritmo (EG)

Spulciando tra le pubblicazioni della Haiku Society of America (HSA) ed in particolare nel volume 37:1 del 2014, troverete i particolari di come, in occidente, si sia giunti ad identificare lo haiku con la forma sillabica 5-7-5.

Di seguito una sintesi dello studio condotto da Charles Trumbull e pubblicato da HSA.


L’opinione che un haiku debba essere obbligatoriamente strutturato in 17 sillabe di 3 versi di 5-7-5 è ormai largamente diffusa, soprattutto tra i frequentatori del web.
In realtà, questo è un atto di fede, perchè non c’è traccia di questa magica numerologia di conteggio sillabico nella forma giapponese, che innanzitutto non prevede sillabe ma suoni ON (音),  o meglio ancora ONJI (音字), inoltre tradizionalmente, il giapponese si scrive in forma tategaki, cioè senza spazi tra le parole, dall’alto al basso e da destra a sinistra.

Storicamente, i primi studiosi, in lingua inglese di haiku, notarono che i versi giapponesi si cadenzavano in modo naturale in blocchi di cinque e sette ON, ma questo è dovuto al semplice fatto che questo pattern è la forma più frequente nella lingua giapponese.
Quindi, linguisticamente parlando, il pattern 5-7-5 ON è semplicemente il più naturale e quindi probabile, tra gli haiku precedenti il 20 secolo, tanto che Henderson, nel 1965, stimò che solo il 4% degli haiku, degli antichi maestri giapponesi, uscivano da questo pattern;  questo però porta ad una semplice constatazione: che i maestri non contavano le sillabe e che anche loro scrivevano haiku    ipo o iper sillabici.

Sempre dal punto di vista storico, l’inglese W.G.Aston, nel 1899, fu il primo a dividere un haiku in 3 versi.
Il motivo non è stato del tutto chiarito, in quanto qualcuno ha suggerito che la divisione su tre righe fosse più adatta, rispetto ad una sola lunga riga, per il formato editoriale di un libro occidentale.
Più probabilmente, invece si trattò di un’iniziativa che prese piede, includendo poi anche la sillabazione 5-7-5, quando diversi traduttori pensarono bene di trasporre la cadenza giapponese, in qualcosa di occidentalizzato che la ricordasse, mentre quasi nessuno cercò di catturare esattamente il numero di ON giapponesi in inglese.
Fu così che i primi traduttori decisero che, visto che un haiku era comunque una poesia, si poteva rivestirla con un look interpretativo più adatto al mondo occidentale, puntando o meno sulla cadenza originale 5-7-5.
Mentre prendeva piede la traduzione 5-7-5, alcuni traduttori, privilegiando la leggibilità, come B.H. Chamberlain, nel 1902 e Asataro Miyamori, negli anni 30, tradussero gli haiku giapponesi in due soli versi, mentre l’australiano H.Stewart ritmò le sue traduzioni utilizzando addirittura una metrica pentametra giambica.
In conclusione, possiamo dire che l’origine della sillabazione in 5-7-5 fu opera dei primi traduttori, che fin dall’inizio del 1900, si divisero tra chi privilegiava la forma e chi invece la poetica di un haiku.

H.Henderson fu comunque il primo, nel 1965, a sistematizzare la forma 5-7-5, definendo le linee guida per la traduzione di un haiku in inglese.
Quello che Henderson non spiegò mai è il perchè ritenesse la sillabazione 5-7-5 adatta all’inglese, anche se è probabile che, visto che in origine gli haiku giapponesi richiamavano questo formato, per lui fosse naturale adattarsi a questa forma, senza preoccuparsi troppo delle conseguenze poetiche di questa scelta.

Fu così che molti poeti occidentali dell’epoca si conformarono a questa regola, senza porsi troppi problemi sulle implicazioni che l’adesione ad una forma rigida e per di più mutuata comportava.

W.Hackett, la prima vera supestar americana di haiku, nel suo “Suggerimenti per principianti e altri”, andò controcorrente invitando i poeti a “esprimere la loro esperienza in una forma sintattica coerente con la loro lingua.
Hacket suggerì inoltre di non scrivere nella forma 5-7-5, a qualsiasi costo, perchè questo era controproducente e macchinoso ai fini di una buona poesia.
Anche L.E.Harr, nel suo “ciò che non è haiku”, si schierò contro la regola 5-7-5, suggerendo una forma alternativa basata su 3 versi flessibili basati su un pattern corto-lungo-corto.

In generale, sul finire degli anni 60, tutti coloro che erano intenzionati a perseguire un proprio percorso personale deviarono dalla forma 5-7-5, privilegiando la propria ricerca.
Nel 1967 la rivista Haiku magazine certificò questa tendenza, promuovendo haiku basati più sui concetti di momento haiku e profondità, piuttosto che sulla forma classica.
Al contrario Kenneth Yasuda e Sr.Joan Giroux nel suo “La forma haiku” del 1974, si schierarono, come molti altri, a favore di una sillabazione rigida che doveva richiamare la cadenza dei ON giapponesi.
Di fatto, fu quindi in quel periodo che i poeti più attenti cominciarono a guardare allo haiku in modo diverso, abbandonando la forma 5-7-5, che invece continuò ad essere privilegiata dai principianti e dagli amatori.

In definitiva, allora da dove è nato il nostro contare le sillabe in forma 5-7-5?

Secondo Trumbull : da una cattiva comprensione della forma haiku giapponese introdotta dalle prime traduzioni in lingua inglese.
Errore poi perpetuato ed amplificato dalle scuole di composizione e da una pletora di poeti della domenica, con l’avallo infine di alcuni pseudo-esperti.

1 commento su “Breve excursus storico HSA sul falso mito giapponese del 5-7-5.”

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