stirando una camicia in h2ku, h3ku, h4ku

camicia

H2ku

Nazarena Rampini

Una camicia
scivola il ferro caldo fra i pois

H3ku

EG

Perfezione
Un colletto di lino
Un colpo di vapore

H4ku

Margherita Petriccione

I beatles
un vecchio vinile
l’ennesima camicia
e il ferro caldo

 

h4ku: le linee guida del Lab

Dopo aver trattato la forma breve h2ku, vediamo ora la forma più lunga per un haiku,  che, fino ad oggi, a quanto mi risulta, non ha riscosso molta considerazione, perchè, secondo me, non è stata capita.

Il ritmo

Innanzitutto, il pattern su 4 righe (h4ku) è particolarmente adatto quando è necessario dare più ritmo e quindi energia, alla propria composizione.

Festa di compleanno
Sulla montagna
Il limite della luce
Alto

In questo h4ku di Margherita Petriccione, le prime tre righe mostrano tre immagini di un’unica realtà avente come soggetto “il panorama durante una festa”, mentre l’ultimo verso è soltanto un attributo della terza immagine, che mette in risalto il confine tra luce e ombra.
A rigor di logica, questa composizione, proprio perchè riferibile a 3 immagini, potrebbe essere strutturata su un pattern a tre righe (h3ku), ma come vedremo, il risultato non avrebbe la stessa forza.
Infatti consideriamo le due alternative possibili in formato h3ku:

Festa di compleanno
Sulla montagna
Il limite della luce alto

Festa di compleanno
Sulla montagna
Alto il limite della luce

In entrambi i casi la necessità di una pausa sul terzo verso è evidente, ed è proprio la mancanza di ritmo che finisce per appiattire e rendere decisamente molto meno attraente l’intera composizione, nel formato h3ku.
Le 4 righe risolvono il problema, ridando il giusto e dovuto respiro all’intero haiku.

Dare più ritmo equivale a dare energia, quindi introdurre una pausa può essere, a volte, la soluzione migliore, quando si ha la percezione che il nostro haiku sia troppo piatto.

L’incomprimibilità

Nella composizione precedente, ogni parola è indispensabile quindi, non essendoci nulla di superfluo, possiamo dire che è incomprimibile.

Premesso che l’incomprimibilità è una sfida mentale che deve sempre essere attiva, in chi scrive haiku e che io ritengo più intrigante rispetto a qualsiasi forma fissa, il pattern a 4 righe, essendo virtualmente più ampio rispetto ai pattern a due o tre righe, può essere più critico, da questo punto di vista.
Quindi, non bisogna cadere nell’errore di credere che h4ku significhi necessariamente haiku più lunghi, perchè si possono scrivere h4ku anche estremamente corti, come dimostra questo bellissimo esempio, tutto basato sul ritmo.

beneath
leaf mold
stone
cool stone

(Marlene Wills)

Il ritmo è sempre legato alla lingua, quindi qualsiasi traduzione vanificherebbe il ritmo originale, esattamente come accade quando si traspone un haiku giapponese in una lingua occidentale.
Chi vuole può tradurre questo haiku, confrontando poi il ritmo della sua traduzione con quello originale, ebbene sarà impossibile riprodurlo esattamente.
A quanto mi risulta, noi del Lab siamo gli unici a porre attenzione al ritmo ed alla musicalità, come elementi imprescindibili di un buon haiku, il che porta inevitabilmente ad una considerazione, che faccio spesso:

le vie compositive sono molte e sono sempre legate alla lingua, mentre è lo spirito poetico che è unico ed universale.

La trappola della lunghezza

Come dimostra lo haiku precedente, la prima trappola in cui non cadere è quella di pensare che il pattern a 4 righe sia un “contenitore” per haiku “brodosi”, ovvero per tutti quegli haiku che invece, con un po più d’attenzione, si potrebbero condensare.

Scrivete sempre utilizzando il minor numero di parole possibile, questo è il corretto insegnamento.

Il momento haiku esteso

Nel Lab, come indicato dalla nostra mission, stressiamo molto il concetto di haiku vissuto come realtà, ovvero quello che viene universalmente indicato come “momento haiku”.
La realtà è però sempre qualcosa di molto complesso e di variegato, anche quando viene condensata in un istante.
Basti pensare agli input rappresentati dai cinque sensi, per capire come un haiku rappresenti sempre un’immagine inevitabilmente limitata ed incompleta, rispetto alla realtà vissuta.

Normalmente, un momento haiku modella la realtà attraverso un’immagine iniziale, uno sviluppo ed una immagine conclusiva.
Sinteticamente, allora possiamo dire che un h3ku sia:

immagine iniziale
sviluppo
immagine finale

Normalmente il testo che  “soffre maggiormente” , negli h3ku, è quello dedicato allo sviluppo, che è anche il cuore di un haiku e ne determina spesso anche la qualità complessiva.

La tecnica del pivot può risolvere questo aspetto, ma a volte, può risultare insufficiente.
Pertanto, ogni qual volta si voglia ampliare il respiro di un haiku, ovvero si voglia estendere “quello che accade”, allora si può ricorrere ad un h4ku come soluzione strutturale di riferimento.
Questo significa che un h4ku avrà come possibile modello di riferimento concettuale :

immagine iniziale
sviluppo
sviluppo
immagine finale

Vedremo ora alcuni esempi, presi da Lab, che dovrebbero far comprendere meglio questo aspetto.

sole a mezzogiorno
ondeggia l’asfalto
chiuse le palpebre
ondeggiano gli occhi

Questo h4ku di Zoé Alef Zel ricalca esattamente lo schema suggerito, mentre ad un attento lettore non sarà probabilmente sfuggito, come questo haiku sia interpretabile anche come il risultato di un incastro di due h3ku nascosti, ovvero:

sole a mezzogiorno
ondeggia l’asfalto
ondeggiano gli occhi

sole a mezzogiorno
chiuse le palpebre
ondeggiano gli occhi

Se uniamo e depuriamo dalle ridondanze questi due h3ku, ecco che otteniamo lo h4ku di Zoe.

Il momento haiku è quello di un assolato mezzogiorno, dove si sviluppano contemporaneamente due eventi: l’asfalto che sembra ondeggiare e le palpebre che si chiudono, finendo per far ondeggiare gli stessi occhi.

Stesse considerazioni per quest’alto haiku sempre di Zoe:

piove
un gatto nel fienile
senza orologio
ed è già notte

Usate quindi la tecnica dell’incastro, per mostrare al meglio il vostro “momento haiku esteso”.

Haiku su colonna

A volte nemmeno le 4 righe possono bastare, in questi casi possiamo parlare di haiku su colonna, ovvero basati su una struttura che richiama la verticalità delle scritture orientali.

Ecco un esempio di un mio haiku su colonna:

estate
temporale
un solo fragore
tuoni
vetri scossi
e sirene
(EG)

Qualche esempio aggiustabile

Sulla base delle linee guida fin qui espresse, vediamo ora anche qualche composizione, sempre prese dal Lab, che richiede invece un qualche aggiustamento e che sono state scritte, su mia richiesta, in modo del tutto istintivo e senza indicazioni da parte mia.

Evidenziati in rosso i punti critici.

Vento
Un petalo nell’aria
Un mio respiro
ed è caduto

comprimibile:

Vento
Un petalo 
Un respiro
ed è caduto


Beach volley
La palla in volo
per un attimo
nasconde il sole

momento esteso migliorabile, soprattutto nel terzo verso, che non aggiunge valore al momento:

Beach volley
La palla in volo
Trema la rete
Nascosto il sole


mille nuove ombre
nel primo mattino 
appena sfornato
profumo di pane

comprimibile e migliorabile come momento, soprattutto nell’immagine iniziale:

primo mattino
nuove ombre 
appena sfornato
profumo di pane


Tramonto
l’orlo di un burka
sull’onda
un gabbiano

meglio come haiku in colonna

 

Tramonto
un burka
un orlo
sull’onda
un gabbiano

La forma h2ku … le due righe

Raggiunta la maturità, i poeti più sensibili, liberati dalle zavorre, prima o poi sperimentano la forma sulle due righe.

Personalmente ritengo questa forma (che io chiamo h2ku) più difficile da risolvere rispetto a quella classica su tre versi (h3ku), ma proprio per questo, la ritengo anche più affascinante.

David  Grayson di HSA ha analizzato la forma su due righe per la lingua inglese.

Io di seguito l’ho aggiustata per l’italiano.

Lo stacco

La prima difficoltà riguarda la comprensione dell’energia da dare allo stacco semantico, che deve essere sempre presente e che in un h2ku deve essere maggiore rispetto ad un h3ku.

Prenderemo ora in considerazione alcuni casi di studio pubblicati nel Lab.

sorrido al vento
che si porta via il mio ventaglio aperto

(A. Pilia)

Qui lo stacco c’è, ma è debole per un h2ku, in quanto viene vanificato dall’immagine del secondo verso che richiama il primo attraverso quel  “che”.
Se in un h3ku possiamo non interessarci troppo di questo aspetto, in un h2ku dobbiamo prestare necessariamente più attenzione.

Infatti, meglio questa versione corretta:

sorrido al vento
il ventaglio aperto portato via all’improvviso

Questa versione presenta uno stacco molto più netto ed il vento viene richiamato implicitamente e non più esplicitamente, quindi lo stacco risulta più forte ed efficace, migliorando il risultato complessivo.

Il ritmo

La seconda difficoltà riguarda la gestione del ritmo.
Normalmente le tre righe, grazie al pattern corto-lungo-corto, scandiscono il ritmo in modo naturale, mentre al contrario, il ritmo in un h2ku va costruito con attenzione.

Il ritmo in un haiku è determinato dalle pause che possono essere esplicite o implicite.

Le pause esplicite sono determinate dalle righe, quelle implicite risiedono invece all’interno di un verso.

Le pause implicite sono fortemente legate alla lingua, quindi un h2ku non solo è più difficile da scrivere, ma anche da leggere, perchè solo chi conosce perfettamente la lingua può riconoscere ed apprezzare queste sfumature di ritmo.

Consideriamo questo h2ku

Rulli di tamburo
Il trattore pettina la sabbia 

(G. De Masi)

Questo haiku ha un forte stacco ed una solo pausa esplicita, in quanto il secondo verso non presenta nessuna discontinuità, ovvero si legge come un unico periodo senza interruzioni, nella forma sintattica classica italiana: soggetto-predicato-complemento.

Dare implicitamente ritmo, ad un h2ku in italiano, significa invece spezzare la fluidità della sintassi passando, per esempio in questo caso, dalla forma attiva a quella passiva.

rulli di tamburo
la sabbia ^ pettinata da un trattore

In questo h2ku la pausa implicita indicata con il segno  ^ , cade naturalmente dopo sabbia ed è prodotta inconsciamente, in lettura, dall’assenza dell’ausiliare  “è”, che ci aspetteremmo essere presente, come richiesto dalla forma passiva.

Ora abbiamo 2 pause, quindi un miglior ritmo, paragonabile a quello di un h3ku

Altro esempio, dello stesso tipo:

Origano e menta
Il maestrale mi sussurra alle orecchie

(A. Pilia)
—————–
Origano e menta
Nelle orecchie il sussurro del maestrale

(correzione di Angiola Inglese)

Altro esempio, più complesso, ma per questo anche più intrigante, dal punto di vista del ritmo e del suo sviluppo è il seguente h2ku :

silenzio
qui e là dal bosco voce di grilli

(M. Malferrari)

Che io ho invece sviluppato in:

qui e là il silenzio
qui e là il frinire dei grilli

La versione originale si prestava a diverse soluzioni, per quanto riguarda il ritmo

  1. silenzio
    qui e là ^ dal bosco voce di grilli
  2. silenzio
    qui e là dal bosco ^ voce di grilli
  3. silenzio qui e là
    dal bosco voce di grilli

Un buon poeta di h2ku deve riconoscere tutti i possibili ritmi e, nel caso, sfruttarli al meglio, per migliorare la qualità complessiva della sua opera.
Da qui, la mia soluzione

qui e là ^ il silenzio
qui e là ^ il frinire dei grilli

In questa soluzione, le pause sono diventate 3 migliorando il ritmo, anche rispetto ad una possibile soluzione classica su 3 versi

La mancanza del pivot

Un ulteriore ragione che complica non poco la vita ad un poeta di h2ku è la mancanza del verso-parola pivot, che invece è tipicamente presente nella forma h3ku.

Lee Gurga definisce il pivot  come:  quella parola o verso, che incastra tutto ciò che viene prima con tutto ciò che viene dopo, in modo che tutto lo haiku sembra ruotare intorno a questa parola o verso.

Senza volermi dilungare ulteriormente su questo aspetto, diciamo che in un h3ku, la presenza del pivot permette di migliorare profondità, ritmo o senso di un haiku.

Un h2ku presenta, per forza di cose, due sole immagini, basta vedere gli esempi precedenti, per rendersene conto, quindi è più complesso da impostare rispetto ad un h3ku, dove il pivot può essere sfruttato per migliorare la qualità dell’immagine globale.

Lo spazio

Molto brevemente, anche perchè è lapalissiano, possiamo dire che le tre righe sono un pattern più flessibile, entro il quale sviluppare soggetto ed essenza di un haiku, mentre le due righe offrono uno spazio virtualmente minore, in cui diventa possibile perdere più facilmente anche la musicalità e la profondità.

Pertanto, se non si gestisce bene lo spazio, soprattutto in termini di pragmatica, lo h2ku risulterà inevitabilmente piatto.

Il kigo

Sempre in termini di spazio, gli amici kigaioli, ovvero coloro che perseverano nel pensare che il kigo sia un elemento obbligatorio nella forma haiku occidentale, hanno un ulteriore problema.

Un h2ku è normalmente più corto di un h3ku, mentre spesso un kigo occupa un’intera riga in quest’ultima forma.

E’ allora ovvio, che inserire un kigo in un h2ku risulta difficoltoso.

Noi del lab, abbiamo risolto il problema, adottando la funzione di “qui e ora”, che rende più facile scrivere haiku indifferentemente dalla forma.

I fattori combinati

E’ evidente che , combinando tutte queste difficoltà,  la forma su due righe diventa materia per i poeti più esperti e dovrebbe essere affrontata solo dopo un’adeguata maturazione.

I pro

D’altra parte la forma h2ku, se si superano le sue numerose trappole, offre risultati più potenti, rispetto agli h3ku tradizionali, come spero dimostrino i seguenti esempi:

un campo da tennis deserto
il vento attraverso la rete      (G.Hotham)

ma vaffanculo !
una volvo e il semaforo rosso     (EG)

spaghetti al pomodoro
occhi al cielo e una macchia di sugo (EG)

Incendi estivi –
cade un pesce dal Canadair     (P.Asprea)

macchie sulle mani e le ortensie
crepuscolo      (M.Petriccione)

così scure le macchie sulle foglie –
caffè in giardino     (A.Inglese)

 

 

 

Breve excursus storico HSA sul falso mito giapponese del 5-7-5.

haiku non è matematica, ma musicalità e ritmo (EG)

Spulciando tra le pubblicazioni della Haiku Society of America (HSA) ed in particolare nel volume 37:1 del 2014, troverete i particolari di come, in occidente, si sia giunti ad identificare lo haiku con la forma sillabica 5-7-5.

Di seguito una sintesi dello studio condotto da Charles Trumbull e pubblicato da HSA.


L’opinione che un haiku debba essere obbligatoriamente strutturato in 17 sillabe di 3 versi di 5-7-5 è ormai largamente diffusa, soprattutto tra i frequentatori del web.
In realtà, questo è un atto di fede, perchè non c’è traccia di questa magica numerologia di conteggio sillabico nella forma giapponese, che innanzitutto non prevede sillabe ma suoni ON (音),  o meglio ancora ONJI (音字), inoltre tradizionalmente, il giapponese si scrive in forma tategaki, cioè senza spazi tra le parole, dall’alto al basso e da destra a sinistra.

Storicamente, i primi studiosi, in lingua inglese di haiku, notarono che i versi giapponesi si cadenzavano in modo naturale in blocchi di cinque e sette ON, ma questo è dovuto al semplice fatto che questo pattern è la forma più frequente nella lingua giapponese.
Quindi, linguisticamente parlando, il pattern 5-7-5 ON è semplicemente il più naturale e quindi probabile, tra gli haiku precedenti il 20 secolo, tanto che Henderson, nel 1965, stimò che solo il 4% degli haiku, degli antichi maestri giapponesi, uscivano da questo pattern;  questo però porta ad una semplice constatazione: che i maestri non contavano le sillabe e che anche loro scrivevano haiku    ipo o iper sillabici.

Sempre dal punto di vista storico, l’inglese W.G.Aston, nel 1899, fu il primo a dividere un haiku in 3 versi.
Il motivo non è stato del tutto chiarito, in quanto qualcuno ha suggerito che la divisione su tre righe fosse più adatta, rispetto ad una sola lunga riga, per il formato editoriale di un libro occidentale.
Più probabilmente, invece si trattò di un’iniziativa che prese piede, includendo poi anche la sillabazione 5-7-5, quando diversi traduttori pensarono bene di trasporre la cadenza giapponese, in qualcosa di occidentalizzato che la ricordasse, mentre quasi nessuno cercò di catturare esattamente il numero di ON giapponesi in inglese.
Fu così che i primi traduttori decisero che, visto che un haiku era comunque una poesia, si poteva rivestirla con un look interpretativo più adatto al mondo occidentale, puntando o meno sulla cadenza originale 5-7-5.
Mentre prendeva piede la traduzione 5-7-5, alcuni traduttori, privilegiando la leggibilità, come B.H. Chamberlain, nel 1902 e Asataro Miyamori, negli anni 30, tradussero gli haiku giapponesi in due soli versi, mentre l’australiano H.Stewart ritmò le sue traduzioni utilizzando addirittura una metrica pentametra giambica.
In conclusione, possiamo dire che l’origine della sillabazione in 5-7-5 fu opera dei primi traduttori, che fin dall’inizio del 1900, si divisero tra chi privilegiava la forma e chi invece la poetica di un haiku.

H.Henderson fu comunque il primo, nel 1965, a sistematizzare la forma 5-7-5, definendo le linee guida per la traduzione di un haiku in inglese.
Quello che Henderson non spiegò mai è il perchè ritenesse la sillabazione 5-7-5 adatta all’inglese, anche se è probabile che, visto che in origine gli haiku giapponesi richiamavano questo formato, per lui fosse naturale adattarsi a questa forma, senza preoccuparsi troppo delle conseguenze poetiche di questa scelta.

Fu così che molti poeti occidentali dell’epoca si conformarono a questa regola, senza porsi troppi problemi sulle implicazioni che l’adesione ad una forma rigida e per di più mutuata comportava.

W.Hackett, la prima vera supestar americana di haiku, nel suo “Suggerimenti per principianti e altri”, andò controcorrente invitando i poeti a “esprimere la loro esperienza in una forma sintattica coerente con la loro lingua.
Hacket suggerì inoltre di non scrivere nella forma 5-7-5, a qualsiasi costo, perchè questo era controproducente e macchinoso ai fini di una buona poesia.
Anche L.E.Harr, nel suo “ciò che non è haiku”, si schierò contro la regola 5-7-5, suggerendo una forma alternativa basata su 3 versi flessibili basati su un pattern corto-lungo-corto.

In generale, sul finire degli anni 60, tutti coloro che erano intenzionati a perseguire un proprio percorso personale deviarono dalla forma 5-7-5, privilegiando la propria ricerca.
Nel 1967 la rivista Haiku magazine certificò questa tendenza, promuovendo haiku basati più sui concetti di momento haiku e profondità, piuttosto che sulla forma classica.
Al contrario Kenneth Yasuda e Sr.Joan Giroux nel suo “La forma haiku” del 1974, si schierarono, come molti altri, a favore di una sillabazione rigida che doveva richiamare la cadenza dei ON giapponesi.
Di fatto, fu quindi in quel periodo che i poeti più attenti cominciarono a guardare allo haiku in modo diverso, abbandonando la forma 5-7-5, che invece continuò ad essere privilegiata dai principianti e dagli amatori.

In definitiva, allora da dove è nato il nostro contare le sillabe in forma 5-7-5?

Secondo Trumbull : da una cattiva comprensione della forma haiku giapponese introdotta dalle prime traduzioni in lingua inglese.
Errore poi perpetuato ed amplificato dalle scuole di composizione e da una pletora di poeti della domenica, con l’avallo infine di alcuni pseudo-esperti.

Zerin 3 non assegnato: ecco perchè.

Nonostante siano state presentate delle buone opere lo  zenrin 3 non è stato assegnato, in quanto nessuno ha risposto correttamente alla seguente considerazione zen.

It is like a sword that wounds, but cannot wound itself; Like an eye that sees, but cannot see itself

Come una spada che ferisce, ma che non può ferirsi; come un occhio che vede, ma non può vedere sé stesso

(Zenrin Kushu)

Innanzitutto andava capita l’analogia sottintesa, quindi andavano fatte alcune considerazioni, decisamente complicate per un non praticante zen.
Questo certamente non era uno zenrin accessibile a tutti.

Esegesi

Così come l’occhio e la spada non possono autoreferenziarsi, anche la mente non pùò indagare su sè stessa.
Quindi qualsiasi tentativo speculativo di comprendere la propria mente è destinato al fallimento.
Anche in zazen noi non osserviamo la nostra mente nella sua totalità, ma solo i pensieri, ovvero ciò che la mente produce, come farebbe un cane seguendo le orme lasciate da un orso in corsa.
Attraverso l’acquietamento del corpo e del respiro, possiamo calmare la mente ed ecco allora il dissolvimento dei pensieri, ma non è ancora la mente.
La mente c’è ancora è sempre lì, ma ha smesso di correre e sembra vuota, sembra non avere nessuna sostanza.
Respiri e lo sai, senti la gravità sul tuo corpo e tutti i rumori, quindi la mente c’è, ma sembra non esserci. l’orso c’è ma non si vede.
Sei pienamente cosciente eppure non produci pensieri.
Com’è possibile tutto ciò?
Mistero!

Quindi non ci rimane che prendere atto che, come l’occhio e la spada, possiamo conoscere solo ciò che si manifesta, ovvero solo dei frammenti del grande invisibile orso.

Un possibile haiku come risposta 

invisibili arcani
osservo i pensieri ed il vuoto
ma mai la mente

Tra gli haiku pervenuti chi si è avvicinato di più sono state Tania Ballotta e Margherita Petriccione.

Sullo zafu
Un occhio tra le mani che vede tutto

Eccomi adesso
specchio di questa sera
di tutto tranne me

Il primo ha il problema di quel “tutto”
Il secondo di quel “tranne me”
In realtà, come ho cercato di spiegare, senza zazen è impossibile osservare, mentre in zazen si vedono dei frammenti o il vuoto, ma anche in questi casi, mai la mente nella sua totalità, che rimane e rimarrà sempre un mistero.

kitchen-haiku silloge

 

Nell’ottica di vivere intensamente ogni momento della quotidianità, alcuni iscritti al Lab Zen Haiku Italia hanno presentato agli altri membri un racconto breve e un haiku in relazione al piatto che si sta preparando nella giornata o che si è consumato altrove, una specie di piccolo haibun di viaggio nel quotidiano e nella gastronomia. Qui di seguito vengono riportati tutti i lavori , primo tra tutti quello di Andreina Pilia che ha ottenuto il maggior numero di like

 

Andreina Pilia

La pizza napoletana , quella col cornicione alto tanto amata da mia figlia . Ci proviamo : cominciamo con la farina che deve essere bella forte .Dopo una decina di minuti davanti agli scaffali del supermercato , finalmente la scelta , quella più forte che troviamo tra le Manitoba . Tornate a casa cominciano le operazioni di impasto che poi lasciamo lievitare qualche ora . Tra consulti e video su YouTube alla fine sforniamo la pizza più bella e buona che abbiamo mai fatto , in onore ,se non altro, al lavoro minuzioso e di ricerca con il quale è stata condita

Il forno è caldo
Raccolgo il basilico
per la mia pizza

 

Giusy Cantone

Tutta l’afa del giorno pesa sulle gambe ,l’odore prepotente del salmoriglio coi king prows ,pervade ancora la grotta e la divisa
L’ultimo cliente giapponese si perde nelle piccole bollicine della Medina bianca (vino locale) le foglioline di menta che guariscono il piatto si sono asciugate…Non mi resta che aspettare….fuori….un sorso… d’aria fresca
Eppure ancora mi sento straniera in questa terra….cadono stanche le braccia lungo i fianchi e mi stupisco di quanto sollievo possono darmi riflessi di luna nella vetrina

King prows
contorni di luna
nella vetrina

Tania Ballotta

Partiamo dal presupposto che odio cucinare quindi “lo faccio solo per sopravvivenza” ma soprattutto d’estate mi lancio sulle paste/ riso freddi con tutto cio’ che trovo in frigo. Nei momenti di sconforto poi aggiungo maionese come se piovesse!

La maionese
Tutto l’orto nel piatto
si confonde

 

Gabriella De Masi

Tornata dal mare mi sento accaldata. L’ androne dell’ albergo mi accoglie con l’ aria condizionata. Che refrigerio! È ora di pranzo e, dopo una doccia veloce, scendo nella sala-ristorante. Mi rendo conto di non aver fame. Giro pigramente tra i piatti del buffet. Ho voglia di qualcosa di fresco e leggero. Mi dirigo verso la zona delle verdure. Con tutti i colori degli ortaggi penso ad una bella insalata…tutta da disegnare. Sul piatto dispongo due fettine di cetriolo e sopra ciascuna di esse un’ oliva nera: improvvisamente due occhi intensi mi guardano. Ora il naso: un ravanello? No, non ne vedo…oh! Ci sono i pomodorini ciliegini! Ne colloco uno al centro, proprio sotto gli occhi. Due strisce di peperone giallo a mo’ di labbra piegate un po’ all’insù mi sorridono. E i capelli? Ma si…le carote alla julienne. Una bella manciata sul bordo del piatto. Per finire, una foglia di lattuga per cravatta. Ed ecco la più bella faccia da clown che abbia mai creato…tutta da mangiare.

Colori e ortaggi
Il volto di un pagliaccio
dentro il mio piatto

 

Margherita Petriccione

Ho cercato a lungo il posto dove piantarli, negli esigui spazi del mio giardino, e con l’attenzione del neofita ho contato lo svilupparsi di foglie e di viticchi  uno ad uno, ed ora i fagiolini sono colti! In questa afa da record bisogna fare di necessità virtù per cui : cosa è meglio, per la serata torrida che si prevede, di un’insalata di patate e fagiolini, semplice, al limite dell’austerità? Un po’ d’aceto di mele, l’olio preso personalmente al frantoio, lo spicchio d’aglio ( e ce vò!!), e come tocco personale i cucunci dei capperi preparati con le mie manine d’oro… c’è fresco, c’è luna crescente, è la sera di San Giovanni e per fortuna ho un porticato .

irrigatori
un’insalata fresca
la sera…

 

Angela Giordano

La telefonata di mia figlia mi ha rallegrata, a breve sarà qui dopo mesi di lontananza e resto sorpresa della sua richiesta inaspettata: mangiare la “parmigiana”.
Cambiare gusti alimentari è sinonimo di crescita interiore e questo è positivo.
Faccio la spesa scegliendo con cura tutti gli ingredienti…le melanzane fresche ,la mozzarella artigianale ,la salsiccia e le uova paesane ,il basilico che coltivo sul balcone per il sugo.
Sarà un piatto pesante per la frittura delle melanzane ma guardare mia figlia che assapora ogni boccone con vera goduria mi riempie di gioia, io divoro lei con gli occhi, la mia piccolina che ormai è diventata una donna.

la parmigiana-
oggi tutto il sapore
della felicità

 

Pasquale Asprea

Sono in ferie e non ho voglia di cucinare oggi. Qui sulla spiaggia, il sole batte forte, ho fatto una nuotata con la maschera, ho visto un polpo che non sono riuscito a prendere con le mani e mi sono graffiato la mano infilandola nella tana, già lo vedevo con patate, aglio ,prezzemolo e olio ex.vergine…poco male, lui continua a nuotare e io fatta una doccia mi dirigo verso il vicino lido dove penso prenderò spaghetti alle vongole e un insalata di polpo…

Tana di polpo –
uno spruzzo di nero
s’allarga intorno

 

Maria Malferrari

Un piatto tipico assaggiato in un ristorante sotto le Due Torri di Bologna: gnocchi salvia e noci.
Ed eccomi con le mani immerse nella farina, mescolata alle patate che bruciano. Una palla, poi dei rotoli tagliati in tanti pezzetti. Qui, con un gesto sapiente delle dita, spingo ogni pezzetto sulla grattugia, rotolandolo e svuotandolo. Gli gnocchi, gettati nell’acqua bollente, presto verranno a galla. Sono cotti: ora un po’ di burro fuso, due foglioline di salvia dall’angolo ombreggiato del prato e noci tritate. Il noce: un albero secolare che da anni dispensa la sua ombra e che ha visto mio figlio crescere, andando in triciclo attorno al suo tronco e mangiando torte di compleanno, anno dopo anno…

Gnocchi dorati
Noci e salvia dal prato
Un ricordo

 

Angiola Inglese

La mia è una cucina semplice e poco elaborata, cerco di ottenere il massimo risultato col minimo sforzo, con l’aiuto di mio marito che svolge la fase finale, dopo che io ho preparato tutti gli ingredienti. Pesto, pomodoro, salse varie di verdure sono tutte fatte con prodotti dell’orto, così come le marmellate : ho la fortuna di trovare frutta non trattata, anche quando la devo acquistare.
La colazione è il nostro pasto preferito, con vari tipi di pane e fette biscottate , marmellate di almeno tre colori e gusti diversi, yogurt e ..il mio muesli.
Mi piace prepararlo da sola, mescolando vari tipi di cereali , semi e frutta : non ho una ricetta precisa, ne preparo un bel barattolo e ogni volta è una sorpresa, c‘è sempre un gusto nuovo e diverso far gli ingredienti :

grano saraceno-segale- avena
semi di lino – chia-canapa
mirtilli rossi – uvetta di corinto
bacche di aronia – bacche di goji
noci e zenzero, cacao e cannella

nuvole ed afa ,
qualche goccia nell’erba-
orzo e caffè

 

Monica Federico

Durante la settimana la sveglia molto presto e la corsa al lavoro impediscono un’abbondante colazione. Durante il fine settimana, invece, ci concediamo un tempo armonioso e lento. Candele accese sul tavolo, croissants con marmellata (al whisky per me, ai frutti rossi per Ettore) latte e cornflakes, caffè, frutta fresca, e un uovo alla coque. Oggi sull’uovo una sorpresa: una piuma sul guscio! Così vaporosa e innocente che Ettore ha esclamato: “Mamma, prendine un altro. Questo, lasciamolo lì. È troppo bello”.

Giorno di festa-
sul guscio dell’uovo
la piuma bianca