Analisi di un kigo e dei suoi surrogati: le traduzioni “pseudo-kigo”.

Prendiamo questo haiku di Masaoka Shiki:

いくたびも
Iku tabi mo
雪の深さを
yuki no fukasa wo
尋ねけり
tazunekeri

Again and again
I ask how high
the snow is

Ancora e ancora
Chiedo quanto alta
è la neve

Il kigo di questo haiku è :  nevetot

Gli pseudo-kigo sono: (ENG) snow, (ITA) neve, etc. , ovvero scegliete pure la scrittura NON ideogrammatica che preferite.

Perchè faccio questa differenziazione?  perchè  nevetot è un ideogramma, mentre “snow” e “neve” sono delle semplici traduzioni   e    tradurre è tradire”,  come sosteneva Umberto Eco.

Ora vediamo a quanto ammonta il “tradimento”, ovvero quanto si perde, in termini di pura densità di comunicazione, quando traduciamo un ideogramma in una lingua occidentale.

Non considererò minimamente il contesto, ovvero ogni altro aspetto culturale, storico o morfologico, che comunque andrebbe aggiunto e considerato in un’analisi completa di un haiku, ma mi limiterò alla sola semantica del singolo termine, in questo caso “neve” e questo per mostrare quanto un lettore si perda “come minimo”, ogni volta che  legge “neve” in un qualsiasi haiku giapponese tradotto in italiano.

Innanzitutto chiariamo subito che un ideogramma è un simbolo grafico che non rappresenta un valore fonetico, ma una immagine o un’idea.

I nostri cartelli stradali, come ad esempio  divieto,  sono un esempio di ciò che si avvicina maggiormente al concetto di ideogramma.

Storicamente, le più antiche testimonianze certe dell’esistenza di un sistema di scrittura basato su ideogrammi risalgono al 1250 A.C. in Cina.  Dalla Cina poi il sistema ad ideogrammi è migrato, con qualche adattamento, in Giappone, Corea e Vietnam, ma molti ideogrammi sono rimasti comuni ed utilizzati, ancora oggi, nei diversi sistemi di scrittura.

Veniamo ora al nostro caso di studio.

Nello haiku di Shiki, il kigo è rappresentato da nevetot che è un ideogramma, a sua volta composto da altri due ideogrammi più semplici:

neveA sua volta ciochecade è costituito da due ideogrammi terminali, al disotto dei quali cioè non si può andare, ovvero fazzolettoche rappresenta l’idea di un pezzettino di stoffa appeso (in cielo)  e da fiocchifiocchi che rappresenta qualcosa che cade, sotto forma di gocce .

Se mettiamo insieme tutto,  allora abbiamo che   ciochecaderappresenta “ciò che cade da una nuvola, poeticamente vista come un pezzetto di stoffa appesa in cielo,  in gocce“, come appunto la neve o la pioggia.

L’ideogramma muso è una semplificazione di un ideogramma più antico , il cui significato è “muso” .   Ecco che allora quello che noi banalmente traduciamo come “neve” ovveronevetot , in realtà significa: “ciò che cade sul muso da una nuvola, ovvero da un pezzetto di stoffa appeso in cielo“.

Il dizionario etimologico del prof. Rick Harbaugh , per quanto riguarda il  significato di nevetotda una versione leggermente diversa, ovvero: “ciò che cade da una nuvola e che deve essere spazzato via” .   Immagino, ma questa è una mia supposizione, che questo sia il gesto naturale di chi sente un fiocco di neve posarsi sul  muso.

Senza volermi dilungare troppo, è allora ovvio che “neve” rappresenta una banalizzazione di un’idea e di un’immagine nevetot molto più complessa e sicuramente molto più poetica e pregnante in termini di significato, rispetto alle semplici 4 lettere che compongono la parola neve.

Ora, è chiaro che se facessimo questa trasposizione semantica per tutti gli ideogrammi presenti in un haiku, la sua immagine poetica ne verrebbe ampliata e non di poco.

Io spero che questo esempio possa aver definitivamente chiarito la mia resistenza all’utilizzo del kigo in lingue diverse da quelle originali, in quanto li considero degli scimmiottamenti, delle scopiazzature senza senso e quindi quasi un insulto per la poesia giapponese.

Concludo riaffermando che  il kigo è , per quanto fin qui dimostrato, “roba” prettamente giapponese e che quindi dovremmo lasciarlo ai giapponesi, mentre quelli che vengono chiamati kigo in italiano, in realtà, sempre per quanto fin qui dimostrato, non sono kigo, ma solo delle loro imitazioni, scialbe ed approssimative, quindi pseudo-kigo .

La HAIKU SOCIETY OF AMERICA ha definito un haiku come:

a haiku is a short poem that uses imagistic language to convey the essence of an experience of nature or the season intuitively linked to the human condition.

Come si vede non c’è nessun riferimento al kigo ne alla forma 5-7-5.

Adesso forse molti avranno capito il perchè.

Quindi, se questo giardino zen fosse un kigo giapponese.

roan

Allora questo è il suo pseudo-kigo in italiano

ronita

Qualche cultore dell’approccio mainstream “riduzionistico accademico” potrebbe dire …. “sempre sassi sono” …. .. già …. sempre sassi … sempre “parole stagionali” ….. “parole” ?!?!

7 pensieri riguardo “Analisi di un kigo e dei suoi surrogati: le traduzioni “pseudo-kigo”.”

  1. La semantica è fatta di segni e significati. Il kigo in qualsiasi lingua tu lo vogla interpretare è e sarà sempre la natura con le sue stagioni . Ora , comunque tu la metta, non c”è haiku senza la natura ,perchè non c’è poesia senza la natura. Altra cosa è l’analsi semiotico-semantica di un’ideogramma, una parola o un segno qualsiasi. In quanto alla scuola anglosassone e alle tante scuole sparse nel mondo , compresa una minornza degli autori giapponesi, è risaputo che preferiscono scrivere componimenti brevi che chiamano haiku, senza kigo e senza il rispetto della forma canonica 5/7/5.

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      1. in estrema sintesi, quello che è sempre passato come una verità, ovvero che il kigo sia un isomorfismo in qualsiasi lingua NON è vero. Un kigo è oggettivamente diverso se scritto in giapponese o in italiano.

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    1. dimentichi il lettore. Chi attribuisce la semantica è sempre il lettore e , come ho dimostrato, un lettore giapponese o che conosca il giapponese ricava molto di più da un idogramma, rispetto ad un lettore occidentale che legga la sua semplice traduzione.
      appena posso farò un post per confutare anche la forma 5-7-5 che nasce, come ho scoperto, da una cattiva interpretazione della forma giapponese.

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