Il percorso nel Lab ? da principianti a poeti: un’analisi ragionata

A tre anni dalla fondazione del Lab, devo dire di aver maturato abbastanza esperienza ed accumulato dati sufficienti,  per tentare una sintesi ragionata del nostro lavoro, cosa che non sarei stato in grado di fare senza la fiducia dimostrata dai nostri iscritti e la dedizione delle mie tre collaboratici: Angiola Inglese, Margherita Petriccione e Monica Federico, che ringrazio sentitamente.

Come da nostra mission, la prospettiva è quella della crescita e maturità del processo compositivo, derivato dalla pratica ed ispirato agli ideali zen.

Le composizioni, gli haiku, per noi sono un effetto derivato dal processo compositivo, pertanto se quest’ultimo è di qualità, anche le opere lo saranno.

Chiunque può comporre un buon haiku: un principiante, un maestro, una scimmia, una app software, un algortimo.

Quello che differenzia questi “autori” non è l’opera, ma il  processo compositivo.

Infatti, nessuna scimmia, ne tanto meno un algoritmo sono in grado di innovarsi, ma solo ripetersi, quindi:

E’ sempre e solo l’autore che definisce l’opera, non viceversa.

Ho tentato di classificare, soprattutto per comodità, lo sviluppo del processo compositivo del Lab, definendo una tassonomia statisticamente più probabile in termini di crescita personale.

Per forza di cose, le generalizzazioni sono sempre una forzatura, in quanto nella realtà, le situazioni sono diversificate e quindi andrebbero viste caso per caso, ma dal punto di vista statistico, ovvero se guardiamo allo haiku come fenomeno di massa, allora devo dire che le cose, da noi, effettivamente vanno più o meno come descritte.

Principianti

  1. Nessuno è negato :  diciamo che dopo un periodo più o meno lungo, tutti i principianti, che si affacciano nel Lab, riescono a scrivere un haiku.  Questo ci porta alla considerazione che davvero la poesia haiku è strutturalmente alla portata di tutti, ma questo era abbastanza prevedibile, considerando la forma minimale e le pochissime regole, che un haiku richiede.  I veri ostacoli nascono dal processo compositivo.
  2. Il problema della sintesi: In questa fase, l’elemento più critico è l’apprendimento e la gestione della sintesi e non c’è dubbio che il richiamo alla forma canonica, sia un buon aiuto didattico, perchè l’adesione ad una struttura prefissata è in grado di plasmare le funzioni mentali di sintesi di un principiante.
  3. Il momento diventa un film: il problema precedente ha una causa ben precisa, ovvero l’incapacità d’individuare cosa effettivamente sia il momento haiku. Il principiante non va per immagini, ma spesso per film mentali, ovvero per sequenze lunghe, che diventa poi impossibile trasformare in haiku, Il risultato sono haiku ovviamente chiari per l’autore, ma incomprensibili per qualsiasi lettore, perchè risultano frammentati e quindi slegati nei versi.
  4. Gli haiku telegramma: sempre da un punto di vista compositivo, c’è però il classico rovescio della medaglia, ovvero il rischio della più frequente delle deformazioni mentali,  quello di finire per associare un haiku alla forma, dimenticandosi che prima di tutto c’è il rispetto della sintassi.   Soprattutto se il principiante proviene o frequenta altri gruppi, diventa a volte difficile, a volte quasi impossibile, smontare l’idea che haiku sia frutto di un processo che assembli sillabazione, uno stacco ed uno pseudo- kigo. L’effetto più evidente è dato dagli “haiku telegramma”, ovvero quegli haiku  che, proprio perchè costretti a sottostare alla forma, perdono elementi grammaticali fondamentali, come articoli, preposizioni, o fanno ricorso a termini arcaici, solo perchè più brevi o lunghi, ma che immancabilmente mi fanno accapponare i neuroni.
  5. Il “colorismo”: un’altra barriera riguarda la gestione del lirismo.  Gli haiku dei principianti sono immancabilmente un’orgia di immagini colorate, di sentimenti più o meno struggenti, di romanticismo e di ogni possibile pulsione personale. Un principiante scrive quello che prova, perchè non ha ancora capito che invece la bellezza di un haiku è quasi sempre il bianco e nero, che deriva dal distacco e dalla perdita dell’identificazione. Tutto questo verrà poi metabolizzato fino a diventare un’ ovvietà, ma per i principianti questo fattore rappresenta una vera e propria barriera mentale. Devo dire, che la maggior parte degli abbandoni avviene proprio in questa fase e senza nessuna sorpresa da parte mia,  perchè se è vero che haiku è alla portata di tutti, non tutti  sono portati allo haiku.

Artigiani

  1. Lo scoglio dell’autovalutazione:  qui, il passo compositivo richiesto  è quello di saper riconoscere quello che si scrive, ovvero saper individuare il soggetto e l’essenza della propria opera, nonchè il qui e ora.  Nonostante il Lab abbia cercato di dare delle definizioni abbastanza rigorose su cosa sia reale e di cosa sia invece astrazione, questo punto cruciale, dal punto di vista compositivo, spesso è sottovalutato, non compreso o addirittura nemmeno considerato. Haiku è disciplina, ma non rispetto alla sillabazione o al kigo, come spesso ingenuamente si crede, ma piuttosto rispetto all’osservazione dei propri processi mentali, quindi compositivi.
  2. L’introspezione come punto di partenza:  un processo compositivo consapevole, ovvero sano, parte sempre dall’introspezione. Qui, la domanda sottintesa che ogni autore dovrebbe sempre farsi è: “come funziono io? ”  almeno rispetto alla comprensione di quello con cui entro in contatto ? Ebbene, se non si è capaci di dare una risposta esauriente a questa domanda, il percorso evolutivo successivo riguarderà l’unico possibile: quello tecnico, a mio avviso un po  poco per arrivare a considerarsi poeti.
  3. Il qui e ora: la gestione dello spazio e del tempo è un fattore fondamentale in un haiku. Un ostacolo frequente per un artigiano riguarda il riconoscimento del “qui e ora”. Il kigo, aldilà della sua connotazione prettamente giapponese, risolve banalmente il problema. Nel Lab, invece la cosa è un po più complicata, perchè volutamente abbiamo estrapolato il concetto di tempo e di spazio, svincolandolo dall’associazione di una parola chiave. Per chi volesse sapere il motivo ed avesse frequentato una qualsiasi scuola superiore, forse si ricorderà che un insieme può essere definito per elencazione o per caratteristica. Diciamo che il saijiki (il dizionario dei kigo) è un insieme definito per elencazione, mentre il “qui e ora” definito nel Lab è un insieme definito per caratteristica. Sempre per chi si fosse interessato e dimenticato la matematica di primo liceo, diciamo che per esempio una circonferenza può essere definita attraverso l’insieme dei punti che la compongono (infiniti), oppure molto più comodamente attraverso una funzione X^2+Y^2=raggio^2.  Un saijiki è quindi come una circonferenza definita per punti, quindi un insieme scomodissimo da usare e nemmeno completamente esportabile da una nazione-contesto ad un altro, mentre il “qui e ora”, come definito nel Lab,  una volta capita la sua caratteristica, ingloba praticamente tutti kigo del mondo, di qualsiasi lingua, perchè come per la funzione della circonferenza, funziona per tutte le circonferenze. Un bel salto in avanti, rispetto al kigo, come strumento a disposizione nella gestione dello spazio e del tempo in un haiku.

Avanzati

  1. Il limite: un avanzato è colui che ha bisogno di riferimenti concreti a cui aggrapparsi, come un maestro, una corrente poetica, tipicamente giapponese o più in generale di regole generalmente condivise.  L’amministratore di un gruppo, un riferimento autorevole esterno, o delle indicazioni accademiche, sono i salvagente più comuni. Gli avanzati  non sanno ancora camminare da soli ed hanno paura della libertà, quindi sono ancora insicuri e si rifugiano in un processo compositivo rassicurante e collaudato, che dia soprattutto garanzie e da qui, cadere nel manierismo è quasi automatico, se per caso si smette di rispondere alla solita domanda: “come funziono io?”
  2. Quasi Zoka: Chi supera l’ostacolo dell’autoclassificazione e del “qui e ora” può considerarsi un avanzato dello haiku. A questo livello si cominciano a padroneggiare le tecniche di composizione, si leggono ormai le opere dei maestri e si frequenta abitualmente Zoka, ovvero l’ideale poetico di natura di Basho. Il rapporto con la natura è abbastanza consapevole e gli effetti visibili sono composizioni meno stereotipate, più libere ed originali, ma la concezione di zoka di un avanzato è ancora parziale, perchè manca della comprensione della relazione tra natura ed il Tao.
  3. Il dualismo: a livello compositivo l’avanzato tecnicamente padroneggia tutti gli strumenti a sua disposizione, mentre usa ancora e soltanto la sua mente razionale. Un avanzato assembla haiku, ricercando forzatamente quella freschezza e naturalezza, che invece dovrebbero essere la spina dorsale delle sue composizioni. L’avanzato compone a tavolino e il rapporto con la realtà è duale, ovvero io autore, separato da te, guardo te natura o realtà e ti descrivo, attraverso lo specchio delle mie sensazioni e sentimenti, ovvero attraverso la mia sensibilità e personalità.
  4. Il makoto razionale : a questo livello si cerca, ma soprattutto si crede  ancora all’ispirazione, all’afflato poetico, ovvero si è compreso razionalmente il makoto, ovvero l‘ideale poetico di genuinità di Basho, ma non si è ancora interiorizzato e fatto proprio.  Un avanzato è come un rubinetto da cui escono delle gocce di vera poesia, ma che, essendo chiuso, non libera tutto il suo potenziale. Un avanzato spesso manca di continuità ovvero produce dell’ottima acqua, ma a gocce, in quantità insufficiente.
  5. Incertezze:  gli avanzati hanno ancora qualche incertezza per quanto riguarda gli ideali estetici, come il wabi-sabi, il karumi e lo yugen,  spesso non ancora perfettamente compresi, inoltre la pragmatica della comunicazione è spesso trascurata, ovvero non viene dato abbastanza peso alle caratteristiche yin yang delle parole da usare in un haiku. Al contrario, le tecniche di composizione come l’ampliamento, la contrapposizione, l’armonizzazione sono generalmente ormai acquisite ed utilizzate.

Artisti

  • Libertà: affrancato dai giapponesismi e dall’obbligatorità delle regole, l’artista è ormai sicuro di sè, ovvero è in grado di gestire il proprio percorso autoriale. Avendo ormai acquisito una certa sicurezza e stile, l’artista sperimenta la scrittura di haiku in lingua inglese e spesso con successo, vede pubblicati i suoi lavori.
  • Osservazione consapevole: la pratica dell‘osservazione consapevole, oltre a tradursi in sicurezza dei propri mezzi, migliora la continuità e la qualità delle opere, che diventano sempre più interessanti, mai banali, attente a quei particolari, che prima sfuggivano totalmente e che invece adesso si posizionano al centro delle sue opere.
  • La poetica di Basho :  l’artista ha ormai fatto suoi gli ideali di zoka e del makoto di Basho, pertanto, dal punto di vista del Lab, ha raggiunto la piena maturità autoriale.
  • La musicalità: la ricerca della forma ha fatto ormai posto alla ricerca della musicalità, aspetto fondamentale nella scrittura in lingua giapponese e ragione principale della forma 5-7-5, ma che nessuno mette mai in evidenza e che poi causa quell’evidente dismorfismo linguistico, quando la forma 5-7-5 giapponese viene utilizzata come modello rigido in altre lingue.
  • oltre la poetica: se esiste un punto veramente debole, in un artista di haiku, è quello di fermarsi alla poetica, ovvero allo haiku come espressione ultima, ovvero ultima frontiera invalicabile della vita intesa come poesia e senza indagare o preoccuparsi, se questa poetica abbia delle radici più profonde e più generali.

“C’è un elemento comune che attraversa la poesia lirica di Saigyo, le catene di versi di Sogi, la pittura di Sesshu, e la cerimonia del tè di Riky  ed è lo spirito poetico’ (furyu): seguire la Via, divenire amico delle quattro stagioni.

Lo spirito poetico del furyu è comune a tutte le forme d’arte perché è una manifestazione della creatività universale di cui l’artista partecipa.

Chi ha raggiunto la padronanza dello spirito della Via, anche in qualsiasi altra arte, può penetrare lo Haikai più rapidamente di chi si sia dedicato ad essa per molti anni, senza però raggiungerlo”.    (M.Basho)

Queste frasi di Basho esplicitano bene questo limite ed implicitamente ammette che tutte le arti hanno lo stesso denominatore in comune: lo zen.

Poche righe dopo, Basho conclude:
“Seguire la creazione (zoka, intesa come Tao), tornare alla creazione (ovvero tornare al Tao) ”.

Questa convergenza assoluta al cuore dello haiku è un’esperienza istantanea, atemporale, come il satori dello zen.  (Kuki Shuzo)

Poeti

  • un poeta di haiku ha compreso ed accettato la precedente indicazione di Basho, quindi non fa differenza tra haiku e la propria vita, per questo è un poeta, perchè  vive per haiku, ed ha abbracciato l’ideale everywhere, di vuoto consapevole.

 

4 pensieri riguardo “Il percorso nel Lab ? da principianti a poeti: un’analisi ragionata”

  1. Apprezzo il tuo lavoro per la sistematicità e la coerenza proprie di un serio studioso dell’arte zen, sostenuta peraltro da una fede convinta nel Tao , dio e anima di tutte le cose. Col cuore sono con te anche se la mente mi dice che è una pia illusione identificare le cose del mondo e l’uomo stesso con Dio. Ma tant’è e non insisto.
    Il punto è un altro. Per quanto vuoto tu possa creare nella mente per liberarla dal dualismo soggetto-oggetto , riducendo il nostro rapporto con le cose a mere impressioni (Hume), non potrai mai fare a meno del sentimento di cui si nutre la stessa poesia . Ne è prova la difficoltà che tu stesso rappresenti nel tradurre in 17 sillabe un’esperienza di per sé mistico-religiosa, prima che poetica.
    Per essere franco, penso che tu sia prigioniero della tua concezione filosofico-religiosa , diversamente dai grandi maestri giapponesi che, nella loro semplicità , non avendo frequentato nessuna facoltà di matematica, fisica, filosofia o teologia, nella poesia sincretisticamente cercavano di rappresentare con semplicità il loro mondo complesso e contraddittorio.
    Il fatto è che dalla nostra soggettività universale non se ne esce, condannati ad analizzare e sintetizzare la nostra esperienza umana , i nostri sentimenti, le nostre volizioni alla luce delle nostre categorie logiche (soggettive) o, circolarmente, alla ricerca di un nostro dover essere o di un significato che riesca a farci sentire meno soli in un universo forse creato dalla nostra stessa mente.
    Ti ringrazio, comunque, per gli stimoli con cui sistematicamente nutri la mia curiosità filosofica latente, mai sopita e sempre inappagata. Buona domenica.

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    1. Caro Franco ogni volta che ti leggo, mi viene in mente quel cieco dalla nascita che spiegava al suo amico come era fatto il colore rosso.
      Parli di Tao, di fede e di dio, senza avere la minima consapevolezza che invece non c’è nessuna relazione tra loro.
      Parli di vuoto senza averlo mai provato e quindi distorcendone totalmente il significato, perchè il vuoto zen è la condizione in cui tutto accade, sentimenti e poesia compresa, non il nulla statico come invece pensi tu.
      Per quanto mi riguarda, ti ripeto per la centesima volta, che io non faccio riferimento a nessuna religione, nessuna filosofia e nessuna concezione, ma solo alla pratica, ovvero sperimentazione, che nulla ha a che vedere con tutto ciò che credi tu.
      Tu non vedi il taoismo e lo zen per quello che sono veramente: solo pratica, solo e soltanto pratica, di sè e del rapporto con la realtà, natura compresa.
      Che poi si siano scritti libri, sutra e quant’altro sullo zen ed il taoismo, non significa che si debbano identificare con tutto ciò.
      Un atomo è descritto dalla sua funzione d’onda, ma la funzione d’onda NON è l’atomo, ma soltanto la sua rappresentazione.
      Una regione è descritta da una mappa, ma la mappa NON è il territorio.
      Funzione d’onda e mappa sono modelli, utili per comunicare, ma ripeto NON sono la realtà.
      Mi spiace constatare che sei granitico nei tuoi pregiudizi, ma sinceramente, non è un problema mio. Ne prendo atto ed amen.
      Mi spiace anche constatare come tu non capisca che non c’è nessuna differenza tra la Via di Basho e la mia Via, perchè quella non dipende dal tempo, dallo spazio o da dove nasci.
      Caro Franco, te lo dico con il cuore in mano, banalizzi e lo fai perchè non sai, e non sai perchè non pratichi.
      Mettiti una buona volta seduto e pratica.
      Solo allora io e te potremo veramente dialogare su come è fatto il coore rosso.
      Solo allora le tue parole potranno arricchirsi di un qualche significato, perchè al momento sono solo parole inutili, riportate da qualche libro o peggio da qualche blog.
      Come ultima notizia ti comunico che l’universo esiste e che dalla soggettività se ne esce eccome!

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  2. Un’ultima considerazione sul pensiero di Basho , “chi ha raggiunto la padronanza dello spirito della Via, anche in qualsiasi altra arte, può penetrare lo Haikai più rapidamente di chi si sia dedicato ad essa per molti anni, senza però raggiungerlo”. .
    In pieno XXI secolo, con tutto il rispetto e la devozione dovuta a un grande maestro come Basho , alla luce dell’esperienza maturata dall’uomo nel corso della storia fino a oggi , faccio mio il pensiero e il sentimento di Antonio Machado:
    Viandante, sono le tue orme
    il sentiero e niente più;
    viandante, non esiste il cammino,
    il cammino si fa camminando.
    Camminando si fa il cammino
    e girando indietro lo sguardo
    si vede il sentiero che mai più
    si tornerà a calpestare.
    Viandante non esiste il cammino
    ma solamente scie nel mare

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