La pratica haiku ? come il sesso. Fai il test di autovalutazione.

sessoImmaginando che molti avranno sperimentato le tre possibili situazioni in cui è possibile fare sesso:  l’autoerotismo, il sesso consenziente e il sesso per amore, vediamo ora come queste tre “esperienze” si possano accomunare alla pratica haiku.

Innanzitutto, chiariamo subito che, indipendentemente dal tipo di pratica, il risultato finale è lo stesso : un orgasmo (almeno per noi maschietti) o una poesia, quindi dal punto di vista puramente “fisiologico-risultato finale”, le cose non cambiano molto.

Quello che invece cambia è tutto quello che viene prima e dopo, ovvero: il contesto, il tipo di relazione, l’appagamento ed il coinvolgimento.

Ora fai il test e verifica che tipo di autore sei.

Autoerotomane

È una pratica solitaria, ci sei solo tu  e questo esclude ogni rapporto esterno.

Gli haiku da scrivania sono l’equivalente dell’autoerotismo.

Ci sei solo tu e la tua mente:  la fabbrica  di costruzioni mentali, da cui attingere.

Se praticato saltuariamente, lo haiku autoerotico può migliorare la parte cognitiva del processo compositivo, quindi non è da eliminare completamente.

Noi stessi nel Lab proponiamo esercizi e concorsi che si prestano a composizioni da scrivania, anche se più che compiacerla, la mente noi cerchiamo di stressarla, in un ottica soft della scuola zen Rinzai.

Ad ogni modo, scrivere qualche haiku da scrivania è nella norma, perchè è normale, a volte, rifugiarsi in sè stessi.

Diverso è il caso di chi scrive esclusivamente o prevalentemente solo haiku da scrivania, perchè allora si cade in una “patologia”.

Se sei un autoerotomane dello haiku, allora basti a te stesso.

Per te haiku è solo risultato, ovvero raggiungere l’orgasmo e non t’importa come ci arrivi.

Per te è fondamentale padroneggiare la tecnica,  scrivere 5-7-5 formalmente impeccabili, conoscere una marea di pseudo-kigo e mettere sotto un microscopio tutta la poesia giapponese, perchè questo ti permette di accrescere il tuo database mentale, cioè l’unica risorsa fondamentale per te.

Il tuo assunto è : “più cose so, più ricco sono, più ricco sono, più possibilità ho, più possibilità ho, più bravo sarò a scrivere”.

Sesso consenziente

Il classico sesso di una notte o poco più.

Qui la relazione c’è, ma non è di qualità, c’è attrazione, complicità, sensualità, desiderio, soprattutto novità, ma non c’è impegno, non c’è condivisione profonda,  perchè, in fondo, si tratta solo di uno scambio temporaneo di fluidi, con il solo scopo di far raggiungere ad ognuno dei due partner il proprio piacere.

Gli haiku, intesi come arte o come realizzazione di sé, sono l’equivalente del sesso consenziente.

Ci sei tu e la natura o il mondo, c’è la bellezza, il desiderio, ma siete separati, tu da una parte, con le tue emozioni ed il tuo afflato poetico e la realtà dall’altra, muta e nuda, che si mostra a te completamente, ma che tu non comprendi fino in fondo, perchè per te, pensandoci bene, lei è solo qualcosa da usare.

Se scrivi prevalentemente haiku consenzienti, forse non hai mai raggiunto la piena consapevolezza, ovvero godi in modo soddisfacente del rapporto che hai con la natura ed il mondo, ma sicuramente non hai mai provato cosa significhi farsi vuoto, in modo che lì, in quel vuoto, tutto possa accadere.

Per te haiku è poesia,  realizzazione e soddisfazione personale,  ma c’è molto di più.

Vedi un fiore, vedi la luna, li poetizzi, ma in realtà vedi e poetizzi ancora te stesso.

Il tuo assunto è : ” io sono il centro, io devo crescere, io …. io …. io  … …. sempre e solo io”.

La stragrande maggioranza dei poeti di haiku, pratica lo haiku consenziente, spesso con soddisfazione, spesso con ottimi risultati, soprattutto perchè è più comunicativo, quindi più “pop”.  Inoltre è sempre meglio della castità e dell’autoerotismo, ma non è ancora Haiku, con l’H maiuscola, perchè non è capace di rinnovarsi.

Lo haiku consenziente ricerca inevitabilmente la novità, l’ispirazione senza i quali, immancabilmente si spegne come un cerino.

Sesso per amore

Se sei stato almeno una volta innamorato, allora fare sesso con la persona che ami, sai benissimo cosa vuol dire: non è più sesso, ma completamento, in pieno accordo con le leggi della natura.

Per chi l’ha provato non c’è molto altro da dire, per chi non l’ha mai provato, impossibile che comprenda.

La relazione è solo di qualità, c’è impegno, condivisione profonda ed unione, quindi siamo ben aldilà del sesso.

Se nel sesso consenziente il sesso stesso è sempre il protagonista, in quello per amore, molto spesso,  passa in secondo piano.

Questo porta ad una possibile contraddizione, ovvero che il sesso consenziente, a volte, come picco può essere addirittura meglio del sesso per amore, ma il suo integrale non lo è mai.

Gli haiku, intesi come pratica zen sono l’equivalente del sesso per amore.

Ci sei tu e la natura o il mondo, ma non c’è separazione, nel farti vuoto, perdi ogni scopo, la realtà si mostra e tu ne fai semplicemente parte: tu in mezzo al resto, tu alla pari di tutto il resto, senza priorità, ne giudizi e non ti resta che cercare di mostrarlo a parole.

Se scrivi prevalentemente haiku come pratica zen, allora hai raggiunto la piena consapevolezza, ovvero sei al di là di ogni possibile piacere, sei aldilà anche dello haiku, che passa in secondo piano rispetto all’esperienza vissuta.

La natura ed il mondo non sono più uno sfondo, ma relazione profonda e consapevole.

Per te haiku è semplicemente vivere per momenti.

Vedi un fiore, vedi la luna, li poetizzi e anche se in silenzio, tu sai che loro poetizzano te.

Il tuo assunto è : “quando non intasi la mente con pensieri inutili, allora ogni momento diventa meraviglioso, compresi quelli derivati dall’autoerotismo e dal sesso consenziente, quindi basta vivere e poi scrivere”.

 

Analisi di un kigo e dei suoi surrogati: le traduzioni “pseudo-kigo”.

Prendiamo questo haiku di Masaoka Shiki:

いくたびも
Iku tabi mo
雪の深さを
yuki no fukasa wo
尋ねけり
tazunekeri

Again and again
I ask how high
the snow is

Ancora e ancora
Chiedo quanto alta
è la neve

Il kigo di questo haiku è :  nevetot

Gli pseudo-kigo sono: (ENG) snow, (ITA) neve, etc. , ovvero scegliete pure la scrittura NON ideogrammatica che preferite.

Perchè faccio questa differenziazione?  perchè  nevetot è un ideogramma, mentre “snow” e “neve” sono delle semplici traduzioni   e    tradurre è tradire”,  come sosteneva Umberto Eco.

Ora vediamo a quanto ammonta il “tradimento”, ovvero quanto si perde, in termini di pura densità di comunicazione, quando traduciamo un ideogramma in una lingua occidentale.

Non considererò minimamente il contesto, ovvero ogni altro aspetto culturale, storico o morfologico, che comunque andrebbe aggiunto e considerato in un’analisi completa di un haiku, ma mi limiterò alla sola semantica del singolo termine, in questo caso “neve” e questo per mostrare quanto un lettore si perda “come minimo”, ogni volta che  legge “neve” in un qualsiasi haiku giapponese tradotto in italiano.

Innanzitutto chiariamo subito che un ideogramma è un simbolo grafico che non rappresenta un valore fonetico, ma una immagine o un’idea.

I nostri cartelli stradali, come ad esempio  divieto,  sono un esempio di ciò che si avvicina maggiormente al concetto di ideogramma.

Storicamente, le più antiche testimonianze certe dell’esistenza di un sistema di scrittura basato su ideogrammi risalgono al 1250 A.C. in Cina.  Dalla Cina poi il sistema ad ideogrammi è migrato, con qualche adattamento, in Giappone, Corea e Vietnam, ma molti ideogrammi sono rimasti comuni ed utilizzati, ancora oggi, nei diversi sistemi di scrittura.

Veniamo ora al nostro caso di studio.

Nello haiku di Shiki, il kigo è rappresentato da nevetot che è un ideogramma, a sua volta composto da altri due ideogrammi più semplici:

neveA sua volta ciochecade è costituito da due ideogrammi terminali, al disotto dei quali cioè non si può andare, ovvero fazzolettoche rappresenta l’idea di un pezzettino di stoffa appeso (in cielo)  e da fiocchifiocchi che rappresenta qualcosa che cade, sotto forma di gocce .

Se mettiamo insieme tutto,  allora abbiamo che   ciochecaderappresenta “ciò che cade da una nuvola, poeticamente vista come un pezzetto di stoffa appesa in cielo,  in gocce“, come appunto la neve o la pioggia.

L’ideogramma muso è una semplificazione di un ideogramma più antico , il cui significato è “muso” .   Ecco che allora quello che noi banalmente traduciamo come “neve” ovveronevetot , in realtà significa: “ciò che cade sul muso da una nuvola, ovvero da un pezzetto di stoffa appeso in cielo“.

Il dizionario etimologico del prof. Rick Harbaugh , per quanto riguarda il  significato di nevetotda una versione leggermente diversa, ovvero: “ciò che cade da una nuvola e che deve essere spazzato via” .   Immagino, ma questa è una mia supposizione, che questo sia il gesto naturale di chi sente un fiocco di neve posarsi sul  muso.

Senza volermi dilungare troppo, è allora ovvio che “neve” rappresenta una banalizzazione di un’idea e di un’immagine nevetot molto più complessa e sicuramente molto più poetica e pregnante in termini di significato, rispetto alle semplici 4 lettere che compongono la parola neve.

Ora, è chiaro che se facessimo questa trasposizione semantica per tutti gli ideogrammi presenti in un haiku, la sua immagine poetica ne verrebbe ampliata e non di poco.

Io spero che questo esempio possa aver definitivamente chiarito la mia resistenza all’utilizzo del kigo in lingue diverse da quelle originali, in quanto li considero degli scimmiottamenti, delle scopiazzature senza senso e quindi quasi un insulto per la poesia giapponese.

Concludo riaffermando che  il kigo è , per quanto fin qui dimostrato, “roba” prettamente giapponese e che quindi dovremmo lasciarlo ai giapponesi, mentre quelli che vengono chiamati kigo in italiano, in realtà, sempre per quanto fin qui dimostrato, non sono kigo, ma solo delle loro imitazioni, scialbe ed approssimative, quindi pseudo-kigo .

La HAIKU SOCIETY OF AMERICA ha definito un haiku come:

a haiku is a short poem that uses imagistic language to convey the essence of an experience of nature or the season intuitively linked to the human condition.

Come si vede non c’è nessun riferimento al kigo ne alla forma 5-7-5.

Adesso forse molti avranno capito il perchè.

Quindi, se questo giardino zen fosse un kigo giapponese.

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Allora questo è il suo pseudo-kigo in italiano

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Qualche cultore dell’approccio mainstream “riduzionistico accademico” potrebbe dire …. “sempre sassi sono” …. .. già …. sempre sassi … sempre “parole stagionali” ….. “parole” ?!?!

Zenrin Kushû & Haiku #2 : haiku selezionato

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Questa frase dello Zenrin Kushû è un koan. Tutto ci parla del Tao, quindi tutto fa parte della sua grande lingua, quella lingua che ci indica che tutto è in continua trasformazione. La metafora dell’acqua è la preferita nell’iconografia taoista ed il torrente di montagna è la rappresentazione perfetta della lingua del Tao. Ma se la lingua del Tao è ben identificata, dove sta il suo corpo ? dove sta la sua mente ? dove sta la buddhità?  Nel profilo delle colline ? …. solo nelle colline ? La risposta sta nello haiku di Tania Ballotta.

 

QUI per partecipare al #3

Gli isotopi di un haiku

Quando vi invito a non seguire, come delle pecore, la giapponesità, lo faccio a ragion veduta, ovvero basandomi su ragioni obiettive e che ho direttamente sperimentato. Condivido con Voi questa esperienza, come prova di quanto sostengo.

Ho scritto questo haiku di 4 versi qualche settimana fa.

pioggia battente
le scarpe fradice
il Buddha è asciutto
come un deserto

Come al solito, io scrivo di getto, prima mentalmente e poi su un taccuino, eventualmente poi aggiusto, se durante la rilettura qualcosa non mi convince.
Sul momento non ho fatto caso al numero di righe, ma soltanto a mostrare  appieno il momento, costituito da 4 prospettive, o se preferiti 4 piani di coscienza, tutti coesistenti …. 1) la pioggia (come evento esterno) ,   2) il disagio di sentire i miei piedi bagnati (sensazione interiore),  3) l’improvvisa consapevolezza di come la mia mente non si stesse bagnando (consapevolezza di 1) e 2) ) ed infine come,  4) tutto questo stesse in un unico contenitore (consapevolezza della consapevolezza 3)).
Ovviamente, durante la rilettura, le 4 righe sono subito saltate fuori.
Devo dire che inizialmente ho cercato in tutti i modi di comprimere tutto in tre versi, ma inevitabilmente perdevo qualcosa, quindi desistevo.
Poi ho realizzato …. dove sta scritto che un momento debba per forza essere mostrato in tre parti? in natura non esistono forse anche gli isotopi? cosa m’impedisce di liberarmi di questa gabbia mentale di stare nel 3?

L’Elio , inteso come elemento (He) ha numero atomico 2 , ma ha diversi isotopi, tra stabili ed instabili e questo perchè la natura rifugge le soluzioni uniche. Non esistono, ne mai esisteranno, due gocce d’acqua dello stesso peso o due fili d’erba della stessa lunghezza, o due fiocchi di neve della stessa forma e io sto cercando di ridurre, a tutti i costi,  il mio haiku che è nato 4 come un 3 ?

Preso atto della mia gabbia mentale, alla fine ho lasciato il mio haiku di 4: un haiku isotopo, ma sempre un haiku.

 

Il percorso nel Lab ? da principianti a poeti: un’analisi ragionata

A tre anni dalla fondazione del Lab, devo dire di aver maturato abbastanza esperienza ed accumulato dati sufficienti,  per tentare una sintesi ragionata del nostro lavoro, cosa che non sarei stato in grado di fare senza la fiducia dimostrata dai nostri iscritti e la dedizione delle mie tre collaboratici: Angiola Inglese, Margherita Petriccione e Monica Federico, che ringrazio sentitamente.

Come da nostra mission, la prospettiva è quella della crescita e maturità del processo compositivo, derivato dalla pratica ed ispirato agli ideali zen.

Le composizioni, gli haiku, per noi sono un effetto derivato dal processo compositivo, pertanto se quest’ultimo è di qualità, anche le opere lo saranno.

Chiunque può comporre un buon haiku: un principiante, un maestro, una scimmia, una app software, un algortimo.

Quello che differenzia questi “autori” non è l’opera, ma il  processo compositivo.

Infatti, nessuna scimmia, ne tanto meno un algoritmo sono in grado di innovarsi, ma solo ripetersi, quindi:

E’ sempre e solo l’autore che definisce l’opera, non viceversa.

Ho tentato di classificare, soprattutto per comodità, lo sviluppo del processo compositivo del Lab, definendo una tassonomia statisticamente più probabile in termini di crescita personale.

Per forza di cose, le generalizzazioni sono sempre una forzatura, in quanto nella realtà, le situazioni sono diversificate e quindi andrebbero viste caso per caso, ma dal punto di vista statistico, ovvero se guardiamo allo haiku come fenomeno di massa, allora devo dire che le cose, da noi, effettivamente vanno più o meno come descritte.

Principianti

  1. Nessuno è negato :  diciamo che dopo un periodo più o meno lungo, tutti i principianti, che si affacciano nel Lab, riescono a scrivere un haiku.  Questo ci porta alla considerazione che davvero la poesia haiku è strutturalmente alla portata di tutti, ma questo era abbastanza prevedibile, considerando la forma minimale e le pochissime regole, che un haiku richiede.  I veri ostacoli nascono dal processo compositivo.
  2. Il problema della sintesi: In questa fase, l’elemento più critico è l’apprendimento e la gestione della sintesi e non c’è dubbio che il richiamo alla forma canonica, sia un buon aiuto didattico, perchè l’adesione ad una struttura prefissata è in grado di plasmare le funzioni mentali di sintesi di un principiante.
  3. Il momento diventa un film: il problema precedente ha una causa ben precisa, ovvero l’incapacità d’individuare cosa effettivamente sia il momento haiku. Il principiante non va per immagini, ma spesso per film mentali, ovvero per sequenze lunghe, che diventa poi impossibile trasformare in haiku, Il risultato sono haiku ovviamente chiari per l’autore, ma incomprensibili per qualsiasi lettore, perchè risultano frammentati e quindi slegati nei versi.
  4. Gli haiku telegramma: sempre da un punto di vista compositivo, c’è però il classico rovescio della medaglia, ovvero il rischio della più frequente delle deformazioni mentali,  quello di finire per associare un haiku alla forma, dimenticandosi che prima di tutto c’è il rispetto della sintassi.   Soprattutto se il principiante proviene o frequenta altri gruppi, diventa a volte difficile, a volte quasi impossibile, smontare l’idea che haiku sia frutto di un processo che assembli sillabazione, uno stacco ed uno pseudo- kigo. L’effetto più evidente è dato dagli “haiku telegramma”, ovvero quegli haiku  che, proprio perchè costretti a sottostare alla forma, perdono elementi grammaticali fondamentali, come articoli, preposizioni, o fanno ricorso a termini arcaici, solo perchè più brevi o lunghi, ma che immancabilmente mi fanno accapponare i neuroni.
  5. Il “colorismo”: un’altra barriera riguarda la gestione del lirismo.  Gli haiku dei principianti sono immancabilmente un’orgia di immagini colorate, di sentimenti più o meno struggenti, di romanticismo e di ogni possibile pulsione personale. Un principiante scrive quello che prova, perchè non ha ancora capito che invece la bellezza di un haiku è quasi sempre il bianco e nero, che deriva dal distacco e dalla perdita dell’identificazione. Tutto questo verrà poi metabolizzato fino a diventare un’ ovvietà, ma per i principianti questo fattore rappresenta una vera e propria barriera mentale. Devo dire, che la maggior parte degli abbandoni avviene proprio in questa fase e senza nessuna sorpresa da parte mia,  perchè se è vero che haiku è alla portata di tutti, non tutti  sono portati allo haiku.

Artigiani

  1. Lo scoglio dell’autovalutazione:  qui, il passo compositivo richiesto  è quello di saper riconoscere quello che si scrive, ovvero saper individuare il soggetto e l’essenza della propria opera, nonchè il qui e ora.  Nonostante il Lab abbia cercato di dare delle definizioni abbastanza rigorose su cosa sia reale e di cosa sia invece astrazione, questo punto cruciale, dal punto di vista compositivo, spesso è sottovalutato, non compreso o addirittura nemmeno considerato. Haiku è disciplina, ma non rispetto alla sillabazione o al kigo, come spesso ingenuamente si crede, ma piuttosto rispetto all’osservazione dei propri processi mentali, quindi compositivi.
  2. L’introspezione come punto di partenza:  un processo compositivo consapevole, ovvero sano, parte sempre dall’introspezione. Qui, la domanda sottintesa che ogni autore dovrebbe sempre farsi è: “come funziono io? ”  almeno rispetto alla comprensione di quello con cui entro in contatto ? Ebbene, se non si è capaci di dare una risposta esauriente a questa domanda, il percorso evolutivo successivo riguarderà l’unico possibile: quello tecnico, a mio avviso un po  poco per arrivare a considerarsi poeti.
  3. Il qui e ora: la gestione dello spazio e del tempo è un fattore fondamentale in un haiku. Un ostacolo frequente per un artigiano riguarda il riconoscimento del “qui e ora”. Il kigo, aldilà della sua connotazione prettamente giapponese, risolve banalmente il problema. Nel Lab, invece la cosa è un po più complicata, perchè volutamente abbiamo estrapolato il concetto di tempo e di spazio, svincolandolo dall’associazione di una parola chiave. Per chi volesse sapere il motivo ed avesse frequentato una qualsiasi scuola superiore, forse si ricorderà che un insieme può essere definito per elencazione o per caratteristica. Diciamo che il saijiki (il dizionario dei kigo) è un insieme definito per elencazione, mentre il “qui e ora” definito nel Lab è un insieme definito per caratteristica. Sempre per chi si fosse interessato e dimenticato la matematica di primo liceo, diciamo che per esempio una circonferenza può essere definita attraverso l’insieme dei punti che la compongono (infiniti), oppure molto più comodamente attraverso una funzione X^2+Y^2=raggio^2.  Un saijiki è quindi come una circonferenza definita per punti, quindi un insieme scomodissimo da usare e nemmeno completamente esportabile da una nazione-contesto ad un altro, mentre il “qui e ora”, come definito nel Lab,  una volta capita la sua caratteristica, ingloba praticamente tutti kigo del mondo, di qualsiasi lingua, perchè come per la funzione della circonferenza, funziona per tutte le circonferenze. Un bel salto in avanti, rispetto al kigo, come strumento a disposizione nella gestione dello spazio e del tempo in un haiku.

Avanzati

  1. Il limite: un avanzato è colui che ha bisogno di riferimenti concreti a cui aggrapparsi, come un maestro, una corrente poetica, tipicamente giapponese o più in generale di regole generalmente condivise.  L’amministratore di un gruppo, un riferimento autorevole esterno, o delle indicazioni accademiche, sono i salvagente più comuni. Gli avanzati  non sanno ancora camminare da soli ed hanno paura della libertà, quindi sono ancora insicuri e si rifugiano in un processo compositivo rassicurante e collaudato, che dia soprattutto garanzie e da qui, cadere nel manierismo è quasi automatico, se per caso si smette di rispondere alla solita domanda: “come funziono io?”
  2. Quasi Zoka: Chi supera l’ostacolo dell’autoclassificazione e del “qui e ora” può considerarsi un avanzato dello haiku. A questo livello si cominciano a padroneggiare le tecniche di composizione, si leggono ormai le opere dei maestri e si frequenta abitualmente Zoka, ovvero l’ideale poetico di natura di Basho. Il rapporto con la natura è abbastanza consapevole e gli effetti visibili sono composizioni meno stereotipate, più libere ed originali, ma la concezione di zoka di un avanzato è ancora parziale, perchè manca della comprensione della relazione tra natura ed il Tao.
  3. Il dualismo: a livello compositivo l’avanzato tecnicamente padroneggia tutti gli strumenti a sua disposizione, mentre usa ancora e soltanto la sua mente razionale. Un avanzato assembla haiku, ricercando forzatamente quella freschezza e naturalezza, che invece dovrebbero essere la spina dorsale delle sue composizioni. L’avanzato compone a tavolino e il rapporto con la realtà è duale, ovvero io autore, separato da te, guardo te natura o realtà e ti descrivo, attraverso lo specchio delle mie sensazioni e sentimenti, ovvero attraverso la mia sensibilità e personalità.
  4. Il makoto razionale : a questo livello si cerca, ma soprattutto si crede  ancora all’ispirazione, all’afflato poetico, ovvero si è compreso razionalmente il makoto, ovvero l‘ideale poetico di genuinità di Basho, ma non si è ancora interiorizzato e fatto proprio.  Un avanzato è come un rubinetto da cui escono delle gocce di vera poesia, ma che, essendo chiuso, non libera tutto il suo potenziale. Un avanzato spesso manca di continuità ovvero produce dell’ottima acqua, ma a gocce, in quantità insufficiente.
  5. Incertezze:  gli avanzati hanno ancora qualche incertezza per quanto riguarda gli ideali estetici, come il wabi-sabi, il karumi e lo yugen,  spesso non ancora perfettamente compresi, inoltre la pragmatica della comunicazione è spesso trascurata, ovvero non viene dato abbastanza peso alle caratteristiche yin yang delle parole da usare in un haiku. Al contrario, le tecniche di composizione come l’ampliamento, la contrapposizione, l’armonizzazione sono generalmente ormai acquisite ed utilizzate.

Artisti

  • Libertà: affrancato dai giapponesismi e dall’obbligatorità delle regole, l’artista è ormai sicuro di sè, ovvero è in grado di gestire il proprio percorso autoriale. Avendo ormai acquisito una certa sicurezza e stile, l’artista sperimenta la scrittura di haiku in lingua inglese e spesso con successo, vede pubblicati i suoi lavori.
  • Osservazione consapevole: la pratica dell‘osservazione consapevole, oltre a tradursi in sicurezza dei propri mezzi, migliora la continuità e la qualità delle opere, che diventano sempre più interessanti, mai banali, attente a quei particolari, che prima sfuggivano totalmente e che invece adesso si posizionano al centro delle sue opere.
  • La poetica di Basho :  l’artista ha ormai fatto suoi gli ideali di zoka e del makoto di Basho, pertanto, dal punto di vista del Lab, ha raggiunto la piena maturità autoriale.
  • La musicalità: la ricerca della forma ha fatto ormai posto alla ricerca della musicalità, aspetto fondamentale nella scrittura in lingua giapponese e ragione principale della forma 5-7-5, ma che nessuno mette mai in evidenza e che poi causa quell’evidente dismorfismo linguistico, quando la forma 5-7-5 giapponese viene utilizzata come modello rigido in altre lingue.
  • oltre la poetica: se esiste un punto veramente debole, in un artista di haiku, è quello di fermarsi alla poetica, ovvero allo haiku come espressione ultima, ovvero ultima frontiera invalicabile della vita intesa come poesia e senza indagare o preoccuparsi, se questa poetica abbia delle radici più profonde e più generali.

“C’è un elemento comune che attraversa la poesia lirica di Saigyo, le catene di versi di Sogi, la pittura di Sesshu, e la cerimonia del tè di Riky  ed è lo spirito poetico’ (furyu): seguire la Via, divenire amico delle quattro stagioni.

Lo spirito poetico del furyu è comune a tutte le forme d’arte perché è una manifestazione della creatività universale di cui l’artista partecipa.

Chi ha raggiunto la padronanza dello spirito della Via, anche in qualsiasi altra arte, può penetrare lo Haikai più rapidamente di chi si sia dedicato ad essa per molti anni, senza però raggiungerlo”.    (M.Basho)

Queste frasi di Basho esplicitano bene questo limite ed implicitamente ammette che tutte le arti hanno lo stesso denominatore in comune: lo zen.

Poche righe dopo, Basho conclude:
“Seguire la creazione (zoka, intesa come Tao), tornare alla creazione (ovvero tornare al Tao) ”.

Questa convergenza assoluta al cuore dello haiku è un’esperienza istantanea, atemporale, come il satori dello zen.  (Kuki Shuzo)

Poeti

  • un poeta di haiku ha compreso ed accettato la precedente indicazione di Basho, quindi non fa differenza tra haiku e la propria vita, per questo è un poeta, perchè  vive per haiku, ed ha abbracciato l’ideale everywhere, di vuoto consapevole.