Paterson

ho condiviso molte cose mostrate in questo film di Jarmusch: la poesia delle cose ordinarie e quotidiane, che altro non è che il declinare del karumi di Basho, il taccuino dove si concretizza il pensiero, la poesia che deve basarsi su quello che siamo, senza tradire la nostra cultura e natura, perchè sarebbe come mettersi le mutande usate di un altro.

l'opionanista

Cari eucarioti,

ho sempre sentito nel cinema di Jarmusch una nota incongruente che segue il silenzio. Proprio per questo motivo ne celebro la diversità e il rigore.

I luoghi di Jarmusch, la sottrazione di Jarmusch, la poesia (parola spesso abusata nella settima arte) di Jarmusch. Ecco, se dovessi scegliere un film da far vedere del regista americano sarebbe questo.

Il protagonista possiede lo stesso cognome della città in cui vive, Paterson, e guida un autobus con la scritta Paterson, e il suo numero di corsa. E’ già il rimando di qualcosa. Paterson è un nome, ma è anche un uomo, un pullman, un luogo. E un poeta. Già, perché Paterson scrive delle liriche ispirandosi a William Carlos Williams (e non a Carlos Williams Carlos). Le scrive su un taccuino e ci racconta della marca dei suoi fiammiferi. E lo fa dopo aver percorso la strada che conduce al lavoro, laddove si susseguono le scritte Fire (fuoco). Ogni giorno…

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Haibun Zen

Non è necessario andare lontano per trovare la verità, a volte bastano due passi in cucina.

Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma.
Lo dice la fisica, lo dice il Tao, lo dice lo zen, ma soprattutto lo dicono le mie ossa e tre carciofi.

le mie ossa scricchiolano
impermanenti e mondati anneriscono tre carciofi
serata gelida

(EG)

Koan e haiku

Battendo le mani l’una contro l’altra si produce un suono, allora io ti chiedo: qual è il suono di una sola mano?    (Koan Zen)

Quando io guardo attentamente
vedo il nazuna in fiore
presso la siepe!    (Basho)

Se non si scrive haiku come risposta ad un koan, allora a che serve scrivere ?

“… sono me stesso nel luogo dove non esistono accadimenti che condizionano…”  (Basho)

La differenza tra un poeta e un ragioniere

Anche se hai tre o quattro, o cinque o sette sillabe in più, non ti preoccupare se (il tuo haiku) suona bene. Ma se anche una sola sillaba è stantia, allora prestale tutta la tua attenzione.(M.Basho)

Basterebbe questo insegnamento di Basho per mettere una pietra tombale sulla regola del 5-7-5.

In realtà, considerando che la morfologia dell’italiano è molto diversa da quella della lingua giapponese, allora deve essere altrettanto chiaro che la regola del 5-7-5 perde completamente di ogni senso, se non scrivete haiku in giapponese.

L’italiano è più complesso e ricco, ad esempio, richiede articoli, preposizioni, pronomi, aggettivi possessivi e coniugazioni complesse, che invece il giapponese non ha, quindi le due lingue non sono isomorfe, come invece chi pratica il 5-7-5 come regola stretta per gli haiku, vuol far credere.

La musicalità di un haiku, dice Basho, supera qualsiasi regola metrica e a maggior ragione, se un haiku è scritto in italiano.

Scrivete poesie in italiano, aggiungo io, e non quei patetici telegrammi, che troppo spesso si leggono, solo per restare fedeli ad una forma che diventa farlocca, quando si esce dal contesto da cui ha avuto origine.

Idem per il kigo …ma questa è un’altra storia.