dal Lab: 5 tanka sulla musica

Sandro Santroni
Notte profonda
un violino singhiozza
Solitudine
Improvviso irrompe
il ritmo del silenzio
Daniela Misso
stendo i panni –
la maladie d'amour
di Michel Sardou
la musica si appende
tra un calzino e mutanda
Margherita Petriccione
Subdolamente
l’ acufene sommerge
“La vie en rose” …
Ogni canto alla fine
è soltanto rumore
Vincenzo Adamo
Sulla tastiera
il profumo di una rosa-
musica di Bach
le pietre mute ascoltano
l'inverno di Vivaldi
Gabriella De Masi
Mattina scialba
Che noia questi studi
sulla chitarra
Inaspettato un merlo
risponde in controcanto

La musica può essere un semplice riempitivo che accompagna quello che stiamo facendo, può invece essere una dimensione in cui immergersi anche totalmente, oppure può essere contemporaneamente dimensione e pratica.

La differenza sta nell’ascolto e nell’osservazione dell’ascolto.

EG
jazz nell'atmosfera
ascolto l'inascoltabile
e l'atmosfera si fa jazz
dallo stero HIFI
il piano di Sellani

Esercizio: riconoscere e comprendere il mujo

(kikaku)
fulmini
ieri a est
oggi a ovest
(otoyoshi)
erbe fluttuanti
l'oggi fiorisce laggiù
sull'altra sponda
(gottardi)
piatti sporchi
dal solito rubinetto
l'acqua nuova

L’ideale poetico da cui derivano questi haiku è il mujo, ovvero l’impermanenza, in questo caso declinata come cambiamento perenne dei fenomeni del mondo (qui per approfondimento).

Questo ideale poetico, come tutti gli ideali poetici, è attribuibile solo al poeta che lo deve far proprio.

Il mujo, quando si trasforma in consapevolezza dell’impermanenza, ovvero nella comprensione che un evento a cui assistiamo è destinato a svanire, assume una delle interpretazioni più comuni del parametro estetico mono no aware, che come tutti i parametri estetici, è invece un attributo del testo di un haiku.

Un fulmine, un’alba o l’acqua che scorre non sono mai identici, nemmeno a sè stessi..

Questa semplice, ma profonda verità, insita nell’attimo e compresa , accomuna i poeti che praticano il mujo , percepibile indirettamente attraverso la sua proiezione di mono no aware.

Come esercizio, ho chiesto agli utenti del Lab un loro haiku che dimostrasse al meglio questa relazione, in termini di essenza.

Ecco una selezione di quelli pervenuti.

(Gabriella De Masi)
Foglie d'autunno
Accettare la mia
nuova vecchiezza
(Pasquale Asprea)
equinozio -
la ruga sulla fronte
si allunga
(Angiola Inglese)
trasloco-
diversa e uguale
guardo la luna

Settembre: momenti zen, momenti haiku

Il vero zen, come la resilienza, come il wu wei taoista, non rifiuta, ne respinge, ma accetta quel che accade, per questo lo zen che emerge durante una crisi è il più genuino, perchè quando un evento incontrollabile, emotivamente pesante, ti travolge all’improvviso, allora nella mente si aprono cascate, che devi saper governare.

vomita
piegata dal dolore
lo zen è calma
è succhi gastrici

trambusto zen
la corsa, l'ospedale
governare il sè

sintomi atipici
diagnosi complicata
ecografia e zen

la "chirurga" in verde
zen è capire
fare domande giuste

il letto hi tech
una flebo dietro l'altra
zen e carezze

miglioramento
corre il pensiero
St.Nicholas beach
1200 "euri di zen"

zen è amare
aldilà dell'amore
settembre a Milano

soggetto ambiguo ? principio di causalità haiku

Il principio di causalità compare in diverse discipline : fisica, biologia, filosofia, diritto, buddhismo e probabilmente in molti altri campi.

Ora, senza entrare nei dettagli di queste discipline, che ci porterebbero immediatamente fuori tema, diciamo che il principio di causalità nasce dall’idea che i fenomeni si susseguano unicamente in un processo di causa-effetto, e che tutto ciò che non risponde a questa legge è casuale.

Giro l’interruttore, la lampadina si accende, ovvero a causa della chiusura di un circuito elettrico, ho come effetto l’accensione della lampadina.

Vediamo ora come si possa utilizzare il principio di causalità nella poesia haiku, soprattutto in quelle situazioni ambigue, in cui il soggetto non è ben determinato.

Il caso classico è quando in un haiku sono presenti eventi riconducibili in parte alla realtà ed in parte ad emozioni o sentimenti, pertanto analizzeremo alcuni di questi casi.

Consideriamo la seguente composizione , sottoponendola al principio di causalità.

Bianco roseto
Un piacere desolato
incancellabile

In quest’immagine la visione di un bianco roseto causa un’emozione, forse derivata da un ricordo, un’associazione, non ha importanza, quello che importa è che la realtà causa l’emozione, determinando così il soggetto: vedo il roseto (causa) e provo un piacere desolato (effetto). Ogni volta che questo accade, ovvero quando la realtà genera un’emozione siamo in presenza di un haiku.

Un piacere desolato
Un bianco roseto
Sensazioni incancellabili

In quest’immagine invece, mentre l’effetto è sempre un’emozione (sensazioni incancellabili) , la causa è molto più sfumata, ovvero sia il piacere desolato che il roseto sembrano generare come effetto la sensazione. I due eventi , il sentire piacere e la visione del roseto, non sono correlati, ma sembrano sincronici, ovvero avvenire contemporaneamente. Eventi sincronici sono possibili, ma non quando riguardano la stessa persona, in questo caso l’autore dello haiku. E’ quindi suo il compito di determinare quale evento sia preponderante e quindi si debba considerare come soggetto. Se la sequenza è : piacere > roseto > sensazione, allora siamo in presenza di uno pseudo-haiku, se invece la sequenza è roseto > piacere > sensazione allora siamo in presenza di un haiku. Personalmente, anche se non rigidamente, tendo a privilegiare la sequenza temporale mostrata nel testo, quindi può essere determinante la sequenza dei versi, che in questo caso tenderebbe allo pseudo-haiku.

Un piacere desolato
Incancellabile
Un bianco roseto

In quest’immagine siamo in presenza di un’emozione preesistente, di piacere desolato ed incancellabile, da cui l’autore si libera grazie alla visione di un bianco roseto, che lo riporta alla realtà. In casi come questi, in cui l’emozione o il sentimento sono presenti a priori nell’immagine, dobbiamo parlare di pseudo-haiku. Dal testo, non sappiamo quale sia la causa originaria dell’emozione, però sappiamo che la visione del roseto sposta l’attenzione dall’emozione alla realtà. Il roseto è quindi anche causa, il che lo identificherebbe come soggetto, rivalutando l’opera come haiku. Resta il fatto che l’atmosfera mostrata è prevalentemente illusoria, quindi anche qui siamo di fronte ad un dilemma, pseudo-haiku o haiku ? Sempre a livello personale, io allora guardo alla linea temporale mostrata dal testo, causa ignota > sensazione > roseto > annullamento della sensazione. Il che ci riporta a considerare la composizione come pseudo-haiku.

In conclusione, fermo restando che devono essere sempre presenti qui e ora e stacco, il principio di causalità non fornisce in modo deterministico quale sia il soggetto di un haiku, ma resta un valido strumento per migliorare la comprensione dell’opera in quelle situazioni ambigue, in cui i ruoli che intercorrono tra realtà ed emozioni non sono ben definite.

Vincenzo Adamo scrive un capolavoro

Dal Lab:

Chi è Buddha?
Una manina si alza
Tra i girasoli

Lo ammetto aspettavo da tempo un haiku come questo.

Un haiku completo, praticamente perfetto sotto ogni punta di vista.

Ma l’immagine, ovvero lo scatto della mente sulla buddhità che si concretizza in una manina di un bambino che si alza in un campo di girasoli è semplicemente qualcosa di grandioso.

Un grazie a Vincenzo per essere uno dei nostri.

Antonio Mangiameli intervista EG

Antonio Mangiameli è nato nel 1955 a Lentini(SR) dove vive e svolge la professione di medico. Appassionato da diversi anni di haiku, haibun e di ogni altra forma di poesia breve è stato pubblicato diverse volte, sia su riviste e blog nazionali che internazionali (incluso questo blog) .

AM : permettimi di cominciare questa intervista, che sarà più uno scambio di idee, che la solita sequela di domande sulla tua persona, in modo insolito, chiedendoti cosa ne pensi di questo mio haiku

il pesce fresco
un bianco mosso
il cavatappi

EG: Innanzitutto apprezzo il taglio dell’intervista, chi sono e cosa faccio, credo siano argomenti decisamente meno interessanti , rispetto a quello che penso, quindi per quanto riguarda il tuo haiku, penso che la principale qualità sia il karumi. Per quanto riguarda la forma, direi che è sicuramente incomprimibile, qualità che apprezzo sempre. Semplicità, ritmo e musicalità sono rispettati, l’uso del pivot è corretto ed è evidente che rappresenta un momento haiku consapevole. Il qui è ora è in forma debole, ma è presente. Detto questo, per non far sembrare i versi un mero elenco, io modificherei il primo con “Che pesce fresco! ” per introdurre la tua reazione rispetto al cibo che stai per consumare. In questo modo lo haiku prende un altro colore e più profondità.

AM: ma se cambiassi il primo verso così come hai appena proposto,lo haiku non perderebbe un pizzico di genuinità in quanto ricostruito a tavolino?

EG: ovviamente si, come ogni riscrittura. Comunque c’è una grande differenza tra il costruire un intero haiku a tavolino, inventandosi di sana pianta un’immagine totalmente fasulla e la riscrittura di una parte di un vero momento vissuto. L’ideale sarebbe che momento e scrittura coincidessero, ma questo significherebbe che mente mushin (mente vuota) e mente razionale (quando si scrive si usa la mente razionale) coincidano. Probabilmente , ma di questo non sono sicuro, forse solo una mente illuminata e con un grande bagaglio tecnico-estetico può riuscirci. Noi poveri disilluminati, possiamo sperare nel kensho (illuminazione che dura un momento) e sperare di scrivere bene al primo colpo. Ovviamente la realtà è che quasi mai ci riusciamo, quindi un pizzico di rivalutazione e ristesura, a mio avviso, per noi è quasi la norma. Comunque , se non ricordo male, Basho stesso ci mise 2 anni a scrivere la forma definitiva dello haiku della rana. Conclusione la genuinità , o makoto come dice Basho, è data soprattutto dal momento haiku che deve essere vuoto. Se genuino, poi puoi riempire il momento con dei versi altrettanto sinceri. Se poi la prima stesura è migliorabile, un pizzico di lavoro post-creazione, rimane comunque accettabile, a meno di non stravolgere l’intera composizione

AM: in effetti scrissi questo haiku di getto, con la mente vuota,pura, per quella cosa e quel momento. Realizzai soltanto che si trattasse di pesce fresco,non capii che tipo di pesce. Che fossero aringhe lo appresi dopo,mai avrei pensato si consumassero a colazione,prima di allora le conoscevo soltanto come affumicate o conservate in sale.

EG: non fai altro che confermare quanto ho appena detto. Normalmente gli haiku basati sul karumi sono quasi sempre sinceri e genuini, perchè basati su eventi quotidiani. Basho l’aveva intuito, ma poi la sua morte ha interrotto questo percorso. Comunque se qualche folle s’inventa situazioni non vissute, direi che ha qualche problema e dovrebbe farsi vedere. Per esempio, io quando rivedo un mio haiku, sempre frutto di una stesura di getto e di un momento mushin, so già che il fatto di non contare le sillabe, ne prima ne dopo, farà di quello haiku, una composizione almeno 100 volte più genuina di quella di un seguace della setta 5-7-5, che per definizione … se conta sul momento vissuto, non può avere una mente mushin, mentre se conta dopo, il pizzico può diventare una badilata, perchè deve riarrangiare l’intera composizione. Questo fatto, ovvero pensare che haiku sia contare porta, secondo me, sia a questo che a molti altri disastri.

 AM: una domanda che mi faccio da sempre è: lo haiku può essere,anzi,può esistere nella cultura occidentale?

EG: certamente si, l’essenza della poesia haiku è universale, e non lo dico io ma Basho.
Attraverso i secoli, l’arte dello Haikai passerà attraverso mille passaggi e diecimila trasformazioni, ma indipendentemente dalle sue infinite forme, un haiku basato sul makoto farà parte, non solo dell’arte del singolo maestro, ma di tutti i maestri passati, presenti e futuri. M.Basho
Qui Basho sostiene che le opere dei grandi poeti, condividono tutte una cosa: una profonda consapevolezza autoriale, derivata dal makoto, ovvero dalla genuinità.
Questa costante è un ideale poetico, quindi non dipende ne dal tempo, ne dalla nazionalità di chi scrive. Il punto è che se un autore non la fa sua , quindi non è in grado di inserirla nelle proprie composizioni, allora questa carenza non gli permetterà di scrivere dei buoni haiku.
Siccome la consapevolezza non è una prerogativa solo orientale, ma del cervello, questa proprietà si può tranquillamente estendere anche all’occidente.

AM: quindi lo haiku cosa è? A parere mio è esperienza (?) osservazionale in purezza, è comprensione e condivisione elitaria di fatti. Dico elitaria perchè non tutti sanno cogliere queste cose.

EG: direi che hai ragione, di base è così, aggiungerei che non basta vivere in purezza il momento, ma anche possedere un certo bagaglio tecnico-estetico, haiku è comunque un’arte e tutte le arti si manifestano tramite una componente tecnico-estetica, che per lo haiku è la qualità della forma, la scrittura e la dimensione estetica tipica dello zen.
Il discorso elitario va invece approfondito. E’ vero, che tutto questo può sembrare elitario, ma è anche vero che tutti potrebbero farlo. Non stiamo parlando di risolvere problemi di fisica quantistica.
Come diceva il Buddha il vero problema è l’ignoranza e i costrutti mentali che la gente non vuole abbandonare, ovvero l’attaccamento al proprio sè. Il fatto che poi la gente non riesca a cogliere l’essenza della poesia haiku è la diretta conseguenza di questa ignoranza e del non volersi impegnare, oltre al fatto che nessuno la insegna, tranne noi.

AM: ho comunque dei dubbi,lo sai,a definirla poesia, cosa che peraltro credo non abbiano fatto nemmeno in oriente

EG: è una poesia molto particolare, semplice nella forma, ma fondamentalmente molto difficile per tutto quanto afferisce al poeta. Scrivere buoni haiku, non fa di te necessariamente un poeta di haiku. Basho li chiamava il problema degli avanzati. Ed è questo che la gente non capisce. Tutti pensano che haiku sia solo l’opera, ovvero sia scrivere 3 versi con un kigo e uno stacco, invece haiku sono soprattutto quei processi che albergano nella mente del poeta.
Possiamo paragonare un haiku ad una sciarpa, questa può essere realizzata in uno scantinato in 5 minuti, da una lunga filiera di estrema qualità come può essere quella di Armani, o da chiunque sappia lavorare a maglia. In estrema sintesi parliamo sempre sciarpe, ovvero di qualcosa di estremamente semplice che metto al collo per scaldarmi, ma pur ammettendo che tutte le sciarpe soddisfino la stessa esigenza, resta il fatto che i processi produttivi di Giorgio Armani, di una mamma, o di Pippo il cantinaro sono estremamente diversi e sono quelli che danno valori diversi alla sciarpa
.
Per lo haiku avviene la stessa cosa, la differenza non la fa l’opera ma il processo compositivo. Roba che nessuno, ripeto nessuno, in Italia ha ancora capito, guru nazionali compresi. Tutti guardano alla sciarpa e nessuno fa formazione su come si costruisce una sciarpa di qualità.

AM: Ecco,in oriente lo haiku avrà forse una dimensione si osservazionale ma trascendentale perché ha a sottostante(retrostante?) una filosofia e credo un pensiero ….

EG: altro aspetto che nessuno capisce è che haiku, come lo zen, è immanenza non trascendenza. Come diceva Suzuki Roshi non devi trascendere il fiore, devi diventare il fiore. (c’è un articolo sul blog, che spiega meglio questa cosa).

AM: La la dimensione occidentale ritengo sia soprattutto osservazionale ovvero materiale. Se dovessi definire, per traslazione,lo haiku col linguaggio della politica lo definirei oligarchico proprio perché è per pochi.

EG: haiku è per tutti, ma pochi raggiungono la qualità di un vero poeta haiku. La ragione però è quella a cui hai accennato. Haiku diventa una oligarchia nel momento in cui i principi dello zen, che sono laici e di crescita personale non sono ne conosciuti, ne praticati. Basterebbe cominciare con le tecniche di mindfulness, per iniziare a comprendere come si diventa un poeta di haiku , per poi affrontare successivamente gli ideali poetici ed estetici, che derivano dall zen, con un minimo di cognizione di causa. E’ vero che occidente ed oriente hanno radici culturali totalmente differenti, basti pensare al concetto di filosofia , che per noi occidentali è ragionare sulle cose, mentre per un orientale è pratica, che serve a migliorarti come persona. Nessuna filosofia occidentale fornisce uno schema per il corpo e mente come unità, mentre in oriente tutte le filosofie danno indicazioni meditative. Idem per la poesia , per questo trovo velleitario, oltre che stupido, essere italiani avere un paradigma di pensiero occidentale e pensare di scrivere haiku giapponesi, senza cambiare il proprio paradigma compositivo. Vuoi una controprova? perchè i bambini scrivono haiku formidabili ? semplicemente perchè non hanno nessun paradigma mentale. Il problema è che quando diventi adulto e un bel paradigma te lo sei fatto, allora per ridiventare bambino, devi cambiarlo con quello orientale, che ti permette di ritrovare la purezza della mente che avevi da bambino.

AM: Ho un ultima domanda, io bene o male qualche haiku vero riesco a comporlo, mentre poesie non ne so scrivere. Ritengo sia così perché ho capacità osservazionale e non sono bravo a vestire di rime e ridondanze ciò che vedo,voglio dire non so fare poesia. Ecco,se dovessi definirmi potrei dirmi haijin, ovvero un non poeta, mai poeta. Per questo,forse, ho sempre ritenuto che haijin e poeti siano figure diverse.

EG: Osservazione interessante.
Innanzitutto provo a dire cosa sia, per me, la poesia, per poi passare alle figure dei poeti.
Partiamo dal fatto che c’è il mondo esterno a noi e poi c’è il nostro mondo interiore.
Entrambi questi mondo possono essere indagati.
La scienza indaga il mondo esteriore per capire come funziona, la filosofia moderna (da Kant in poi) ormai indaga , soprattutto il pensiero comune e la ragione umana, la poesia invece indaga su entrambi i mondi per arrivare alla loro essenza, ovvero al succo di questi due mondi.
Un poeta allora cerca di andare al cuore delle cose.
Se le cose sono esterne a lui, a mio avviso, l’unico modo che un poeta ha per arrivare alla loro essenza è scrivere haiku, perchè altrimenti finirà per trascenderle e quindi finire in un mondo illusorio, fatto di sensazioni, emozioni e sentimenti, che altro non sono che una proiezione del suo sè sulle cose esterne. Per arrivare all’essenza di una rosa, devi diventare la rosa (approccio zen haiku), non descrivere quello che provi per quella rosa.
Se invece le cose indagate sono interne al poeta , indipendentemente dalla forma che utilizzerà, scriverà delle poesie su quello che prova, siano essi sentimenti o emozioni. In questo contesto, non possiamo più parlare di haiku, perchè qualsiasi analisi introspettiva sui propri sentimenti non è haiku.
Haiku allora è solo poesia della realtà esterna, mentre , mentre la poesia non haiku è poesia della realtà interiore o delle sue proiezioni.
Il poeta è allora colui che indaga su uno o su entrambi questi suoi mondi.
Sottolineo suoi, perchè rispetto ad uno scienziato o un filosofo, il poeta è l’unico osservatore delle sue realtà.
IO scienziato non m’interesso dell’amore, perchè non fa parte del mondo esterno, io filosofo mi occupo dell’amore in generale per costruire una filosofia dell’amore, mentre io poeta mi occupo del mio amore, osservando quello che accade dentro di me o su come si riflette verso l’esterno, infine io poeta haiku non m’interesso dell’amore perchè non fa parte del mio mondo esteriore, oppure lo prendo in considerazione solo nel caso in cui, il mondo esteriore mi provoca questo sentimento (principio di causalità haiku). Ritornando alla tua osservazione, allora è chiaro che potrebbe avere un senso, parlare di poeti e non poeti, ovvero i poeti sono quelli che scrivono del mondo interiore e dei sui riflessi, mentre i non-poeti non lo fanno, ma questo discrimina chi scrive e non fornisce elementi sul mondo su cui scrive, inoltre a mio avviso non è che il mondo interiore abbia più valore, rispetto a quello esteriore, per questo, a mio avviso, sarebbe meglio parlare di di poeti haiku e poeti non haiku, oppure di poeti haiku e poeti. In entrambi casi i poeti sono sempre poeti, mentre quello che cambia sono i mondi su cui si appoggiano per la loro poesia.

Fine

Antonio Mangiameli è presente in questo blog ai seguenti link:

il mio haiku capolavoro

haiku e politica

social test di zen haiku

silloge di yugen

in memoria di Isamu Hashimoto

concorso interno alla ricerca del karumi

aceri rossi, silloge d’autunno

uscire dalla bolla degli haiku scontati: un approccio buddhista

Ormai faccio sempre più fatica ad accettare la ripetitività e la scontatezza degli haiku bucolici.

Se togliamo i maestri, ma lì ormai parliamo di secoli fa, oggi nel 2020 come si fa a scrivere ancora della luna, il sole, di tutti i fiori possibili, di campi di grano, del mare , con tutte le sue sfumature, le stelle e a tutti i più banali e scontati fenomeni naturali, senza avere un minimo di pudore?

Siamo nel secolo della tecnologia, il mondo è un altro, anche solo rispetto a 50 anni fa, e tu mi scrivi del tarassaco e dei papaveri ?

Non dico che non si possa fare, uno al mese può anche essere accettabile, ma se fai solo quello o quasi, hai un problema, perchè o vivi in un campo di grano, o all’aperto in giardino, o non vivi.

Leggere di cicale o farfalle, a me ormai fa venire letteralmente l’orticaria , perchè significa una cosa sola: che la gente non vede.

Come si fa a scrivere di haiku tradizionali giapponesi, quando abbiamo a disposizione tutta la produzione dei maestri d leggere ?

Io se voglio vedere Monet vado a Parigi e mi perdo nell’orangerie, non vado dal figlio del mio portiere che imita Monet.

Chiunque porti avanti una scuola basata sugli haiku tradizionali giapponesi, andrebbe metaforicamente preso a badilate per lesa maestà nei confronti dei maestri giapponesi, considerando i danni che combina.

Se pensi che il problema sia l’ispirazione, allora non hai capito niente, perchè l’ispirazione non esiste nella poesia haiku, nessun maestro ha mai parlato d’ispirazione.

Se haiku è poesia della realtà, il tuo problema è che non la vedi, perchè sei addormentato, non vedi e non vivi la tua realtà.

Ci sono tre motivi per scrivere haiku: il primo è per fare poesia, quindi arte, il secondo è per praticare lo zen (inteso come pratica personale) attraverso un’arte , la terza è per raccogliere più consensi possibili, per scopi commerciali o per farsi notare, diventando più o meno popolare.

Tralascio la terza categoria, perchè finirei per risultare fortemente sgradevole, comunque parafrasando Sciascia, chi fa pop-haiku o social-haiku sono dei “quaquaraku”.

Se invece scrivi di cicale e pensi di appartenere alla prima categoria, quella degli artisti, hai un grosso problema.

L’arte è: o plagio, o rivoluzione.
(Paul Gauguin)

L’unico modo di valutare autenticamente un’opera d’arte è vedere se essa stimola davvero una revisione del nostro modo di essere al mondo. (Gianni Vattimo)

L’arte è ricerca continua, assimilazione delle esperienze passate, aggiunta di esperienze nuove. (Bruno Munari)

Fare arte non è fotocopiare soggetti già scritti migliaia di volte, ne può essere rivoluzionario fornire una prospettiva sulla natura che già 400 anni fa Basho aveva esplorato e poi lui stesso abbandonato con la prospettiva del karumi.

Posso capire il principiante, inizialmente rincoglionito a causa della brodaglia di banalità ripetute all’infinito, posso capire chi scrive il suo primo haiku sul vento che fa cadere le foglie, ma dopo 6 mesi , se credi di fare arte scrivendo delle barche cullate sotto le stelle, allora sei quantomeno un povero illuso.

Se invece intendi lo scrivere come pratica ma finisci per ricadere solo nei casi precedenti, allora hai un doppio problema:

  1. non hai capito niente della pratica
  2. non hai capito niente di haiku

Ai più volenterosi, che vogliono mettersi in gioco, propongo la seguente tecnica, d’ispirazione buddhista.

Se haiku è poesia della realtà, allora per uscire facilmente dalla bolla mentale del rincoglionimento, basta aprire mente ed aprire lo sguardo sulla realtà.

Il buddhismo dice che la tua realtà è l’intersecazione tra te e tutto ciò che ti circonda, quindi ogni tuo istante è fatto di infinite relazioni.

Tu esisti quando cammini , perchè sei in relazione con le scarpe, a loro volta relazionate al terreno.

Tu esisti provando un’emozione, quando sei in relazione con il tuo cane e lo accarezzi.

Etc. spero sia più chiaro l’approccio buddhista alla realtà.

Le relazioni sono quindi infinite, perchè sono tra te e tutti gli oggetti che ti circondano, compresi i tuoi eventuali pensieri, quindi tu esisti solo perchè sei fatto di realzioni.

Nessuna cosa, oggetto o fenomeno esiste da solo in questo universo, niente è isolato, nulla, perchè anche il più minuscolo corpuscolo, immerso nello spazio più profondo e vuoto è comunque soggetto alla forza gravità, che può essere quasi nulla , ma mai uguale zero.

Personalmente non sono completamente d’accordo con questa visione della realtà, ma nel nostro caso quest’approccio diventa molto utile, se vuoi scrivere haiku.

Faccio un esempio concreto : io in bagno che mi lavo i denti.

Alcune relazioni: io e lo spazzolino, io e il dentifricio, io e i miei denti, io e l’acqua del rubinetto che scorre, io e un pensiero che passa, mentre mi guardo allo specchio.

Ovviamente questo è un piccolissimo sottoinsieme di tutte le relazioni possibili.

In ogni caso sono bastate a farmi scrivere 4 haiku in un minuto.

lo spazzolino
il dentifricio
il tartaro
il vuoto tra 2 denti

sputo
risciacquo
comprendo lo sputo
comprendo il risciacquo

il nuovo tubetto
il sapore di menta
mi avverte
non sei mai uguale

l'acqua scorre
lo spazzolino si bagna
e se morissi adesso ?

Spero che tutto ciò sia servito a qualcosa, o almeno a farsi questa domanda: ma io sono davvero del tutto rincoglionito ? fatevi la domanda e datevi una risposta: banalmente la troverete nei vostri haiku.

Haiku da foto ? … solo per impotenti e frigidi alla realtà

Tranne che per particolari sperimentazioni ed esercitazioni di gruppo, nel Lab Zen Haiku Italia è proibito postare haiku tratti da fotografie o , in generale, da immagini.

La ragione è semplice, derivare volontariamente un proprio haiku da un’immagine significa tradire la poetica haiku (furyu) , quindi, come diceva Basho, è solo un patetico giochino di parole.

Alla base del furyu, quindi alla base di ogni composizione haiku, c’è necessariamente l’esperienza personale, ovvero la sperimentazione fisica della realtà-natura (zoka), fatta in modo genuino (makoto), assaporando l’impermanenza (mujio) sia delle cose, che dei fenomeni con cui si è entrati in relazione.

Senza questi presupposti, non c’è haiku, anche se il risultato compositivo può avere la forma di un haiku.

Ognuno di noi, se vivo e vegeto, vive una sua realtà, che può essere più o meno stimolante in termini poetici, ma che è comunque unica ed irripetibile.

Un poeta haiku è allora colui che coglie gli attimi della sua realtà e li trasforma in versi.

Se sturi il lavandino, scrivi del lavandino, se scoli la pasta, scrivi dello scolapasta, se passi lo straccio, scrivi del pavimento e così via …

Haiku non è scrivere di tramonti guardando la foto di un tramonto, se sei sdraiato sul divano, ma scrivere del divano.

Quindi ogni volta che scrivi un haiku derivato da una fotografia o un immagine dimostri semplicemente la tua impotenza poetica, dimostri di essere frigido alla tua realtà, dichiarando inoltre di aver bisogno del viagra-immagine per riuscire scrivere.

Inizialmente, rimanevo soltanto inorridito da questi connubi foto-haiku, ora ho maturato la convinzione che queste iniziative siano, in massima parte, gli effetti della pessima influenza dei gruppi vetrina di haiku su “feisbuc” , che dedicano più attenzione agli aspetti social, che alla poesia in sè.

Se lo scopo è quello di accumulare dei like, allora bisogna stupire e si sa che un’immagine cattura di più delle parole. Il risultato però è una patologia che io chiamo disturbo bipolare inconscio, causato dal virus covid-giappo-feisbucchiano.

Mi spiego ….

In “feisbuc” , come dappertutto, qualche volta viene spacciata della roba buona, mentre altre volte della vera fuffa, e non sempre la gente è attrezzata per distinguerne la differenza.

Che è un po’ quello che capita, ad esempio a quegli americani, che scambiano la segatura del Parmesan, per Parmigiano (non è uno scherzo, succede veramente).

L’intossicazione da gruppo-vetrina giappo-like è comunque abbastanza riconoscibile.

Il primo sintomo è ovviamente la foto-haiku, che dichiara di per sè le frequentazioni di chi posta, secondariamente lo haiku associato alla foto è sempre, dico sempre, un 5-7-5 ed infine la presenza di un mentalismo conferma che di haiku si è capito davvero poco.

Se analizziamo tutto questo è chiaro che ci troviamo di fronte ad una dicotomia, a manifestazioni bipolari che alla pseudo-forma classica giapponese, abbinano l’uso di file digitali JPEG, che però, non appartengono, nemmeno lontanamente, alla tradizione giapponese haiku, visto che sono stati inventati solo negli anni ’90.

Certo, esiste la forma haiga , ma lì si uniscono su carta, addirittura tre arti tipicamente zen: la poesia, la pittura e la calligrafia, mica file JPEG, ed è importante capirlo, perchè altrimenti si ritorna a confondere il Parmesan con il Parmigiano.

Quindi se sei un giappo-ortodosso, conti le sillabe e cerchi il kigo, ma non lo sei per tutto il resto è chiaro che soffri quantomeno di bipolarismo.

Detto questo, mi sono chiesto : sarà un bipolarismo cosciente ? la mia risposta è stata: probabilmente no ! perchè è un comportamento assolutamente inconscio, frutto dei condizionamenti dei gruppi vetrina, in cui non s’impara a fare poesia haiku, ma dove ci si mostra, in un’autoreferenziale movida quotidiana, il che , intendiamoci è del tutto legittimo, solo che non potete farla in casa mia.

La “rana di Basho” come #koanhaiku, spiegato bene

In questo articolo ho sollevato la necessità d’introdurre un nuovo tag per classificare, quindi comprendere, il famoso haiku della rana Basho.

Ora darò una spiegazione dettagliata del perchè quest’opera debba essere considerata un #koanhaiku, ovvero un haiku che sottende, in seconda lettura, una verità zen.

M.Bashō (Ueno, 1644 – Ōsaka, 28 novembre 1694) compone questo haiku nel 1681.

Forma originale
古池や蛙飛こむ水のおと
furu ike ya
kawazu tobikomu
mizu no oto

Alcune traduzioni:

Il vecchio stagno!
una rana salta
suono dell'acqua.
(Nippon Gakujutsu Shinkokai)
Il vecchio stagno, ah!
una rana salta
il suono dell'acqua
(D. T. Suzuki)
vecchio stagno
balzo di una rana
splash
(Cid Corman)
stagno
rana
plop!
(James Kirkup)
Un vecchio stagno
il suono del tuffo di una rana
(Kenneth Rexroth)
Vecchio stagno
il salto-splash
di una rana
(Lucien Stryk)

… e così via .

Esegesi #koanhaiku

Ci sono due letture presenti, in quest’opera.

La prima lettura parla di una rana che salta in un vecchio stagno e del conseguente rumore dell’acqua.

La seconda lettura parla di una verità dello zen: l’illuminazione improvvisa.

Formalmente, il primo verso “vecchio stagno!” indica un luogo:
uno stagno vuoto e vecchio, ma non semplicemente vecchio , … vecchio !
ovvero, all’attributo, Basho aggiunge l’equivalente giapponese di un punto esclamativo.
Ma perchè Basho esalta la vecchiezza dello stagno e la sottolinea?
Se Basho non fosse un poeta zen, l’unica chiave di lettura, sarebbe quella “impressionista”, ovvero quella di chi, descrivesse l’impressione ricevuta, trovandosi di fronte ad uno stagno antico.
Ma Basho pratica lo zen, quindi implicitamente fornisce una chiave di lettura, molto più profonda del suo primo verso.
Basho guarda lo stagno, ma allo stesso tempo, guarda alla sua mente: la mente di un vecchio praticante zen. Basho la guarda, la riconosce e la saluta.
E la saluta perchè vede che è serena e stagnante e che riverbera la realtà, senza distorcerla, esattamente come fa il vecchio stagno con il paesaggio che lo circonda, come fa la superficie di uno stagno che riflette tutto, come uno specchio.
L’analogia è evidente se pensiamo ad Yamada Koun Roshi, che ha definito la mente zen come l’acqua cristallina di un lago di montagna, immobile e privo di vento, mentre Basho la vede come uno stagno.
Nella sua mente non ci sono onde, ne perturbazioni, ne pensiero ed è allora che Basho, attraverso il primo verso, si rivolge contemporaneamente sia allo stagno fisico, che alla sua stessa vecchia mente zen, in quanto per lui, mente e stagno sono un tutt’uno.
Ed è qui, che l’haiku si trasforma in koan, ovvero in uno stratagemma zen che diventa paradosso e che ha l’unico scopo di cercare di “risvegliare” la coscienza.
Ma la coscienza di chi ? ma, del lettore, naturalmente!
Basho quindi implicitamente si rivolge all’inconscio di chi legge e gli dice che non ci sono differenze tra una mente zen e la realtà, ovvero tra lo stagno fisico reale e quello percepito e creato dalla mente, attraverso i sensi.
Nella mente zen essi sono un tutt’uno.
Così, implicitamente Basho si augura che il germe del suo koan, trasmesso magistralmente nel suo primo verso, faccia breccia nella mente inconscia del suo lettore e che prima o poi germogli .
Dopodichè, ecco la rana.
Il primo verso dell’haiku ha disegnato un universo statico, in cui mente e realtà fisica sono uniti, ma tutti sappiamo che il mondo reale non è statico, anzi è in continua trasformazione, esattamente come la mente.
Basho sa perfettamente che tutto nell’universo è dinamico, quindi nel secondo verso introduce quella che in fisica si chiama entropia: Basho introduce una rana, cioè il disordine.
Nel sistema statico, ma incompleto, che aveva disegnato con il suo primo verso, ora non manca più nulla.
Lo scenario ora è perfetto e non gli resta che far saltare la rana, all’interno dello stagno per trasformare il “vecchio stagno”, in un “nuovo stagno”, che comprenda il suo “vecchio stagno” e la rana.
E qui siamo davvero nel cuore dell’haiku.
Cos’è lo zen, se non cogliere ogni trasformazione, ogni più piccolo cambiamento all’interno di quella straordinaria e continua relazione che esiste tra noi, la nostra mente e il mondo, ovvero l’ambiente in cui viviamo?
Cos’è lo zen, se non cogliere i continui salti di tutte le rane che attraversano la nostra vita ?
Ed e’ così che Basho, congiungendo i primi due versi, esalta la vita.
Caro lettore, dice Basho, guarda che il salto della rana è la vita ! è la tua vita, fatta di tempo e spazio che ti relazionano al resto del mondo.
L’ultimo verso allora diventa solo un’esortazione, quella di cogliere l’invito della vita, l’invito di cogliere il suono che viene dal “nuovo stagno”.
Sta a te, dice Basho, sentire “il suono dell’acqua”, ascoltare l’effetto che fanno i salti delle tue rane.
Sta a te, scegliere se distrarti e far morire la tuo ego, o vivere e far parte di uno stagno che in realtà è l’unico stagno in cui dovresti vivere.

P.S.
In un vecchio libro “poesie zen” della newton, ho trovato questo passo di D.T.Suzuki.

Basho ha praticato lo zen sotto la guida del maestro Butcho, con il quale ebbe il seguente dibattito:
Butcho: come va in questo periodo ?
Basho: dopo le ultime pioggie, il muschio è più verde che mai
Butcho: che tipo di buddismo vi era prima che il muschio si facesse verde?

Come risultato della sua illuminazione Basho scrisse il suo famoso haiku. (D.T.Suzuki)

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